Sull’abiura. Brescia e Roma

Ho sempre pensato che vi siano solamente due ragioni in grado di giustificare la partenza dalla propria terra al fine di intraprendere un viaggio da una città all’altra. Tali ragioni sono lo studio e la guerra. Soltanto se si cerca un libro o se si marcia con un esercito è consentito perdere il proprio tempo tra sentieri, giardini, strade. Il resto è una cineseria, una faccenda di cuore, una fuga. Personalmente, ho sempre trovato nella mia biblioteca i libri che cercavo. Né qualcuno, qui da noi, ha più sparato un colpo, da quando sono nato. Guardavo, pertanto, fuori dal finestrino del treno, in viaggio prima verso la ferrea Brescia, poi su Roma: accade, quando si insegue lo Zahir, per l’una, o si va a colloquio con l’Anonimo, per l’altra (del resto, quando Kojève capitò a Berlino, nel pieno del ’68 studentesco, capì che l’unica cosa da fare fosse andare a Plettenberg).

Brescia è città cupa, tutta accanita nel suo mattone longobardo, cui si è affiancata l’illusione dei suoi portici rinascimentali – mai città fu meno rinascimentale. Passeggio attraverso le piazze e le vie che non hanno mai capito la rivolta: Arnaldo, Tito Speri, l’elenco dei morti del ‘74 ne restano monito. Città che comprende la sollevazione, ma non la rivoluzione – come ogni eroe italiota del nostro Risorgimento: vette di lirismo tragico, ma incapacità assoluta di risolversi, finalmente, per il terrore. La dimostrazione che l’Italia non ha mai capito la Rivoluzione di Francia. Migliaia di negri, russi e cinesi si aggirano, sotto gli occhi attenti della più repellente piccola borghesia italiana. Sul tram, un ufficiale prende di mira un negro seduto in ultima fila: gli ordina di parlare italiano, e di non urlare, perché porta malattie. A me sorride, cordialmente. Ma non ha alcuna intenzione di esercitare la pubblica repressione di questi stranieri invasori; lo appaga soltanto il plauso della piccola folla del mezzo, non l’autorità che potrebbe e dovrebbe esercitare. L’ufficiale ha perduto il proprio onore e la propria responsabilità: il suo compito sarebbe stato quello di controllare l’identità del forestiero, il quale, invece, se ne andrà semplicemente umiliato, ma libero e nascosto come prima. A Genova non sarebbe mai accaduto. Qui nessuno combatte i vecchi bambini soldato dell’Asia, le madri enormi del Sudamerica, i cadaveri nordafricani e i fantasmi scuri che fumano poggiati agli usci delle case. Ma finiremo prima noi dei bresciani? O questo apparente ordine garantito non dalla violenza pubblica, ma dalla viltà analfabeta dei suoi abitanti, cadrà – come cade ogni volgare piccola borghesia – al primo giorno di insurrezione? Ceno in un ristorante per studenti. Amo il mio Zahir. Riparto al mattino, presto. Quattro giorni, e arrivo, finalmente, a Roma, tra la Tuscolana e l’Appia. Ho con me i miei appunti, e posso rimanere a leggere sino al giorno dopo, senza vedere la città.

Mi faccio accompagnare sino al centro, sino a Piazza Colonna: uomini senza meta, di razze irriconoscibili, camminano in file confuse, verso il Pantheon, divenuto una giostra: un asiatico vestito da centurione in plastica sbadiglia, un altro parla al telefono, le sale del tempio, ora, hanno nomi inglesi. Salita de’Crescenzi – dove resta ancora un caffè dallo stile o Roma o Mosca -  Via Sant’Eustachio – carne da cannone. La biblioteca di una piccola viuzza lì vicina custodisce il segreto dell’abiura: si parla di soldati, tra buffetterie ed erotismo religioso (un solo nome non è mai pronunciato, quello di Kniebolo). Stanno seduti sul fianco destro due tedeschi. L’Anonimo ricorda un passo di memorie – forse Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff -: terminata la guerra con la Francia, nel 1870, viaggia in Italia, arriva a Roma … Roma, finalmente. Nei gabinetti pubblici della città, gli antichi vespasiani. Questo è l’atteggiamento dei tedeschi che giungono in Italia: splendida penisola, dove si può urinare agli angoli delle strade, sui muri delle case. Questa era la grandezza della Germania e dei tedeschi, i quali, tuttavia, oggi – come noi – subiscono il conformismo democratico, e non urinano più sulla pubblica via. Via vai di tassì, in mezzo alle strade, tra le statue romane, verso la stazione: la folla – raggiunto un certo numero – diventa immobile, non riesce più a muoversi, soffoca nel proprio peso. Queste folle non possono più vincere (come scriveva von Seeckt: “La massa diventa immobile: non può più manovrare e pertanto non può vincere; può soltanto stritolare per semplice effetto di peso”). Ritorno di notte. Sul treno una bambina gioca sola tra le poltrone, mentre i suoi giovani genitori dormono sotto qualche giornale. Non sposerò ballerine croate (Carita): ritrovo, perciò, intatta la mia biblioteca, ed il suo genio familiare.

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