Lettera della follia IV – Aspettando
Sono stupito del fatto che oggi mi sia capitato di comprare il giornale, fatto per me del tutto nuovo: carta e preghiere, ho sfogliato con noia il tutto, e poi con cura impacchettandolo l’ho lasciato con desiderata involontarietà sopra una sedia del dipartimento.
Mario, uno dei miei Personaggi, porta un ombrello con sè, perchè ha deciso di finire a Londra, con i suoi occhi chiusi, poi aperti, poi chiusi.
I.
Apertura delle pagine della stampa. Ed immediata chiusura. La questione che la stampa solleva è politica: fine di un governo, elezioni. Non me n’ero quasi accorto.
Nel mio disinteresse, ma il disinteresse più politico che vi sia. Solitamente mi dedico soltanto alla lettura della pagina del Secolo XIX dedicata a necrologi e film in proiezione nelle calde sale del Gioiello, dell’Eldorado e del Chiabrera. Eros e Thanatos, a sublimare. O gazzosa e pop corn, alla cassa, per chi volesse gustarsi anche in chiave gastronomica la pellicola “Il marchese del grilletto”, immagino liberamente tratto dal più celebre film monicelliano. Il giovedì, dalle 8.30 alle 11. La mattina cova momenti accoglienti per sedere nell’ultima fila di un cinemà pornografico, a leggere un buon libro.
Forse vale la pena di sottolineare, come stamane mi è stato suggerito da un appuntamento, che la situazione istituzionale della repubblica italiana del febbraio 2008 è certo più instabile di quella della repubblica di Weimar del marzo 1933.
A ciascuno il significato della asimmetria, conto tenuto che, proprio in fin di questo conto, a Weimar il sistema istituzionale non era nè in crisi nè strutturalmente debole (Tuttavia, senonchè, etc. etc.). Poi ho un poco discusso quella splendida formula magica “se mangio gli occhi di una civetta, allora vedrò di notte”, di cui il professore s’era già dimenticato d’esserne il padre. Con quello strano accento un pò borbottesco.
Mi ha lasciato cullare nel ramo d’oro di Frazer e nell’idea che il Re, proprio perchè potente in senso assoluto, appena eletto deve essere ucciso.
A tal proposito, mi auguro che il comitato per il referendum sollevi un conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale, con un meccanismo a spirale per cui la corte solleverebbe a sua volta questione di costituzionalità dinanzi a se stessa della legge che permette lo slittamento di un anno del referendum in caso di scioglimento delle Camere.Il conflitto di attribuzione, sostiene oggi un Tal, dei Tali -e questo lo leggo appunto su quel giornale che ho smarrito-, andrebbe sollevato nei confronti del Presidente della Repubblica e del Presidente del consiglio, che controfirma il decreto di scioglimento. Se così accadesse, non dovrete aspettarvi che una delle tipiche pronunce interlocutorie (che abbia la forma di sentenza monitoria, o interpretativa di accoglimento) della nostra Consulta, il che dimostrerebbe come la Corte Costituzionale non è un organo teso a risolvere confltti, ma ad evitare ad ogni costo, anche nascondendo la Costituzione, che si creino.Ora c’è, ora non c’è. La forma, e lo spirito.
Ma non affronterei oltre l’argomento, dal momento che dovremmo accordarci prima sul concetto di Costituzione, e questo porterebbe via del tempo prezioso ai miei starnuti, alle mie gocce per il naso, ai miei fazzoletti. La malattia del raffreddore mi perseguita. Telefono alla mia Marina, che studia, per farmi consolare un poco.
II.
Preoccuparsi della morte.Ora mi sto dedicando allo studio delle cause di morte nel nostro Paese. Mi diverto con le statistiche, con i complessi dati del nostro ISTAT. Scopro delle cose interessanti. Nel 2003 sono morte in Italia 588.897 persone. Di esse 241.756 persone se ne sono andate all’inferno per colpa di malattie del sistema cardiocircolatorio, e 167.144 per tumore. Insieme i due malanni fanno circa il 70% dei decessi totali.Fin qui, siamo nella ragionevole banalità della morte. Poi qualche dato su cui mi diverto. Solo detto a titolo di esempio, sono più le morti per avvelenamento accidentale (244) che quelle per alcoolismo (240). Come a dire che se beviamo di nostra spontanea volontà corriamo meno rischi che contendoci in una dieta di liquidi salutista.I suicidi sono a quota 4075, nettamente superiori agli morti per omicidio (648), a quelli per cadute accidentali (2780). Fondamentalmente, ci si ammazza più da soli che per mano d’altri o sbadataggine. Tutto ciò è paradossale.
E poi ci sono un sacco di altri dati, insomma: c’è da divertirsi, in senso un pò macabro. Vorrei fare testamento, ma non ho nulla da lasciare, perchè sono solo un nano ed un parassita, sulle spalle della mia famiglia. D’altro canto, potrei dettagliatamente curare l’organizzazione e l’architettura del mio funerale trimalcionico, ma anche questa sarebbe una preoccupazione inutile, poichè da induttivista convinto non credo all’idea sillogistica che
“Tutti gli uomini sono mortali”. Tutti gli uomini…ma tutti chi?
Ovviamente quelli già morti. Solo di loro si può dire che erano mortali.
Ma allora è una tautologia: “Tutti gli uomini già morti sono mortali”.
Dunque non rientro, da vivo, nel campo di applicazione della premessa maggiore.
Socrate è un uomo.
Quindi, forse, sono Socrate.
E Socrate è morto sorseggiando della cicuta, quindi nemmeno di morte naturale. Poichè non ho intenzione di esperimentare le spezie e gli aromi di veleni per topi e filosofi, mi sento abbastanza al sicuro.
Se non fosse per questo raffreddore, che mi ricorda tanto i sette piani di Buzzati e mi rende nervoso, ed impaurito.
Detto questo, il raffreddore continua a tentarmi, con i suoi rossi pomi e le coperte pesanti, e la Testa si china un poco, quasi a raccogliere con lo sguardo i polmoni e la pancia, invecchiati entrambi.
Pur avendo la stessa età, alcuni di noi crescono, altri di noi invecchiano. Io mi sento a tratti nella seconda categoria, per la quale il tempo non va avanti, non diventa tempo nuovo, ma passa e fugge.
Siamo in un periodo di quiete e di freddo, prima dell’esplosione. Esplosione della primavera, della gioia e delle ragazzaglie in piazza.
Le stoviglie e le vettovaglie, i pascoli bianchi, prepariamo i coltelli ed il sale, nascondiamo le strade.
Un amico, quando eravamo al liceo, s’era fissato con un passo di una descrizione pirandelliana che parlava di “molle bontà, soffusa in una rassegnata malinconia”: ci fissiamo su dettagli, per non essere banali. E siamo tanto curiosi da far ruotare intorno ad essi giostre di parole e cavalieri verbali ed affetti, i nostri amici, finchè il tempo rende quei dettagli soltanto oggettivi, soltanto ricordi: ed allora che senso aveva appuntarsi su foglietti vaganti e piccolissimi, quasi introvabili, sempre quel passo tra tanti? Forse perchè ricordava le premesse sottili: bambinocci di paese che tra le pozzanghere e i muriccioli giuocano a tagliar la coda alle lucertole, a torturare questi sonnolenti ed indifferenti avventori di pietre assolate.
Sbuccio e mangio arance, solitario.
Telefono ancora a Marina, perchè mi rassicuri ancora un poco.
Aspettiamo. Anche questo è già qualcosa.














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