I quadri di Hitler, bottino di guerra
“Pochissimi esseri umani popolano i suoi paesaggi urbani, a volte rimarchevolmente disegnati o dipinti, che molto rassomigliano a quelli del paesaggista austriaco Rudolf von Alt, morto nel 1905. Tutti i personaggi, comunque, assumono soltanto un ruolo puramente decorativo, non sono protagonisti. Si mantengono compassati, rigidi e impettiti, più simili a manichini che si trovino per puro miracolo in mezzo alle strade. Mentre il primo piano delle composizioni architetturali e urbane di Rudolf von Alt è sempre animato da personaggi umani dal portamento solenne, da cani e carrozze, Hitler praticamente si limita alla rappresentazione degli edifici”[1].
Note sui dipinti di Adolf Hitler (1908-1914)
“Avevo 12 anni. Come la cosa avvenne, non lo so neppure oggi;
ma un bel giorno capii chiaramente,
che volevo diventare un pittore”[2]
Tessere il filo della vita di Adolf Hitler ha significato, in un lavoro spesso fragile e frammentario, durato almeno mezzo secolo, riportare alla luce materiali e documenti – in quel ramo di studi biografici che, oggi, hanno esaurito, con tutta probabilità, il filone d’oro che le rovine della Germania aveva aperto alla ricerca -. I quadri che Hitler dipinse, si inseriscono con prepotenza icastica in questa miniera in ricostruzione.
Così, anche la giovinezza del Führer è caduta nella ragnatela della storia, e del discorso sopra la storia.
Non è questa la sede per presentare lo stato delle ricerche o glossare le sfumature, dalle più preziose e serie indagini storiografiche sino alla vulgata – nelle sue varianti pruriginosa, psicoanalitica, ideologica o religiosa – che sul giovane Hitler la letteratura ha tramandato sino ad oggi[3].
Trovo soltanto particolarmente utile ricordare, come chiave critica della tentazione a cadere in quella che ho già definito cd. fallacia ad Schicklgruberum[4] , l’efficace passo di Wehler:
“Ma davvero la nostra comprensione della politica nazionalsocialista dipende dal sapere se Hitler avesse oppure no un solo testicolo? (…) Forse il Führer ne aveva tre, e questo gli creava qualche difficoltà –chi lo sa? (…) Anche se sapessimo in maniera inconfutabile che Hitler era un sadomasochista, quale sarebbe l’utilità scientifica di questa conoscenza? (…) Forse che la «soluzione finale del problema ebraico» diventa più facilmente comprensibile, o la «tortuosa via che porta ad Auschwitz» diventa il cammino rettilineo di uno psicopatico al potere?” [5].
Diversa dall’indagine psico-storica è l’analisi della vicenda biografica di Hitler, della sua giovinezza sottilmente biedermaier e bohemien, dei suoi soggiorni a Vienna e Monaco tra il 1908 e il 1914.
È in questo arco di tempo, che è venuta alla luce la produzione pittorica del futuro Führer.
La Vienna dell’indolenza esistenziale di Hitler, degli “anni più infelici della mia vita”, è lo sfondo principale dei quadri con cui l’artista si guadagnò, almeno in parte, da vivere[6].
Nella presente rassegna, non ci soffermiamo sullo studio dei dipinti di Hitler, sulla sua successiva politica in campo artistico, sui suoi gusti e sul suo complesso rapporto con l’arte e l’architettura.
È la cronaca giudiziaria, nella quaestio sollevata a proposito del diritto di proprietà su alcuni quadri del Führer, a rivestire il presente articolo.
Piccola nota su Heinrich Hoffmann[7].
Heinrich Hoffmann (1885-1957) è stato, per tutto il periodo del Terzo Reich, il “fotografo di Hitler”. Aprì nel 1909 il proprio studio fotografico a Monaco, dopo un soggiorno londinese di apprendistato presso E.O. Hoppè: la famiglia reale bavarese e lo Zar furono tra i suoi clienti illustri, i suoi servizi sulla Raterepublik e il suo passaggio alla cd. controrivoluzione tedesca ne fecero uno dei più noti fotografi ed editori del periodo di Weimar.
