Quasi-lettera della follia II- 24 aprile, notturno.

Le notturne ore, in attesa della Liberazione, come un De profundis antico, di cui nessuno più si chiede il senso, il senso della morte: ora non scorrono soldati su camion ed automobili rotte, fiumi di uomini rossi in volto e dentro bui, contadini, non-italiani.
Qualche idiota domani andrà in piazza, con il suo vestito della festa.
Queste ore sono silenziose, ed hobbesiane –lui, il primo creatore dell’orologio molle-: anche piangere, pare inspiegabile.
Domani non avrò più amici, perché saranno tutti a pensare la storia come Resistenza.
Ed io che ho avuto paura, ed ancora temo più di ogni cosa la guerra civile, penso in queste ore di solitudine assoluta che sarò ancora più solo, domani.
E non ci sarà nemmeno Lei, a dirmi –Tommaso, Tommaso, smettila di lamentarti e vieni qui, a riposarti un poco-: infatti sono così cattivo, da averla perduta per sempre.
Lei mi dice che è una grande sconfitta.
Sono ore notturne, in cui è facile leggere libri quanto fissare le loro pagine chiedendosi chi legge me che leggo: sono ore autoreferenziali, che non si rincorrono, ma ritornano.
Se potessi essere un uomo barocco, userei il dubbio, ed allora mi chiederei se ad ingannarmi non fosse che un genio maligno.
Ma al posto del cuore come calcio al mondo –il cuore cartesiano, insieme divino e meccanico- ho un cuore oscuro, quello della tecnica e della malattia: è un cuore che batte il cervello, perché se accelera dipende dalla fragilità della testa.
Mezz’ora fa ho fumato la mia U.S. sveviana: ma non è stata l’ultima, visto che mi accendo ora chiudendo le persiane l’ultima Marlboro del pacchetto. Domani mi sveglierò in preda all’ansia di avere un pacchetto nuovo.
Resta il fatto che è tutto finito. Non resta che ricominciare nuovamente, in una terra sempre più desolata.
Ritorno sul de profundis, prima di smorzare il lume:
“La morte della patria è certamente l’avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita di un individuo”.
È certamente vero: ora questi uomini pensano che la tragedia –l’amore e la morte- sia un fatto privato, e non riescono a sentire il senso profondo di questa frase.
Ed allora è questa la morte della patria, e tale avvenimento grandioso e terrificante accade oggi, e non il 25 aprile di sessantatre anni fa.>

 

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