INVERNALE
Requiem.
“Non è l’acqua di un colpo di pioggia
(ma un gran casino un gran casino)”
”When God created you lying in bed
He knew what He was doing
He was drunk and He was High
and He created the mountains and
the sea and fire at the same time.
He made some mistakes
but when He created you lying in bed
He came all over His Blessed Universe.”
Alla finestra.
Avevo scritto tutto nel caldo estivo. Poi ho scoperto, mio malgrado e con sorpresa, che era più vero di quanto temessi. Ho parlato con le cime degli alberi, un po’ col vento, (ora tutto di me trascende il fisico) ma non se ne sono stupiti affatto. Pareva che l’unica a non aver intuito le foglie musicali fossi stata io. E deve essere nato tutto da un desiderio precisissimo di perdere o di perdermi. Di essere tutto quello che non è. Una specie di sonno silente segreto, perfettamente intimo, in cui tutto era visione onirica immagine fuggente voce amica. Fino a che il fiume non si gettò in mare. E allora anch’io con lui, così triste di dover rischiare eppure così assetata. Con orrore e con amore del gioco. Finalmente squassata finalmente orribilmente colpita da me stessa finalmente perdente, finalmente un mistero silenzioso.. e finalmente, in qualche modo, teneramente amorevole, con il corpo rinato dalla pioggia dalla terra, ancora caldo di creazione, qualcosa di assolutamente nuovo e assolutamente vulnerabile. Creato per il supremo più tenero Si. Queste cose le ho guadagnate entrando nella tua casa ancora tremante. La prima volta. Tu, sei quello che perdo adesso che non sono più tua come allora. Eri la mia chiave dorata per la porta più segreta: se ti avvicini piovono lacrime dallo spavento sconsigliando i passi di avanzare. Ora non più. Ora sei silenzio sotto gli alberi dove mi nascondo, tutto il tuo corpo morbido, dolce, creato per la paura e il contatto, riposa su quello che sta sotto il palmo della mia mano. Ti vedo camminare per la strada, alla fermata degli autobus, così come sei, pieno di parole, del tutto inconsapevole della musica. In mezzo a qualche scolaresca, gaio, infantile, perfettamente parte. L’aria vaga dell’artista da giovane. Il bambino nella mangiatoia. Sei così per sempre nella mia mente. Ora unisco i paralleli, guardo il sole nascere fra i ghiacci, e la Bellezza senza fiato correre, dipartendosene fra le colline al tramonto e fra i campi. Non è una promessa. Ma viaggia con il tempo e nasce col sole. Non è per mio desiderio. È per necessità che ti partorirò tutte le mattine. Come irrefrenabile impulso ad averti.
Soffriranno l’irritazione i tuoi fragili nervi.
Tu sei il bambino nella mangiatoia.
Ecco l’ora. Raccolgo queste mie rose dalla polvere.
Tu mi hai dato dal tuo fiato e dalla tua bocca il bacio caldo della vita. Non lo posso dimenticare. Sta infondo al mio grembo, mi fissa muto, supplichevole, si posa fra le mie gambe come un serpente mansueto. Dorme fra le fiamme. Agnello fra lupi. Una fontana che gocciola facendomi perdere il sonno e la tranquillità. Vado nella foresta incantata con questo anello d’oro al dito.
In questa storia non sei tu l’unico a morire. Ora che il mio cuore si è dilatato “e tutto il mio essere ne è scosso”.
Precisamente.
Ti bacio.. un po’ e per sempre, per fissarti nel tempo-sabbia. Indecisa se partire o meno, mentre sento i tuoi passi svanire. Il piccolo strano mondo galleggia tremulo, petali al vento si sfanno, la musica cessa. Il silenzio che inganna e ristabilisce gli equilibri soffierà per portare tutto come tristemente era. Non credere alla meraviglia è il sommo peccato. Noi dobbiamo venire giustamente puniti.
Io resisto a questo. Tu sei più cieco, resisti a chi resiste.
O alla vita. Che pure, in modo indiscutibilmente bizzarro, ci aveva eletti.
Epitaffio
Ai due corpi danzanti, ciechi, senza tempo e spazio, senza voce, nudi ed esposti alla invidiosa morte che insieme sedettero sul ciglio del burrone che li divorò come per averli in eterno nel proprio grembo di pietra. Due fiamme danzanti. (Dimentico per un attimo che tu non balli. Mai lo farai. Illudendoti magari di non averlo mai fatto..stupidamente..invece oscilli come al vento e hai i tuoi capelli volanti fra i palazzi. Così io ti so.)
Mi faccio strada nel tuo corpo
Come fra la pioggia
A passi piccoli evitando pesci
Fra l’acqua alla gola e il desiderio
D’annegare prima
Di raggiungere l’ultima casa sulla collina.
Tu
Hai il corpo silente
Ed arreso di Ofelia
Quello stesso principio di rosso
Che si ritira raggrinzito fra le due labbra.
Corro
La foresta mi batte
E mi graffia,
Fra pietre galleggianti
Annaspo per portarti quest’atomo di respiro.
Tu
Hai le dita gelide
Le ciglia dorate
Attraversate dal vento transatlantico
Lo sguardo vitreo
Dietro le finestre in cui ti mise tuo padre
In quell’ultima casa sulla collina
La torre stregata
Che avvolge il tuo corpo di grossa falena
Amoroso e gelido.
Eviti di scioglierti per paura di un raffreddore.
Per quel che è il resto, quanto a quello che è realmente successo, non ne voglio ovviamente sapere nulla. Conosco già il tuo sguardo, angoli e forbice, pieno di malizia e gioco. Farei di te un quadro di Modigliani per non sapere i tuoi occhi. Tu non puoi certo indovinare quanto diversi fossero dopo l’amore. Vedendo te stesso così, con gli occhi liquidi di luce, non saresti stato vinto.
Avevi il volto del Cristo Risorto.
Il mio corpo era il fazzoletto d’addio che agitavi alle spalle di un treno in corsa.
Puoi tornare ad essere quello di prima e di sempre,ora.
L’erba lungo i viali dove passando poggerai i tuoi passi sarà sempre verde. Non temere.
Un giorno, molto lontano, il castello crollerà.
Ma è un’altra storia, questa. Tu un altro.
Dimentichiamo.
Le ultime ombre si baciano ancora. Nel silenzio di mela. Ritardano sempre..
Senza rimedio: io non ci avrei trovato nulla da dire..
Piove.
La bellezza non è bastata a vincere la morte (bocca nera del vento invernale).
Un’orchestrina stona lontano. Quattro walzer di fila. Stanno seppellendo il tuo corpo. Io volto le spalle.
E’ notte. La notte sono io.
Mi incammino.
Invernale.
Spegnendo lampioni.