30 Giugno 2008
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Il tuo sorriso giovane, sei tu. La prima cosa che ha colpito
Sorrentino, il suo movente –
possiamo esserne certi, ed io almeno lo sono - è stata la
possibilità di ritrarre, in Giulio Andreotti,
una maschera profonda. Un insieme di contraddizioni,
prima di tutto formali:
il potere seduto che tutto muove.
Certo questo assunto potrebbe apparire semplicistico,
se non generasse, già di per sé,
un qui pro quo linguistico: il Divo incarnato in scena
da Toni Servillo è al contempo
una macchietta ed un personaggio complesso – appunto,
contraddittorio.
Questa premessa è ovviamente ironica.
Per non incorrere in possibili fraintendimenti è però doveroso,
in queste battute iniziali,
mutuare una salutare operazione dal film stesso.
Redigere un glossario,
anche se di una sola voce – l’unica che orchestri l’intero film,
d’altra parte.
Tutta la struttura filmica si snoda a partire da un gioco
di associazioni,
che diremo malato, nel senso che volevano dargli,
chiacchierando,
Hitchcock e Truffaut: un valore di slegato, vago,
forse addirittura malscritto
(o meglio, non-scritto) – il significato di un’esigenza,
più che di un film.
La voce che vorremmo preventivamente definire non è però questa,
quindi,
evitando di divagare, diciamo subito che in questo suo quarto film,
Sorrentino
gioca con gli addendi, senza perdere di vista il risultato finale:
sbilancia attese e informazioni,
deviando le impressioni – sposta le prospettive.
L’ironia drammatica altro non è che questo.
Una faccenda per lo più associativa, ma composta in questo caso
di riferimenti caricati,
incongrui, ridicoli: in un‘espressione, non-corrispondenti.
Per continuare la lettura, clicca qui: Recensione de Il divo, di Aloi M.
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