
L’ombra di Carl Schmitt, mentre bruciano le streghe.
“La justice est une espèce de martyre”
(J. B. Bossuet)
“Occultus propter metum Judaeorum”
(Vangelo di Giovanni, 19, 38)
Oggi, 22 Ottobre 2009, Antonio Caracciolo è finito in prima pagina su “La Repubblica”: «Il professore che nega lo sterminio degli ebrei». C’è il rischio che il rettore della Sapienza sospenda il docente dall’Università.
Forse è il caso di spiegare brevemente, ai pochi lettori attenti, chi sia Antonio Caracciolo. Semplicemente, senza fare dell’accademia, Caracciolo ha tradotto in Italia alcune fondamentali opere di Carl Schmitt come Il custode della Costituzione (Giuffrè, 1981), la Dottrina della Costituzione (Giuffrè, 1984) e la Teologia Politica II (Giuffrè, 1992); ha curato le pubblicazioni e introdotto numerosi altri lavori del giurista tedesco, da La Dittatura (Settimo Sigillo, 2006) a Posizioni e concetti (Giuffrè, 2007); è stato direttore dal 1986 al 1995 della rivista Behemoth. Per chi ritiene – come il sottoscritto – Carl Schmitt uno dei più grandi pensatori del Novecento, Antonio Caracciolo è una presenza indispensabile: forse è l’unico, in Italia, a conoscere ogni singolo dettaglio biografico, ogni singola sfumatura lessicale, ogni minuta questione che riguardi gli scritti e la vita del giurista di Plettenberg.
«Non è neppure professore», scrive La Repubblica. Ed è proprio questo che stride rende sospette le nostre Università. «Vanta 33 blog», scrive la Repubblica. Di cui uno, i Carl Schmitt Studien, è senza dubbio il più completo archivio esistente in Italia su Schmitt.
Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica romana, allude ad un «Signor nessuno». Probabilmente, definirebbe anche Carl Schmitt un semplice nazista. Ed è qui, che brucia la strega, come scriveva Alain de Benoist in un articolo che confutava le posizioni di Zarka, autore di un angusto libricino sullo “Schmitt antisemita”, Kronjurist del Terzo Reich. Non è qui la sede per discutere della relazione tra Schmitt e il nazismo (lui stesso, novantenne, non sopportava più, come disse in un’intervista Fulco Lanchester, che “ogni stupido laureando” si permettesse di scrivere una tesi su di lui, “tutte incentrate sul tema fascismo e antifascismo”). Non è di questo che si tratta. Né si tratta, in sé, delle posizioni espresse da Caracciolo sull’Olocausto (che si limitano, dopotutto, a riportare tesi e argomenti già da altri sostenuti). Forse, non si tratta neppure di difendere Caracciolo: lo ha già fatto lui stesso, splendidamente, nell’articolo “Mi dicono che sono in prima pagina su Repubblica…come un mostro?” (in civiumlibertas.blogspot.com).
Si tratta, in realtà, della guerra civile. Della “buona guerra”, come diceva Montherlant, della guerra che, in nome dell’umanità, rende i nemici (hostes) criminali. La guerra giusta, che discrimina dall’interno gli uomini, togliendo al negativo – al vandalo come al professore – la qualità stessa di uomo. Si tratta, in altri termini, della sistematica discriminazione che la democrazia mette in atto contro chi non si adegua al suo pensiero dominante, rispetto al quale essa pretende – in nome dell’uguaglianza, dell’umanità o della ragione – ciò che solo un totalitarismo può chiedere: l’adesione morale, il totale allineamento interno.
La giustizia della democrazia – in base alla quale si chiede, oggi, l’applicazione della Legge Mancino (L. n. 205/1993) – è debellatio, sradicamento e persecuzione di un nemico collocato nella sfera del non-diritto: la sua è guerra giusta (gerecht) in quanto convinta delle proprie ragioni (selbstgerecht). Da qui la totale privazione dei diritti in nome del diritto.
Non è casuale che, nel momento in cui Caracciolo viene messo in mezzo dalle pagine dei giornali, siano proprio questi temi schmittiani a divenire così attuali. Inutile sarebbe cercare di spiegare agli accusatori che né Caracciolo né Schmitt possono essere denazificati, in quanto non possono neppure essere nazificati. Questa, infatti, è la buona guerra, quella che ci conduce a Eumeswil, la città delle Eumenidi, di cui parla Ernst Jünger, dove “nell’ innestare e nel venir innestati si esaurisce la nostra esistenza sociale. L’ideale è rappresentato dall’innestamento egualitario”.
Saremmo degli stolti se volessimo invocare la libertà di pensiero, a difesa di Antonio Caracciolo. Dovremmo ben sapere, infatti, che essa non è, per la democrazia, che un semplice mezzo dell’uguaglianza. Non è un fine in sé, ma uno strumento di persuasione/costrizione morale. Un diritto che si percepisce come universale, non può, del resto, coesistere con una morale relativistica, che consenta a ciascuno di pensare ciò che vuole. Non ha senso, infatti, rivendicare una libertà di pensiero nel momento in cui la democrazia tende a orientare le nostre azioni e i nostri comportamenti non sull’autorità politica – su ciò che viene semplicemente comandato -, ma sull’adesione morale – su ciò che deve farsi in quanto proclamato giusto -. A questo punto, se esiste davvero una “giusta ragione” – universale e naturale -, non vi è più alcun diritto di trasgredirla neppure nelle opinioni, nel foro interno, nei propri pensieri. Ogni opinione non conforme diventa, infatti, ingiusta per definizione.
