La criminalità dei colletti bianchi – di Chiara Mirabella
L’espressione criminalità dei colletti bianchi diventò celebre grazie a E. H. Sutherland, negli Stati Uniti, nel 1939. Il capo della General Motors aveva scritto Autobiografia di un colletto bianco, dove riprendeva la distinzione tipicamente americana tra colletti bianchi e colletti blu, dando ad intendere di essere un operaio col colletto bianco. Sutherland tratta di tale dicotomia, rovesciando l’immagine fino ad allora prevalente e secondo la quale la criminalità era una caratteristica dei ceti popolari. Rovesciando questo stereotipo, Sutherland scrive White-collar crime, un classico della letteratura scientifica per il quale, si dice spesso, avrebbe ricevuto il Nobel della criminologia se fosse esistito un tale tipo di riconoscimento. In brevissimo tempo le analisi di Sutherland acquistano fama rilevante e danno vita ad una scuola1.
La definizione criminalità dei colletti bianchi è riferita prevalentemente alle impunità delle alte sfere dell’economia, accusati di compiere crimini che sfuggono facilmente ai rigori della legge: nell’esercizio di molte attività tipiche dei colletti bianchi, parecchi comportamenti sarebbero oggetto di valutazioni erroneamente clementi, comprensive, innocentiste. Reati tipici della criminalità dei colletti bianchi sono la frode fiscale, la frode commerciale, la corruzione, etc. Spesso, la mancanza di un rapporto diretto tra l’autore del reato e la vittima e la difficoltà, a volte, di individuare una vittima specifica, sono fattori importanti nella valutazione sociale del reato. Un aspetto rivelatore del basso livello di reazione e censura sociale è l’uso frequente dell’aggettivo disonesto, invece che criminale, nei confronti degli autori di questi reati: il loro comportamento non viene considerato delinquenziale dalla collettività e loro stessi non si considerano delinquenti. Il diritto, in questo ambito, comporta una sorta di incertezza sul piano morale, rispetto a quei settori più tipici del diritto penale, un’incertezza che fa sorgere importanti e a volte irrisolte questioni sulla legittimazione del diritto, la sua coerenza e la sua autorità. Questi i temi che verranno affrontati nel primo capitolo2.
Nel secondo capitolo, verranno analizzate nel dettaglio, tre tipologie di reati, frequentemente commessi dagli uomini d’affari: infrazioni fiscali, corruzione, frode in danno dei consumatori. Forme criminose gravi e difficili da contestare, casi clamorosi che hanno focalizzato l’interesse dell’ opinione pubblica. Si manifesta una tendenza al traffico illecito e riprovevole delle pubbliche funzioni in cambio di vantaggi personali o di partito, con la disponibilità degli imprenditori a «soddisfare richieste per garantirsi sovvenzioni, posizioni di monopolio, aree di mercato protette». Scandali finanziari di enorme portata, che rivelano un perverso legame tra la sfera imprenditoriale e il mondo politico e il coinvolgimento di migliaia di investitori nelle vesti di parti lese. I casi successivi al crack della statunitense
1 E. H. Sutherland, White-collar crime, 1983, trad. it. Il crimine dei colletti bianchi a cura di Gabrio Forti, Giuffrè Editore, Milano, 1987, pp. XIII-XIX.
2 S. P. Green, Lying, Cheating, and Stealing. A moral Theory of White-Collar Crime, 2006, trad. it. I crimini dei colletti bianchi. Mentire e rubare tra diritto e morale a cura di E. Basile, Università Bocconi Editore, Milano, 2008, pp. XV-XXI.
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Enron hanno innescato un’aspra critica circa la validità e l’efficacia dei modelli di corporate governance e dei controlli da parte dei revisori contabili3.
Più recentemente la criminalità negli affari si è legata operativamente con altre forme, quali i sequestri di persona e il traffico di stupefacenti, nella gestione degli enormi capitali derivanti dalle illecite attività di organizzazioni criminali4. E’ emersa una zona grigia in cui il crimine organizzato e il crimine economico si intrecciano. Un’area in cui è molto difficile riuscire a distinguere le attività criminali e i loro autori, dalle attività legali, imprese e professionisti che operano nell’ambito della legalità. L’espansione di tale area aumenta il tasso di corruzione e sporca le economie nazionali. Ciò fa emergere il problema dell’inadeguatezza degli strumenti che normalmente vengono usati per reprimere tale criminalità e pone l’esigenza di adottare strategie e politiche adeguate a questi fenomeni e alle loro trasformazioni5. Questi argomenti verranno trattati nello svolgimento del terzo capitolo.
