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Piccole note tra Ginevra e Bruxelles: il cittadino-zingaro, dopo la fine dell’opposizione tra terra e mare.

21 maggio 2008 No Comment

Meditare –sulle ultime parole pubbliche di Schmitt[i]- l’opposizione hegeliana tra terra e mare, equivale a rileggere la storia politica dell’Europa, storia la quale, fino al ’45, fu piuttosto storia politica del mondo. È in Hegel l’idea del paragrafo 247 dei Grundlinien der Philosophie des Rechts che
“Come per il principio della vita famigliare è condizione la terra, base e terreno stabile, così per l’industria l’elemento naturale che l’anima verso l’esterno è il mare[ii]”.
Famiglia e terra, industria e mare, sono i legami elementari dell’Europa e del suo tessuto sul quale si costruì, come κατέχον (catechon), lo jus publicum Europaeum: la neutralizzazione della guerra, nel sistema di Westfalia, è alla base del diritto internazionale europeo dei secoli XVII-XX.
La guerra in forma è la forza che trattiene, come il κατέχον paolino[iii], la guerra nel suo senso politico, nella sua intensità, che è, nell’ Europa che scopre nuovi spazi, la guerra di religione.
La dialettica terra e mare è la dialettica di due condizioni storiche esistenziali: la condizione cattolica e quella protestante, la quale è la reale lotta politica sottesa tra le potenze continentali e quelle marittime.
Il diritto internazionale europeo è sorto per porre riparo alla nuova violenza che esplose tra la terra ed il mare a seguito della scoperta dello spazio.
La fine dell’horror vacui con la scienza moderna, l’America ed i navigatori, schiudono il problema dello spazio nel Cinquecento: la conquista di uno spazio ora terracqueo, non più solo quello chiuso della cattolicità.
La lotta tra Landnahme e Seenhame, tra conquista della terra e conquista del mare, è la lotta tra l’Europa contadina e cattolica (hegeliana famiglia), la quale presuppone come condizione storica della sua esistenza lo spazio della terra, e la nuova Europa capitalistica e protestante (industria), il cui spazio è il mare.
Il luogo weberiano dell’ascesi intramondana del protestante è il mare, perché l’ascesi del protestantesimo deve realizzarsi in uno spazio libero, sottratto al nomos cattolico della terra, al concetto tradizionale di bellum, al radicamento del diritto nella terra.
È il mare liberum, invece, lo spazio nuovo, dell’autonomia privata e non del diritto pubblico, la condizione storica del protestantesimo: olandesi ed inglesi strappano il mare alla potenza cattolica del continente –la Francia-, con una violenza nuova, esistenziale, politica.
Lo jus publicum Europaeum sorge sulle ceneri di questo conflitto religioso, o meglio lo risolve come forza che trattiene: regolamenta la guerra, la pone sul piano internazionalistico. Frena la guerra civile tra protestanti e cattolici, tra mare e terra.
Ma l’ostilità è rimasta, ed il fallimento del sistema di Ginevra ha condotto ad una catastrofe politica nuova.
La fine della seconda guerra mondiale è la fine dell’idea delle potenze di terra europee di conquistare quel nuovo spazio: perduti i territori coloniali, perduto il passaggio verso Est, perduta come potenza principale marittima l’Inghilterra, comunque europea, per la lontana America, muore il nomos della terra.
L’Europa fisicamente rasa al suolo, con i suoi morti a milioni, perde la terra.
Trionfano il mare e ora l’aria -le bombe, gli aerei, lo spazio americano- come idea dell’illimitato (il globale, in termini più moderni, mi si suggerisce), della libertà negativa, del liberalismo, del capitalismo protestante.
il mare –incarnato nella dottrina Monroe statunitense- ha liberalizzato, spoliticizzato, neutralizzato oggi ogni senso politico dell’Europa.
Il nuovo sistema di Bruxelles, della Comunità europea, è il nuovo sistema spoliticizzato dell’Europa: non più uno jus pubblicum come forza che trattiene un’ostilità latente e politica, ma uno jus pubblicum Europaeum che non conosce il senso del politico, perché lo ha eliminato.
Qui sta la differenza tremenda rispetto al sistema che Schmitt denunciava di Ginevra: la Società delle nazioni non aveva eliminato in alcun modo la possibilità della guerra –ossia la possibilità del politico- poiché non eliminava gli Stati.

