Requiem LVI

Andalusia 

A chi non ha capito.

 

“Io dico pastori, ma loro si chiamano i buoni e i giusti”

(Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Prologo)

 

Al tardo pomeriggio di una domenica d’inverno, serale e freddo, per la via silenziosa due mediocri e nuovi innamorati sotto il cielo grigio: chi li spia, mentre più lontano va?

Luci al gas che si accendono intorno, senza un nome le cose, senza spirito la vita che accenna a passare (tram, burocrazia, bambini). Quante morti dimenticate[i].

Oggi, trovo la bellezza amara, fuggita, dimenticata.

Sei tornata in questo mondo che si pone dietro un mondo. Io ne sono rimasto fuori, profondamente disprezzandolo.

Innamoratevi dell’ultimo uomo, quella ridicola creatura, il più spregevole, colui “che tutto rimpicciolisce”, colui che “non sa disprezzare se stesso”.

Innamoratevi di coloro che vi daranno l’umanità, ma nessun uomo (“Istruzione lo chiamano, è ciò che li distingue dai caprai”).

Ma non pensiate più di non essere anche voi spregevoli: siete solo diventate di questo mondo, che vi avvolge di una sicurezza e di una pace inquietanti.

Io ti ho persa, perché la genia di quell’uomo è indistruttibile, “come la pulce di terra”. E sai che cosa ti dirà? Che è stato lui ad inventare la felicità.

Lei è morta, come fosse alla festa dell’asino, mentre la prendevano per mano e avevano solo parole pacate e di pace. Gli alisei suonavano tra il mare chiuso, costeggiato, e la pianura: hanno aperto le finestre, quando con un rumore secco ha cessato di respirare. Nei labirinti del frutteto caldo i pastori tornavano ai monti, tra le schermaglie con i contadini.  

Il grano andaluso ha coperto la tomba, su cui nessuno tornerà, così lontana.    

Non crediate che vi sia superbia, arroganza né altro, in chi sta combattendo contro questi uomini. C’è anzi il senso di una sconfitta già consumata. E proprio perché già vinto, posso guadagnare lo spazio. È vero che si possono odiare gli uomini per un eccesso di cose da dire, senz’altro.

Ma forse si può ancora ri-velare un valore, e scoprire la novità. Vi è bisogno, però, di un superamento continuo, netto, violento.

«Cerca un poco di me, ma, prima che in ogni luogo, nel mio volto».

Il lupo odiava il lupo, e non l’agnello. Come fughe di violino, le sue parole non dissero più niente, mentre moriva con le mani sugli occhi, piangendo: un organetto cantava tre note sempre uguali, ripetendole per la stanza cupa. Donne scure, come ragni strizzavano in catini d’acqua bende e fazzoletti, in un via vai silenzioso, sfiorando quegli occhi che la guardavano disperatamente.

Mentre moriva, sentì anche lei una mosca ronzare, in quell’azzurro incerto?[ii] Quando le finestre vennero meno, allora non vide di non poter vedere.

Che idiota, sono stato, a scrivere le cose più inopportune, non riconoscendo più nemmeno me stesso. Io di notte leggo, ritorno e vado continuamente, su di te, sul mio rogo.

Io mi disprezzo, sì[iii]. Non servono a nulla i ricordi.

Ragazzi fuggono, sotto i tetti e le cupole di quei paesi sull’Oceano scuro, preda e conquista.  

Dulcissima, non più: morta dopo avermi abbandonato, forse proprio per questo.   

Lei è morta in un letto poggiato in Betica, alla fine dell’Occidente, dove gli uomini hanno rinunciato alla loro antica navigazione; le sue labbra, che per primo ho baciato, smorte in un fiume, in una lenta stanchezza, come un insetto di palude. E nessuno, di quelli intorno a lei, sapeva chi fossi.

A noi non è dato altro che essere nella storia.

Lei è morta senza che io lo sapessi, senza che fossi là: la mia bocca non ha potuto dirle nulla, mentre un male le chiudeva improvvisamente le orecchie, tra la nausea e i baci vuoti del suo nuovo innamorato. Ha visto l’ultimo uomo, alla fine di tutta la sua breve vita.   

Io son giunto già sconfitto.  

E ora so, come il poeta, che la primavera mi porterà il riso orrendo dell’idiota.    

 

    


[i] Così lo Schmitt del Donoso Cortès: “Ma chiedersi contro quali uomini sia ragionevole impiegare questi mezzi, evidentemente non è una questione scientifica. Già da tempo non è più nemmeno una questione morale e giuridica. Oggi si pone e si risolve il problema solo in termini di filosofia della storia”.

[ii] Che splendidi versi quelli di Emily Dickinson: “I heard a Fly buzz – when I died – /The Stillness in the Room /Was like the Stillness in the Air – /Between the Heaves of Storm –  /The Eyes around – had wrung them dry – /And Breaths were gathering firm /For that last Onset – when the King /Be witnessed – in the Room –  /I willed my Keepsakes – Signed away /What portion of me be /Assignable – and then it was /There interposed a Fly –  /With Blue – uncertain -stumbling Buzz – /Between the light – and me – /And then the Windows failed – and then /I could not see to see

[iii] Ma tu non mi riconosci, quando, come il Jean-Baptiste di Boyer, alzo “la punta del labbro abbozzando quel sorrisetto che lei amava, dando forma a quel qualcosa, irraggiungibile agli altri”. Non sei più capace di un’azione davvero ab-soluta, correre da me?

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