Lapsus – Numero 4

Si segnala l’uscita del quarto numero della rivista letteraria Lapsus:

http://eccelapsus.com/numbers/n4/

Lapsus 4

Il quarto numero di Lapsus

Hanno collaborato: Mario Aloi, Paolo Becchi, Emmanuela Carbé, Lorenzo Costaguta, Tommaso Gazzolo, Anna Morosini, Stefano Piri, Lorenzo Tosa.

Lapsus ringrazia: Amélie Nothomb, Giorgia Bellingeri, Paolo e Franco Lizza

Foto di copertina “Santa” di Mark Velasquez (All rights reserved)

Dettagli tecnici: 160 pagine in formato A5

Indice

MILLENOVECENTONOVANTAVENTI
• La terza legge di Harold di Lorenzo Tosa
• I segni di una pace terrificante di Stefano Piri
• Sul perché non vorrei sposarmi di Emmanuela Carbé
• Anatomia del dolore di Paolo Becchi
• L’uomo giusto di Tommaso Gazzolo

FOTOGRAFIA sezione a colori!
• Not so lonely di Anna Morosini

RITRATTI IN POLAROID (cont.)
• Il vero cuore del mondo Vol.2 di Mario Aloi

LAPSUS INTERVISTA
• Amélie Nothomb (Lettera, Dicembre 2009) a cura di Gianmaria Patrone

DAI QUADERNI NERI
• Dai quaderni neri di Tommaso Gazzolo

Per acquistare il numero, si veda alla pagina: http://eccelapsus.com/buy/

Per contattare la redazione, scrivere a redazione@eccelapsus.com


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Anatomia del dolore – seguito. Di Paolo Becchi

Paolo Becchi

Paolo Becchi

«Questo racconto è opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a persone realmente esistite o esistenti è puramente casuale. L’ ospedale è un ospedale  qualsiasi di una qualsiasi città. Ed è questo che rende ancor più grave il secondo capitolo del resoconto che stiamo per narrarv

Squilla il telefono. Sono le dieci del mattino di una solare giornata di fine giugno. Da qualche giorno sono invecchiato di un anno, ma la malattia mi ha segnato molto di più. Una voce femminile mi annuncia che, inaspettatamente, si è liberato un posto per l’intervento chirurgico cui devo essere sottoposto. Non ero proprio sicuro di volermi ancora fare operare, tanto più che l’ascesso era guarito, senza lasciare, almeno in apparenza, alcun disturbo. Insomma, mi ero completamente ristabilito: più che la ferita nel culo, era quella nell’ anima a sanguinare. Dovevo ancora smaltire le umiliazioni patite in una settimana di ospedale.

Tutto, comunque, avrei ora voluto, tranne che soffrire di nuovo. E, ahimè, finire sotto i ferri non può non procurare dolore. Con il senno di poi, mi ero lasciato troppo facilmente convincere dal chirurgo:

«Caro Signore – aveva esordito, dopo avermi infilato ancora una volta il suo bel dito su per il culo – bisogna andare al fondo della cosa».

Io credevo, il fondo, di averlo già toccato. Ma, purtroppo, mi ero del tutto sbagliato.

«C’è una fistola – prosegue – ma delle più semplici, per Sua fortuna e l’intervento le consentirà di archiviare il caso una volta per tutte».

Se non fosse perché si trattava del mio povero culo, avrei quasi pensato di trovarmi in un’aula di giustizia. Vorrei sapere quale essere umano, anche il più scettico, non avrebbe accettato di firmare il modulo del consenso informato. Firmo, dunque, ma mi accorgo che il medico aggiunge a penna qualcosa riguardante le possibili complicazioni. Chiedo, allora, con una visibile preoccupazione, un supplemento di informazioni:

«Ma no – risponde subito il medico –, dobbiamo scrivere queste cose, anche se sono rarissime. Stia tranquillo: tutto andrà bene e l’intervento sarà risolutivo».

«Lei firma – aggiunge – con l’anestesista anche un modulo (così, in effetti, sarà) in cui sta scritto che l’epidurale la potrebbe rendere invalido per tutta la vita. Ma non succede mai».

Tra me e me penso, ma allora a che diavolo serve questo consenso informato? Ti fanno firmare cose che tanto non si verificano mai? Non posso nascondere il sospetto che il tutto sia fatto solo per “pararsi il culo” (…da aggiungere alla lista delle metafore contenute nel capitolo primo), ma che fare?

Firmo; fidandomi come si fida il bimbo di quanto gli dice la sua mamma. Oggi la chiamano “alleanza terapeutica”. Ma non c’è proprio alcuna alleanza, molto più banalmente ho firmato di acconsentire all’intervento perché, al di là di tutte le informazioni ricevute, ho riposto fiducia nel medico che ho davanti.

Dicono che il chirurgo sia competente ed io non ho, al momento, ragione per dubitarne. Non mi era piaciuto il suo modo di fare scontroso quando ero stato ricoverato, né il suo viso floscio e butterato. Allampanato nel camice bianco, la sua immagine un po’ perturbante era divenuta, da qualche settimana a questa parte, una mia personale ossessione. Nel precedente ricovero gli avevo balenato l’idea di farmi operare nella clinica privata in cui lavora: gli scintillarono subito gli occhi, ma, poi, ci avevo ripensato (tre figli da mantenere, una moglie a carico) ed i suoi occhi si erano di nuovo spenti. Insomma, umanamente – come si dimostrerà anche in seguito – una merda, ma non dovevo mica trascorrerci insieme le vacanze … un banale intervento di routine, tanto da essere dirottato in una struttura più piccola, che opera in sinergia con quella più grande.

Mi preparo all’intervento: esami del sangue, elettrocardiogramma, un colloquio con l’anestesista e con un altro medico che aggiunge qualche informazione sul concreto svolgersi del ricovero.

«Caro Signore – esordisce quest’ultimo – il trattamento verrà effettuato in day Surgery».

Ma parla in genovese, belina, mi verrebbe da dirgli. Ma qui, siamo in una città imprecisata, dove sono soltanto un foresto.  Il medico deve avermi letto nel pensiero perché aggiunge subito:   «La mattina La operiamo e alla sera Lei è già a casa: una sciocchezza».

«Ma – aggiunge – i dolori, ahimè, quelli vengono dopo. Andar di corpo non sarà facile per un paio di giorni e per tre-quattro settimane le perdite di siero e di muco saranno fisiologiche. Poi tutto sarà come prima».

Nessuno mi aveva presentato questo decorso un po’ più lungo e doloroso di quanto avessi immaginato. Ormai, però, ha poco senso tirarsi indietro. Penso alla conclusione positiva ventilata e vado avanti. Tornato a casa mi sorge qualche dubbio. Sto bene, voglio proprio sottopormi all’ intervento? Ma no che non vorrei, se mi sono spinto a dare il mio consenso è perché il chirurgo mi ha fatto chiaramente intendere che l’intervento sarà risolutivo. E pazienza se mi rovinerò l’estate, a settembre sarò di nuovo in forma smagliante. Chiamo il mio medico di famiglia, per sentirmi rincuorato:

«Il 2 luglio mi operano. Lei cosa ne pensa?».

«Bah, Lei ora sta bene, io nelle sue condizioni non mi farei operare».

Resto sorpreso.

«Ma dottore – replico – mi attende un autunno più caldo di quello operaio del secolo scorso. Ho lezioni e conferenze in Italia e all’estero. Tutta colpa di quel maledetto libretto sulla morte cerebrale e il trapianto di organi, di cui è persino imminente una traduzione in castigliano».

«Ah, sì, l’ho letto anch’io. Ho sempre pensato le stesse cose, per fortuna ora c’è qualcuno che ha avuto anche il coraggio di scriverle».

«Grazie del lusinghiero giudizio, ma cosa faccio ora?».

«Se le cose stanno nei termini in cui me le ha descritte ora, allora certo è meglio farsi operare subito».

Avuta anche la benedizione del mio medico di famiglia, mi preparo all’intervento.

Tutto è pronto ed eccomi di nuovo all’ospedale di prima mattina. Mi metto a letto in attesa del mio turno, in una saletta accogliente con un altro paziente. Ogni cosa procede rapidamente: prima entra lui – è raccomandato – e poi tocca a me. Entro in sala operatoria. In effetti è proprio come mi aveva descritto Bruno (vedi capitolo primo): un andirivieni di persone, ma non mi sento maltrattato. Saranno gli infermieri più simpatici o sarà semplicemente che senza occhiali non vedo un tubo, sono comunque di buon umore, persuaso di chiudere presto e bene questa brutta storia. Mi anestetizzano: resto per tutto l’intervento perfettamente vigile, senza sentire alcun dolore. Potenza della medicina!

Pochi minuti e sono fuori. Non sento, però, le mie gambe. Non riesco neppure a muovere le punta delle dita dei piedi: la testa mi gira.

E se restassi paralizzato per sempre? Come  sarebbe la mia vita da immobilizzato? Mi adatterei? La cosa mi sembra mostruosa, impossibile, ma non so proprio come reagirei alla perdita dell’uso delle mie gambe: dovrei trovarmi prima in quella condizione per poterlo dire, ma spero proprio che non si verifichi. E così è. Il mio vicino comincia a muovere il piede sinistro ed io, poco dopo, il destro. La parte bassa del corpo riprende gradualmente vita e con la vita comincio di nuovo anche a sentire il mio culo dolorante. Sono le cinque del pomeriggio, passa il chirurgo.

