Varennes (viceversa, la rivoluzione cominciava – un carteggio)

Il nostro “Stato di giustizia”, che si legittima nella sua opera di moralizzazione delle masse, condurrà alle soglie della rivoluzione, la quale, del resto, si misura appena allo specchio: alla mattina, la Regina, svegliandosi, s’accorge che la sua chioma è incanutita come quella d’una vecchia.
***
La mattina del 19 Giugno, l’autore e Tomaso Boyer si scambiarono due lettere.
“(…) Non potremo rifugiarci nelle catacombe (…) Quando vi metteranno la corona, non esclamate, vi prego, “Come mi impaccia…”. Lo disse appena Luigi XVI, il cui destino tutti conoscete.
Arriva l’estate. Non viaggiate. Ormai, si può partire soltanto per due motivi: cercare un documento, oppure andare in guerra.
Un mondo senza violenza politica, significa soltanto una cosa: che qualcuno, probabilmente a vostra insaputa, ha già ucciso tutti i suoi nemici”
Primo movimento in risposta
(Tomaso Boyer trascrive un passo dei Miserabili, di Victor Hugo):
“Dire quella parola e poi morire: cosa v’è di più grande? Poiché voler morire è morire e non fu colpa di quell’uomo se, mitragliato, sopravvisse.
Colui che ha vinto la battaglia di Waterloo non è Napoleone messo in rotta, non è Wellington, che alle quattro ripiega e alle cinque è disperato, non è Blücher che non ha affatto combattuto; colui che ha vinto la battaglia di Waterloo è Cambronne. Poiché fulminare con una parola simile il nemico che v’uccide, significa vincere.
Dar questa risposta alla catastrofe, dire siffatta cosa al destino, dare codesta base al futuro leone, gettar codesta ultima battuta in faccia alla pioggia della notte, al muro traditore d’Hougomont, alla strada incassata d’Ohain, al ritardo di Grouchy e all’arrivo di Blücher; esser l’ironia nel sepolcro, fare in modo di restar ritto dopo che si sarà caduti, annegare in due sillabe la coalizione europea, offrire ai re le già note latrine dei cesari, fare dell’ultima delle parole la prima, mescolandovi lo splendore della Francia, chiudere insolentemente Waterloo col martedì grasso, completare Leonida con Rabelais, riassumer questa vittoria in una parola impossibile a pronunciare, perder terreno e conquistare la storia, aver dalla sua, dopo quel macello, la maggioranza, è una cosa che raggiunge la grandezza eschilea.
La parola di Cambronne fa l’effetto d’una frattura: la frattura d’un petto per lo sdegno, il soverchio dell’agonia che esplode”.














“..E infatti essi [i filosofi] considerano gli uomini, non come sono, ma come vorrebbero che fossero: è per questo che per lo più, invece di un’etica, hanno scritto una satira..”
Leave your response!