Il “Viaggiatore Chiuso”: Ulisse e un’obiezione

Dovrei prendere un treno, ed andarmene per un pò, giusto il tempo per far sentire a chi resta il vuoto incolmabile che lascerei.
Come il mio compagno Sir Mario (il mio usuale Personaggio), lui si abitua ad osservare dal finestrino ferroviario che specchia la tirrenica tratta Genova-Roma, ad osservare alberi agricoli e strade: non dà retta ai passeggeri che vanno e vengono dalla carrozza: occhi orgasmici di slavi in calze a rete, minigonne freudiane di agenti di commercio, cavalli e biglietti insaponati, pistole all’ombra di reti elettriche, valigie che odorano di trementina.
Come se qualcuno di nascosto vi stesse dipingendo.
Questa sensazione accompagna i suoi pensieri.
Nella sua ipofisi infantile traccia un’equazione iperbolica tra il destino e l’inconscio: attorno al fuoco scalda la sua malinconia estranea.
Avrei bisogno di tagliargli la Testa, e per i capelli appesa ad un filo d’oro guardare dentro: per vedere se c’è del dolore. Io voglio conoscere il dolore degli altri, perchè è la cosa che ognuno tiene più nascosta.
Tutto ciò è provato in senso paranoico dal fatto che solo lo studio permette di conoscere qualcosa.
Questo è indiscutiblmente vero, perchè l’esperienza mondana, quella cartesiana, è rincretinante.
Non a caso le più sciocche opinioni sul mondo vengono proprio da chi lo ha viaggiato in lungo ed in largo -mi riferisco alla stupida letteratura dei Montesquieu, Rousseau, Protagora, Erodoto e così via.
Il viaggio è infatti il veleno strutturale ad un errore imbecille del senso comune.
Non sono in polemica con nessuno: ma dico che ognuno ha il DOVERE morale di giustificare ogni sua azione e pensiero, ha il dovere di sapere e capire quello che fa.
Ed allora sappiate del pericolo del relativismo, che accompagna lo sguardo fintamente “aperto” e disincantato tipico dei viaggiatori: come se avessero scoperto la formula del mondo, e si tingono le gote di un tollerante illuminismo turistico: a loro il viaggio ha mostrato la varietà e la diversità, ed insieme un fondo di universale idea antropologica, a loro il viaggio ha donato l’esercizio mentale dello scettico, l’acrobazia del paragone campato per aria e della rinuncia alla razionalità ed alla discriminazione, che è la prima arma della Ragione. Tornano a casa pieni di cuori indiani, con un sasso africano ed una foglia eucaliptica. Sono quelli che parlano dell’Oriente, come se fosse un parente nostro.
Ma la ridicolaggine anti-scientifica di tutte le loro similitudini, sta proprio in quell’assunto relativistico, che è una forma filosofica delle più ingenue. E per scoprirlo, bisogna restare a casa, e fare della scienza e dello studio sulle scrivanie, e non andarsene in giro.
Che godimento profondo per un non-viaggiatore sapere, SAPERE, che Quine ha mostrato come non si possa proclamare il relativismo culturale senza levarsi al di sopra di esso e non si possa levarsi al di sopra di esso senza abbandonare il relativismo culturale.
E questa breve dimostrazione, notate, chiude definitivamente ogni possibilità per il “viaggiatore aperto”.
Dunque il viaggio è un modo di fuga dalla realtà, è sempre e solo onirico, e mai scientifico: serve non a conoscere, ma a fuggire dalla conoscenza.
L’unico modo per dare al viaggio un senso di conoscenza, è quello di essere dei “viaggiatori chiusi”: viaggiatori che chiudono gli occhi, che sanno già che cosa andranno a vedere, e sanno il valore di ciò che andranno a vedere, e non cambieranno opinione, non si arricchiranno culturalmente.
Notate come l’Ulisse omerico non si arricchisce in niente, nonostante la sua lunga odissea.
In Omero non esiste la prospettiva di un viaggio aperto: non c’è nulla di quello che qualcuno vorrebbe trovare, come la sete della conoscenza, il desiderio di scoprire nuovi popoli.
E’ solo un “nostos”, ossia un viaggio di Ritorno. Cioè un viaggio chiuso e disperato, che ha intrinseco un movimento chiuso verso Itaca: Ulisse non va, ma torna.
Non c’è alcuna psicologia onirica, nessuna idea aperta. Come potrebbe, del resto, esservi, per un pre-greco primitivo, corazzato di ideali aristocratici fissi, geometrici, assassini?
Eppure Ulisse, al contempo, è lo sguardo polimorfo ed astuto. Ma è tale proprio in quanto chiuso, in quanto egli non vuole conoscere.
Così come l’Alice matematica di Carroll non si muove entro una struttura aperta: il paese delle meraviglie ha la forma chiusa di un labirinto drammatico. Alice pensa solo al modo per uscirne. Non al modo per capirlo.
Alla piccola amica di famiglia per cui scrive, Carroll non rivolge un sogno, ma un monito: comprendi le idee matematiche del mondo.
E’ un dramma galileiano quello di Alice: il libro della natura è scritto in termini matematici. Il vero libro che noi leggiamo, allora, non è tanto quello del paese dove Uova fanno regole con filastrocche e leprotti cambiano sentieri: è piuttosto il non-libro che a loro manca, che ci costringono a negare.
