Lettera della follia V: Da Genova. Appunti.
Breve storia della nevicata in corso nella nostra città: Notturno (O: del fungo nucleare).
È una sposa sotto la pioggia in buio (istanti eterni di acqua): un velo che copre le ciglia ora anch’esse d’ acqua (scoppiodellabomba nell’occhio): ed automobili negli occhi verdi: ciocca di capelli scuri (rapita), bocca tagliata (uova-di lana). Su Genova così bianca (atto vergognosamente umano), dove non si chiede a nessuno perché sia solo uno straniero, si muovono tutti i suoi pizzi rossi (sfocatura): pietre superumane (l’indeterminazione), e muri ancor più rossi (a gocce). Sotto la gonna tutta pieghe (come una equazione d’onda), puoi carezzare le cosce di ostia e vino: panchine su cui cadono i fiocchi di carne bianca (un altro tentativo), Sì sarà la sua ultima parola, quando chiuderà quel libro che non dico, e che stavi leggendo anche tu, e poi quando si annoierà all’inizio della prima pagina (sepolta), finendo per sposare il Non-protagonista: Sì, aspetto che mi passino a prendere, mi dici, pensando di avere ancora una possibilità per rimanere.
Non è così, Margrehte?
(e quel rincoglinito di tuo marito?)
(e quel rincoglinito di tuo marito?)
Giorno successivo, marzo.
In questa mattina calda, di sabato e di inverno, fisso sul divano di piume gialle come il simile genera il simile: soffio bolle di sapone e mi chiedo se avessi coraggio come sarei ai tuoi occhi, come sarei cambiato.
In questa mattina calda, di sabato e di inverno, fisso sul divano di piume gialle come il simile genera il simile: soffio bolle di sapone e mi chiedo se avessi coraggio come sarei ai tuoi occhi, come sarei cambiato.
Il mio soffitto pagano che chiude il cielo, con i suoi ornati bianchi, sogna tra le ciglia di calce aquile trasparenti e luce e dei quieti ed indifferenti:
uomini-maghi, senza mani e dai capelli lunghi.
Ore pagane, il Tempo è aizzato e libero e solo, ed io gli sono fidanzato.
Quando andrò all’Inferno, ci andrò con l’ascensore di Castello De Albertis,
rubando a Caproni le sue ore notturne: e scenderò in via Balbi spagnola e rotta nel mezzo, indispettendo lo sguardo sui vetri da dove loschi umani mi fissano pieni di rabbia fingendo d’essere occupati: avrò paura delle cantine chiuse sui vicoli che come formiche rosse fuggono in ordine lungo la strada, e le fotocopie e le biblioteche mi sembreranno familiari, ma mi indicheranno la fine vicina.
Quando andrò all’Inferno, scenderò dal mio Belvedere tranquillo con l’ascensore piccolo ed orizzontale del Castello, che presto si volta verso via Balbi, le sue mattonate dove un giudice è stato fucilato e le sue automobili anfetaminiche, la cura che ci mette per nascondere agli studenti la miseria dei suoi poveri abitanti, le pattuglie del Commissariato Prè, i palazzi d’oro dei nobili barocchi e fuggiti via.
Finalmente, andrò verso la vita reale, in Via Balbi. Forse incontrerò allora Marina, e le dirò
-Amore, ora sono in strada, tra gli altri uomini- come a renderla orgogliosa. E le chiederò di ballare, sulle note di Mina. Ma lei mi sorriderà, perchè non avevo capito nulla:
-Tommaso, Tommaso-
sospirerà –
ma cosa ci fai qui, cosa pensavi di dimostrare? Devi tornare a casa tua, a Castelletto, dove ti aspetto. Abbiamo tante cose da fare-
sospirerà –
ma cosa ci fai qui, cosa pensavi di dimostrare? Devi tornare a casa tua, a Castelletto, dove ti aspetto. Abbiamo tante cose da fare-
Mi prenderà la mano, e mi darà un bacio sulla guancia.
Io vorrei stringerla a me, ma mi dirà
-Ora vai, dannazione, torna a casa-.
Allora dovrò tornare a San Nicola, ed aspettare ancora, e studiare ancora un poco.
Questa mattina
è dolce ma inquieta, e questa mitezza respira fino al mare.
Re-Maghi passeggiano come acrobati sulle grondaie dei palazzi, in silenzio.
Portano incantesimi nelle loro tasche.














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