Materiali per una critica della storia dell’arte
Oggi, tecnicamente, è l’unico giorno dell’anno in cui siamo senza dio.
Egli dovrebbe, secondo le previsioni metereologico-teologiche (con la pioggia o senza, direi, ma sempre con il suo carico di trinità), risorgere domani. Per il momento, quindi, dio è morto (o Gott Ist Tot!, secondo un motto, poco compreso, del filosofo tedesco Nietzsche).
In questa morte di dio, la rivista ha pensato di non prendere una posizione esplicita, per una questione essenzialmente linguistica, legata al criterio empirico del significato: difficile per me, infatti, trascurare il divieto delle proposizione sintetiche a priori (quelle che pretendono di descrivere fatti, ma che non sono empiricament verificabili).
L’aspetto interessante di questo criterio, al di là del campo logico, è questo:
non è importante la risposta se dio esista o meno, è importante piuttosto la domanda, che in questo caso è sbagliata:qualsiasi proposizione metafisica (un esempio potrebbe essere: “dio esiste”) è semplicemente priva di significato.
Che dio sia morto o meno, dunque, è una questione priva di significato.
Se poi volete gettarla sul piano della morale, del gioco, di ogni eccezione alla regola empirica, fate pure (ed allora speditemi i vostri contributi).
Per il momento, colgo l’occasione pasquale per pubblicare un articolo di storia dell’arte, dove viene analizzato un dipinto trascurato. Giulio Benso, pittore secentesco, viene rivisitato nel breve abstract di Luigi Pesce sullo Sposalizio della vergine.
Così la rivista ospita anche la storia dell’arte.
Come si diceva, in qualche post, fare filosofia è una questione di metodo, non di oggetto.
Buon Agnello.














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