La strage di Civitella e la FAZ: sui danni dei tedeschi – traduzione di B. Bonelli

PartigianiIl 1 Novembre 2008 la Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ) ha pubblicato il presente articolo in polemica con la visita del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a El Alamein e con la sentenza della Cassazione che ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno nei confronti dello Stato tedesco a favore di due parenti delle vittime della strage di Civitella, del 29 Giugno 1944.

Viene qui presentata la traduzione in italiano dell’articolo che ha riaperto, ancora una volta, i complessi rapporti italiano-tedeschi in merito alla nostra guerra civile del ’43-’45 e alla presenza dell’esercito tedesco in Italia.

Ciò che non è stato colto pienamente, forse, nel dibattito sui giornali conseguente a questo intervento della stampa tedesca, è che, al centro della polemica, si pone la questione del ruolo e del senso morale e politico di quel fenomeno che i tedeschi, a differenza nostra, non conobbero nei giorni del ’44 e del ’45: la resistenza.

 

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Si continua a sparare

di Heinz-Joachim Fischer, Roma

 

 

Per alcuni in Italia la seconda guerra mondiale non é ancora giunta a termine. Non lo é per il Presidente della Repubblica Napolitano, non lo é per quelli che – come un tempo soldati giapponesi su un’ isola nel Pacifico abbandonata e immutata da cambiamenti – si sono recati nel Palazzo della Giustizia a Roma, un enorme complesso del penultimo secolo tra il fiume Tevere e piazza Cavour.

Nel labirinto della giustizia, i giudici della Corte di Cassazione della prima sezione penale, l’organo posto al vertice del sistema giudiziario italiano, sono dell’opinione che i dibattiti tra il Deutsches Reich ed i “piccoli italiani” debbano continuare, e continuare mediante mezzi giuridici a favore dell’Italia.

 

Giorgio Napolitano, classe 1925, lo scorso fine settimana si trovava nella cittá egiziana di El Alamein. L’occasione era il 66esimo anniversario di due grandi e sanguinose battaglie dei mesi di giugno e ottobre/novembre 1942: da una parte tra le forze armate dell’Italia e della Germania, dall’altra tra gli alleati sotto il comando inglese.

Ci si aspettava che Napolitano onorasse i soldati caduti del suo paese, all’incirca 1800, che, per ordine dello Stato, dovettero lasciare laggiù le loro giovani vite.

Ma, come fedele membro del passato Partito Comunista Italiano, del quale fece parte dal 1945 fino al suo mutamento in “Partito democratico di sinistra” nel 1991, egli ha  continuato a condurre la guerra con mezzi politici – quasi 7 decenni dopo gli episodi accaduti.

In Italia il nazi-fascismo non é ancora morto abbastanza?

 

Il ministro italiano della difesa La Russa- il quale fece parte del movimento post-fascista MSI, finché il partito non si trasformò in destra nazionale ed infine si fuse assieme a “Forza Italia” del Presidente del Consiglio Berlusconi nel “Popolo della libertà”- ha taciuto a riguardo e ha detto solamente: “Le parole del Presidente della Repubblica non si commentano, si ascoltano e basta.”

Secondo il PdR Napolitano, il vero perdente di El Alamein fu il nazi-fascismo e la sua “folle ideologia”. Esatto, era il 1942, e definitivamente perse nel 1945. Però da allora il partito italiano di sinistra lotta in modo deciso contro il fascismo, con la convinzione che esso in Italia dopotutto non possa essere poi cosí morto, che occorra continuare a combatterlo.

 

La settimana scorsa i giudici della Corte di Cassazione hanno deciso che ai cari di due vittime di attacchi nazisti della seconda guerra mondiale spettassero risarcimenti dell’importo di 800.000 euro. Una somma di cortesia: sarebbe potuta essere anche maggiore. La Cassazione ha deciso nel mese di giugno di quest’ anno che anche le cause degli addetti ai lavori forzati e dei loro collaboratori contro la Bundesrepublik Deutschland fossero “del tutto legittime”. Questo é da ridere, segnala insinuando timore il potente Palazzo della Giustizia romano, piú grande di qualunque altro palazzo tedesco, se la “grande Germania” non debba essere messa tutt’ora in ginocchio. Crisi finanziaria di quá o di lá.

 

“La Merkel deve pagare”

 

Anche in Italia non mancavano gli articoli che prontamente dichiaravano al popolo la possibile pioggia di Manna del Nord. 800.000 euro per due vittime. Ció puó diventare un bella somma per i migliaia di morti tra il 1939 ed il 1945. Alcuni credevano che certi calcoli avessero un che di falso, che bisognasse dimostrare, con riguardo ai giudici, che la guerra fosse finita giá da piú di 63 anni.

