Lettera della follia III – A proposito di una cartolina di Chiara, un’amica
Chiudo le pagine a questo Venerdì di studi. Piuttosto noioso.
E Leggo una cartolina che arriva da Vienna:
premetto che, come in me, anche in voi vi dev’essere questa forma di solitudine quieta, che chiamiamo studio:
non dovremmo più intenderlo, oramai, in senso scolastico.
Parlate pure dello studio come ozio e come officium al contempo, se non vi dispiace come luterana Beruf (nell’ambivalenza Lavoro-Vocazione).
Potrei dire, nel senso in cui Weber perfeziona questa ambivalenza, lo studio come Professione.
A tal proposito, mi riservo di dirvi che, chiacchierando con XXXX l’altro giorno, scoprivo anche in lui il senso pacato ma drammatico di solitudine che prova chi vive in un anacronismo sociale. Chi parla più con i morti che con i vivi.
Chi ordina la giornata secondo tempi kantiani: i miei vicini regolano l’orologio nel taschino al mio passeggio sotto il portone di Corso Firenze.
Chi alla sera si ripete, alla scrivania, Cameretta mia, già fosti un porto.
E c’è Chiara che spedisce cartoline medievali, e vi allega una lente di ingrandimento, per chiedermi di scoprire cosa c’è di nuovo in un uomo con un’arnia in testa, a ricordare il miele: il digiuno che mi chiedi, le pulizie domestiche.
Forse un vizio erasmiano? (La Sposa sudicia)
Essenzialmente, amica mia, questo combattimento tra il carnevale e la quaresima è Inerzia, come una delle forze trainanti la Storia.
Dobbiamo comprendere come la Storia, ed anche la nostra storia, sia inerzia:
come dice bene Labrousse, senz’altro
“il sociale è in ritardo sull’economico, e il mentale sul sociale”.
Noi, con le nostre idee, siamo lentezza storica, non altro.
Io con la mia violenza, io che sono più brutale di voi, più reazionario di voi, sono lentezza.
Dov’è la vostra lentezza?La mente è inerzia: i suoi automatisti, la sua fantasia.
Chiara legge bene il greco antico, e sono molto orgoglioso delle sue
ex-treccie bionde ed Enormi -aggettivo caro a Svevo-,
che sognavo di veder portare a scuola, ed appendere alla cattedra, come somari al contrario.
E quando traduceva, si muoveva tutta, come avesse paura, paura forse di tradurre troppo bene quella versione già sentita, troppo semplice andar a ripescare dal fiume la carcassa platonica di un macedone, i merletti di Pasifae e le mutandine su cui sbuffava il toro, e legarle ai brani evangelici del professore, che aveva appena scambiato l’aoristo di essere con la prova dell’esitenza di dio, come nel gioco delle tre carte: e tu giù con la testa a tradurre, aprendo il vocabolario solo per atto di umiltà.
Lei ci invitava a prendere il thè in casa sua, con il suo finto bovarismo, all’uso di noi maschi privi di buone maniere e di donne: ma adoravo le sue ciglia parnassiane, i suoi occhi che pensavano una Natura fatta a Tempio.
Io, più materialmente, ero tutto incuriosito dai libri del suo salotto: ho ancora una copia della Spiaggia di Pavese, enigmatica. Ed ora ho tutti i libri di Marina, pagine d’amore.
Ed i libri di un’amica antica, perchè c’è anche il tuo Cartesio, e fanno due.
Poi i libri rubati e quelli donati, sempre attento alle mie passioni.
In questi libri, c’è tutto il pregiudizio della mia conoscenza: paradossalmente, più conosciamo più diventiamo anacronistici, inerti e lenti.
Poichè non possiamo che conoscere il passato, e la sua mentalità ci assorbe.
Nani sulle spalle dei giganti, significa solo che siamo più antichi dei nostri predecessori.
Siamo più medievali dei medievali, e più moderni dei moderni.
Ed allora la conoscenza è forse il luogo più adatto per non capire le cose di oggi.
Di un oggi in cui non viviamo bene: io, ad esempio, amo come solo un narcisista può amare la vita intera, ma disprezzo questo mondo. è un mondo che non mi piace, nemmeno un pò.
La conoscenza è il modo doloroso per farselo piacere ancor meno.
Noi vogliamo poter restare in questa solitudine forte, anipotetica: per lasciare che il tempo passi in senso anti-moderno.
Molto Modernamente, però.















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