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Tra lo spazio americano (guardando lo Zimbabwe) e Vienna (come inversione della tua passeggiata a Camogli).

30 giugno 2008 No Comment

CamogliPasseggio oggi per Camogli, in una inversione filosofica rispetto alla passeggiata della mia innamoratina: ma questa Camogli è Vienna, per me che oggi scrivo le bozze per gli anni del giovane Hitler (1908-1913), il suo periodo dell’infelicità.

La Hamann parla di apprendistato, come a tener a metà il discorso tra l’artista ed il politico: l’indolenza di un ventenne, le sue passeggiate da bohemien. Scrivo una serie di appunti, a matita forte.

Sono convinto della bontà euristica del mio vecchio neologismo: la fallacia ad Schicklgruberum[i].

In realtà dovrei tenere davvero quel diario, se non altro perché vi sono questioni che dovrei affrontare con precisione ed urgenza, ma sembra che mi manchi il tempo. Per te, innamoratina, il tempo non è mai stato un problema; ma a me manca tanto, il tempo, perché vorrei conoscerlo tutto.

Sta di fatto che chiacchiero solo di passaggio con i miei studenti astuti, le loro volpi sotto le ascelle, cospiratori buoni, di cene aperitivi, di guerra, di Hitler e di altre sciocchezze.

Acqua sporca di Camogli, e Miramare blu, con i suoi sassi e le sue cameriere: fumo e la mia amica-medico mi rimprovera, poi mi espone il meccanismo a cascata degli enzimi. Io le chiedo come sia possibile che una cellula si muova. Infine ipotizzo che se levassimo due elettroni da una cellula del dito anulare della mano destra, il corpo umano esploderebbe.

La teoria, a suo avviso, è infondata.

Non rammento ancora il perché sia venuto oggi nel paesino di mare. Consiglio, innamoratina, di rileggerti di quando andai a trovare Dora[ii]: pare la stessa situazione, ed è già passato un anno. Ancora il teorema di Pitagora, che disegno sulla poca sabbia rimasta.

Solo donne formalmente sposate in spiaggia, annoiate.

L’amico che mi accompagna nuota, ed io lo seguo.  

Leggo il giornale. Ecco un tema di fondamentale interesse: la questione dello Zimbabwe, dove un trucco, una magia politica classica (il dito rosso di inchiostro), ha portato alla dichiarazione di illegittimità del voto da parte dell’America, dell’ONU[iii] e dell’Europa.

Questo concetto di illegittimità è peculiare all’idea del nuovo spazio americano, cui ovviamente si è adeguata l’Europa[iv].

Un’idea del tutto assente nello jus publicum Europaeum fondato sul concetto di iustus hostis, e costruita dagli Stati Uniti.

Lo spazio degli Stati Uniti d’America nacque, è necessario ricordarlo, dalla posizione di una linea di separazione rispetto all’Europa, resa chiara dalla Dottrina Monroe, con cui la separazione acquisisce un significato morale e filosofico, divenendo così un cordone sanitario, che significa un

 

“fondamentale giudizio di riprovazione morale che viene esteso all’intero sistema politico delle monarchie europee e che conferisce alla linea di separazione e di isolamento americana il suo significato morale e politico e la sua forza mitica”

(SCHMITT C., Il nomos della Terra, Adelphi, p.381)

 

L’America vede se stessa, nel suo atto di fondazione, come stato di natura non in termini hobbesiani, ma nei termini della dottrina di Rousseau: si pensa come lo spazio della libertà naturale, si pensa come spazio eletto, nel suo evidente atteggiamento calvinista puritano.

È in questa separazione rispetto all’Europa, separazione in senso morale prima che politico, che viene costruito il nuovo concetto di legittimità internazionale, oggi ancora chiave della politica estera statunitense.

Esso viene esplicitato già nella dottrina Tobar, alla base dell’accordo del 20 dicembre 1907 tra Costarica, Guatemala, Honduras, Nicaragua e Salvador, secondo la quale:

 

“…non doveva essere riconosciuto il governo di alcun altro Stato che fosse pervenuto al potere in seguito ad un colpo di Stato o ad una rivoluzione, fino a che quest’ultimo non si fosse organizzato costituzionalmente attraverso una rappresentanza popolare liberamente eletta. Con ciò la forma democratica di manifestazione della legalità e della legittimità era dichiarata standard di diritto internazionale (…). Conformemente vennero riconosciuti solo quei governi che erano legali nel senso di una costituzione democratica”.

