
La testa nel mare, e pesci bui
dove si mangia il volo
aereo, al mio polmone blu.
Discutere per ore da solo su
Rudolf Hess,
sempre dietro gli occhiali scuri,
in cui nessuno può vedere i miei occhi,
ma solo se stesso;
la villeggiatura ha ucciso con la
sua distanza, ha ucciso
per molto meno.
Una parola, la mia voce,
sarebbe servita.
L’aereo cade in Scozia,
mentre ragazzi volano
tra l’Africa e qui, e poi più a
Levante: io lo busco
per il Ponente,
come un colombiano che
perde alle carte.
Tre militari fucilano una balena
sul muro dietro la mia casa;
scrivo note sulla legge fallimentare,
ancora guardando il mare, da questa
terra di preti e di sassi.
Ascolto ancora una canzonetta,
sapendo che ti sarei mancato, se non
fossi stata al mare. Il mare consola
facilmente, il mare è facile,
c’è poco da inventare.
Più difficile far male con le mie parole
cittadine.
Sorrido in compagnia di una vergine
che mi tiene la mano e dice di
chiamarsi Godot:
non aspettarti nulla,
mi ripete.
Un aereo precipita sulla spiaggia
di Camogli: un ufficiale tedesco,
caduto nell’acqua, chiede di Alfred Horn.
Si doveva far la pace.
Una ragazza gli passa accanto, e gli fa
l’occhiolino. Ma lui, finalmente, non vuole donne:
deve solo portare l’ultima pace.