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L’innamoratina a Camogli: la Piazza d’Italia e note sullo spazio in De Chirico

28 giugno 2008 No Comment

Piazza Schiaffino

 Una donna si butta in acqua: a Camogli portandosi libri e uova nella borsa, passeggia la sua copia platonica: qualcuno le tira un calcio, e lei cade.

Io sono dietro la statua di un garibaldino galeotto, che osservo la scena con un giornale nascosto negli occhi blu: “ti illudevi di star soltanto passeggiando?” le chiedo, mentre raccoglie i suoi occhiali da sole scuri. Come dice Mario, comprare un libro non è leggerlo, e leggerlo non è capirlo. È una tipica falsa tautologia, questa: tutte le menzogne di Mario hanno una peculiarità: sono vere. Questa piazzetta metafisica di Camogli, isolata al buio rispetto alla sua pallida passeggiata sul mare, è la piazza d’Italia di De Chirico, con le sue imperfezioni d’ombra. Elisa, tu che mi chiedi di parlarti di questo pittore: questo pittore è del tutto spoliticizzato, è l’esatto contrario di Salvador Dalì. Mai due artisti furono più distanti.

                  Piazza d\'Italia

E questa Camogli estiva è uno spazio neutralizzato e spoliticizzato, guarda il caso: le due personae, io e la mia innamoratina, si ritrovano ancor più sole che se non ci fossero, in quella tela.

È la statua vana, come geometrizzata nei portici altissimi, così calda, ad indicare che non vi è alcuna tensione, tra gli amici ed i nemici. Solo la negazione del politico: in ciò De Chirico è metafisico, in quanto negazione assoluta del tempo e della lotta reale, della dialettica esistenziale. È la negazione della possibilità della guerra.

La negazione stessa dell’idea di piazza, di agorà, che è sempre spazio del politico: possibile che De Chirico non si accorgesse nemmeno che Mussolini s’affacciava su Piazza Venezia?

Elisa, cosa posso dirti di questa solitudine spoliticizzata?

La sola solitudine che può amarsi, che può ammettersi, è la solitudine politica, di chi rimane solo dopo aver distinto, in senso concreto ed esistenziale, tra l’amico ed il nemico: ovvero ha elevato ad intensità e categoria autonoma il concetto del politico.

Se si deve esser soli, almeno si tenti di non perdere il senso dell’esistenza, di non cadere nella metafisica, come spazio vuoto.

De Chirico pensa lo spazio come vuoto, aereo nel suo senso più neutrale: non più l’aeroplano futurista, marinettiano, che resta nello spazio, in qualcosa che può ancora chiamarsi teatro di guerra, ma l’aria come assenza di spazio, assenza dell’atmosfera stessa, come vuoto caldo e tenue.

L’occhio dello spettatore che da terra guarda in alto, non vede nemmeno più il cielo, nemmeno più l’aereo che sgancia la bomba: nella piazza d’Italia la terra e l’aria non sono più spazi, non sono più teatri differenti del mondo concreto. La terra, dove poggia una bianca statua, diventa soltanto un mero appoggio che, in quanto non più localizzato, non più ordinato, finisce per esser esso stesso vuoto.

La terra si riduce in De Chirico, ed è qui la portata essenzialmente metafisica, a noumeno, a cosa in sé: da qui l’idea di solitudine spoliticizzata, ossia di un intero spazio –quello della statua, dei portici, della piazza stessa- che poggia sulla terra in quanto cosa in sé, ossia qualcosa di non conoscibile, perché sta sulla circonferenza kantiana della conoscenza.

Lo spazio di De Chirico è allora molto simile allo spazio noumenico, in cui si sta, per usare una bella immagine, in una sospensione tipica del bootstrapping

 

“Kant costruisce tutto l’edificio della ragione su un fondamento assente, o di cui afferma la natura inafferrabile: la cosa in sé. Il tipo di fondazione kantiana assomiglia a ciò che i filosofi della scienza chiamano bootstrapping: il sostenersi nel vuoto stando saldamente afferrati alle stringhe dei propri stivali”

(D’Agostini F., Breve storia della filosofia nel Novecento. L’anomalia paradigmatica, Einaudi, Torino, 1999, p.XXIII)

 

 Lo spazio, la terra, non può essere autofondata.

Invece in De Chirico è così: egli perde l’idea che la terra nasca da un atto di fondazione, da una suddivisione, da una recinzione, da pietre di confine. Nasce da un atto politico-giuridico. Non nasce da un atto metafisico.