Ginevra anzi era funzionale alla loro esistenza, che è una esistenza politica: non aveva nulla di internazionale, né tantomeno di universale[iv]. Ginevra era né più né meno che una alleanza militare, la quale non eliminava, ma anzi rivendicava per sé lo jus belli: era un’alleanza quindi intensamente politica.
Questo dipendeva dal fatto che il conflitto tra terra e mare rimaneva ancora irrisolto e dinamico: Ginevra sostituiva Westfalia come κατέχον, dopo il fallimento di quest’ultima con la prima guerra mondiale, che non aveva saputo trattenere il conflitto.
L’Unione Europea invece sorge dalle ceneri di un’Europa spoliticizzata, da quel secolare contrasto la terra ed il mare: essa è davvero una struttura che nega il pluralismo degli Stati, nella loro esistenza concreta. Nega cioè il politico.
Non assume su di sé il jus belli, perché nega lo stesso concetto di guerra tra Stati, nega l’idea di poter determinare, in dati casi, il nemico, e di combatterlo.
L’Unione è una struttura fondata sull’idea universalistica di essere non un’alleanza tra Stati, ma un vero Stato Europeo in grado di comprendere in sé tutta la terra europea ed i suoi abitanti: è una pace europea spoliticizzata, che nega ogni distinzione politica per affermare la cittadinanza dell’Unione.
Il nuovo jus pubblicum nasce perché l’opposizione tra terra e mare è finita: l’Europa ha perduto la sua lotta per la conquista dello spazio, iniziata nel XVI secolo, sviluppatasi attraverso un conflitto politico, ossia esistenziale, tra cattolici e protestanti e tra potenze di mare e potenze di terra.
L’Europa ha perduto la lotta per il nuovo spazio e perciò ha perduto la sua esistenza politica.
L’Unione Europea che nasce da questa situazione non può dunque essere un κατέχον, una forza che trattiene l’intensità, la possibilità della guerra mondiale: non vi è più tale possibilità.
Non vi è più conquista dello spazio, perché è cessata.
L’Europa ha perduto il nuovo spazio (Est-Ovest, terra e mare).
Ecco che allora l’Unione Europea pone quale base giuridica della sua esistenza non lo spazio, ma il non-spazio: il cittadino europeo è l’elemento atomico di questa costruzione del nuovo jus pubblicum Europaeum.
La cittadinanza europea non può considerarsi infatti come un’operazione di mero rinvio al diritto pubblico degli Stati dell’Unione, cui si ricollegano nuove e più ampie libertà.
Tale è solo il suo aspetto formale. Piuttosto, la cittadinanza europea è la negazione dello spazio, del suolo, della terra, per ciò che non sta in uno spazio.
Il cittadino europeo è infatti del tutto slegato dal suo Stato di cittadinanza, poiché è in se
nso originario
cittadino europeo in quanto titolare delle libertà dell’Europa, che sono libertà di circolazione.
Le libertà europee sono libertà del non-luogo, del non-spazio, libertà che non hanno nulla a che vedere con il radicarsi all’elemento della terra, e neppure a quello del mare. Sono finite le grandi tradizioni cattolica e protestante, in queste nuove libertà, che sono libertà post-moderne, ossia libertà nomadi.
Il cittadino europeo non è né il cattolico né il protestante, non ha alcun legame con gli elementi come differenti grandi possibilità dell’esistenza umana. Non c’è più possibilità di tale esistenza elementare, poiché era una esistenza politica.
Il nuovo cittadino europeo è lo zingaro, il nomade.
Utilizzo tale termine nel senso post-moderno: è un cittadino debole, carnevalesco, che non conosce più lo spazio –perché gli è stato sottratto come luogo di esistenza politica: è un nomade, nel senso che è cosmopolita, è umanità.
Ma il nomade non è il trionfo dell’individualismo classico liberale, dell’industria, dell’ascesi nel mondo: è un nuovo liberale umanitario, completamente spoliticizzato.
La sua umanità, il suo cosmopolitismo, sono la negazione del politico, perché negano la possibile distinzione tra amico e nemico.
Il cittadino europeo non conosce più nemici pubblici, non conosce la conquista dello spazio: egli conosce solo la migrazione casuale e libera, gioiosa, giocosa.
Ma in tutto questo, non scompare la violenza, anzi si rende più difficilmente reprimibile.
Se vi fosse un nemico pubblico, infatti, lo si potrebbe combattere.
Ma in Europa, nel nuovo jus pubblicum Europaeum, non vi è più un hostis, un nemico.
Vi sono solo nemici privati, gli inimici che il cittadino nomade può combattere in una dimensione del tutto privata e spoliticizzata, vagando, muovendosi di città in città con il suo carro liberale e gioiso.

[i] Mi riferisco soprattutto allo scritto Carl Schmitt, Land und Meer. Eine weltgeschichtliche Betrachtung, Lipsia, 1942 [trad.it. Terra e Mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Adelphi, Milano, 2002]. È qui che in nota, nel 1981, Schmitt scrive: “Lascio al lettore attento il compito di cogliere nelle mie considerazioni l’inizio di un tentativo di sviluppare questo paragrafo 247, analogamente al modo in cui i paragrafi 243-246 sono stati sviluppati dal marxismo”. Segnalo che Angelo Bolaffi ha trattato la questione qui discussa nel congresso su Carl Schmitt del 1985 linkato su questo sito.
[ii] Hegel, Lineamenti della filosofia del diritto, Laterza, Roma-Bari, 1987, p.189
[iii] Il termine κατέχον (“la forza che trattiene”) compare in Paolo di Tarso, nella seconda lettera ai Tessalonicesi (una volta come τό κατέχον -quid detineat-, un’altra come ό κατέχων -qui tenet- ), usato per indicare la forza che trattiene l’avvento dell’Anticristo.
[iv] Si legga Schmitt, Il concetto di politico (1927), in Le categorie del politico, Il Mulino, Bologna, 2006, p.141 ss.

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