Mi chiedo, stanotte, quante vittime farà ancora questa guerra civile, poliziesca, moralistica e di massa, che si muove silenziosamente, nell’aspetto “fuso” del mondo direbbe Spengler, nella sua notte, dove tutti i conflitti diventano privati, informi, dove la stessa Storia diventa privata e meschina. L’ingranaggio si sta perfezionando, e, tra non molto, potrà finalmente veder attuata la propria formula “We don’t kill them, we drive them to suicide”. Basta, ormai, un giornalista, per far bruciare un intellettuale.
Chi non si allinea, si nasconda. Apro, del tutto casualmente, il Glossarium di Carl Schmitt:
“14 Aprile 1949. Pseudonimo attuale: Giuseppe d’Arimatea; egli porta al sicuro il corpo del Signore, ma con prudenza e di nascosto, nonostante l’autorizzazione da parte delle autorità di occupazione: «Occultus propter metum J.[udaeorum]» (Gv., 19, 38)”.
Caracciolo non è stato prudente, ha violato la regola fondamentale di Eumeswil, quella secondo cui “esistono verità che siamo costretti a tacere, se vogliamo vivere insieme: si gioca alla bell’ e meglio con l’altro, ma non si rovescia la scacchiera”. Tutti noi, però, oggi, siamo tentati dal mandare all’aria questi scacchi.
Siamo in piena Età del Ferro.
Per chi ha ancora crede nella libertà di pensiero non resta che una cosa da fare: mettersi nei guai. Mala tempora currunt….
saluti
Grazie dell’intervento sul mio blog.
Di dovere. La notizia, credo, non andrà molto lontano. Non se ne parlerà più, mentre l’epurazione avrà definitivamente luogo.
Sono d’accordo con la tua analisi, per quanto riguarda il ruolo della libertà di pensiero, in quanto strumento fin troppo abusato da parte di una certa componente intellettuale (per la verità molto più variegata e meno universale di quanto tu creda).
Non condivido affatto, invece, le parole in merito a Caracciolo. La sua difesa mi sembra tutt’altro che “splendida”, ma soprattutto tutt’altro che intellettualmente onesta.
Tu poni la libertà di pensiero come fine, e sai quanto io sia d’accordo su questo punto (sebbene possiamo avere posizioni lievemente diverse sul ruolo della responsabilità individuale, che io metto forse più al centro della questione di quanto lo faccia tu). Ebbene, di tale ruolo della libertà di pensiero, nelle parole di Caracciolo non v’è traccia.
Egli ha espresso alcune posizioni sull’Olocausto per uno scopo ben preciso, che si evince immediatamente da altri suoi scritti che ho avuto occasione di leggere: la delegittimazione della genesi dello stato di Israele. Egli contesta l’Olocausto in quanto “mito fondativo” (espressione ambigua e a mio parere vagamente subdola) del popolo di David e del suo farsi nazione.
Caracciolo stesso, difendendosi dagli attacchi subiti, si chiama fuori giustamente dalla querelle storica, in quanto non esperto in materia. Di fatto toglie la polemica sull’Olocausto dall’agone, spostando il fulcro sulla libertà di pensiero.
Però aggiunge una postilla particolare: ad argomento si risponde con argomento. Tali sono le uniche discussioni che si possono avere (e qui sono naturalmente in accordo).
Tale postilla è molto importante, perchè giustamente assume che una discussione si alzi ad un livello argomentativo alto, dove le posizioni contrapposte abbiano ragioni da presentare e confrontare (tale sembra essere la sua concezione del libero pensiero).
Tuttavia tale assunto si traduce in debolezza nel caso in questione: se egli si chiama fuori dal merito della questione Olocausto, in quanto non esperto (quindi non argomentativamente preparato), come può egli poi serenamente richiamarla come argomento per una difesa della libertà di pensiero? In altre parole, c’è libertà di pensiero solo se esso è argomentato? Se si, come sembra dire Caracciolo, allora la sua difesa è inconsistente; se no è costretto ad accettare anche gli attacchi più bassi in quanto espressione di una qualsiasi libertà di dire quello che si vuole (ed è questa seconda possibilità che apre le strade a ogni tipo di universalismo acritico).
Io sono, come sai, uno strenuo difensore dell’argomentazione e della specializzazione, in quanto strumenti forti per avvalorare una tesi.
Caracciolo ha usato l’Olocausto come argomento forte, dichiarandosi poi inadatto a parlarne in quanto non esperto in materia e usando invece la libertà di pensiero come difesa delle sue tesi. Vi è una doppia contraddizione che porta su un piano inclinato, dal quale egli non riesce a uscire perchè non vuole mettere in dubbio la validità della sua tesi inziale (cioè che Israele come nazione, sia fondata sul “mito” dell’olocausto).
Non metto in dubbio la sua validità di esperto di Schmitt e di Filosofia del Diritto, ma il suo impianto di pensiero mi è estraneo.
Io apprezzo e cerco di adottare altri metodi di ragionamento.