Ho imparato da un pittore, per il quale Montale era un vicino di casa – per il quale io un ginnasiale che gli passeggiava intorno, spiandolo mentre comprava il giornale la domenica mattina -, a prendere al volo i ritratti, a lanciarli per aria, a dire, poi, sì, li ho proprio presi in giro.
Così Mario, da trampintellettuale, lascia cadere i suoi baffetti da un oltre-cortile di Tirana: era già un viaggio di ritorno, il suo, nell’istante in cui partì (come archetipo il nostos). Ma la nostra è adesso solo un’attesa. Io per qualche giorno non parlo.
Rifletto ogni sera su una preghiera, che non dico, ma che non cessa per questo di esser tale: si può volare su una nota, in attesa ancora, noi che non abbiamo interesse per dio.
Esistono pesci in cravatta che se ne vanno per l’Oceano a bocca aperta, e pescatori che indossano una sciarpa anche sotto il sole: ci si scrive addosso, già, si stende la rete come un lenzuolo bianco, si cucinano uova senza baffetti, come viandanti e come la luna.
Ci si vive insieme, sapendo che la casa sul tetto nasconde un mare blu, un punto di vista, un cappello ed una donna che s’abbracciano. Ci si ferma a parlare tra le pietre delle crose che aggirano, come punti e virgola, la nostra città: cambiando le stagioni con un zig-zag, avere voglia di partire: con pantaloni grigi e larghi in fondo, sorriderci quel nostro sorriso mentale.
Il padre con un cappello in testa rema, sulla sua barca al largo del mare, che ballonzola sulla linea cartesiana dell’orizzonte: inghiotte un’ape che gli ronza intorno, e giù sino allo stomaco. Punge, mentre lui continua a disegnare il perfetto asse dell’acqua: lievemente piegato, concavo: ed ecco che il mondo ridiventa tondo.
Che nessuno vada a disturbare l’uomo più tranquillo del mondo, che dipinge sempre più lontano. Se all’orizzonte non si vede ormai più, è perché la terra, come il tempo, è un circolo, dove tutto gira e tutto torna.
Lui la sta disegnando.
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