«L’intervento è riuscito e non ci sono complicazioni. Si faccia venire a prendere da qualcuno. Può tornare a casa».

«Dottore, veramente ho un problema – lo interrompo bruscamente –, l’ascensore è guasto e devo fare sette piani di scale a piedi. Non potrei passare la notte in ospedale? La ferita mi fa male».         «Ma no, neppure a pensarci, Lei ora può salire persino sulla Torre Eiffel».

Dunque, contro la mia volontà, mi dimettono. Esco camminando come uno a cui abbiamo infilzato il bastone di una scopa su per il culo, ma il dolore è, effettivamente, sopportabile. Arrivo al portone di casa. Ogni gradino una fitta che dal culo, salendo su su per la spina dorsale, penetra il cervello e lì diventa cosciente. La ferita ha ripreso a sanguinare abbondantemente. Ci vorrebbe l’assistenza pubblica: sono inchiodato al quinto piano, mentre aggrappato alla ringhiera impreco contro quel grandissimo figlio di puttana che mi ha spedito a casa in quelle condizioni. Piangendo stringo i denti, entro nell’appartamento e, ansimante, raggiunta la camera da letto mi lascio scivolare nelle fresche lenzuola di lino. Stremato mi addormento, mentre sento mia moglie che cerca come meglio può di pulirmi. Dopo l’operazione, sin da subito, ho l’impressione che qualcosa sia andato storto. Il dolore delle prime due settimane è intenso, ma tollerabile. Ho ancora una sessione di esami. Non posso rinviarla.

Esco di casa e impiego venti minuti per fare qualche centinaio di metri. Non volevo uscire con il bastone, ma ora mi sento perso, non ho neppure preso l’antidolorifico, non so neanch’io perché, forse voglio semplicemente mettere alla prova la mia soglia di resistenza.

«Mi parli di Pufendorf», chiedo allo studente.

Cerco di seguire la risposta, ma non so quanto resisterò. Il pannolino non tiene più e un filo di liquido sieroso sta già scorrendo nelle gambe. Per fortuna il candidato è sveglio, ragiona, fa collegamenti. Finalmente riesco ad andare in bagno, pulisco come meglio posso, tolgo le tracce di sangue dal lavandino e mi metto un nuovo pannolino: non mi preoccupo; mi hanno detto che è normale, che ci vuole tempo. Alla prima visita di controllo tutto sembrava in ordine. Così almeno dice l’infermiera, poiché il medico non è presente.

«Infermiera, ma io sento ancora dolore».

«Ci sarà ancora un po’ di infezione, prenda intanto un antidolorifico» mi risponde.

Torno a casa un po’ perplesso: sarà anche una brava (e anche carina) infermiera ma, cazzo, avrei preferito che il controllo fosse effettuato dal chirurgo che mi ha operato o quantomeno da un suo sostituto. Devo ritornare tra due settimane per la seconda ed ultima visita. Questa volta il chirurgo mi degna di uno sguardo veloce:

«Guarito».

«Pensavo da guarito di stare meglio; continuo ad avere delle perdite…».

«Non si preoccupi, è normale. Ci vuole qualche mese prima che tutto torni come prima».

Ma, diamine, non erano settimane? Ho la netta sensazione che mi stia prendendo per il culo. Chiedo titubante:

«…posso andare in vacanza in queste condizioni?».

«Lei può, adesso, scalare persino il Monte Bianco».

«Prima la Torre Eiffel, ora il Monte Bianco, no, mi basta andare ad Amsterdam per farmi due canne in tutta libertà», dico scherzando.

«Ma sì, può andare dove vuole».

E parto, ma i tormenti continuano anche se mi trattengo per non rovinare una breve vacanza familiare. Tra un Van Gogh e un Rembrandt, a zonzo in una città accogliente ed incantevole, cerco di dimenticare il mio culo, e quasi vi riesco. Ritornato a casa, mi accorgo però che sto peggiorando: la ferita ha ripreso a sanguinare e ho l’impressione che ci sia di nuovo del pus. Ma siamo intorno al Ferragosto: tutto è chiuso, persino le Chiese, quando il prete non dice messa. Il chirurgo che mi ha operato è in vacanza, ma dovrebbe tornare tra pochi giorni. Chiedo allora al mio amico medico di rintracciarlo per fissarmi una visita. Ci prova. Ma lui proprio non mi vuole vedere: io ormai sarei guarito. Se ho dei disturbi devo rifare la richiesta, aspettare il mio turno.

«Non puoi proprio fare qualcosa?» chiedo supplichevole al mio amico.

«Dammi qualche giorno, ma non ti fare illusioni, sei messo male, altro che guarito, da quello che mi racconti c’è quasi sicuramente una recidiva».

Mi casca di colpo il mondo addosso. Tutto inutile? Resto in questo stato d’angoscia, sino a quando, qualche giorno dopo, un collega del chirurgo che mi ha operato, per fare evidentemente un favore al mio amico medico, si dichiara disponibile a farmi una ecografia. Ma c’è poco da dire. L’ecografia non lascia spazio a dubbi. C’è anzi un nuovo ascesso e bisogna inciderlo! In mia presenza il medico chiama il chirurgo che mi ha operato e gli dice:

«Carissimo, c’è qui un tuo paziente. Lo hai operato da poco, devi vederlo subito, ha un ascesso grosso come una mela. Guarda l’eco. Io gli ho già prescritto degli antibiotici, per il resto sono cazzi tuoi».

Il messaggio non poteva essere più esplicito e la risposta, che non sento, pure, perché mi viene fissato subito un appuntamento per il giorno dopo. Dovrò, maledizione, rinunciare al Convegno di Lucerna, nel corso del quale era prevista una mia relazione. Torno a casa, disperato, avviso Michele a Lucerna che non potrò partecipare al Convegno, sente la mia amarezza e mi passa Patrizia, sua moglie, la quale cerca di consolarmi e mi consiglia di parlare con una Suora di Lucerna dotata di poteri paranormali.

Vinco la perplessità iniziale e dopo un’ora di tentativi a vuoto riesco a prendere la linea:

«Liebe Schwester, ich habe ein Problem».

«Nennen Sie mir einfach Frau Buchert», mi risponde con una vocina ferma e gentile.

E va bene Signora Buchert e racconto in breve la mia storia. Mi risponde:

«Warten Sie, ich muß mit meinem Engel sprechen».

Engel”, avrò capito bene, la Suora parla con gli Angeli. Mah! Dopo pochi minuti ritorna in linea:

«Eh, sì, Lei dovrà ancora soffrire a lungo, ma dopodomani sarà a Lucerna e terrà la sua relazione».

Le rispondo che domani subirò una incisione e che quindi il viaggio è ormai escluso. Ho persino già disdetto l’Hotel. Sento la Suora sorridere dall’altro capo dell’apparecchio, penso in cuor mio di essere stato un deficiente a telefonarle. La saluto gentilmente e mi congedo. Mi ci mancava anche una Suora che parla con gli angeli. Mi addormento sereno pensando a mia nonna Luigina che da piccolo mi aveva insegnato la preghiera dell’Angelo Custode. Nella notte credo di essere corso al bagno, ma non ricordo di preciso.

Entro nell’ambulatorio alle nove: pago il ticket. Mi tocca il numero sessanta. Tutta la mattinata è persa. Ma il pomeriggio non devo più partire, e posso passare qui anche tutto il giorno. Il culo è meno gonfio e non esce quasi più niente, in realtà non sento neppure dolore. Mi dirigo verso la sala d’attesa, con un paio di giornali sotto il braccio. Vorrei sedermi, ma la saletta è troppo piccola per contenere tutti. E in più continuano ad affluire altri pazienti che invadono come cavallette tutto il corridoio. Un vociare sempre più insistente e fastidioso impedisce di fare qualsiasi cosa: sembra di essere al mercato.

C’è chi ha prenotato da mesi ed è incazzato come una iena perché dovrà perdere tutta la mattinata, chi è stato dirottato dal pronto soccorso e sta male e si lamenta, chi ricoverato in ospedale deve adesso effettuare qualche visita di controllo e, ovviamente, qualcuno, come me, che si è intrufolato all’ultimo momento: se lo sapessero gli altri, rischierei il linciaggio. I numeri chiamati si succedono lentamente sullo schermo: un paziente si alza e, finalmente, riesco a sedermi. Comincio a ingoiare la mia dose quotidiana di veleni che proviene dalla lettura dei giornali, quando mi accorgo che, proprio di fronte a me, nel lato opposto della stanzetta, seduto in un angolo c’è addirittura il Sindaco che parlotta a bassa voce con un giovane ragazzo che gli è seduto vicina, dall’aria lievemente preoccupata.

Mi alzo e mi avvicino con la velata intenzione di attaccar briga, ma con il sorriso sulle labbra:

«Buongiorno Sindaco, mi fa piacere vedere che anche Lei è qui!».

Frase ambigua, che può voler dire un sacco di cose. Anche Lei con problemi di culo in famiglia? Anche Lei nel Servizio Pubblico, ma si capisce che l’accento batte sulle condizioni in cui ci troviamo in quel momento, in ambulatorio. Mi risponde subito il ragazzetto (ma chi l’ha interpellato?); capisco che si deve trattare di qualche parente, perché è la legge del sangue che lo spinge a difendere il nostro pingue primo cittadino:

«Io vivo a Cambridge, ma sono venuto in Italia per curarmi. In Inghilterra è tutto carissimo, non lamentiamoci dunque…».

