Cari amici, e scrivo amici poiché queste sono lettere della follia, la cui fine è un cavallo frustato, nel dolore della nuova Torino:
in questi due mesi, dove ho battuto con i miei articoletti sul senso politico, Vi avvertivo, e sono stato più corsaro che folle. Non è il momento di cambiar rotta, proprio adesso: ma i miei Personaggi, nel contempo, si chiudono all’inverso, nel loro ritiro dal pubblico.
Io pensavo fossero Stoici, i miei amici, così pieni dei loro esercizi ginnasiali: trangugiare pietre e vermi, schegge di vetro e scorpioni ed essere insensibili alla nausea[1]. In trono o in catene, sempre voi.
Ed eccovi invece a ri-scoprirvi d’essere degli Epicurei: vivete nascosti, in un κηπος come luogo deontico –spazio segreto delle vostre azioni-.
Ed ora sapete il piacere di ri-trovarvi lontano l’uno all’altro, e di capire che tutto è casuale, e cade deviato dalle vesti bianche del clinamen, surrogato della libertà negativa.
Ora sapete che le Spose Occidentali sono fuggite nella bocca della balena: un volo in aeroplano, per sorvolare i loro Occhi Saggi, mentre il motore ronza i suoi giri e la felicità si allontana.
Ora rifiutate la politica.
Ed eccolo il seguace di Epicuro, che riposa placido nei suoi giardinetti[2].
Ma non è così: io So –in senso pasoliniano- che voi non fuggite la politica, ma la state solo ingannando con questa filosofia della libertà dell’atomo, antiteologica ed antifinalistica.
Ecco allora che in voi vedo l’eccezione, l’ordine che deve essere ancora dato.
Finalmente non più stoici, con il vostro panlogismo a puntate elettorali, il vostro diritto naturale. Finalmente epicurei, senza più horror vacui, con le vostre deviazioni casuali: la vostra vita privata è la chiave dell’amicizia, e nell’amicizia e nella misura si nasconde il bisogno della decisione.
Ora siete eversivi e rivoluzionari, perché avete compreso che il diritto è artificio e possibilità delle cose, e non c’è alcuna necessità della necessità: so quel che volete:
Volete il caso, l’eccezione, la decisione.
Non starete più bene, né in trono né in catene.
Ed ecco che finalmente potrò dire di voi: in niente è simile a un mortale l’uomo che viva fra beni immortali[3].
[1] Lo scriveva Nietzsche, nella sua gaia scienza, vi avverto ancora. Ancora una volta: certo ogni parola andrebbe qui glossata, ma non è compito mio, bensì vostro.
[2] La canzonatura è di Cicerone, De oratore, III, 17, 63.
[3] Certo questa è la chiusa della Lettera a Meneceo, riportata da Diogene Laerzio, Vitae philosophorum, X, 133-135.
Non sono mai stato stoico, e lo sai.
E fingo, o meglio, faccio buon viso a cattivo gioco, proprio con quella filosofia della libertà, con quell’ossessione che per me è l’agire razionale.
E sai anche questo.
Sai che non posso rinunciare alla ragion pratica, non ci riesco.
E non è mai facile.
Quello che forse non sai, o nascondi, è la tua profonda natura stoica, la più intima, che sta dietro al provocatorio, al nichilismo e al fatalismo che spesso ostenti e che tanto apprezzo.
La tua etica individuale ma mai individualista, che nulla ha a che fare con la deontologia, è un’etica della responsabilità.
La tua responsabilità ti mette sempre alla prova.
E neanche questo dev’essere facile.
Io lo so-ancora una volta, ora un poco superstizioso (ma deriva dalla Nostra comune etica della responsabilità)-. Tu sei, tra i miei più profondi amici, l’ultimo dei Nuovi Epicurei -e sei quindi un uomo nuovo, sei ancora un Prometeo che ruba la Ragione a Kant. Io sono tuo fratello Epimeteo, che invece ha aperto il vaso di Pandora, da cui tutti i mali: per me la Ragione poggia ancora sul noumeno, su qualcosa che non c’è. Questo è il limite anche della ragion pratica, quel poggiare profondo nel vuoto.
In ogni caso, siamo due Ladri.
E la ragione, il nostro bottino, non sappiamo ancora dove tenerla nascosta, in attesa di spartircela.