Peró si parla di orrori nazisti: che dunque – come sottolineano chiaramente i titoli dei giornali- la “Germania sia condannata” e che la “Merkel debba pagare”.

 

Ma anche in Italia qualche cosa era andato storto in quei maledetti decenni tra la fine della prima e della seconda guerra mondiale, col Fascismo per esempio. Poi a Roma é accaduto qualcosa di grandioso, di eroico, come la sentita deposizione del dittatore Mussolini nell’estate 1943. Peró, proprio nel rapporto con la Germania, gli italiani dovrebbero osservare la loro piú recente storia in modo piú esatto. Facciamo degli accenni; dovrebbero essere incoraggiati.

Peró poi sparisce di nuovo tutto dietro ad un velo di auto-compiacimento, e contro la Germania si fa di nuovo la voce grossa ricordando i misfatti nazisti.

 

Non solo nel ruolo della vittima.

 

È uno degli orrori piú grandi contro l’umanità quello di cui la Cassazione s’è occupata. La sentenza riguarda un fatto della guerra del 29 giugno 1944, nel paese di Civitella vicino ad Arezzo in Toscana. Come rappresaglia contro l’uccisione di due o tre soldati tedeschi per colpa dei partigiani della “Resistenza”,  alcuni appartenenti alla divisione Hermann Göring passarono all’ attacco contro i civili ed uccisero secondo dati italiani 203 persone, tra cui donne e bambini. I familiari di due vittime, Metello Ricciarini e Ranieri Pietrelli, non si accontentarono dei trattati su una generale azione di riparazione- cosí nel patto di Bonn del 1961 con 40 miliardi di lire (allora 264 milioni di marchi)-, ma continuarono per decenni un’azione penale in veste di parti civili e raggiunsero finalmente la condanna del maresciallo dell’epoca, Max Milde, il quale vive tutt’oggi in Germania all’etá di 88 anni. A loro venne attribuito così il diritto di essere risarciti.

 

Peró, se si osserva attentamente, l’Italia non puó prendersi solamente la parte di vittima nei confronti della Germania.  L’11 giugno 1940 Mussolini e gli italiani andavano in guerra con entusiasmo come alleati dei nazisti, quando si trattava di far parte della vittoria contro la Francia. In Piazza Venezia a Roma risuona ancora forte l’urlo di gioia per il dittatore sul balcone del Palazzo. Gli italiani persero con ogni diritto la voglia di far guerra ed esautorarono Mussolini. Peró avevano le forze armate tedesche sul loro territorio. Ad inizio del settembre 1943 ci fu un armistizio, nel sud, tra il governo Badoglio e gli alleati; nel nord Mussolini era dalla parte dei tedeschi, vincolato da loro (con il governo-marionetta al Lago di Garda).

 

Lusinghiero mito fondatore

 

Tra la flotta tedesca e tra i semplici soldati delle forze armate vi era un diffuso disprezzo per quanto riguardava gli alleati italiani. Ovunque, in Francia, in Africa, anche ad El Alamein, nei Balcani, in Grecia o nell’ Unione Sovietica si era dovuto aiutare “l’italiano” ad uscire dalla crisi- come avevano percepito i nostri compaesani; l’appuntamento per l’attacco all’Unione Sovietica dovette essere rinviato per colpa degli “aiuti” di Mussolini, con conseguenze disastrose. Poi avrebbero anche commesso tradimento- cosí dicevano i nostri compaesani stupiti. E infine distrussero anche le iniziative di un’ azione di ritiro ordinato attraverso insensati attacchi da parte dei partigiani della Resistenza, anche se erano state minacciate rigide rappresaglie. Peró totalmente insensati non furono gli attentati, perché essi comprendevano bene sia  il numero dei morti come vittime che lo stupore dei sopravissuti.

Gli attentati della “Resistenza” vennero compiuti con la consapevolezza delle conseguenze?

 

E’ qui che inizia il mito fondatore della Repubblica Italiana del dopoguerra, dopo fascismo e monarchia.

Esso dice che non si è soltanto esautorato e condannato Mussolini, ma che le forze popolari cristiano-democratiche, socialiste e comuniste avrebbero liberato l’Italia tramite azioni eroiche.

Neanche la piú estrema brutalità dei nazisti poté vincere questa eroica guerra della libertà.