Mica male questi “progressisti” nostrani: chi ha il figlio che studia a New York e la nipote a Oxford, in barba alle famiglie proletarie che devono sbarcare il lunario. Non manca la lingua al rampollo, ma il Sindaco – come è noto dalle nostre parti -, ne ha da vendere di lingua e non vuole perdere occasione per un piccolo comizio:

«Cittadini! Abbiamo il servizio sanitario migliore del mondo. Qui è tutto gratis! Se c’è una cosa di cui proprio non possiamo lamentarci, sono i nostri ospedali».

A dire il vero tra ieri e oggi ho sborsato quasi duecentomila lire di ticket (scusate se continuo a ragionare in lire, ma l’inculata dell’euro è stata una sofferenza da cui credo non riuscirò più a riprendermi), mentre sto pensando di replicare entra il capo del reparto che, evidentemente, non aveva ascoltato le parole del Sindaco, ma era stato informato della sua presenza, e dice:

«Scusi Lei, Sindaco, e scusate tutti voi per la totale confusione in cui siamo. Purtroppo oggi ci troviamo a gestire una situazione di emergenza, ma non è sempre così».

Solo per il Sindaco (e parente) tutto fila liscio e funziona a meraviglia … mi accorgo di quanto il potere possa giungere ad offuscare la realtà, presentandola in modo distorto. Mi risiedo al mio posto, e comincio a prendere qualche appunto con il mio ormai inseparabile Black Berry (l’amico che me lo ha regalato mi avrà anche tirato un sacco di bidoni, ma questo regalo li ripara tutti), quando il mio vicino, sottovoce, mi chiede:

«Ma Lei… è un … marxista?».

Va bene che ho il culo rotto come Carlo Marx e la barba incolta assomiglia alla sua, ma no, gli rispondo:

«Certo, rispetto alle sue limpide analisi economiche gli economisti di oggi sembrano un branco di idioti. A capacità di previsioni posso assicurarle che oggi è meglio affidarsi al Mago Otelma, lui sì che non ne sbaglia una».

«E poi, dovrebbe essere il Sindaco, considerata la sua appartenenza politica, a difendere gli interessi del proletariato – aggiungo – non Le pare?».

«Eppure – replica il mio interlocutore – l’ho già vista da qualche parte. Forse Lei è un “animalista”, ricordo – ecco – una foto del giornale di qualche giorno fa, di Lei con un gatto in braccio. Bella foto, ma dell’intervista, mi scusi l’espressione, non ci ho capito proprio un cazzo».

«Ha ragione, volavo un po’ troppo alto, ora Le spiego…».

Ma il 60 compare sullo schermo: purtroppo devo andare, è il mio turno.

«Non mi lasci così, se Lei non è un marxista, allora … che cos’è?».

«Sono semplicemente uno che cerca di ragionare con la sua testa. Sapere Aude!».

«Come?».

«Abbi il coraggio di servirti del tuo intelletto». Non c’è tempo per spiegare Kant.

L’infermiere sbuffa: «Dov’è il sessanta?».

«Arrivo».

«Eccomi, caro dottore», esordisco alla Bartali: «Tutto sbagliato, tutto da rifare?».

«Non scherziamo, è impossibile: faccia vedere».

E giù di nuovo il suo dito, che ormai deve conoscere il mio culo almeno quanto conosce quello di sua moglie: poi, con un cateterino, penetra nella ferita. Sono ormai talmente abituato a questa forma di supplizio che riesco persino a tenere le gambe ferme e alla fine ecco il responso dell’illustre culologo:

«Eh, sì…qualcosa non è andato per il verso giusto».

«Ma come – replico –, non doveva essere un intervento risolutivo?».

«Nell’1% dei casi purtroppo non è così».

«Ma si può sapere cosa è successo?».

«Non ci sono che due ipotesi: la prima è che potrei non essere andato abbastanza a fondo, insomma, che l’intervento doveva essere più profondo, la seconda è che si sia trattato di un difetto di cicatrizzazione. Ma non si preoccupi, La metto subito in lista d’attesa e rifacciamo tutto da capo. Sono proprio curioso di vedere se ho sbagliato l’intervento. Non mi succede mai».

Mi mette sotto il naso il modulo del consenso informato, la mia firma è indispensabile per essere inserito nella lista d’attesa. Firmo quasi automaticamente, senza neppure leggerlo. Tanto sono le solite minchiate. Ma la mia mente è già altrove. Non si rende conto che mi ha rovinato tutta l’estate, e che ora sta mettendo a repentaglio l’inizio delle mie lezioni? Ah, sì, ora il mio culo è diventato l’oggetto della sua curiosità: col cazzo e col pensiero che te lo faccio riaprire, brutto stronzo. Cupo nella mia disperazione, sbotto:

«Almeno mi incida l’ascesso!».

«Ma non c’è l’ascesso. C’è la fistola».

Resto basito: tiro fuori l’ecografia e alzando il tono della voce gli dico:

«Ma non lo vede?».

«Sì che lo vedo, ma non c’è più!».

«Guardi che l’ecografia l’ho fatta ieri».

Il chirurgo è perplesso. In effetti la cosa è razionalmente inspiegabile. Mi rinfila di nuovo il dito su per il culo, e con un filo di voce sussurra:

«Non saprei proprio dove incidere…».

D’improvviso mi viene in mente la telefonata con la suora, ma no … è impossibile … chiedo:

«Allora non devo stare a riposo?».

«No, ma un nuovo intervento è assolutamente indispensabile. L’ascesso può formarsi di nuovo, da un momento all’altro. Anche se per qualche giorno con gli antibiotici non dovrebbero esserci problemi».

Decido allora di partire, mi sento protetto, più che dagli antibiotici, dall’Angelo della suora e riesco a prendere l’ultimo treno per Lucerna. Oggi arrivare a Lucerna è un’impresa titanica, soprattutto perché devi comunque cambiare ancora a Milano. Viaggio su un regionale, perché almeno quello non mente sull’orario di arrivo. Come è noto gli intercity sono ormai diventati delle tradotte. Si è puntato tutto sull’alta velocità. Si fa prima ad arrivare da Milano a Roma che da Genova a Milano. Provare per credere. L’importante è, ora, non perdere la coincidenza per Lucerna. È vero che devo parlare nel pomeriggio, ma cosa faccio a Milano se perdo l’ultimo treno notturno per la Svizzera?

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Dai Quaderni neri

25 Dicembre. Natale. L’ intellettuale deve rimanere un giocatore (nel significato specifico datogli dal Rensi). Questa mattina ancestrale, con la radio che trasmette un discorso di  Lord Buckingham, s’ apre una finestra che non illumina(Natività?): non più bimbi con i loro giocattoli nuovi, non più rumore di cucine, di riunite dinastie patriarcali. Io, ultimo dei demoni, cammino solo per le strade, in mezzo a queste squallide coppie di giovani innamorati codini. Un bacio che s’illude di bontà, un bacio, la violenza più arcana!

Dunque il pensiero va veloce, mentre si concede e si nega al contempo, mentre apro le porte delle case e agito la frusta, guazzabuglio di vesti e denaro. I gatti dormono sopra le teste degli apostoli, sognando una nuova morale. La ragione è del più forte.

26 Dicembre. Ieri, Natale. I giorni senza memoria. In odio agli uomini: aspetto solo il piombo fuso di mezzanotte.

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Una commissione per decidere se staccare la spina – di P. Becchi.

PaoloBecchi proposta

Da Il Secolo XIX, 2 dicembre 2009:

Rispetto alla decisione presa dal legislatore nel disegno di legge governativo, attualmente in discussione alla Camera, intorno alla vexata quaestio della possibilità o meno di considerare oggetto di dichiarazione anticipata l’idratazione e la nutrizione, sono possibili due generi di considerazioni critiche. Le prime, per così dire, sono interne al disegno di legge,nel senso che potrebbero essere recepite senza mettere in discussione in linea di principio il divieto introdotto; le seconde sono esterne, nel senso che pongono radicalmente in discussione l’opzione del legislatore. Riguardo alle prime vorrei formulare una proposta che non stravolge il disegno di legge già approvato dal Senato, ma lo integra. Sono ben consapevole del fatto che si possono avanzare critiche ben più radicali, ma di questo mi occuperò eventualmente in un’altra occasione. Anche ammesso che l’idratazione e la nutrizione artificiali di un paziente in stato vegetativo permanente non siano di per sé una forma di accanimento terapeutico(come invece sostengono coloro che richiedono la loro sospensione), si dovrà pur riconoscere che la prosecuzione del trattamento di sostegno vitale a un certo punto possa effettivamente realizzare l’ipotesi dell’accanimento terapeutico, con la conseguenza che, a quel punto, esso dovrebbe essere sospeso. Quando il paziente in stato vegetativo si trova in condizione di morte prevista come imminente, o comunque risulta che l’organismo stesso ormai non è più in grado di assimilare le sostanze nutritive fornite, ha umanamente un senso continuare a idratarlo e nutrirlo? A me pare proprio di no. La soluzione scelta dal legislatore di un divieto assoluto e incondizionato è una soluzione troppo semplice per un problema maledettamente complesso. Essa presenta, inoltre, un evidente profilo di incostituzionalità rispetto al principio di uguaglianza di cui all’articolo 3 della Costituzione. Il disegno di legge in discussione,infatti,garantisce ai pazienti terminali l’astensione da “trattamenti straordinari, non proporzionati, non efficaci” (articolo 1 lettera b) e, poiché si parla genericamente di trattamenti, tra questi potrebbero essere anche inclusi quelli di sostegno vitale. Vietando in modo categorico la sospensione del trattamento di sostegno vitale per i pazienti in stato vegetativo si verrebbe quindi a configurare una palese disparità di trattamento, considerato che per questi ultimi, a differenza degli altri pazienti terminali, dovranno comunque essere idratati e nutriti artificialmente sino al sopraggiungere dell’arresto cardiocircolatorio. Senza mutare l’orientamento di fondo del disegno di legge attualmente in discussione, si potrebbe semplicemente migliorarlo con l’aggiunta di un comma ulteriore che preveda una eccezione, la quale potrebbe essere formulata nei termini seguenti: “Il trattamento di sostegno vitale va sospeso quando la sua prosecuzione si configura, sulla base del parere di una Commissione costituita ad hoc composta da un bioetico, un neurologo e un anestesista rianimatore, sentiti il medico curante e il medico specialista della patologia, come una forma di trattamento sproporzionato e inefficace”.