Attraverso il profeta volkisch Dietrich Eckart, nel 1920 Hoffmann conobbe Adolf Hitler: i due scoprirono il giovane Hitler in una fotografia che Hoffman aveva scattato nel ’14, quando l’ingresso in guerra della Germania aveva sollevato la folla entusiasta sull’Odeonsplatz.
Da quel momento, l’amicizia tra i due attraverso gli anni della lotta si fuse nell’incarico officioso di Hoffmann quale unico fotografo del Führer.
I servizi e i volumi fotografici di Hoffmann sono rimasti tra le grandi opere di creazione del consenso del nazismo tra i tedeschi: il suo “Hitler, wie ihn keiner kennt” (1932), che gettava artificialmente lo sguardo su un “Hitler privato”, visto da vicino, “come nessuno lo conosce”, è l’efficace sottofondo propagandistico della campagna presidenziale del ’32, corollario perfetto della operazione elettorale Hitler über Deutschland.
Con la presa del potere, il contributo fotografico alla cristallizzazione del culto del Führer – coordinata da Goebbels e che poteva vantare, tra i suoi creatori, l’opera registica di Leni Riefensthal ed il talento architettonico di Albert Speer – venne principalmente dai lavori “Jugend um Adolf Hitler”, “Hitler in Seinen Bergen”, “Hitler in seiner Heimat, “Hitler in Böhmen-Mähren-Memel”, “Hitler in Italien”, “Hitler befreit Sudetenland”, “Mit Hitler im Western”.
Sotto il profilo economico, i ricavi, per Hoffmann, furono immensi: la ditta di “Editoria fotografica nazionalsocialista Heinrich Hoffmann” aveva sedi e uffici a Berlino, Vienna, Praga, Strasburgo, L’Aia. Nel 1944, il reddito annuo lordo di Hoffmann si aggirava sui 3,5 milioni di marchi.
Il rapporto tra Hitler e Hoffmann non deve, tuttavia, considerarsi limitato a quello tra fotografo e modello: incaricato, nel 1937, per la ricerca delle opere d’arte da esporre alla Grosse Deutsche Kunstausstellung di Monaco, mercante delle opere d’ “arte degenerata” sequestrate dal Reich, abituale commensale nelle giornate sull’ Obersalzberg, destino volle fosse lui a far incontrare, per caso, Hitler ed Eva Braun nell’Ottobre 1927, nel suo studio fotografico, nel quale la ragazza lavorava.
Nel 1945, Hoffmann venne catturato dagli americani: condannato nel 1947 ai lavori forzati, al sequestro dei beni e al divieto di lavorare, uscì di prigione nel 1950, quando la cassazione tedesca riconobbe i vizi della sentenza di primo grado.
Alcool, quadri e automobili le passioni del fotografo del Reich: Hitler condivideva con lui le ultime due. Forse da questa cortese affinità, forse dallo spirito di adulazione con il quale Hoffmann, nel ’37, raccolse le copie degli acquerelli di Hitler, nasce il regalo che il Führer fece al suo fotografo: alcuni suoi dipinti di gioventù, oggi divenuti “bottino di guerra” americano.
È proprio la vicenda di questi quadri, che si presenta in questa rassegna.
Nel 1945, gli Alleati sequestrarono, tra i beni di Hoffmann, i dipinti donatigli da Hitler: i quadri dipinti dal Führer furono considerati dagli americani “bottino di guerra”.
A partire dagli anni ’50, una battaglia legale è stata portata avanti dagli eredi del fotografo, e continua ancora oggi.
Attraverso la stampa americana e le sentenze, tentiamo di darne conto anche al lettore italiano.