Il viaggiatore aperto è solo un sotto-prodotto, un cattivo retaggio, del Romanticismo ottocentesco, idealistico. Davvero potete ancora credere che la conoscenza sia al termine dell’Assoluto, sia una intuizione Spirituale, sia legata all’assioma dell’Infinito? Davvero siete così pieni di bovarismo e di hegelismo da pensare che il conoscere sia essenzialmente movimento?
Conoscere è, al contrario, non-muoversi.
E’ preoccuparsi di qualcosa che sta prima, e non dopo o insieme, all’agire mondano.

Obiezione, a cura di Chiara Fedriani:
Non so se sono d’accordo con te quando dici che Ulisse non si arricchisce.
Per la prima volta nella storia mondiale si ha la vicenda di un uomo che si confronta con i casi imprevedibili della vita, da solo con la sua coscienza, la sua consapevolezza del lecito e dell’illecito, la sua responsabilità individuale. emerge il valore dell’atto personale non più stagliato sullo sfondo di scene tipiche e convenzionali, ma che brilla nel suo valore assoluto.
“L’uomo appare in larga misura sottratto alle potenze magiche della religione primitiva, e non ancora subordinato alle credenze etico religiose elaborate dall’aristocrazia dominante; ogni sua azione si giustifica da sola, trae il suo valore unicamente dall’esito immediato, non viene rapportata ad alcuna norma superiore, ma è semplicemente descritta in assoluta presenza locale e temporale”. (F. Codino)
Certo, per la nascita della curiositas bisogna attendere la reinvenzione dantesca..su questo concordo.
Risposta:
Sono felice che qualcuno risponda finalmente a queste lettere.
E, su Ulisse, non poteva che essere Chiara, davvero, che Ringrazio con il cuore per confrontarsi in questo luogo omerico.
Certo riconosci anche tu la peculiarità medievale della Curiositas che costruisce il folle volo dantesco: sul punto non discutiamo. Ma essa è sintomatica di una distorsione, a mio avviso, della tela dell’Odissea: distorsione, come tu mi insegni, provocata dall’esplosione romantica di Ulisse. Ulisse certo non è un eroe romantico, ma un Personaggio rapsodico, di un’età pre-classica.
Non possiamo perciò, come fa Codino, rendere Ulisse normativamente autonomo: ciò significherebbe fare infatti di Ulisse un greco, un uomo post-antigonico, che vive già la dicotomia tra legge e natura. Secondo tale interpetazione, il gesto di Ulisse è un gesto autonomo, e, potremmo dire, umano (io direi quasi troppo umano): la libertà spaziale, quella del viaggio, coincide con la libertà normativa ed epistemica. Ulisse si proietta come l’Uomo sofocleo, umano nell’essere molte cose misteriose: uomo tecnico, atomico.
Ma Ulisse, e qui sta il problema, non è un greco.
E’ pre-greco, è pre-pericleo.
Non dimentichiamo che l’oralità, che è il luogo del “laboratorio di Omero”, è la forma stessa dell’Odissea: senza la scrittura, il pensiero omerico si può ricostruire come una vera e
propria “psicodinamica dell’oralità” (W.J.Ong): Ulisse non è un eroe impersonale, essenziale, e direi quindi autonomo, ma un eroe orale, ritmico, ridondante, agonistico ed enfatico. Ciò porta, a mio avviso, alla difficoltà di ri-trovare nell’eroe un gesto teoretico, uno sguardo nuovo, autonomo: egli è un uomo formulare, nel senso che agisce secondo moduli fissi e ripetuti. Io credo che ciò si scopra bene nel concetto che informa la Odissea: il nostos. Il viaggio di Ulisse è un viaggio di ritorno, non di scoperta.
Ulisse non viaggia verso qualcosa che non conosce, ma ritorna a qualcosa che conosce.
Schematicamente, non “verso”, ma “da”.
Detto questo, mi è difficile pensare al tessuto dell’Odissea dal punto di vista dell’individuo. A me continua a sembrare un’opera orale e perciò collettiva. In questo Ulisse non si discosterebbe molto dai capi omerici dell’Iliade, quanto a sfera di valori.
Il “Valore assoluto” di Ulisse, se c’è, non sta tanto per me nel suo essere normativo, nella libertà di porre norme e valori, ma al limite nel suo essere descrittivo, statico: sta nel riuscire a ritornare, nonostante le forme mostruose che incontra -poichè non c’è curiosità in Omero per Ciclopi e Lestrigoni, che restano sempre e comunque barbari bestiali-, senza essere cambiato, senza aver dimenticato le norme.
E queste sono le norme cavalleresco-aristocratiche: “una poderosa costituzione fisica, una salute fiorente, ricca, spumeggiante al punto da traboccare, e con essa quel che ne condiziona la conservazione, cioè guerra, avventura, caccia, danza, giostre, nonchè, in generale, tutto quanto implica un agire forte, libero, gioioso” (Nietzsche, che tu saprai esser stato anche un eminente filologo).
Ulisse agisce, è vero, libero.
Ma questa non è la libertà greca classica, post-sofistica. E’ la libertà aristocratica, il cui unico modo per conservarsi è appunto quello mostrato nell’Odissea: l’assassinio, la guerra, l’avventura.
Ulisse è perciò, in questa prospettiva, un personaggio che conserva, non che innova.
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