Spazio pubblicitario III
Ancora sulla Grande Divisione: come quel filosofo, rincasato con la spesa sbagliata, si mise alla finestra a fissare un albero (allocco?)
1. Pensare che Kant gli alberi non li fissava, ma li faceva abbattere, nel caso ostruissero la sua bella vista sull’alba koningsbergica:
(idealismo del calcio al mondo: “Certo dio trova assai sciocco che quel pino ancora esista, se non c’è nessuno in vista!”)
2. Prendersi cura del Patrimonium Sancti Petri come di un giardino zen: coltivare il papa sotto la sabbia, e metter la testa tra le cosce di Santippe, moglie di Socrate
Tre varianti:
a-Variante bianca: nell’urna dio ti vede, Stalin no (versione popolare del più celebre superamento della prima ragione, nella versione del teologo Knox Ronald: “Tu non hai pensato che, se quel pino forse c’è, è perché lo guardo io: ti saluto, sono dio!”)
c- variante ad hitlerum: io sarei entrato in Vaticano, avrei arrestato tutti. E poi avrei chiesto scusa, scusate, mi sono sbagliato.
3. È una stupidaggine sostenere che tutti gli uomini tendono alla conoscenza (è una fallacia ad hominen all’inverso).
4. Distruggere, fare a pezzettini e poi mangiare una res, quale potrebbe essere un bel tavolo di legno: accorgersi che è indigesto.
5. Fare a pezzettini e mangiare in salsa piccante un professore: accorgersi che, masticandolo, diventiamo anche noi un po’ professori (lezione del corvo)
Ora che mi sono accorto di aver pranzato dopo aver fatto colazione, ritrovo te, epifania del perdono materiale, il perdono dato con il tuo corpo e dal tuo corpo, il perdono più grande e profondo: me ne giro così in ciabatte con Moby Dick a mò di breviario, il dito fermo sulla corda da scimmia.
Devo scrivere qualcosa anche sullo scrivano Bartleby, che ha ispirato il libro di congetture su Genova e il diritto (ma dirò come la penso solo quando sarò professore ordinario, disse Martino Heidegger).
Arrivo ad un compromesso: Benito Cereno, nazificato.
Comunque, ieri era il tuo compleanno, ed era tutto così meta-semantico. Per questo mi è parso che l’albero fisso, davanti a noi, fosse quello –come dice il poeta, di un giorno ad urlapicchio, in cui m’hai detto: «T’amo per davvero».














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