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La criminalità dei colletti bianchi – di Chiara Mirabella

L’espressione criminalità dei colletti bianchi diventò celebre grazie a E. H. Sutherland, negli Stati Uniti, nel 1939. Il capo della General Motors aveva scritto Autobiografia di un colletto bianco, dove riprendeva la distinzione tipicamente americana tra colletti bianchi e colletti blu, dando ad intendere di essere un operaio col colletto bianco. Sutherland tratta di tale dicotomia, rovesciando l’immagine fino ad allora prevalente e secondo la quale la criminalità era una caratteristica dei ceti popolari. Rovesciando questo stereotipo, Sutherland scrive White-collar crime, un classico della letteratura scientifica per il quale, si dice spesso, avrebbe ricevuto il Nobel della criminologia se fosse esistito un tale tipo di riconoscimento. In brevissimo tempo le analisi di Sutherland acquistano fama rilevante e danno vita ad una scuola1.
La definizione criminalità dei colletti bianchi è riferita prevalentemente alle impunità delle alte sfere dell’economia, accusati di compiere crimini che sfuggono facilmente ai rigori della legge: nell’esercizio di molte attività tipiche dei colletti bianchi, parecchi comportamenti sarebbero oggetto di valutazioni erroneamente clementi, comprensive, innocentiste. Reati tipici della criminalità dei colletti bianchi sono la frode fiscale, la frode commerciale, la corruzione, etc. Spesso, la mancanza di un rapporto diretto tra l’autore del reato e la vittima e la difficoltà, a volte, di individuare una vittima specifica, sono fattori importanti nella valutazione sociale del reato. Un aspetto rivelatore del basso livello di reazione e censura sociale è l’uso frequente dell’aggettivo disonesto, invece che criminale, nei confronti degli autori di questi reati: il loro comportamento non viene considerato delinquenziale dalla collettività e loro stessi non si considerano delinquenti. Il diritto, in questo ambito, comporta una sorta di incertezza sul piano morale, rispetto a quei settori più tipici del diritto penale, un’incertezza che fa sorgere importanti e a volte irrisolte questioni sulla legittimazione del diritto, la sua coerenza e la sua autorità. Questi i temi che verranno affrontati nel primo capitolo2.
Nel secondo capitolo, verranno analizzate nel dettaglio, tre tipologie di reati, frequentemente commessi dagli uomini d’affari: infrazioni fiscali, corruzione, frode in danno dei consumatori. Forme criminose gravi e difficili da contestare, casi clamorosi che hanno focalizzato l’interesse dell’ opinione pubblica. Si manifesta una tendenza al traffico illecito e riprovevole delle pubbliche funzioni in cambio di vantaggi personali o di partito, con la disponibilità degli imprenditori a «soddisfare richieste per garantirsi sovvenzioni, posizioni di monopolio, aree di mercato protette». Scandali finanziari di enorme portata, che rivelano un perverso legame tra la sfera imprenditoriale e il mondo politico e il coinvolgimento di migliaia di investitori nelle vesti di parti lese. I casi successivi al crack della statunitense
1 E. H. Sutherland, White-collar crime, 1983, trad. it. Il crimine dei colletti bianchi a cura di Gabrio Forti, Giuffrè Editore, Milano, 1987, pp. XIII-XIX.
2 S. P. Green, Lying, Cheating, and Stealing. A moral Theory of White-Collar Crime, 2006, trad. it. I crimini dei colletti bianchi. Mentire e rubare tra diritto e morale a cura di E. Basile, Università Bocconi Editore, Milano, 2008, pp. XV-XXI.
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Enron hanno innescato un’aspra critica circa la validità e l’efficacia dei modelli di corporate governance e dei controlli da parte dei revisori contabili3.
Più recentemente la criminalità negli affari si è legata operativamente con altre forme, quali i sequestri di persona e il traffico di stupefacenti, nella gestione degli enormi capitali derivanti dalle illecite attività di organizzazioni criminali4. E’ emersa una zona grigia in cui il crimine organizzato e il crimine economico si intrecciano. Un’area in cui è molto difficile riuscire a distinguere le attività criminali e i loro autori, dalle attività legali, imprese e professionisti che operano nell’ambito della legalità. L’espansione di tale area aumenta il tasso di corruzione e sporca le economie nazionali. Ciò fa emergere il problema dell’inadeguatezza degli strumenti che normalmente vengono usati per reprimere tale criminalità e pone l’esigenza di adottare strategie e politiche adeguate a questi fenomeni e alle loro trasformazioni5. Questi argomenti verranno trattati nello svolgimento del terzo capitolo.
L’espressione criminalità dei colletti bianchi diventò celebre grazie a E. H. Sutherland, negli Stati Uniti, nel 1939. Il capo della General Motors aveva scritto Autobiografia di un colletto bianco, dove riprendeva la distinzione tipicamente americana tra colletti bianchi e colletti blu, dando ad intendere di essere un operaio col colletto bianco. Sutherland tratta di tale dicotomia, rovesciando l’immagine fino ad allora prevalente e secondo la quale la criminalità era una caratteristica dei ceti popolari. Rovesciando questo stereotipo, Sutherland scrive White-collar crime, un classico della letteratura scientifica per il quale, si dice spesso, avrebbe ricevuto il Nobel della criminologia se fosse esistito un tale tipo di riconoscimento. In brevissimo tempo le analisi di Sutherland acquistano fama rilevante e danno vita ad una scuola.
La definizione criminalità dei colletti bianchi è riferita prevalentemente alle impunità delle alte sfere dell’economia, accusati di compiere crimini che sfuggono facilmente ai rigori della legge: nell’esercizio di molte attività tipiche dei colletti bianchi, parecchi comportamenti sarebbero oggetto di valutazioni erroneamente clementi, comprensive, innocentiste. Reati tipici della criminalità dei colletti bianchi sono la frode fiscale, la frode commerciale, la corruzione, etc. Spesso, la mancanza di un rapporto diretto tra l’autore del reato e la vittima e la difficoltà, a volte, di individuare una vittima specifica, sono fattori importanti nella valutazione sociale del reato. Un aspetto rivelatore del basso livello di reazione e censura sociale è l’uso frequente dell’aggettivo disonesto, invece che criminale, nei confronti degli autori di questi reati: il loro comportamento non viene considerato delinquenziale dalla collettività e loro stessi non si considerano delinquenti. Il diritto, in questo ambito, comporta una sorta di incertezza sul piano morale, rispetto a quei settori più tipici del diritto penale, un’incertezza che fa sorgere importanti e a volte irrisolte questioni sulla legittimazione del diritto, la sua coerenza e la sua autorità. Questi i temi che verranno affrontati nel primo capitolo.
Nel secondo capitolo, verranno analizzate nel dettaglio, tre tipologie di reati, frequentemente commessi dagli uomini d’affari: infrazioni fiscali, corruzione, frode in danno dei consumatori. Forme criminose gravi e difficili da contestare, casi clamorosi che hanno focalizzato l’interesse dell’ opinione pubblica. Si manifesta una tendenza al traffico illecito e riprovevole delle pubbliche funzioni in cambio di vantaggi personali o di partito, con la disponibilità degli imprenditori a «soddisfare richieste per garantirsi sovvenzioni, posizioni di monopolio, aree di mercato protette». Scandali finanziari di enorme portata, che rivelano un perverso legame tra la sfera imprenditoriale e il mondo politico e il coinvolgimento di migliaia di investitori nelle vesti di parti lese. I casi successivi al crack della statunitense Enron hanno innescato un’aspra critica circa la validità e l’efficacia dei modelli di corporate governance e dei controlli da parte dei revisori contabili.
Più recentemente la criminalità negli affari si è legata operativamente con altre forme, quali i sequestri di persona e il traffico di stupefacenti, nella gestione degli enormi capitali derivanti dalle illecite attività di organizzazioni criminali. E’ emersa una zona grigia in cui il crimine organizzato e il crimine economico si intrecciano. Un’area in cui è molto difficile riuscire a distinguere le attività criminali e i loro autori, dalle attività legali, imprese e professionisti che operano nell’ambito della legalità. L’espansione di tale area aumenta il tasso di corruzione e sporca le economie nazionali. Ciò fa emergere il problema dell’inadeguatezza degli strumenti che normalmente vengono usati per reprimere tale criminalità e pone l’esigenza di adottare strategie e politiche adeguate a questi fenomeni e alle loro trasformazioni. Questi argomenti verranno trattati nello svolgimento del terzo capitolo.
Per la lettura integrale del saggio, clicca QUI: La criminalità dei colletti bianchi.
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Quando si combattono i tribunali, non bisogna farli lavorare.

da:  http://eccelapsus.com/

La cosiddetta legge sui processi brevi è, oggi, in attesa di “aggiustamenti tecnici” da parte delle commissioni interne alla maggioranza. Ciò che, tuttavia, dovrebbe essere chiaro al governo, prima di ogni questione tecnica, è la ragione politica dell’intervento. Mi riferisco, nella specie, al disposto dell’art. 2 del progetto di legge, sull’estinzione dei processi penali.