Lo spazio nasce da un atto fondazionale politico-giuridico, immediato e concreto, come forza giuridica non mediata da leggi.  

Lo spazio nasce da una occupazione, non da se stesso.

Lo spazio di De Chirico è un vuoto, perché nega l’idea di nomos, ossia

 

La parola greca che designa la prima misurazione, da cui derivano tutti gli altri criteri di misura; la prima occupazione di terra, con relativa divisione e ripartizione dello spazio; la suddivisione e distribuzione originaria (…)”

(Schmitt C., Il nomos della terra, Adelphi, Milano, 2007, p.54)

 

Lo spazio nasce da un atto di nemein, che significa al contempo dividere e pascolare. Come scrive ancora Schmitt (p.59),

 

“Il nomos è pertanto la forma immediata nella quale si rende spazialmente visibile l’ordinamento politico e sociale di un popolo, la prima misurazione e divisione del pascolo, vale a dire l’occupazione di terra e l’ordinamento concreto che in essa è contenuto e che da essa deriva”

 

De Chirico, nella sua idea metafisica, slega completamente l’ordine concreto e lo spazio, facendo dello spazio stesso un vuoto.

 

Ora torniamo a chiacchierare io e te, Elisa, di questa giornata a Camogli della mia innamoratina.  

È troppo facile pensare in modo metafisico: basterebbe dire che quelle figure stupide che passeggiano per Camogli, quelli che vengono da fuori e  quelli mai usciti, le ragazzaglie con le gonnelline e le bocche larghe, i pescatori stessi, gli atleti del bagno e della nuotata, i guidatori di macchine sportive ed i villani larghe spalle, gli amanti da spiaggia e i ballerini da locale notturno, non sono che manichini, secondo le teorie del pittore dell’anti-piazza. Mai nulla di tanto scorretto: piuttosto, tutte quelle figure sono così stupide ed irritanti proprio perché sono terribilmente vive, e vivono caldamente la vita.

Quando mi chiedi, Elisa, cosa sono queste figure, io ti rispondo che sono uomini e non manichini, non comparse molli. La distinzione sta qui: la mia innamoratina, ad esempio, non potrebbe mai innamorarsi di un manichino, ma ben potrebbe invece di una di queste teste di paglia. Ed è per questo che io posso dirti, politico, che se solo potessi ne ordinerei lo sterminio meccanico, razionale, scrupoloso: perché sono uomini. Non si sterminano i manichini. Non si sterminano le cose.

Lo sterminio è politico, e riguarda nemici, riguarda solo gli uomini.

Quando ri-esploderà il politico, anche questo piccolo paesino vivrà la sua stagione di sangue.

Ora resta solo il caldo dolce dell’ombra della piazzetta, dove s’affretta il tram.

E dove la mia innamoratina cade e si sbuccia un ginocchio mitologico e splendido.   

Io sorrido, perché è bellissima quando è disperata.

Chissà se lo capirà, che può star solo con me.

Mi dispiace Elisa, se per quel pittore non ho amore. Ma è la negazione della vita.    

 

 

 

 


[i]Si legga, con profonda disistima per il suo autore, DE CHIRICO G., Memorie della mia vita, Bompiani, 1998, p.156: “Cominciarono a batter la grancassa [i surrealisti] intorno ai quadri di quel malinconico pseudo pittore che risponde al nome di Salvator Dalí, e che dopo aver scimiottato Picasso si era messo a scimiottare i miei quadri metafisici nei quali però non capiva nulla, e certamente non potrebbe capirci nulla un uomo come lui. Quei quadri non sono stati capiti finora che da due o tre persone in tutto il mondo e ancora non lo potrei giurare. Questo Salvator Dalí è l’antipittore per eccellenza; persino nella faccia, persino nel nome. Quelle orrende superfici su cui pesta e liscia degli orrendi colori copiosamente verniciati e che solo a guardarli fanno venire le nausee e le coliche saturnine, sono state imitate da altre persone della sua specie che, a lor volta, lo scimiottano come possono e della pittura delle quali, il meno che si possa dire, è che dovrebbe occuparsene l’Ufficio d’Igiene. Salvator Dalí, che si trova ora in America, è costretto (per suscitare un po’ d’interesse per quella sua pittura, che in fondo non piace a nessuno) a creare scandali nel modo più pacchiano, grottesco e provinciale che si possa immaginare e così, più o meno, riesce ad attirare l’attenzione di certi imbecilli d’oltreoceano, marci di noia e di snobismo; ma pare che ora anche quegli imbecilli comincino ad esserne stufi”.

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