 (SCHMITT C., Il nomos della Terra, Adelphi, p.381)

 

È evidente il carattere interventistico di tale nuova costruzione, ed il suo fondare un nuovo spazio mondiale, una nuova unità del mondo, slegata del tutto dalla antica opposizione di terra e mare e dal conseguente equilibrio europeo fondato sulla guerre in forme.

 La dottrina Stimson del 1932 fissa questa nuova visione: come aveva detto il presidente Hoover nel 1928, “An act of war in any part of the world is an act that injures the interests my country”.  

In questo modo:

 

“…il governo degli Stati Uniti si riservò in ogni parte della terra il diritto di negare il «riconoscimento» a mutamenti di possesso che fossero avvenuti con l’uso illegittimo della forza. Questo significa che gli Stati Uniti avanzavano la pretesa di decidere, al di là della distinzione tra emisfero occidentale ed emisfero orientale, sulla liceità o illiceità di ogni mutamento territoriale in tutta la terra. Tale pretesa riguardava l’ordinamento spaziale della terra”

(SCHMITT C., Il nomos della Terra, Adelphi, p.407)

 

L’intervento americano si basa sulla separazione tra politica ed economia: assenza della politica, presenza dell’economia in ogni parte del pianeta.

Quel nuovo mondo ha ri-costruito il diritto internazionale in termini penalistici: il nemico diventa il criminale, e l’intervento è un’azione di polizia. L’ONU e l’Europa vivono oggi di questo ordinamento, e ne hanno assimilato le meccaniche.

Il caso dello Zimbabwe appare dunque paradigmatico, nella sua accusa di illegittimità ricondotta all’assenza di elezioni libere, considerazione del presidente Mugabe alla stregua di un criminale e nell’idea di sanzioni economiche come strumento internazionale.

Il nuovo istituto internazionale del riconoscimento viene costruito sulla nozione di legittimità, identificata con le condizioni democratiche: non c’è Stato senza democrazia.

È un mero specchio per le allodole allora la definizione di Stato, inteso quale soggetto di diritto internazionale, come triade popolo-governo-territorio[v]. L’espressione infatti non può che essere letta a partire dall’ordine mondiale cui fa riferimento.

Già la nozione di territorio non ha il senso che il termine spazio aveva nel jus publicum Europaeum, ma diviene un grande spazio mondiale in cui non vi è alcun rapporto tra ordinamento e localizzazione.

Infatti la separazione tra politica ed economia ha il senso della dottrina Monroe di prevedere il doppio asse di isolamento ed intervento (originariamente operante nelle aree dell’America Latina): gli Stati Uniti garantiscono, con la loro assenza politica, l’integrità territoriale esteriore degli Stati, ma al contempo non ne garantiscono, ed anzi svuotano, con il loro intervento economico, l’aspetto economico-sociale di quella integrità. Come scrive Schmitt, lo spazio del potere economico determina l’ambito giuridico-internazionale. Non vi è più, nel nuovo diritto internazionale, un concetto di spazio inteso come legame tra Ordnung und Ortung, bensì uno spazio planetario in cui vale il principio cujus oeconomia, ejus regio. Ha ragione ancora Schmitt (testo citato, p.329), quando sottolinea come il metodo statunitense di influenza politica

 

“consisteva nell’assumere il libero commercio (libero nel senso di statualmente libero) e il libero mercato come standard costituzionali del diritto internazionale, in modo da scavalcare, mediante il ricorso al principio della porta aperta e della nazione più favorita, i confini politici territoriali. L’assenza ufficiale era dunque, alla luce della separazione tra politica ed economia, un’assenza soltanto politica, mentre la presenza non ufficiale era per contro una presenza straordinariamente effettiva, cioè economica e, se necessario, anche una forma di controllo politico”.

 

Non vi è alcun legame, dunque, nella nuova unità del mondo, tra integrità territoriale, intesa come integrità dei confini, ed indipendenza o sovranità esterna. La dottrina internazionalistica finge invece l’esistenza di quell’antico legame (tipico del jus publicum Europaeum distrutto nel 1945) ricorrendo ad una nozione di indipendenza giuridica distinta ed autonoma, e perciò del tutto indifferente rispetto all’indipendenza politica economica, fattuale.

La nozione di Anzilotti (CPGI, 5 settembre 1931) viene ritenuta ancor oggi valida ed attuale, ma basta leggerla per vedere come essa sia legata ad un sistema europeo di equilibrio tra Stati andato distrutto e sostituito dal nuovo spazio mondiale. Se ripresa oggi, appare del tutto formalistica e vuota nel definire la dipendenza di uno Stato rispetto ad un altro come “un rapporto tra uno Stato che può legalmente imporre la propria volontà ed uno Stato che è giuridicamente obbligato a sottostare a questa volontà” [corsivi miei].