Per ragioni sistematiche e di completezza, ritengo, tuttavia di dover spendere qualche breve osservazione anche sulla prima disposizione. L’art. 1 disciplina la tutela risarcitoria da accordare alla parte – vincitrice o soccombente – di un processo protrattosi oltre i limiti temporali stabiliti dalla norma. A dispetto delle intenzioni dichiarate dal legislatore, non credo che tale innovazione possa costituire, tecnicamente, un freno, se non un po’ bislacco e meramente lenitivo, alle condanne della Corte Europea dei diritti dell’uomo all’Italia per la violazione della ragionevole durata del processo.

Si potrebbe sostenere che, con l’intervenuta normativa, i rischi di condanne pecuniarie a carico dello Stato siano effettivamente diminuiti, garantendo l’art. 1 una procedura interna di efficace riparazione. Senonchè, ciò non impedirà alla CEDU la possibilità di continuare a pronunciare sentenze  quantomeno dichiarative della violazione della Convenzione da parte dell’Italia, in quanto, secondo la consolidata giurisprudenza della Corte Europea, il versamento di un’indennità a seguito del riconoscimento di violazioni della Convenzione da parte degli Stati non è in sé sufficiente a far venir meno in capo al ricorrente lo status di “vittima” previsto dall’art. 34 CEDU (cfr. Delle Cave c. Italia 5 Giugno 2007; Spadaro c. Italia 20 Settembre 2007; Cocchiarella c. Italia, 29 Marzo 2006).

Tale possibilità non è scongiurata dalla tutela meramente risarcitoria, la quale, va da sé, è sempre rimedio ex post, ma non è sempre efficace nella sua funzione “preventiva”, specie quando, come nel caso, non vi è coincidenza tra i possibili soggetti autori della violazione (il giudice, gli avvocati, gli ausiliari del giudice, le parti, i testimoni, etc.) e il soggetto chiamato a rispondere del danno (lo Stato).

Si dovrà, inoltre, verificare l’effettiva “tenuta” della nostra giurisprudenza, in presenza di un progetto di legge che continua, in relazione al quantum, a rinviare ai parametri applicati dal giudice nazionale. Certamente, l’introduzione della presunzione legale di cui all’art. 3-ter della cd. legge Pinto sembra, quantomeno, in grado di risolvere il contrasto sorto nella giurisprudenza di legittimità in ordine alla frazionabilità della domanda (cfr. Cass., Sez. I, 10 Novembre 2008 n. 26906; Cass., sez. I,  11 Settembre 2008 n. 26991). Ma resta irrisolto il problema della non perfetta coincidenza tra i criteri per la determinazione del danno applicati dalla CEDU e quelli accolti dai giudici nazionali (da ultimo, Cass., sez. III, 11 Marzo 2009, n. 5892, ha ribadito soltanto che “i criteri di determinazione del quantum della riparazione applicati dalla Corte europea non possono essere ignorati dal giudice nazionale”). A tal proposito, il progetto di legge non elimina uno dei motivi principali di contrasto tra i criteri adottati dai diversi giudici, nazionale ed europeo, che va individuato nella disposizione – rimasta intatta – di cui al terzo comma, lettera a) dell’art. 2 della legge n. 89 del 2001, ai sensi del quale è influente solo il danno riferibile al periodo eccedente il termine ragionevole. La giurisprudenza italiana ha interpretato tale disposizione concludendo che, mentre per la CEDU l’importo assunto a base del computo in riferimento ad un anno va moltiplicato per ogni anno di durata del procedimento (e non per ogni anno di ritardo), per il giudice nazionale è vincolante l’articolo citato, non incidendo questa diversità di calcolo sulla complessiva attitudine della citata legge n. 89 del 2001 ad assicurare l’obiettivo di un serio ristoro per la lesione del diritto alla ragionevole durata del processo (Cass. 5892/2009; Cass. n. 11566 del 2008; n. 1354 del 2008; n. 23844 del 2007). In tal senso, la razionalizzazione delle procedure di equo indennizzo previste nella legge 24 marzo 2001 n.89 (cd. legge Pinto) potrebbe, in definitiva, non essere risolutiva dei contrasti esistenti tra la Corte Europea e il giudice italiano. Personalmente, non nutro particolare rispetto né interesse per le Corti Internazionali, ma non posso evitare di sottolineare come il progetto di legge non faccia che, implicitamente, prendere atto, senza risolvere, il difficile coordinamento delle disposizioni CEDU e nazionali entro il sistema delle fonti (non avendo le sentenze gemelle della Corte Costituzionale n. 348 e n. 349 del 2007 comportato, in tal senso, alcun significativo contributo).

Ma, poiché ciò di cui chiedo ragione è un problema politico, è bene passare all’art. 2 del progetto, il quale prevede – per una certa classe di reati (all’interno dei quali, tuttavia, sono previste alcune deroghe ed eccezioni) – l’estinzione del processo nel caso in cui la sua durata si prolunghi oltre un determinato termine fissato dalla legge (il quale, a sua volta, conosce diverse ipotesi di sospensione). È evidente che questo progettato articolo 346-bis c.p.p. (non doversi procedere per estinzione del processo) combini la dichiarata “sensibilità giuridica” per l’accelerazione, la brevità e la rapidità del processo penale a qualche solito sassolino che, periodicamente, il governo lascia sulla strada, incerto sulla possibilità di ritrovar casa da solo, qualora il suo Capo lo abbandonasse nel bosco.

Ovviamente, questo non fa di Gasparri e Quagliarello gli scrittori di un “romanzo criminale”, come ha sostenuto l’Italia dei Valori, né rende costituzionalmente sospetto il progetto di legge. Il lettore di oggi dovrebbe avere ormai chiaro che la giustizia è divenuta, negli ultimi venti anni, uno degli assi portanti della sorda guerra civile combattuta tra i resti di una costituzione priva dal 1989 di legittimità. Da un lato, infatti, una fazione di “illuminati” pensa che la legittimità del potere politico debba passare per la sua moralità o, meglio, per il giudizio morale della società civile. Per essi, pertanto, il potere politico è legittimo soltanto se in ogni momento i tribunali – dove il diritto e la morale si identificano – possono giudicarlo. Dall’altro lato, non si sa chi vi sia. Probabilmente, pochi ribelli nascosti. Per questi ultimi, il potere politico è legittimo soltanto in quanto in grado di dare protezione e ordine rispetto alla violenza presente nella società civile (poiché, contrariamente a quello che pensa la fazione opposta, gli uomini non sono angeli). Tale ordine, secondo i ribelli, esiste soltanto laddove riesca a garantirsi uno spazio di manovra libero dal controllo della società: la “giurisdizionalizzazione della politica”, in questo senso, non costituisce che l’ultimo atto di distruzione di quella possibilità di frenare il caos.

Non mi interessa approfondire oltre questo discorso, né descrivere con più precisione queste due fazioni né, tantomeno, schierarmi a favore di una delle parti in causa. Per semplice interesse scientifico, non posso che sottolineare, tuttavia, l’ennesimo errore tattico della Destra italiana. Voci di corridoio, infatti, sostengono che il governo attualmente in carica abbia scelto la via della lotta aperta su più fronti contro la fazione degli “illuminati”. Se così è (ma solo se vi pare), e se è vero che il governo ritiene, a torto o a ragione, che il punto di forza di questi “illuminati” sia il potere dei giudici, qualcosa non mi torna nel conto. Perché, infatti,  rendere più efficiente il loro strumento di potere? Perché, in altri termini, farlo funzionare, laddove non funziona?

Il disegno di legge presenta certamente alcune imperfezioni tecniche, ma la sua attuazione potrebbe davvero favorire la rapidità del processo civile e penale.

Il vero meccanismo virtuoso riguarda, in realtà, il processo penale. L’estinzione del processo per violazione dei termini di ragionevole durata, innova profondamente, a livello sistematico, il diritto penale: è causa speciale di estinzione della punibilità astratta, la cui portata dovrà essere studiata con attenzione nel suo inquadramento e nella sua applicazione (in che relazione sta, ad esempio, con gli artt. 106 e 170 c.p.? Come si coordina questa nuova causa con il principio del favor rei nell’ipotesi di concorso di più cause estintive?). Qui i giudici si sentiranno, di certo, ancor più “stuzzicati”. Ma non è tanto questo, in fondo, il punto.