I paesi delle azioni militari della Resistenza contro i soldati tedeschi  e delle rappresaglie sono perció diventati luoghi santi, che vengono visitati da capi di Stato e visitatori del paese; sono i nomi e simboli della resistenza che ha avuto successo contro la disumanitá.

 

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Es wird weiter geschossen

Von Heinz-Joachim Fischer, Rom

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01. November 2008 Für manche in Italien ist der Zweite Weltkrieg noch immer nicht zu Ende. Für Staatspräsident Napolitano nicht, und nicht für jene, die es – wie einst japanische Soldaten auf eine verlassene, von Veränderungen unberührte Pazifikinsel – in den Justizpalast von Rom verschlagen hat, einen riesigen Komplex zwischen Tiber und Piazza Cavour aus der vorletzten Jahrhundertwende. In dem Gerechtigkeits-Labyrinth sind die Richter der Cassazione, des obersten italienischen Berufungsgerichts, der Ersten Strafsektion, der Meinung, dass die Kampfhandlungen zwischen dem Deutschen Reich und den „kleinen Italienern“ weitergehen und mit juristischen Mitteln siegreich für Italien abgeschlossen werden müssen.

Giorgio Napolitano, Jahrgang 1925, war am vergangenen Wochenende in der ägyptischen Stadt El Alamein. Anlass war der 66. Jahrestag zweier großer und blutiger Schlachten im Juli und Oktober/November 1942 zwischen den verbündeten Achsenmächten Italien und Deutschland einerseits und den Alliierten unter britischer Führung andererseits. Man erwartete, dass Napolitano die gefallenen Soldaten seines Landes ehren würde, etwa 1800, die im Auftrag des Staates dort ihr junges Leben hatten lassen müssen. Doch als getreues Mitglied des früheren Partito Comunista Italiano, der italienischen kommunistischen Partei, der er von 1945 bis zu deren Umwandlung in die „Linksdemokraten“ 1991 angehörte, führte Napolitano – bald sieben Jahrzehnte nach den Ereignissen – den Krieg mit politischen Mitteln weiter.

Nazi-Faschismus in Italien noch nicht tot genug?

Der italienische Verteidigungsminister La Russa – der einmal der post-faschistischen „Sozialbewegung“ (MSI) angehörte, bis sie sich zu Rechtsnationalen wandelte und schließlich mit der Polit-Bewegung von Ministerpräsident Berlusconi „Forza Italia“ zur „Partei der Freiheit“ fusionierte – schwieg dazu und sagte nur: „Die Worte des Staatspräsidenten kommentiert man nicht, man hört sie an.“ Der wahre Verlierer in El Alamein sei, so sagte Staatspräsident Napolitano, der Nazi-Faschismus wegen seiner „wahnsinnigen Ideologien“ gewesen. Richtig, das war 1942, definitiv 1945. Doch seitdem führt die italienische Linke den Kampf gegen den Faschismus erst richtig, offenbar in der Überzeugung, der Nazi-Faschismus in Italien könne gar nicht so tot sein, dass man ihn nicht weiter verfolgen müsste.

So entschieden in der Woche davor die Richter der Cassazione in letzter Instanz, dass den Angehörigen zweier Opfer von Nazi-Verbrechen im Zweiten Weltkrieg Entschädigungen in Höhe von 800.000 Euro zustünden. Gleichsam eine Freundschaftssumme; es hätte auch mehr sein können. Im Juni dieses Jahres entschied derselbe Kassationshof, dass auch die Klagen der während des Krieges deportierten Zwangsarbeiter und ihrer Angehörigen auf Entschädigungen gegen die Bundesrepublik Deutschland „vollkommen legitim“ seien. Das wäre doch gelacht, signalisiert furchteinflößend der gewaltige römische Justizpalast, größer als jeder deutsche, wenn man „la Grande Germania“ nicht doch noch in die Knie zwänge. Finanzkrise hin oder her.

„Merkel muss zahlen“

Es fehlte in Italien auch nicht an Berichten, die eilig die frohe Botschaft vom möglichen Mannaregen aus dem Norden unter das Volk brachten. 800.000 Euro für zwei Kriegsopfer. Das kann noch eine schöne Summe werden bei Millionen Toten zwischen 1939 und 1945. Einigen schwante zwar, dass solche Rechnungen etwas Unwirkliches haben, dass man den Richtern schonend beibringen müsste, der Krieg sei seit mehr als 63 Jahren beendet. Aber es geht um Nazi-Greuel, und darum, dass, wie die Titel in den Zeitungen laut aufschreien, „Deutschland verurteilt“ ist und „Merkel zahlen muss“.