Allo stesso modo la nozione di sovranità interna viene a mutare rispetto al modello classico di Westfalia, nel senso che richiede un determinato rapporto tra governanti e governati, tra popolo e governo, pensando che uno Stato possa essere Sovrano solo quando soddisfi esigenze partecipative ed effettivi criteri di rappresentatività.

In tal senso, secondo il nuovo diritto internazionale, il governo attuale dello Zimbabwe si definisce illegittimo.

Ricordo ancora che tale idea era del tutto assente nel diritto internazionale europeo, ed è peculiare del sistema americano di essere linea di quarantena, di separare in senso morale prima che giuridico l’emisfero occidentale dall’Europa, per poi passare ad una pretesa globale di interventismo mondiale fondata su quella distinzione tra legittimità ed illegittimità, costruita sul concetto di riconoscimento e avente come elemento strutturale la democrazia. Il nuovo concetto di riconoscimento si basa su questa pretesa, ossia che l’America sia l’unico luogo di diritto e pace, naturalezza e libertà, rispetto al desolante e violento suolo europeo: questo è il senso originario dell’emisfero occidentale.

Anche qui, però, i giuristi si sono adoperati per nascondere questo interventismo mondiale e globale, fingendo il valore meramente dichiarativo del riconoscimento, ossia non costruendolo come un requisito giuridico della sovranità interna, ma come un mero atto politico-diplomatico, il cui solo effetto consisterebbe nell’essere un biglietto d’ammissione ad effettivi ed intensi rapporti internazionali[vi].

Ma che il riconoscimento non abbia valore costitutivo e dunque non sia un requisito per l’attribuzione di personalità giuridica ad uno Stato, è palesemente una finzione, nella misura in cui la dottrina Stimson impone nel mondo la prospettiva opposta. Nel nuovo spazio mondiale gli Stati Uniti si riservano il diritto di non riconoscere certi Stati, ma ciò non è un mero strumento di politica internazionale intesa come complesso delle relazioni diplomatiche, ma è la pretesa di decidere di ogni mutamento, ogni ordinamento territoriale, decidere in senso politico-giuridico. Le sanzioni economiche contro lo Zimbabwe sono misure statali e internazionali: non attengono dunque all’economia come sfera del commercio privato, ma sono lo strumento giuridico con cui la Comunità internazionale (divenuta oggi nell’ONU comunità mondiale, in un evidente paradosso) decide in senso costitutivo dell’illegittimità di un dato governo.

A mio avviso se il riconoscimento si lega alla legittimità, cessa di aver un mero effetto dichiarativo e di operare sul piano puramente politico, poiché il concetto di legittimità è giuridico e costitutivo. La decisione sulla legittimità è una decisione sulla Sovranità, sulla personalità giuridica di uno Stato.

 Quali anime felici, quali spiriti davvero pieni di pace comprenderanno che questo spazio, questa unità del mondo, anziché pacificare la terra la sta portando a guerre di annientamento?

La democrazia inscritta nel nuovo ordinamento internazionale planetario ha portato ad una esplosione delle guerre, e non ad una loro limitazione. Molta meno violenza fu creata dalle monarchie assolute dell’Europa.

Scusami, innamoratina, se mi soffermo su queste note politiche, questa sera. Scusami se oggi ti ho trascurata, se non sono dolce ma terribilmente giuridico.

Mario mi rimprovera dicendo che trova kitsch questi miei accostamenti di amore e diritto, e forse ha ragione: lui utilizza il cinemà per dire che ama, ed è certo più classico il tema, più elegante. Ma io ho disperatamente bisogno di cercare un poco di conoscenza, e la trovo qui: sarei dovuto venire a cena, ma mi sentivo già squadrato da ogni lato da quei personaggi in cerca di autore (o che forse pensano che il loro autore sia tu).

Ma tu non sei un autore, ma solo un personaggio come me, che non troveranno alcun autore: chi ci potrebbe pensare, a noi due? Quale penna potrebbe essere così disonesta e matta da crearci?

Noi siamo altro, in ogni caso, rispetto alle pagine che noi stessi scriviamo.

Spesso e volentieri non siamo, spesso non vogliamo, sempre inganniamo il tempo: difficile non trovarsi finalmente insieme, ad aspettare l’amore.

Ma l’amore non è un surreale concetto beckettiano, ma è questo aspettarsi reciproco.

Fino ad un bacio.