Piuttosto, si deve tener conto che, mentre nel processo civile interessata ad una accelerazione dei tempi, solitamente è, a fianco del giudice, anche almeno una delle parti (e, perciò, il suo difensore), nel processo penale il ticchettio inquieto dell’orologio processuale e della nuova causa estintiva, almeno nella maggior parte dei casi, non preoccuperà che il pubblico ministero ed il giudice, mentre l’imputato avrà tutto l’interesse a dilatare e protrarre la durata del processo.

Non credo, in tal senso, che i tribunali lasceranno passare il tempo, senza fare alcunché. Più probabile, è che si incominci, anche qui, a picchiare sui tempi e sui poteri d’ufficio del giudice, con tre conseguenze: l’accelerazione e la rapidità del processo, la sua efficienza, la riduzione dello spazio di manovra per la difesa dell’imputato. Più efficienza e più severità, a mio avviso. Anzitutto, le indagini preliminari verranno dilatate il più possibile, non rientrando la loro durata nel calcolo del tempo per l’estinzione. Paradossale, tutto questo, considerato che l’arco temporale che trascorre tra l’inizio di un’indagine e il tempo in cui essa approda in Tribunale risulta essere il più lungo tra le fasi processuali (circa 2,8 anni). Ed ancora: se il processo penale viene ridisegnato stringendo il nodo dei tempi dibattimentali, l’effetto potrebbe essere quello di assistere ad un ritorno dei profili inquisitori, attraverso un’inversione giurisprudenziale in materia di atti irripetibili ex art. 431 lett. b) c.p.p. e la dilatazione delle possibilità di deroga al principio del contraddittorio e dell’immediatezza attraverso la lettura degli atti predibattimentali ex artt. 512 c.p.p.: non è escluso, infatti, che, restando l’indagine preliminare, con al centro il pubblico ministero, l’unico spazio procedimentale non frustrato dalla spada di Damocle della rapidità, il principio di non dispersione della prova possa ritornare a giocare un importante ruolo di temperamento dell’oralità e del contraddittorio, con conseguente riposizionamento della giurisprudenza alle posizioni ante 1999 (riforma dell’art. 111 Cost.). In breve, la necessità di accelerare i tempi del dibattimento potrebbe spingere nella direzione di rendere il più “documentale” possibile il processo penale, riducendo la fase testimoniale allo stretto indispensabile: i giudici potrebbero, infatti – e non a torto – scegliere un processo più rapido ma, necessariamente, più severo, inquisitorio e meno garantista, per scongiurare una nuova e costante minaccia di estinzione pendente sulla giustizia.

A mio avviso, l’esigenza di rapidità non potrà che essere risolta, nella prassi, attraverso la severità (e, con ciò, mi riferisco al processo sia civile che penale). È illusorio, infatti, pensare che l’ ottemperanza al nuovo orologio legislativo possa concretizzarsi in una maggior attenzione per i tempi morti tra i rinvii d’udienza (per il processo penale, in media 140 giorni): i rinvii, infatti, per larga parte dipendono dal carico del ruolo, dagli impedimenti legittimi dei soggetti processuali, dall’ irregolarità nelle notifiche, dall’ indisponibilità delle aule, dalla mancanza dei fascicoli, etc. Si tratta, pertanto, di carenze organizzative – alcune strutturali, altre legate alla lentezza propria di ogni apparato burocratico -, le quali, con tutta probabilità, resteranno tali e che non possono in alcun modo essere “riparate” da una semplice nuova causa di estinzione (considerato che le richieste dei difensori sono spesso alla base di questi rinvii, e, per essi, l’estinzione non rappresenta che un vantaggio, con possibilità, pertanto, di un ulteriore incremento dei rinvii, anziché di una loro diminuzione).

Specie nel processo penale, pertanto, la reazione per un prevedibile ed ulteriore incremento dei processi paralizzati dall’estinzione del reato (che, oggi, arriva al 14%), non potrebbe che essere quella di rendere efficientissimo e severo non tanto la macchina burocratica, quanto il lavoro inquisitorio della polizia giudiziaria e dei pubblici ministeri, nonché quello del giudice dibattimentale in relazione all’intimazione dei testimoni – rispetto alla quale si verificano, oggi, numerosissimi rinvii per irregolarità nell’intimazione -. Non dispersione della prova e rigidità nel controllo dell’istruttoria dibattimentale potrebbero, pertanto, imporsi come gli unici rimedi che la giustizia penale è in grado di opporre al fenomeno estintivo.            La conseguenza, a mio avviso, è quella già indicata: drastica riduzione dei tempi processuali – e, pertanto efficienza -, ottenuta non attraverso una riorganizzazione del lavoro degli uffici, ma la riproposizione di tratti tipici del modello inquisitorio.

Questo discorso vale, in parte, anche per il processo civile. Non è, infatti, da escludersi che l’articolo 1 porti nuova acqua al mulino della recente riforma (L. 18 Giugno 2009, n. 69). Anche qui, tuttavia, lentezza e inefficienza non verranno certo risolte dalla risistemazione del carico di lavoro. Piuttosto, si potrebbe verificare qualcosa di analogo rispetto a quanto prospettato per il processo penale: un utilizzo con la frusta dei  meccanismi decadenziali e la progressiva esautorazione della fase orale. Una effettiva riduzione dei tempi processuali potrebbe essere raggiunta soprattutto attraverso il ricorso alla conciliazione (con il nuovo meccanismo di cui all’art. 91 c.p.c.), alla non contestazione dei fatti (art. 115 c.p.c.), all’istruttoria sommaria di cui al nuovo procedimento ex art. 702 bis ss. c.p.c.

C’è, ovviamente, la possibilità che tutto resti come prima. Capricci all’italiana, nulla più, mi scriveva un lettore attento, che mi rimproverava di vedere sempre il pericolo, anche dove non c’è. Ma, poiché si sta tentando di valutare la portata di un progetto di legge, non si possono, a mio avviso, trascurare tutti i possibili esiti, anche quelli meno prevedibili o in contrasto con la occulta inerzia del nostro sistema giuridico. Io non prevedo nulla di preciso: semplicemente, dico che, se – e solo se – i giudici decidessero una reazione in una certa direzione, questa legge rischierebbe di incentivarli, ed offrire loro un ulteriore argomento per utilizzare in un certo modo strumenti processuali e tecnici (di per sé, pertanto, neutri) già a disposizione.

Tra le possibili conseguenze, pertanto, non può escludersi, in linea di principio, il rovesciamento della semplice finalità risarcitoria delle disposizioni del progetto di legge in un effetto acceleratorio e, come scrive la relazione di accompagnamento, “virtuoso”. Ma virtuoso nel senso indicato: continuo collasso della burocrazia (ossia della giustizia in quanto amministrazione dello Stato), e aumento, invece, dell’efficienza, della rapidità e della libertà dei singoli giudici. Infatti, se nessun elemento ci può indurre a ritenere che l’apparato giudiziario, in quanto insieme di uffici, gerarchicamente organizzati secondo i principi di legalità e continuità, potrebbe ricevere un qualche miglioramento in termini di efficienza da questo progetto di legge (in quanto nulla si prevede in relazione a costi, carico di lavoro, ripartizione delle competenze, etc.), diversa è, invece, la previsione circa le possibili reazioni che i singoli giudici potranno predisporre per affrontare il fantasma di un nuovo incremento dei casi di estinzione dei processi. Provocare la giurisprudenza è pericoloso, se non si sa bene come combatterla.

Io credo semplicemente che, rebus sic stantibus, i giudici abbiano a disposizione strumenti adeguati per ottemperare alle previsioni legislative, ossia per scongiurare il verificarsi dell’estinzione per eccessiva durata del processo. Ma, contrariamente a quanto pensa, probabilmente, il legislatore, tali strumenti non hanno nulla a che vedere con l’organizzazione del lavoro giudiziario (che resterà al suo stato di collasso), bensì con l’indurimento nell’interpretazione e nell’applicazione di una serie di disposizioni processuali, di cui alcune ho già indicato. Se il piano si inclinerà realmente verso una “giustizia di cadì” o una “giurisdizione carismatica”, non posso dirlo.

Desidero, piuttosto, arrivare al punto politico. È certo possibile, e non lo escludo, che le accuse che sono state mosse alla Destra siano infondate. È, tuttavia, altrettanto possibile che la Destra abbia soltanto e ancora sbagliato il tiro. Ricordo un passo dei Proscritti di Ernst von Salomon, dove viene indicato bene il punto che ho, sino qui, sottinteso, e che si può riassumere con una regola tecnica fondamentale: quando si combattono i tribunali, non bisogna farli lavorare.

I Tribunali si chiudono, se li si combatte. Si rende impossibile la vita dei giudici, attraverso un degrado del loro potere di direzione e controllo: si sottraggono i fascicoli, si dà la possibilità alle parti di porre in essere ogni attività meramente dilatoria, si allentano le sanzioni, si moltiplicano i requisiti di forma costringendo a continue rinnovazioni di atti, notifiche, intimazioni per semplici irregolarità, si rafforzano i poteri processuali degli avvocati, si prevedono continui obblighi di rinvio e sospensione, si aumenta la litigiosità fine a se stessa. Di certo, non si provocano i singoli giudici all’efficienza, perché diventeranno efficienti.