L’espressione criminalità dei colletti bianchi diventò celebre grazie a E. H. Sutherland, negli Stati Uniti, nel 1939. Il capo della General Motors aveva scritto Autobiografia di un colletto bianco, dove riprendeva la distinzione tipicamente americana tra colletti bianchi e colletti blu, dando ad intendere di essere un operaio col colletto bianco. Sutherland tratta di tale dicotomia, rovesciando l’immagine fino ad allora prevalente e secondo la quale la criminalità era una caratteristica dei ceti popolari. Rovesciando questo stereotipo, Sutherland scrive White-collar crime, un classico della letteratura scientifica per il quale, si dice spesso, avrebbe ricevuto il Nobel della criminologia se fosse esistito un tale tipo di riconoscimento. In brevissimo tempo le analisi di Sutherland acquistano fama rilevante e danno vita ad una scuola.
La definizione criminalità dei colletti bianchi è riferita prevalentemente alle impunità delle alte sfere dell’economia, accusati di compiere crimini che sfuggono facilmente ai rigori della legge: nell’esercizio di molte attività tipiche dei colletti bianchi, parecchi comportamenti sarebbero oggetto di valutazioni erroneamente clementi, comprensive, innocentiste. Reati tipici della criminalità dei colletti bianchi sono la frode fiscale, la frode commerciale, la corruzione, etc. Spesso, la mancanza di un rapporto diretto tra l’autore del reato e la vittima e la difficoltà, a volte, di individuare una vittima specifica, sono fattori importanti nella valutazione sociale del reato. Un aspetto rivelatore del basso livello di reazione e censura sociale è l’uso frequente dell’aggettivo disonesto, invece che criminale, nei confronti degli autori di questi reati: il loro comportamento non viene considerato delinquenziale dalla collettività e loro stessi non si considerano delinquenti. Il diritto, in questo ambito, comporta una sorta di incertezza sul piano morale, rispetto a quei settori più tipici del diritto penale, un’incertezza che fa sorgere importanti e a volte irrisolte questioni sulla legittimazione del diritto, la sua coerenza e la sua autorità. Questi i temi che verranno affrontati nel primo capitolo.
Nel secondo capitolo, verranno analizzate nel dettaglio, tre tipologie di reati, frequentemente commessi dagli uomini d’affari: infrazioni fiscali, corruzione, frode in danno dei consumatori. Forme criminose gravi e difficili da contestare, casi clamorosi che hanno focalizzato l’interesse dell’ opinione pubblica. Si manifesta una tendenza al traffico illecito e riprovevole delle pubbliche funzioni in cambio di vantaggi personali o di partito, con la disponibilità degli imprenditori a «soddisfare richieste per garantirsi sovvenzioni, posizioni di monopolio, aree di mercato protette». Scandali finanziari di enorme portata, che rivelano un perverso legame tra la sfera imprenditoriale e il mondo politico e il coinvolgimento di migliaia di investitori nelle vesti di parti lese. I casi successivi al crack della statunitense Enron hanno innescato un’aspra critica circa la validità e l’efficacia dei modelli di corporate governance e dei controlli da parte dei revisori contabili.
Più recentemente la criminalità negli affari si è legata operativamente con altre forme, quali i sequestri di persona e il traffico di stupefacenti, nella gestione degli enormi capitali derivanti dalle illecite attività di organizzazioni criminali. E’ emersa una zona grigia in cui il crimine organizzato e il crimine economico si intrecciano. Un’area in cui è molto difficile riuscire a distinguere le attività criminali e i loro autori, dalle attività legali, imprese e professionisti che operano nell’ambito della legalità. L’espansione di tale area aumenta il tasso di corruzione e sporca le economie nazionali. Ciò fa emergere il problema dell’inadeguatezza degli strumenti che normalmente vengono usati per reprimere tale criminalità e pone l’esigenza di adottare strategie e politiche adeguate a questi fenomeni e alle loro trasformazioni. Questi argomenti verranno trattati nello svolgimento del terzo capitolo.
Per la lettura integrale del saggio, clicca QUI: La criminalità dei colletti bianchi.














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