 

 

    Veduta di Vienna -dipinto di Adolf Hitler

 

 

     

  

 

 

 


[iii] Così il Corriere della Sera di oggi: “Elezioni illegittime. È il giudizio del segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, a proposito del voto in Zimbabwe. Durante la sua visita a Tokyo, il numero uno dell’Onu ha affermato che l’esito elettorale «non riflette la vera volontà del popolo, né ha prodotto un risultato legittimo».
Ban Ki-moon sottolinea che «le condizioni non sono state di un libero ed equo voto». In una nota affidata a un portavoce, il segretario generale dell’Onu «incoraggia gli sforzi di entrambe le parti», vale a dire il presidente Robert Mugabe e il leader dell’opposizione Morgan Tsvangirai, perché negozino una «soluzione politica» capace di far cessare violenza e intimidazione. Il segretario Onu supporta inoltre gli sforzi dell’African Union and Southern African Development Community (Sadc) per la promozione di un accordo «accettabile» per il popolo dello Zimbabwe. «Il vice segretario generale e il suo inviato, Haile Menkerios, sono all’Africa Union Summit, pronti a aiutare in qualsiasi modo possibile il raggiungimento di questo risultato». Mugabe è stato dichiarato vincitore nelle elezioni di domenica dove è stato il solo a partecipare, dopo il ritiro di Tsvangirai, che aveva rinunciato denunciando gli abusi di potere in Zimbabwe contro l’opposizione e le condizioni elettorali fortemente intimidatorie”

(http://www.corriere.it/esteri/08_giugno_30/zimbabwe_onu_voto_reazioni_d0b5c7a4-4679-11dd-8dd8-00144f02aabc.shtml).

[iv] Per un excursus degli ultimi anni, riporto la cronaca giornalistica Sanzioni, uno strumento dell’Ue. Dossier: dallo Zimbabwe a Cuba, dall’Iran alla Cina (in http://europa.tiscali.it/futuro/news/200502/16/sanzioni.html) : “Il 19 febbraio 2004, l’Ue ha prorogato per 12 mesi le sanzioni comprendenti l’embargo sulla fornitura, la vendita o il trasferimento di armi nonché sulla consulenza, l’assistenza tecnica o la formazione connesse con attività militari e un embargo sulla vendita o la fornitura di equipaggiamento che possa essere utilizzato per la repressione interna in Zimbabwe.
Le sanzioni includono inoltre il divieto di viaggio nei confronti delle persone che hanno perpetrato gravi violazioni dei diritti umani e della libertà di opinione, di associazione e di riunione pacifica nello Zimbabwe e il congelamento dei capitali, delle attività finanziarie o delle risorse economiche di dette persone.

Le sanzioni, adottate nel 2002 e prorogate per la prima volta nel 2003, si prefiggono di contrastare le politiche finalizzate alla soppressione dei diritti dell’uomo, della libertà di espressione e del buon governo.

Nel settembre 2006, in seguito a violenti attacchi nei confronti di sindacalisti durante una manifestazione, l’Ue ha invitato il governo dello Zimbabwe al rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali dei cittadini, sottolineando l’impegno preso dal paese africano con la sottoscrizione della Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli. Nel paese continuano a verificarsi episodi di repressione e di soprusi dei diritti fondamentali.

Il 19 febbraio 2007 il Consiglio ha confermato le misure restrittive nei confronti del governo dello Zimbabwe e le ha estese per un altro anno. Nel mese di dicembre 2007, la partecipazione al vertice Ue-Africa (il primo dopo quello del Cairo nel 2000) del presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe ha suscitato forti polemiche. Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha affermato che il presidente “danneggia l’immagine della nuova Africa”. Robert Mugabe ha invece criticato “l’arroganza dell’Unione europea”, riferendosi in particolare a Danimarca, Germania, Olanda e Svezia, che pretende di comprendere la situazione dello Zimbabwe meglio dell’Unione Africana e della Comunità per lo sviluppo dell’Africa meridionale”

[v] Così ad esempio la nostra Cass.pen. Sez.I, 28 giugno 1985 n.1981, in Riv.dir.int., 1986, 884: “Il diritto internazionale riconosce come Stati soltanto quegli enti che, in piena indipendenza, esercitano il proprio potere di governo collettivo nei confronti di una comunità stanziata su un territorio, onde è da ritenersi principio acquisito che la sintesi statuale debba essere espressa dalla triade popolo-governo-territorio e che richieda quindi, necessariamente che la componente della popolazione e l’apparato di governo da essa espresso ricadano su un luogo di esercizio di tale governo e dell’attività dei soggetti”. Peraltro qui l’inciso “da essa espresso” sembra sottintendere ciò che apparentemente non richiede, ossia un determinato rapporto tra governanti e governati come elemento costitutivo della Sovranità.

[vi] Così in A.A.V.V., Istituzioni di diritto internazionale, Giappichelli, Torino, 2003, p.14

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