Il dialogo a rischio? Note brevi sul patto costituzionale: dal Monarca al Premier.
La radio questa sera mi lascia alle notizie di politica: Veltroni pacato dice agli occhiali (dietro gli occhiali): «Dialogo a rischio».
Ho già parlato, ma non mi stanco di ribadire questa posizione, delle elezioni di aprile come patto costituzionale[i].
Tale patto è stato disegnato dalla campagna elettorale, dalla costruzione del Partito Democratico, dalla conventio ad excludendum, usando un’espressione tecnica da prima repubblica, riflessa sulle ali estreme della sinistra e della destra. Veltroni e Berlusconi hanno creato un nuovo ordine costituzionale, cristallizzando l’asse dei partiti nel government by discussion.
Il Parlamento viene ri-disegnato quale spazio aperto: il momento della trattativa –ossia della segretezza delle decisioni prese nelle segreterie di partito- viene sostituito dal momento della libera discussione pubblica in aula, restando ferma la modernità del meccanismo (ossia l’abbandono della visione classica della ricerca del bene comune per il relativismo kelseniano della ricerca del compromesso).
L’essenza di questo nuovo gesto costituente sta nel ri-posizionare il parlamentarismo nella democrazia: l’interesse, quale componente atomico della società di massa, viene sublimato nella pubblicità della discussione. È un tentativo di razionalizzare non il parlamento (questo fu fatto nel ’48), ma la democrazia.
La svolta di Veltroni e Berlusconi è in tal senso moderna: è il tentativo attualissimo di costruire una democrazia razionalizzata.
Ma quel che ha davvero senso analizzare, è la struttura di tale patto.
Anzitutto, sotto il profilo del modello istituzionale cui si ispira, è evidente che la nuova costruzione del Parlamento come luogo aperto e come essenza del sistema democratico porta con sé una nuova conseguenza.
Berlusconi prepara probabilmente riforme costituzionali (meglio, della Costituzione come insieme di regole). Che tipo di riforme saranno?
I sistemi politici europei percepiscono oggi il problema della decisione come fondamentale. In tal senso negli ultimi decenni il dibattito intorno a ruolo e funzioni del Governo è stato il nodo centrale per tutti i progetti di riforma. Evitare la stagnazione e l’insabbiamento delle lungaggini parlamentari è tuttora la parola d’ordine per un nuovo quadro dei rapporti tra poteri.
Il patto costituzionale tra PD e Popolo delle Libertà risiede allora in questo: nel passaggio dal modello –originariamente cercato da Berlusconi- continentale francese al modello –cui un certo riformismo di sinistra ha tentato dal 1989 di ispirarsi- inglese.
È un passaggio dal monarca repubblicano al Premier.
L’idea del nuovo accordo costituzionale è che il problema della decisione politica vada coniugato non tanto alla democrazia, ma al parlamentarismo.
È un accordo profondamente anti-democratico, volto a razionalizzare –ossia limitare, disciplinare, criticare in senso kantiano – la democrazia.
Il modello berlusconiano fin dal ‘94 aveva tentato il superamento del parlamentarismo attraverso la democrazia, l’omogeneità, la legittimazione popolare del monarca repubblicano: la sua idea era quella francese, di far leva sulla presidenza della repubblica quale potere unitario e politico.
Berlusconi si è oggi ri-posizionato nel patto costituzionale, accettando l’idea veltroniana all’inglese non di un superamento del parlamento attraverso la democrazia, ma di un superamento della democrazia attraverso il parlamento.
La forma di governo che il patto costituzionale sottende, e che vuole disegnare, si fonda sulla discussione, ossia sulla relazione fiduciaria tra parlamento e governo: è il modello Westminster quello che viene qui calcato.
Il governo assume funzione decisoria ed il parlamento ratificatoria, ma non attraverso un monarca, ma un Cabinet presieduto da un Leader.
