Tempo di fare il bene.
Da Genova, 22-I.
Non è ancora il tempo di fare il bene (…). Bisogna attendere un male generale abbastanza grande. Sai bene di dove ho tratto questi frammenti, spirituali, ed il pensiero è tale che fugge. Sai come fan tutte le Muse? Loro sono così, et fugit ad salices, et se cupit ante videri (Ecloghe, III,65); si degenera segreto quel cupit, estetico e coquet, di mille peccati, di mille altri uomini cui si concede, oltre a te, povero infelice. Ma non sarà che si conceda ad uno come te, mio amico: è dalla canaglia che si lascia intravvedere, per la sua immaginazione. Con dodici segni zodiacali divisero l’Europa, e voila!, il perfetto meslange tra corruzione e seduzione, gli ultimi uomini, che tutto rimpiccioliscono e la cui genia è indistruttibile, come la pulce di terra. Ora, gli sposi sul sagrato si allontanano, per sempre. Non è ancora il tempo di fare il bene, che sarebbe ancora bizzarro, oggi, perché non si dà bene a quelli uomini che non sono che animali, poveri di mondo. Loro sono gli uomini vuoti, questa è la terra dei cactus, dove finisce il mondo, dove finisce. Non è ancora il tempo di mostrarsi gentili e virtuosi, miti e delicati, è un altro tempo. Che sia terribile, dunque, l’opinione che ci circonda, che sia senza alcuna pietà il nostro disprezzo nei confronti degli orrendi maggiolini che si arrampicano correndo su questi fili d’erba, per i quali fili d’erba – così misteriosi e pieni di vita – non sono, ché il filo d’erba è “un sentiero per maggiolini, sul quale essi non va in cerca di un qualcosa da mangiare, bensì di cibo per maggiolini” (Mondo, finitezza, solitudine, p. 257). Non è il tempo per scagliare la freccia contro chi si ama. Quanto a me, non mi muovo?
Passeggiando prima per la via Balbi e dritto, poi, verso il nostro teatro cittadino, abbiamo notato che il mondo sta passando tra i suonatori ambulanti di fisarmonica, dei quali qualcosa ci sfugge, forse: detti suonatori sembrano essere tutti della medesima razza – eusina, si direbbe, certo mai negra, né estremamente orientale o soltanto indiana -, eppure non si ascolta altro spartito, suonato da ognuno in modo perfettamente eguale all’altro (e si direbbe volutamente con le stesse stonature, gli stessi grappoli dei maggiori e la medesima incuranza della bottoniera cantabile), che la popolare messicana di Cielito Lindo. Se ne discuteva la particolare abilità nell’ingioiellare l’aria transoceanica di una firma di coraggio femminile, un poco zingaresco, che accompagna le obese suonatrici ed i sussulti della spalla destra. Avanti al panchetto, il cilindretto rovesciato per l’elemosina. Ed il coraggio della canzoncina del Messico, ahimè!, che sa quasi di beffa, all’italiano che passeggia lì intorno, e che non si avvede del contrasto terribile, perché è stordito dalla sua felicità. Proprio ieri, lo sguardo della suonatrice, duro e sporco, si è incontrato, per un istante, con quello della tua Musa: un fremito divino ha fatto battere il La maggiore con una fierezza inaspettata, da quel povero dito tozzo: “io sono puntuale”, mi è parso dicesse ora la musica, che tagliò per un momento l’aria come una ghigliottina, aria che sanguinava rossa, adesso. Cosa fece la tua Musa? L’idiota gesto dello schiavo: le lasciò, sorridendo cordialmente, tre monete nel cappello.















peraltro tu li attrai eccome…
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