[1] W. MASER, Adolf Hitler, München, 1971; trad.it. Adolf Hitler, Roma, Ciarrapico, 1978, p. 69
[2] A. HITLER, Mein Leben, 1925; trad. it. La mia vita, Milano, Bompiani, 1941, p. 9
[3] Per una rassegna di questo meschino e povero filone, si vedano perlomeno R. ROSENBAUM, Explaining Hitler, 1998; trad. it. Il mistero Hitler, Milano, Mondadori, 2000; H.W. GATZKE, Hitler and Psychohistory, in The American Historical Review, 78, 1973, pp. 394-401. Nel circuito psicoanalitico, tra i lavori più celebri si ricordano W. C. LANGER, The Mind of Adolf Hitler: The Secret Wartime Report, New York, 1972; R. C. L. WAITE, The Psycopathic God: Adolf Hitler, New York, 1977; R. BINION, Hitler and the Germans, New York, 1976; E. FROMM, The Anatomy of Human Destructiveness, New York, 1973; trad. it. Anatomia della distruttività umana, Milano, Mondadori, 1975.
[4] In questa rivista, all’indirizzo <http://moscasulcappello.com/neologismi-la-fallacia-ad-schicklgruberum/62/>>
[5] H.U. WELHER, Psycoanaliysis and History, in Social Research, XLVII, 1980, p.531; trad.it. in I. KERSHAW I., Che cos’è il nazismo?, Torino, Bollati Boringhieri, 1995, p.96
[6] Sul periodo di vita di Hitler a Vienna, si rimanda ai testi di B. HAMANN, Hitlers Wien, München, 1996; trad. it. Hitler: gli anni dell’apprendistato. Adolf Hitler a Vienna 1908-1913, Milano, TEA, 2001; J. FEST, Hitler. Eine Biographie, Berlin, 1973; trad. it. Hitler. Una biografia, Milano, Rizzoli, 1974 (ristampa e ultima edizione Milano, Garzanti, 2005); W. MASER, Adolf Hitler, cit.; I. KERSHAW, Hitler, 1889-1936: Hubris, London, 1998; trad. it. Hitler. 1889-1936, Milano, Bompiani, 1999.
[7] Su Heinrich Hoffmann, si leggano: R. HERZ, Hoffmann und Hitler. Fotografie als Medium des Führer-Mythos, München, 1994; K. D. ABEL, Presselenkung im NS-Staat. Eine Studie zur Geschichte der Publizistik in der nazionalsozialistichen Zeit, Berlin, 1968; J. HABERMANN, Die Presselenkung im Dritten Reich, Bonn, 1970; A. M. SIGMUND, Diktator, Dämon, Demagoge. Fragen und Antworten zu Adolf Hitler, Munich, 2006; trad. it. Dittatore, demone e demagogo. Domande e risposte su Adolf Hitler, Milano, Corbaccio, 2008, pp. 86-116. Egli scrisse anche una sorta di autobiografia: H. HOFFMANN, Hitler wie ich ihn sah. Aufzeichnungen seines Leibfotografe, 1955; trad. inglese Hitler was my friend.
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INDICE (in aggiornamento):
1. R. CORNWELL, Nazi’s heirs lose legal battle over Hitler watercolours, in “The Indipendent”, 5 Luglio 2002 (Traduzione di Franco Lizza)
2. Sentenza Price Vs. United States, 20 Novembre 1995 (Traduzione di Michele Curatola)
2. Appendice 1: I quadri di Hitler
3. Appendice 2: Un libro fotografico di Heinrich Hoffmann: Hitler in seinen Bergen
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R. CORNWELL, Nazi’s heirs lose legal battle over Hitler watercolours, in “The Indipendent”, 5 Luglio 2002
Traduzione di Franco Lizza
«GLI EREDI DEI NAZISTI PERDONO LA LORO BATTAGLIA LEGALE SUGLI ACQUERELLI DI HITLER»
“Il destino di quattro acquerelli dipinti da Adolf Hitler è stata deciso dalla Suprema Corte degli Stati Uniti d’America 57 anni dopo la morte del fondatore del Terzo Reich. La Corte ha deciso che l’esercito americano è autorizzato a trattenere le opere presso di sé.