Auch in Italien war einiges daneben gegangen in jenen vermaledeiten Jahrzehnten zwischen dem Ende des Ersten und des Zweiten Weltkriegs, mit dem Faschismus zum Beispiel. Dann ist auch Grandioses, Heroisches in Rom geschehen, wie die Absetzung des Diktators Mussolini aus eigener Kraft und Überzeugung im Sommer 1943. Aber gerade im Verhältnis zu Deutschland sollten die Italiener ihre jüngste Geschichte etwas genauer betrachten. Ansätze dazu werden gemacht; die sollten ermutigt werden. Aber dann verschwindet alles wieder hinter einem Schleier des Selbstgefallens, und es wird gegen Deutschland die Keule der Nazi-Untaten hervorgeholt.

Nicht nur in der Opferrolle

Es ist jene Keule der verabscheuenswürdigsten Verbrechen gegen die Menschlichkeit, mit denen sich die Cassazione jetzt beschäftigte. Das Urteil bezieht sich auf eine Kriegshandlung am 29. Juni 1944 in dem Ort Civitella bei Arezzo in der Toskana. Als Repressalie gegen die Tötung von drei oder vier deutschen Soldaten durch Partisanen der „Resistenza“ gingen Angehörige der Division Hermann Göring gegen Zivilisten vor und töteten nach italienischen Angaben 203 Personen, darunter Frauen und Kinder. Die Angehörigen von zwei Opfern, Metello Ricciarini und Ranieri Pietrelli, begnügten sich nicht mit den Staatsverträgen über eine generelle Reparationsleistung – so im Vertrag von Bonn 1961 mit 40 Milliarden Lire (264 Millionen Mark damals) –, sondern betrieben über Jahrzehnte hin als Zivilkläger die strafrechtliche Verfolgung der Täter und erreichten schließlich die Verurteilung des damaligen Feldwebels Max Milde, der im Alter von 88 Jahren in Deutschland lebt. Ihnen wurde jetzt das Recht auf Entschädigung zugesprochen.

Die genauere Betrachtung fördert jedoch zu Tage, dass Italien im Verhältnis zu Deutschland nicht nur die Opferrolle einnehmen kann. Mit Begeisterung traten Mussolini und die Italiener am 11. Juni 1940 als Verbündete der Nazis in den Krieg ein, als es galt, Anteil am Sieg gegen Frankreich zu gewinnen. Auf der Piazza Venezia in Rom gellt immer noch der Jubel für den Diktator auf dem Balkon des Palazzo. Mit vollem Recht verloren die Italiener 1943 die Lust am Krieg und entmachteten Mussolini. Doch sie hatten die verbündete deutsche Wehrmacht im Land. Anfang September 1943 schloss die Regierung Badoglio im Süden einen Sonderwaffenstillstand mit den Alliierten; Mussolini im Norden hielt zu den Deutschen, weil er von denen gehalten wurde (mit der Marionetten-Regierung am Gardasee).

Schmeichelhafter Gründungsmythos

Im deutschen Generalstab und unter den einfachen Soldaten der Wehrmacht war Unzufriedenheit über den italienischen Verbündeten weit verbreitet. Überall, so hatten die Landser am eigenen Leib erfahren, in Frankreich, in Afrika, auch in El Alamein, auf dem Balkan, in Griechenland oder der Sowjetunion, habe man „dem Italiener“ aus der Not helfen müssen; die Terminplanung für den Angriff auf die Sowjetunion habe wegen der Hilfen für Mussolini verschoben werden müssen, mit katastrophalen Folgen. Dann begingen sie auch noch „Verrat“ – so die empörten Landser. Und zuallerletzt störten sie die Operationen eines geordneten Rückzugs der Wehrmacht durch sinnlose Anschläge von Partisanen der „Resistenza“, obwohl strenge Repressalien angedroht waren. Doch so sinnlos waren die Attentate nicht, weil die Toten als Opfer und das Entsetzen der Überlebenden einkalkuliert waren. Wurden die Anschläge von der „Resistenza“ im Bewusstsein der Folgen verübt?

Doch hier setzt der Gründungsmythos der Republik Italien nach Kriegsende, nach Faschismus und Monarchie ein. Er besagt, dass man nicht nur Mussolini abgestraft habe, entmachtet und hingerichtet, sondern dass die christlich-demokratischen, sozialistischen und kommunistischen Volkskräfte in heldenmütigen Operationen Italien befreit hätten. Selbst die extremste Grausamkeit der Nazis habe diesen heldenhaften Freiheitskampf nicht besiegen können. Deshalb sind die Orte von „Resistenza“-Aktionen gegen deutsche Soldaten und die darauf folgenden Vergeltungsmaßnahmen heilige Stätten, zu denen Präsidenten und Staatsbesucher pilgern, ihre Namen Symbole des erfolgreichen Widerstands gegen Unmenschlichkeit.