A mio avviso, questo governo non sta affatto combattendo quella latente e democratica guerra civile che ricordavo. Il governo è, anzi, del tutto inconsapevole della guerra in atto. È rimasto, da un lato, a lasciare i sassolini sulla strada del suo Capo (il quale è il più inconsapevole di tutti) e, dall’altro, ad ostinarsi nel lavoro più pernicioso a cui, in tempi di lotta, ci si possa dedicare: quello delle riforme “ammodernatrici” del Paese.

Antico vizio “liberale”, quello di tornare indietro a stendere il bucato mentre la casa brucia, dopo che gli si è dato fuoco per intascare il premio dall’assicurazione.

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Dai quaderni neri.

7 noe [---] – La seconda volta sull’Appia, dopo i tre papi, una fumata bianca lungo le automobili della notte, le finestre di case dell’edilizia pubblica, mentre una ragazza cammina con il suo cane privo di mondo, che la precede, senza fretta, sulle scale di fronte a casa. Giochi di fantasmi di prostitute bambine di Engles, una serata all’opera e sette giovani che mangiano zuppa nudi in una piccola cucina sulla Tuscolana. Una lettera per M., scritta sul treno in corsa, dietro il cielo e le colline the man who sold the world. Al tuo Robespierre, Mario, alla sua castità di santo peccatore…Frammento lettera 7- 11: e se Robespierre non fosse che la grande eresia ebraica di Saint-Just? Forse mise a morte Junius Frey proprio perché gli era rivale interno? Castità e terrore hanno qualcosa di sabbatiano in lui, di religioso, mentre sono splendidamente politici nel prete Saint-Just. Forse Robespierre è al contempo mattìr ’issurìm e mattìr ’assurìm? Il grande messia della santità del peccato (“Lodato sii tu, o Dio, che permetti ciò che è proibito”)

[…] Poi quella piccola città lombarda, presto e ancora presto. Ricordo che, appena dietro la piazza rossa di Stalingrado, pochi giorni prima di natale un soldato tedesco suonò al violino l’Appassionata, vicino al gelido fiume. In un istante il diavolo si posa sui miei piccoli mille quaderni neri, che svolazzano da ogni parte; tu, in ogni istante, sei il mio Narciso, il mio più inconfessabile segreto. Chi più a lungo sa patir? Kant, con il suo gingillarsi in preda ad una esoterica passione per la Rivoluzione, mette davvero paura. E tua madre, che pensa così male di me, mi prenderà un giorno per mano, quando capirà che ti amo, e si stupirà che nessun’altra domanda da pormi le venga più in mente. Una

rossa pianta si slega tra i cancelli di questo paesino […] “Ma raggianti levano le argentee palpebre gli amanti: unità dei generi” (G. Trakl, Canto dell’Occidente)… [--01027..//-] Uscire da un uovo enorme, in due, e passare Dalì: rovesciare il sangue nel mar nero, e riporre il simbolo originario al posto della croce cristiana. Sinn im Echo fortbenommen. Diamo sangue ai nostri fantasmi.

(…) Le guerre, i numeri, astratti nei tuoi occhi, la malasorte della pioggia e le tue ballerine, lasciare la stanza senza far rumore, come un angelo dell’apocalisse della poesia che amo che smorza appena il lume.

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Capriole progressiste sulla morte cerebrale – di Paolo Becchi

da: Il Giornale, 4 Novembre 2009

“Il tema delle morte cerebrale è tornato di recente alla ribalta nel corso di un panel internazionale svoltosi al Festival della Salute di Viareggio. Al convegno, organizzato dal senatore Pd Ignazio Marino, hanno partecipato alcuni esperti internazionali di riconosciuta fama, i quali, in sostanza, non hanno che semplicemente ribadito quanto, sulla base del mio libro Morte cerebrale e trapianto di organi(Brescia, Morcelliana, 2008), dovrebbe essere anche in Italia chiaro da tempo, e cioè l’inattendibilità del criterio cerebrale di morte. Ciò che, in relazione a questa recente vicenda, desta maggiori perplessità è che l’anno scorso, quando il mio libro si trovò – causa una benevola recensione di Lucetta Scaraffia dalle colonne deL’Osservatore Romano - al centro di un dibattito pubblico, il senatore del Pd intervenne dalla prima pagina di Repubblica con un articolo il cui titolo era tutto un programma: «Atto irresponsabile». Sarebbe stato, insomma, «irresponsabile» criticare la nozione di morte cerebrale, dal momento – a suo dire – che si trattava di un criterio ormai scientificamente acquisito e definito.

Che Marino sia stato folgorato sulla via di Damasco, dal momento che, oggi, sostiene la tesi esattamente opposta?
Sulle ragioni di questa conversione sospendo il giudizio. Ma, ai molti lettori di Repubblica, va, tuttavia, segnalata l’incoerenza di un giornale che, prima interviene con una durissima reazione – Marino, Veronesi e, alla fine, persino il direttore Mauro – per soffocare sul nascere il dibattito che si stava aprendo sul mio libro, e ora, invece, sponsorizza Marino e la sua repentina conversione. A criticare il senatore è rimasta (ovviamente) la «Società italiana trapianti di organo» e Nanni Costa, direttore del «Centro nazionale dei trapianti», il quale, sulle pagine (non a caso) dell’Avvenire, ha ribadito l’assoluta attendibilità del criterio neurologico di morte e della celebre definizione di Harvard, coniata nel 1968: se si dichiara morto il paziente senza attività cerebrale tenuto in vita dai respiratori, sino ad allora ritenuto ancora vivo, allora tanto lo scollegarlo dal respiratore, quanto il prelevargli il cuore ancora pulsante, sono condotte egualmente lecite e giustificabili tanto sotto il profilo giuridico, quanto sotto quello morale. Con una – apparentemente – abilissima mossa la Commissione di Harvard aveva preso «due piccioni con una fava». Una volta dichiarati morti tutti quei pazienti che si trovavano in coma apneico irreversibile, spegnere il respiratore, oppure tenerlo ancora acceso ai fini del trapianto, non costituiva più un problema, dal momento che il paziente era dichiarato morto.

Ma una ragione scientificamente valida per ritenere che la morte di un organo, sia pure importante come il cervello, equivalga alla morte di fatto, in realtà, non c’è mai stata. Tutto ciò lo intuì, da subito, un grande filosofo, Hans Jonas, in un saggio – la cui traduzione italiana è stata da me curata con il titolo Morire dopo Harvard - i cui argomenti, oggi, sono divenuti a tal punto ineludibili che persino il senatore Marino è stato costretto a prenderne atto.
Solo che da questa constatazione, invece di assumere un atteggiamento quantomeno di prudenza nei confronti dei trapianti, il senatore trae ben più radicali conseguenze: gli attuali criteri sarebbero, a suo dire, troppo rigidi e, pertanto, essi andrebbero rivisti per facilitare ulteriormente i trapianti”.

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L’ombra di Carl Schmitt. Su Antonio Caracciolo – di Alessandro Aranda

L’ombra di Carl Schmitt, mentre bruciano le streghe.

La justice est une espèce de martyre

(J. B. Bossuet)

“Occultus propter metum Judaeorum

(Vangelo di Giovanni, 19, 38)

Oggi, 22 Ottobre 2009, Antonio Caracciolo è finito in prima pagina su “La Repubblica”: «Il professore che nega lo sterminio degli ebrei». C’è il rischio che il rettore della Sapienza sospenda il docente dall’Università.

Forse è il caso di spiegare brevemente, ai pochi lettori attenti, chi sia Antonio Caracciolo. Semplicemente, senza fare dell’accademia, Caracciolo ha tradotto in Italia alcune fondamentali opere di Carl Schmitt come Il custode della Costituzione (Giuffrè, 1981), la Dottrina della Costituzione (Giuffrè, 1984) e la Teologia Politica II (Giuffrè, 1992); ha curato le pubblicazioni e introdotto numerosi altri lavori del giurista tedesco, da La Dittatura (Settimo Sigillo, 2006) a Posizioni e concetti (Giuffrè, 2007); è stato direttore dal 1986 al 1995 della rivista Behemoth. Per chi ritiene – come il sottoscritto – Carl Schmitt uno dei più grandi pensatori del Novecento, Antonio Caracciolo è una presenza indispensabile: forse è l’unico, in Italia, a conoscere ogni singolo dettaglio biografico, ogni singola sfumatura lessicale, ogni minuta questione che riguardi gli scritti e la vita del giurista di Plettenberg.

«Non è neppure professore», scrive La Repubblica. Ed è proprio questo che stride rende sospette le nostre Università. «Vanta 33 blog», scrive la Repubblica. Di cui uno, i Carl Schmitt Studien, è senza dubbio il più completo archivio esistente in Italia su Schmitt.

Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica romana, allude ad un «Signor nessuno». Probabilmente, definirebbe anche Carl Schmitt un semplice nazista. Ed è qui, che brucia la strega, come scriveva Alain de Benoist in un articolo che confutava le posizioni di Zarka, autore di un angusto libricino sullo “Schmitt antisemita”, Kronjurist del Terzo Reich. Non è qui la sede per discutere della relazione tra Schmitt e il nazismo (lui stesso, novantenne, non sopportava più, come disse in un’intervista Fulco Lanchester, che “ogni stupido laureando” si permettesse di scrivere una tesi su di lui, “tutte incentrate sul tema fascismo e antifascismo”). Non è di questo che si tratta. Né si tratta, in sé, delle posizioni espresse da Caracciolo sull’Olocausto (che si limitano, dopotutto, a riportare tesi e argomenti già da altri sostenuti). Forse, non si tratta neppure di difendere Caracciolo: lo ha già fatto lui stesso, splendidamente, nell’articolo “Mi dicono che sono in prima pagina su Repubblica…come un mostro?” (in civiumlibertas.blogspot.com).