I dipinti furono portati in America come bottino di guerra e da allora sono andati quasi decomponendosi in un deposito a Alexandria, nello stato della Virginia. Negli ultimi vent’anni sono stati oggetto di una battaglia legale che ha visto lo scontro tra la famiglia di Heinrich Hoffmann – uno dei principali fotografi del regime nazista al quale i dipinti furono donati dallo stesso Hitler nel 1936 – e il governo di Washington.
Hitler e Hoffmann erano buoni amici – addirittura si narra che il Führer incontrò la sua compagna, Eva Braun, nello studio berlinese di Hoffmann.
Durante il conflitto, Hoffmann depositò le opere, assieme alla sua collezione di due milioni e mezzo di fotografie, in un castello tedesco, dove furono scoperte dalle vincitrici truppe statunitensi nel 1945. Le fotografie furono usate come prova al processo di Norimberga, in cui Hoffmann fu giudicato colpevole di sciacallaggio in tempo di guerra. In seguito, i dipinti furono silenziosamente spediti alla volta dei caveaux del Pentagono nei pressi di Washington.
Da un punto di vista artistico gli acquerelli appaino di scarsa qualità e, a detta di chi ha potuto osservarli, rappresentano scene di strada e paesaggi di guerra. Tuttavia, come dimostra la divertente saga dei falsi diari di Hitler del 1983, qualunque artefatto che riporti la firma “A. Hitler” pare avere un valore “di curiosità” che trascende il prezzo.
Hoffmann morì nel 1957, e suo figlio cercò di rientrare in possesso tanto degli acquerelli quanto delle fotografie. Gli fu consigliato di passare attraverso “canali diplomatici”, ma questa strada si rivelò un buco nell’acqua. Nel frattempo, un collezionista texano, tale Billy F. Price, acquisì parte dei diritti sui dipinti, e nel 1983 instaurò il primo di numerosi giudizi per proprio conto e per conto degli eredi di Hoffmann.
Mentre la causa proseguiva il proprio cammino attraverso le Corti, nel 1983 un giudice federale del Texas condannò il governo a pagare 10 milioni di dollari di danni per essersi rifiutato di restituire le opere. Questo verdetto fu ribaltato dalla Corte d’Appello Federale, che statuì l’appartenenza dei dipinti in capo alle forza armate americane sulla base di un trattato successivo alla guerra.
Robert White, legale di Hoffmann, ha detto questa settimana, rivolgendosi alla Corte Suprema: “L’unica certezza di questo furto è che il colpevole è il governo statunitense”. Di contro, l’avvocato generale Theodore Olson, ha controbattuto insistendo che la confisca delle opere è stata una “fondamentale decisione di politica generale”, nonché parte della procedura di de-nazificazione della Germania.
I nove giudici della Corte Suprema hanno aderito alla tesi di Olson e, così facendo, hanno arricchito le collezioni pubbliche americane di quattro acquerelli del più turpe artista del ventesimo secolo”.
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Corte d’Appello degli Stati Uniti,
Quinto Distretto.
No. 93-2564.
Billy F. PRICE, ed altri, Attore
v.
STATI UNITI d’America, Convenuto
(omissis)
20 Novembre 1995
Giudizio di Appello presso la Corte distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto Southern Texas.
Davanti a WOOD, JR.[i], JOLLY e DeMOSS, Giudici Distrettuali.
