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La mia passeggiata serale come obiezione metafisica. Storielle.

14 Giugno 2008 No Comment

Capita che il tramonto, nei giorni estivi di giugno, si cali a sera, subito prima della cena. Le passeggiate, a fumare sigarette e chiacchierare, sono più piacevoli. Mario è puntuale nel gretagarbeggiare con la sua Camel, scendendo dal bus (che per lui è un MacGuffin) e sorridendo sotto il mio portone. Non ci sono innamoratine a quest’ora, perché è una passeggiata stoica, faticosa, di quelle dove tutti vorrebbero restarsene in silenzio, e godersi solo la compagnia dell’amico, e non anche le sue parole.

 

È un’idea post-epicurea,  ipocondriaca, rumorosa, quella del passeggiare in silenzio.

 

Gli amici preferiscono allora, quando proprio è necessario dire qualche parola di small moral, raccontarsi storielle che già conoscono. Ognuno racconta all’altro quello che già sa, e che forse proprio lui raccontò per primo: diventano filastrocche, canzonette e rime sparse, da ripetersi come molli rapsodi.   

 

Due storielle che amo ascoltare, ma non raccontare, sono quelle che tempo fa avevo letto in un bel testo del professor Smullyan[i]. Dopo averle raccontate ai miei amici, ora mi piace riascoltarle da loro.

La prima storia spiega bene la natura della logica.

Un abitante del Vermont andò alla fattoria di un vicino, a cui chiese: «Lem, che cosa hai dato al tuo cavallo l’anno scorso, quando ebbe quella colica?»

Lem rispose: «Crusca e melassa».

L’agricoltore rincasò, tornò una settimana dopo e disse:

«Lem, ho dato al mio cavallo crusca e melassa, ed è morto».

Lem replicò:«Anche il mio».

Ogni volta, dopo averla riascoltata, fumo una sigaretta, e mi ritrovo nei panni di quel povero cavallo.

Legata a questa storiella, un’altra, altrettanto significativa, che ha per protagonista il matematico Von Neumann. Egli venne consultato da un gruppo di studiosi che stavano costruendo un razzo da mandare nello spazio. Quando vide la struttura ancora incompleta del razzo, disse: «Dove avete preso i progetti per questa aeronave?». Gli risposero che avevano un gruppo di ingegneri progettisti. Von Neumann fu sprezzante: «Ingegneri!! Ma io ho esposto in modo esauriente la teoria dei razzi. Leggetevi il mio trattato del 1952».

Il gruppo consultò allora il trattato, disfece completamente i dieci milioni di dollari di strutture fin lì costruite e ricominciò da capo, ricostruendo il razzo seguendo le istruzioni di Von Neumann esposte nel testo.

Al momento del lancio l’intera struttura esplose.

Essi, infuriati, richiamarono Von Neumann e gli dissero:«Noi abbiamo seguito le sue istruzioni alla lettera, ma al momento del lancio è scoppiato tutto. Perché?!».

Questi, impassibile, rispose: «Ah sì…questo è tecnicamente conosciuto come il problema dell’esplosione. L’ho esposto compiutamente nel mio trattato del 1954».

 Ogni volta, dopo averla riascoltata, spengo la sigaretta a metà, e do uno sguardo lontano alle case che mi stanno intorno, sperando non crollino.

 

Una storia che invece mi riservo sempre di raccontare io, è quella del cd.bevitore scientifico, che tratta i problemi dell’induzione.

Adoro poterla tirar fuori specie quando qualcuno questiona dei suoi problemi sentimentali, del suo pessimo rapporto con l’amore.

La premessa necessaria a questa storiella è data dai metodi induttivi elaborati da John Stuart Mill per legare fenomeni causalmente. La regola della concordanza, ad esempio, ci dice che se un numero n di fenomeni presentano tutti una stessa caratteristica in comune x, insieme ad altre y,z, o q che invece si riscontrano in alcuni e non in altri, certamente x sarà la causa o l’effetto di quel fenomeno. Così, se immediatamente il pranzo di oggi tutta la mia famiglia si fosse sentita male, avesse avuto dolori si stomaco e nausea, ed ognuno avesse mangiato cibi diversi eccetto un cibo che invece tutti quanto hanno mangiato, diremmo certamente che è quel cibo, e non un alto, la causa del malessere.

La storiella del bevitore scientifico smentisce questa intuitiva regoletta.
Immaginate che tutte le sere un tizio entri in un bar, ordini ogni sera più cocktail ogni volta dello stesso tipo, e regolarmente si ritrovi la mattina dopo ubriaco e con un cerchio alla testa. Egli decide che non vuol più ubriacarsi, così applica, da buon scienziato quale è, le regole dell’induzione. Ora: avendo egli la prima sera whisky con soda, la seconda sera bourbon con soda, la terza sera brandy con soda, la quarta gin con soda e la quinta rum con soda, non credete che giurerà a se stesso di non toccare più soda in vita sua?
Racconto la storiella ogni volta che l’amore, proprio per il suo essere empirico, si rivela pieno di trappole. 

Troppo spesso, cercando le cause dei nostri errori amorosi, ci ripromettiamo scientifici di non bere più soda.  

 

Vi sarebbe poi un’altra storiella, che in realtà è un esperimeto. Esso è noto come esperimento delle 4 carte (o selection task), elaborato dallo psicologo Peter Wason [ii]. 

Avete di fronte le seguenti carte prese da due mazzi, uno rosso ed uno marrone chiaro. Alcune sono coperte, altre scoperte. 

 

Quattro carte

Se io adesso vi dicessi:   

          «Se il dorso è rosso, allora il valore della carta è pari»

Quante e quali di queste quattro carte dovreste voltare per verificare se la mia affermazione è corretta?

Scommetto che sbaglierete.

Amo che qualche amico si diverta a farmi questo gioco al tavolo di un bar, le mattine del caffè, alla domenica. Anche se so già la risposta, adoro indovinare ogni volta.

A voi adesso la risposta (errata).

 


 

[i] Le storielle possono leggersi nel testo di SMULLYAN R., Qual è il titolo di questo libro?, Zanichelli, Bologna, 1981, p.169-172.

[ii] La presentazione di tale esperimento più recentemente pubblicata in italiano si trova, per quel che so, nel testo di FRIXIONE M., Come ragioniamo, Laterza, 2007, p.25 ss.

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