La differenza essenziale risiede proprio nel liberalismo del government by discussion. Nel modello post-golpista di De Gaulle la discussione non riveste alcun peso o importante, mentre essa è alla base del two party system inglese e della regola del mandato.
Ma il passaggio da monarca a premier è più profondo, perché nasconde la questione centrale: quella della decisione.
Il patto costituzionale tra Berlusconi e Veltroni mostra di identificare il problema decisionistico del ruolo del Governo come un problema non inerente la Sovranità, ma la competenza.
I partiti costituzionali del nostro Paese –ed in questo Berlusconi può dirsi senz’altro un liberale- pensano la decisione in termini di competenza, ossia di velocità nella produzione di norme, di efficienza dell’iter legislativo.
È un’idea tipica dello Stato di diritto, quella di negare lo stesso concetto di Sovranità.
Tale idea, ha portato all’accordo costituzionale, al passaggio dal monarca al leader.
Il monarca repubblicano, infatti, seguendo il modello francese, porta con sé l’idea della Sovranità: l’elezione diretta a suffragio universale, porta il monarca ad assumere naturalmente un doppio ruolo fondamentale nel sistema democratico. Da un lato, è il custode politico della Costituzione, ossia dell’ordine, dei valori dell’ordinamento, dall’altro è colui che decide sullo stato di eccezione, sulla sospensione delle norme, in virtù dei suoi poteri straordinari.
Questo doppio ruolo, è ciò che il patto costituzionale ha voluto scongiurare. Veltroni e Berlusconi hanno mostrato due dei principi fondamentali dello Stato di diritto kelseniano, dello Stato legislativo.
Lo Stato legislativo infatti rifiuta l’idea democratica del monarca come custode della Costituzione: più che politicizzare la Costituzione, si tende a giuridicizzarla (per questo il custode è un insieme di giudici, una Corte Costituzionale), ossia a renderla una grundnorm e non un ordine.
Inoltre rifiuta anche il problema della Sovranità, perché tutto l’ordinamento deve ricostruirsi su scale e gradini di norme, sui concetti di validità e competenza.
Può stupire che Berlusconi abbia rinunciato a quel modello che nel ’94 aveva accompagnato il suo ingresso in politica. In realtà, a mio avviso, Berlusconi ha compreso come quel modello nel nostro Stato fosse destinato ad essere rigettato. Probabilmente, egli aveva ed ha soltanto in mente l’idea di potere esercitare un potere forte, senza comprendere le sfumature che separano il monarca dal leader. Il patto con Veltroni, pertanto, va, nella rozzezza tipica di ogni statista, a braccetto con le sue modeste pretese.
Il modello Westminster consente di nascondere il problema del Sovrano e del Capo dello Stato quale custode della Costituzione.
La Sovranità viene ricondotta non alla decisione sullo stato di eccezione ma ad un mero proclama: pertanto essa risiede nel popolo, e nel Parlamento che lo rappresenta nella sua libera discussione. La sovranità parlamentare è un concetto ben diverso dalla sovranità quale decisione.
Il custode della Costituzione viene anch’esso sospeso. La Costituzione stessa viene interamente ridotta ad un sistema di regole giuridiche, di modo che per custodirla non serve il potere politico, ma il giudice.
Il passaggio dal sistema francese a quello inglese significa quanto esposto sin qui.
È questa l’essenza del patto costituzionale tra PD e Popolo delle Libertà.
Non credo ad una parola, quindi, quando Veltroni parla di dialogo a rischio.
La sua stessa pacatezza tradisce quell’indispensabile bisogno di discutere.
E di non decidere mai.
[i] Anche le elezioni possono essere un momento di potere costituente. Penso che il cd.modello della Costituzione come norma sconti la pochezza di vedute del positivismo giuridico, tanto nella sua forma settecentesca di Costituzione in senso formale, come documento, che nelle più aggiornate idee assiologiche di Dworkin o Zagrebelsky. La Costituzione è piuttosto un ordine, non una norma, è la decisione politica fondamentale del potere costituente.














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