 

 

 

 

 

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Una risposta a La strage di Civitella e la FAZ: sui danni dei tedeschi – traduzione di B. Bonelli

  1. admin scrive:

    Si riporta l’intervento del Presidente Napolitano da cui ha avuto origine la polemica.

    25 OTTOBRE 2008
    DAL CORRIERE DELLA SERA
    EL ALAMEIN – Il Presidente della Repubblica, in visita ufficiale in Egitto, ha lasciato un messaggio sul libro d’onore del sacrario italiano ad El Alamein, che custodisce le spoglie di quasi 5mila soldati italiani caduti durante la seconda guerra mondiale, nelle battaglie che si combatterono in questa piana desertica nel 1942. Un «profondo omaggio» che il presidente ha voluto lasciare «colpito e commosso – ha scritto Napolitano – in questo luogo di memoria sempre vivo». Nel suo discorso, Napolitano ha tracciato un’analisi storico-politica degli eventi: sulle sabbie di El Alamein «i veri sconfitti furono i disegni di aggressione e di dominio, fondati persino su aberranti dottrine di superiorità razziale, che avevano trovato nel nazismo hitleriano l’espressione più virulenta e conseguente». Il capo dello Stato osserva che quella sconfitta «che non avrebbe gettato alcuna ombra sui valori di lealtà e di eroismo dei combattenti italiani o tedeschi» fu dovuta «non solo alla soverchiante superiorità di mezzi e di uomini dell’opposto schieramento, ma alla storica insostenibilità delle ragioni, delle motivazioni e degli obiettivi dell’impresa bellica nazi-fascista».

    Quanto ai militari italiani, che qui ad El Alamein caddero in 5.200, Napolitano tiene a sottolineare che «furono tutti guidati dal sentimento nazionale e dall’amor di Patria», loro come i combattenti con altre divise, «per diverse e non comparabili che fossero le ragioni invocate dai governi che si contrapponevano su tutti i fronti del secondo conflitto mondiale». Il presidente Napolitano ricorda che «la causa in nome della quale gli appartenenti alle forze armate dell’Asse nazi-fascista erano stati chiamati a battersi, fino a immolare le loro vite tra le dune di questo deserto, apparve, proprio a partire da quei mesi del 1942, votata alla sconfitta». Se gli eventi che si rievocano oggi sono fortunatamente «da un pezzo alle nostre spalle», tuttavia l’esortazione del Quirinale è a «non dimenticare». Infatti, «in questo solenne scenario, che evoca vicende terribili di guerra e di morte, sentiamo profondamente come italiani e come europei il dovere della riconoscenza, della memoria, della riflessione».

    Soprattutto «le generazioni che non hanno conosciuto la guerra, che hanno vissuto nella nuova Europa via via unitasi nella pace e nella democrazia, debbono rispetto e riconoscenza sempre ai tanti che caddero in questa terra e a quanti combatterono, da entrambe le parti, onorando le loro bandiere, chiamati a operare con sofferenza e sacrificio fino al rischio estremo della vita». Napolitano ricorda che nel disastro della seconda guerra mondiale «sono crollati i nazionalismi irriducibili, i sordi antagonismi tra gli Stati europei alimentati da interessi e pretese inconciliabili, gli impulsi egemonici e i tenaci revanscismi. È da quel terribile, duplice abisso di distruzione e bagno di sangue – sottolinea – che è scaturita la costruzione di una Europa fondata anzitutto sulla riconciliazione tra Francia e Germania, su una graduale fusione di interessi e condivisione di sovranità». A tal proposito, il capo dello Stato sottolinea che «abbiamo dato vita a un’autentica comunità di valori, tra i quali ha primeggiato quello della pace, di una cultura della pace basata sulla ricerca paziente di soluzioni negoziate per le controversie internazionali. Su queste basi, si è consolidata la pace in Europa, così da rendere impensabile il ripetersi di orrori come quelli che furono vissuti a El Alamein da trecentomila uomini di molteplici nazionalità». E proprio qui, nella battaglia di El Alamein e negli altri conflitti che segnarono la guerra in Africa, «prese avvioanche il grande fenomeno storico del crollo o del superamento degli imperi europei, aprendosi così la strada all’affrancamento di questo dolorante continente dalla dominazione coloniale».

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