Si tratta, in realtà, della guerra civile. Della “buona guerra”, come diceva Montherlant, della guerra che, in nome dell’umanità, rende i nemici (hostes) criminali. La guerra giusta, che discrimina dall’interno gli uomini, togliendo al negativo – al vandalo come al professore – la qualità stessa di uomo. Si tratta, in altri termini, della sistematica discriminazione che la democrazia mette in atto contro chi non si adegua al suo pensiero dominante, rispetto al quale essa pretende – in nome dell’uguaglianza, dell’umanità o della ragione – ciò che solo un totalitarismo può chiedere: l’adesione morale, il totale allineamento interno.

La giustizia della democrazia – in base alla quale si chiede, oggi, l’applicazione della Legge Mancino (L. n. 205/1993) – è debellatio, sradicamento e persecuzione di un nemico collocato nella sfera del non-diritto: la sua è guerra giusta (gerecht) in quanto convinta delle proprie ragioni (selbstgerecht). Da qui la totale privazione dei diritti in nome del diritto.

Non è casuale che, nel momento in cui Caracciolo viene messo in mezzo dalle pagine dei giornali, siano proprio questi temi schmittiani a divenire così attuali. Inutile sarebbe cercare di spiegare agli accusatori che né Caracciolo né Schmitt possono essere denazificati, in quanto non possono neppure essere nazificati. Questa, infatti, è la buona guerra, quella che ci conduce a Eumeswil, la città delle Eumenidi, di cui parla Ernst Jünger, dove “nell’ innestare e nel venir innestati si esaurisce la nostra esistenza sociale. L’ideale è rappresentato dall’innestamento egualitario”.

Saremmo degli stolti se volessimo invocare la libertà di pensiero, a difesa di Antonio Caracciolo. Dovremmo ben sapere, infatti, che essa non è, per la democrazia, che un semplice mezzo dell’uguaglianza. Non è un fine in sé, ma uno strumento di persuasione/costrizione morale. Un diritto che si percepisce come universale, non può, del resto, coesistere con una morale relativistica, che consenta a ciascuno di pensare ciò che vuole. Non ha senso, infatti, rivendicare una libertà di pensiero nel momento in cui la democrazia tende a orientare le nostre azioni e i nostri comportamenti non sull’autorità politica – su ciò che viene semplicemente comandato -, ma sull’adesione morale – su ciò che deve farsi in quanto proclamato giusto -. A questo punto, se esiste davvero una “giusta ragione” – universale e naturale -, non vi è più alcun diritto di trasgredirla neppure nelle opinioni, nel foro interno, nei propri pensieri. Ogni opinione non conforme diventa, infatti, ingiusta per definizione.

Mi chiedo, stanotte, quante vittime farà ancora questa guerra civile, poliziesca, moralistica e di massa, che si muove silenziosamente, nell’aspetto “fuso” del mondo direbbe Spengler, nella sua notte, dove tutti i conflitti diventano privati, informi, dove la stessa Storia diventa privata e meschina. L’ingranaggio si sta perfezionando, e, tra non molto, potrà finalmente veder attuata la propria formula “We don’t kill them, we drive them to suicide”. Basta, ormai, un giornalista, per far bruciare un intellettuale.

Chi non si allinea, si nasconda. Apro, del tutto casualmente, il Glossarium di Carl Schmitt:

14 Aprile 1949. Pseudonimo attuale: Giuseppe d’Arimatea; egli porta al sicuro il corpo del Signore, ma con prudenza e di nascosto, nonostante l’autorizzazione da parte delle autorità di occupazione: «Occultus propter metum J.[udaeorum]» (Gv., 19, 38)”.

Caracciolo non è stato prudente, ha violato la regola fondamentale di Eumeswil, quella secondo cui “esistono verità che siamo costretti a tacere, se vogliamo vivere insieme: si gioca alla bell’ e meglio con l’altro, ma non si rovescia la scacchiera”.   Tutti noi, però, oggi, siamo tentati dal mandare all’aria questi scacchi.

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Sull’abiura. Brescia e Roma

Ho sempre pensato che vi siano solamente due ragioni in grado di giustificare la partenza dalla propria terra al fine di intraprendere un viaggio da una città all’altra. Tali ragioni sono lo studio e la guerra. Soltanto se si cerca un libro o se si marcia con un esercito è consentito perdere il proprio tempo tra sentieri, giardini, strade. Il resto è una cineseria, una faccenda di cuore, una fuga. Personalmente, ho sempre trovato nella mia biblioteca i libri che cercavo. Né qualcuno, qui da noi, ha più sparato un colpo, da quando sono nato. Guardavo, pertanto, fuori dal finestrino del treno, in viaggio prima verso la ferrea Brescia, poi su Roma: accade, quando si insegue lo Zahir, per l’una, o si va a colloquio con l’Anonimo, per l’altra (del resto, quando Kojève capitò a Berlino, nel pieno del ’68 studentesco, capì che l’unica cosa da fare fosse andare a Plettenberg).

Brescia è città cupa, tutta accanita nel suo mattone longobardo, cui si è affiancata l’illusione dei suoi portici rinascimentali – mai città fu meno rinascimentale. Passeggio attraverso le piazze e le vie che non hanno mai capito la rivolta: Arnaldo, Tito Speri, l’elenco dei morti del ‘74 ne restano monito. Città che comprende la sollevazione, ma non la rivoluzione – come ogni eroe italiota del nostro Risorgimento: vette di lirismo tragico, ma incapacità assoluta di risolversi, finalmente, per il terrore. La dimostrazione che l’Italia non ha mai capito la Rivoluzione di Francia. Migliaia di negri, russi e cinesi si aggirano, sotto gli occhi attenti della più repellente piccola borghesia italiana. Sul tram, un ufficiale prende di mira un negro seduto in ultima fila: gli ordina di parlare italiano, e di non urlare, perché porta malattie. A me sorride, cordialmente. Ma non ha alcuna intenzione di esercitare la pubblica repressione di questi stranieri invasori; lo appaga soltanto il plauso della piccola folla del mezzo, non l’autorità che potrebbe e dovrebbe esercitare. L’ufficiale ha perduto il proprio onore e la propria responsabilità: il suo compito sarebbe stato quello di controllare l’identità del forestiero, il quale, invece, se ne andrà semplicemente umiliato, ma libero e nascosto come prima. A Genova non sarebbe mai accaduto. Qui nessuno combatte i vecchi bambini soldato dell’Asia, le madri enormi del Sudamerica, i cadaveri nordafricani e i fantasmi scuri che fumano poggiati agli usci delle case. Ma finiremo prima noi dei bresciani? O questo apparente ordine garantito non dalla violenza pubblica, ma dalla viltà analfabeta dei suoi abitanti, cadrà – come cade ogni volgare piccola borghesia – al primo giorno di insurrezione? Ceno in un ristorante per studenti. Amo il mio Zahir. Riparto al mattino, presto. Quattro giorni, e arrivo, finalmente, a Roma, tra la Tuscolana e l’Appia. Ho con me i miei appunti, e posso rimanere a leggere sino al giorno dopo, senza vedere la città.

Mi faccio accompagnare sino al centro, sino a Piazza Colonna: uomini senza meta, di razze irriconoscibili, camminano in file confuse, verso il Pantheon, divenuto una giostra: un asiatico vestito da centurione in plastica sbadiglia, un altro parla al telefono, le sale del tempio, ora, hanno nomi inglesi. Salita de’Crescenzi – dove resta ancora un caffè dallo stile o Roma o Mosca -  Via Sant’Eustachio – carne da cannone. La biblioteca di una piccola viuzza lì vicina custodisce il segreto dell’abiura: si parla di soldati, tra buffetterie ed erotismo religioso (un solo nome non è mai pronunciato, quello di Kniebolo). Stanno seduti sul fianco destro due tedeschi. L’Anonimo ricorda un passo di memorie – forse Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff -: terminata la guerra con la Francia, nel 1870, viaggia in Italia, arriva a Roma … Roma, finalmente. Nei gabinetti pubblici della città, gli antichi vespasiani. Questo è l’atteggiamento dei tedeschi che giungono in Italia: splendida penisola, dove si può urinare agli angoli delle strade, sui muri delle case. Questa era la grandezza della Germania e dei tedeschi, i quali, tuttavia, oggi – come noi – subiscono il conformismo democratico, e non urinano più sulla pubblica via. Via vai di tassì, in mezzo alle strade, tra le statue romane, verso la stazione: la folla – raggiunto un certo numero – diventa immobile, non riesce più a muoversi, soffoca nel proprio peso. Queste folle non possono più vincere (come scriveva von Seeckt: “La massa diventa immobile: non può più manovrare e pertanto non può vincere; può soltanto stritolare per semplice effetto di peso”). Ritorno di notte. Sul treno una bambina gioca sola tra le poltrone, mentre i suoi giovani genitori dormono sotto qualche giornale. Non sposerò ballerine croate (Carita): ritrovo, perciò, intatta la mia biblioteca, ed il suo genio familiare.

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