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Neologismi: la fallacia ad Schicklgruberum.

23 Maggio 2008 5 Comments

Chiamo con questo nome quel ragionamento scorretto –ma apparentemente molto convincente per i lettori stupidi ma appassionati (e per questo può dirsi una fallacia)- consistente nel ridurre Hitler ad un mistero, anziché ad un problema giuridico e politico[i].
Mi riferisco a quel modo di argomentare che riduce Hitler alternativamente o congiuntamente ad un genio maligno, un saltimbanco, un necrofilo, un anormale, un ebreo, un sadico, un sifilitico, al fine di spiegare il suo cammino politico.

Chi legga le tesi discusse in testi come quelli di Waite, Fromm, Miller, lo stesso Trevor-Ropper e altri, si trova in un percorso in cui diventa poco chiaro che cosa si sta tentando di spiegare: la mente di Hitler -discorso che non ha alcun interesse storico, ma forse solo psicoanalitico e letterario- o le azioni di Hitler?
Anche ammesso -ma certo non concesso- che possa essere sostenuta una pazzia di Hitler, questo non potrebbe mai far passare, saltare il discorso sul piano dell’analisi razionale delle sue azioni le quali, in quanto politiche, vanno sempre spiegate in termini politici.
Un tale discorso assume spesso la forma di due fallacie, a seconda di come venga presentato:
- talvolta si presenta come una sorta di fallacia ad hominem , in cui si incorre quando si pretende di dimostrare la crudeltà politica e morale del nazismo come ordinamento mostrando la crudeltà dei nazisti come uomini, persone (vale per Hitler, così come per Himmler, Goebbels, Goering, Hess);
- talaltra si presenta alla stregua della cd.fallacia dell’uomo di paglia (del genere della ignoratio elenchi), che confuta un avversario in realtà inesistente, in cui si incorre quando si argomenta intorno alla pazzia di Hitler allo scopo di dimostrare la follia del nazismo, con ciò dimostrado al limite tutt’altra proposizione (la pazzia appunto del suo capo).
Poichè è frequente nella storiografia di bassa qualità -la quale, peraltro, dato il suo taglio divulgativo giornalistico ha sempre occupato i cassetti dei reparti di storia delle librerie- ritrovare argomenti di questo tipo, penso, al fine di facilitare le critiche e ridurre al minimo le espressioni (in termini popperiani, quindi, direi al fine di introdurre una definizione), parlare di una fallacia che può essere tipizzata: la fallacia ad Schicklgruberum.
Il nome della mia nuova fallacia deriva dal fatto che il padre di Adolf Hitler, Alois, non nacque come Hitler, ma come Schicklgruber (il cognome della madre), e cambiò il suo nome in Hitler soltanto dal gennaio 1877, all’età di quarant’anni. Dietro questo cognome, e dietro questa storia (chi era il padre di Alois?) si sono celate peraltro tutte quelle infondate leggende sul presunto nonno ebreo di Hitler -leggende che spesso sono state usate per fondare i tipi di argomento fallacie di cui stiamo trattando.
Taluni hanno preso spunto da tale fatto, per sostenere (ovviamente, in tale caso, con ironia) che Adolf Hitler non sarebbe mai divenuto cancelliere se il padre avesse mantenuto il cognome originale, perché sarebbe difficile immaginarsi il popolo tedesco acclamare in tutta serietà e fede “Heil Schicklgruber!”.
[i] Le più diffuse letture su tale supposto “mistero” sono passate in rassegna –a mio avviso, senza alcun senso critico, e quindi con estremo interesse da parte dell’autore che avrebbe invece dovuto denigrarle (ma è un giornalista, detto tra noi, e non uno storico)- nel libro di ROSENBAUM R., Explaining Hitler, 1998 [trad.it Il mistero Hitler, Mondadori, 2000].

5 Comments »

  • Anonymous (author) said:

    Tu dici che azioni politiche vanno sempre spiegate in termini politici. D’accordo, ma azioni politiche compiute da un uomo e non da un’unità politica astratta, inconcepibile da pensare in un discorso logico razionale, possono essere analizzate correttamente senza prendere in considerazione la pazzia -se poi realmente di pazzia si tratta-, da te ammessa ma non concessa (da una posizione superiore che ti sei autoconferito), del soggetto in esame? Io non credo.

  • Tommaso Gazzolo (author) said:

    Gentile Anonimo,
    io non comprendo la Sua critica, in quanto affonda su un errore strutturale terrificate: Esistono forse azioni politiche compiute da un uomo e non da un’unità politica (che Lei chiama “astratta” e non capisco cosa intenda)?
    Lei pensa davvero che Hitler abbia mai compiuto un’azione politica in un atto di libera volontà creativa, come un grande “dio psicopatico”?
    Lo Stato tedesco del 1933-1945 non era un paesino analfabeta di campagna italiana del ‘600, ma uno degli Stati più moderni ed avanzati in Europa, sotto il profilo culturale, giuridico, economico e politico. Uno stato moderno, di cui il nazismo è stato parte, parte di un meccanismo che non si riduce ad una reductio ad unum politica.
    Lei pensa esistano davvero “Queste anime del mondo”, come voleva il giovane Hegel osservando Napoleone a cavallo, che fanno la storia da sole, magare, per aggiungere ancora qualche pizzico di hegelismo, sorprese dall’Astuzia della Ragione?
    Ma non vorrei che lei pensasse che io stia criticando la sua posizione sul piano storico -dove peraltro non mi risulta che sia possibile individuare un solo meccanismo che sia così semplice individuare un’azione “politica” compiuta da Hitler nella sua libera solitudine-.
    Io la sto criticando sul piano metodologico: è possibile che esista, come dice lei, “un’azione poliica compiuta da un uomo”?
    A mio avviso no. Un’azione si dice politica proprio perchè messa in atto da un raggruppamento di uomini contro un altro raggruppamento. A livello di individui, il politico non esiste: esistono soltanto rapporti privati (di concorrenza, di inimicizia, et cetera). Se Hitler, in quanto individuo, avesse “inimici” non è storiograficamente interessante o rilevante. Più interessante è se il nazismo avesse dei nemici.
    Spero si colga la differenza.
    Quanto alla velata critica di una “posizione superiore” che mi sarei “autoconferito”, non spetta a me ribattere, nè provare ad argomentare ad autorità.
    Spero qualcuno dei lettori che conosce la mia preparazione ed i miei studi sul nazionalsocialismo venga in mio soccorso, a difendermi.

  • Anonymous (author) said:

    Mi dispiace che sia stato frainteso il mio commento. Non era mia intenziane mettere in dubbio la Sua preparazione sull’argomento, che è evidente senza bisogno che qualcuno La difenda, nè il carattere politico del nazismo. Semplicemente ritenevo importante considerare il fatto (chiedendoLe anche il Suo parere) che una qualsiasi entità politica è costituita da uomini, con tutte le loro caratteristiche. “Un’azione politica non è compiuta da un uomo, ma da un raggruppamento di uomini.” Ma appunto di uomini si tratta, uomini con idee e sentimenti soggettivi che vengono in parte riflessi nei loro comportamenti. Tutto ciò senza contraddire quello che Lei poi ci ha ricordato.
    Apprezzo molto le Sue capacità e le Sue spiegazioni e spero non abbia considerato questi semplici commenti come una stupida polimica.

  • Tommaso Gazzolo (author) said:

    Vede, io credo che non si discuta sul suo assunto di base se inteso in termini ontologici (ovvero è lapalissiano: un insieme di uomini è composto da uomini).
    Il problema è che rischia di diventare una fallacia di composizione: è scorretto predicare le proprietà delle singole parti come proprietà del tutto. In altri termini: dal fatto che i singoli uomini che compongono il gruppo abbiano certe idee e sentimenti (e qui possiamo anche parlare di “stati soggettivi”) non si può inferire che il gruppo, l’unità politica che costituiscono, abbia anch’esso quegli “stati soggettivi”. Nè la loro mera somma. E’ difficile pensare, per portare il discorso ad un livello un pò più ampio, che il sentimento soggettivo possa coincidere con il sentimento politico. L’intensità del politico non si misura con l’intensità che provano i singoli nel raggruppamento. Se il raggruppamento individua un nemico, ciò non è a causa dell’odio personale che i singoli componenti del gruppo nutrono nei suoi confronti. L’hostis non è l’inimicus. L’hostis è nemico politico, pubblico: non va odiato a livello personale, non è necessario. Ciò perchè l’individuazione dell’hostis risponde ad un criterio politico, oggettivo, e non sentimentale e soggettivo. Quel che vorrei comprendesse, è che all’antisemitismo nazionalsocialista -ed al nostro giudizio su di esso- è del tutto indifferente la questione se i nazionalsocialisti fossero antisemiti. Spero sia chiaro questo punto.
    Se Hitler, Himmler o chi per essi fossero o meno convinti antisemiti, è questione -essenzialmente psicologica- che non ha alcun legame causale con il fatto che il loro “raggruppamento” individuò l’ebreo come hostis, come nemico.
    Peraltro, se le interessa la mia personalissima opinione -e qui non parliamo più di analisi politica, ma ci divertiamo io e lei a fare dello psicologismo- credo che non esistano prove o indizi o presunzioni portate dai biografi di Hitler per sostenere che il suo antisemitismo fosse personale, e non politico. Ho già sostenuto, ed è presente in questa rivista, che a mio avviso (ma posso sbagliarmi, perchè sul punto la mia visione è provvisoria) la personalità di Hitler sia una personalità politica, che tende a distinguere le persone tra amici e nemici pubblici, e mai privati. SEcondo me, a livello privato, Hitler non aveva nè amici nè nemici.

  • Anonymous (author) said:

    Da parte mia, essendo del tutto inadeguato all’argomento trattato, posso soltanto confermare che gli studi del Gazzolo in merito al nazionalsocialismo hanno ricoperto gran parte della sua vita e, ancor oggi, occupano buona parte del suo tempo. Anzi, se mi è permessa la licenza, oserei affermare che lo studio nel nazismo (nella sua portata ideologica e nella pratica storica, dalla genesi al suo declino) costituiscono un’insanabile ossessione - degenerazione di un comprensibile passione - per il Gazzolo, insaziabile studioso.

    Luigi Pesce

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