Che piccole leccornie che prepara, con le sue mani spente ed un grembiule sovietico, Fè, solo Fè, quanto tempo: tanto, ma i corvi e le anatre volano fuori dalla finestra, dietro il geranio rosso dove il gatto suona le sue zampe a coda: creme bianche su pani caldi, vassoi, tre ragazze servono in tavola a noi, solo compagni di scuola. Mario volta sigarette in silenzio, mi sorride perché ha capito, proprio stasera, il senso del peccato, e che cosa abbiamo fatto: già, abbiamo perdonato Maddalena.
Qualcuno parlotta un po’ di sport e, in senso patafisico, si ascolta e si fa ascoltare solo per spingere il tempo in avanti: dando una piccola mano invisibile, alle ore, a fare il loro corso da cerimonia.
Chi mi versa un nero d’avola non sa, purtroppo per lui, che odio il vino, perché, cristologico, stanotte odio anche il mio sangue: cosa spia, quest’altro invitato alla cena? Qui non ci sono traditori, non siamo abbastanza intelligenti. Il gioco delle sedie, Giarabub, gente che non conosco, che cosa ci fa qui?
Spalle indiane, fianchi con cinture di cuoio, girano le loro teste: bicchieri di carta, ahahahah, e poi?
Qualcuno vorrebbe intavolare una discussione sulle offensive dell’Isonzo, ma ha un raviolo in bocca, e non riesce a parlare: il ragù tinge di rosso la guerra bianca dell’Adamello, le nostre mogli, mentre si gonfiano le parole e scivolano più facili del solito. Grandi scoppi della mezzanotte, come bombaroli senz’anima, piromani da cortile e bevitrici d’oratorio: chiacchiericcio continuo, pieno d’acqua, coperte e freddo, finestre spalancate. Sotto una lanterna, un uomo solo, con un ombrello aperto, sussurra mia cara, mia cara, non ti rivedrò mai più, vero?
Andiamo, verso il nuovo disordine mondiale. Aspettiamo le nostre telefonate, i nostri vizi, il nostro stomaco malandato. Qualcuno avrà perduto un braccio e me ne rallegro (magari un bambino, con il suo petardo, tanto per dire ai filantropi che sì, ai loro occhi di niente sono cattivo e cinico). Le galline beccano con le loro piume il quaderno nero del ’73, for no one.
Io qui deposito solo materiali, che non rivedo né correggo: il labor limae, lo farò poi. Volteggia pure un sogno di campagna, le chiavi di violino: isolata, opposta, per un requiem.
Conversazioni negre su un divano, in mente ripeto senza pensarci su un Rapidiedinvisibili gerulasemmeliberata, monnaMorte eTasso: chissà cosa avevo in testa, citando poi l’Aminta. Qualcuno lascia andar piano un disco di Jim Croce, che si spegne da solo. Mario, girando violento la testa, nota l’assenza-presenza di una disturbata umanità intorno a noi: sono tre ragazzette, con i loro fidanzatini con occhiali e camicie stirate, sorrisi e macchine fotografiche per immortalare i saluti del nuovo anno. Ma chi sono? Cosa vogliono?, mi chiede, aprendo, con una disinvoltura pubblica che non mi sarei aspettato, la questione del perché lasciarli vivere in pace.
Potrebbero, in ipotesi, non avere alcun diritto di vivere.
Evito, per cortesia, di fare la mia mossa e tirar fuori un mio piccolo argomento. Dunque? La notte si chiude in questa posizione profondamente razzista, accettata da tutti come segno di un nobile sentimento liberale di umanità: gli uomini hanno diritti perché sono uomini. Ovvero: quando il biologismo specistico ed il razzismo si riempiono la bocca di liberalismo a basso costo.
È solo una parentesi, di questa notte che decido di far finire presto: me ne torno a casa, grazie di tutto, solo, ad ammaestrare una scimmietta, ad insegnarle a scrivere, a passeggiare in silenzio.