E. GRADY JOLLY, Giudice distrettuale:
Con questo appello si richiede di decidere se una corte federale possa garantire un risarcimento del danno contro gli Stati Uniti in relazione al rifiuto di questi di restituire opere d’arte e fotografie storiche prelevate dalla Germania durante l’occupazione degli alleati al termine della Seconda guerra mondiale. Billy Price, un uomo d’affari Texano, ha ottenuto circa 8 milioni di dollari di ristoro contro gli Stati Uniti in ragione del rifiuto di questi ultimi di restituire quattro acquarelli dipinti da Adolf Hitler e registri fotografici compilati dai fotografi personali di Hitler, Henrich Hoffman e suo figlio. Nei primi anni ottanta – quasi quattro decadi dopo che questi dipinti ed archivi furono ritrovati in alcuni lughi della Germania ed inviati negli Stati Uniti – Price, che è descritto nella copertina del suo libro come “proprietario di una delle più grandi collezioni dell’arte di Hitler ed acclamato esperto internazionale sulla materia”, ha acquistato i diritti sui dipinti e sugli archivi dagli eredi di Hoffman. Price richiese che gli Stati Uniti gli consegnassero tali opere e, dopo il rifiuto di questi ultimi, ha depositato il presente ricorso richiedendo che il predetto rifiuto fosse riconosciuto come una detenzione illecita.
Gli Stati Uniti sostengono ampiamente in appello che il giudizio della corte distrettuale non può trovare conferma. Così è. Per i motivi che seguono, questa corte ritiene che la corte distrettuale non avesse giurisdizione sulla materia. Conseguentemente, il giudizio della corte distrettuale viene cassato e ne viene istruito il rigetto.
I
Mettendo da parte gli aspetti storici, militari e di politica estera del caso, questa causa è semplicemente una richiesta di danni derivante da un illecito civile concernente un bene mobile. Il ricorso è formulato contro gli Stati Uniti, in ogni caso, ed i beni mobili consistono in oggetti prelevati dalla Germania durante gli anni di occupazione seguenti la fine della Seconda Guerra Mondiale: specificamente, quattro acquarelli di Adolf Hitler e gli archivi fotografici compilati da Heinrich Hoffman e suo figlio, Heinrich Hoffman, Jr.
Hoffamn ottenne gli acquarelli acquistati da Hitler come regalo. Il primo paio, intitolato “Old Vienna Ratzenstadl” e “Munich 1914 Alterhof”, raffigura scenari urbani ed è stato dipinto quando Hitler viveva in quelle città prima di arruolarsi nell’esercito tedesco durante la Prima Guerra Mondiale. Il secondo paio, intitolato “on the Railroad Line of Biache” e “Beclaire 1917”, è stato dipinto durante la Prima Guerra Mondiale e raffigura rispettivamente un terrapieno sulle rotaie ed un villaggio devastato dalla guerra[ii].
I registri fotografici che furono compilati dagli Hoffman consistono in diverse centinaia di migliaia di stampati e glass-plate negatives the raffigurano immagini di significato politico, storico e culturale nell’Europa dal 1860, attraverso la nascita e la caduta del regime di Hitler. Questi archivi sono divisi in due parti. La più importante delle due parti è in possesso degli Stati Uniti dal momento del suo ritrovamento in Germania ad opera delle truppe americane. E’ conservata presso L’Archivio Nazionale di Washington D. C., in prosieguo l’“archivio di Washington”. La parte più ridotta è entrata in possesso degli Stati uniti nei primi anni ’80, quando la società Time-Life Inc. l’ha donata all’Istituto di Storia Militare in Carlisle, Pennsylvania, in prosieguo l’”archivio Carlisle”. I dipendenti della Time lo avevano prelevato dalla Germania durante gli anni quaranta.
Il coinvolgimento del sig. Price inizia nei primi anni ’80, quando, durante una visita in Germania alla ricerca di un testo sulla carriera di Hitler come artista, venne a conoscenza che Hoffman era stato il proprietario dei quattro acquarelli.[iii] Pagò una piccola somma agli eredi di Hoffman, cittadini e residenti in Germania, in cambio dei diritti sugli archivi e sugli acquarelli. Egli promise altresì di impegnarsi al fine di far rientrare gli eredi stessi in possesso di parte di ciò che egli fosse riuscito ad ottenere dagli Stati Uniti. Fece dunque richiesta per la restituzione ad opera degli Stati Uniti dei dipinti e degli archivi, depositando la prima istanza di questa causa il 9 Agosto 1983.
Nel febbraio 1989, la corte distrettuale respinse la declinatoria degli Stati Uniti, secondo le Rules 12(b)(1) e 12(b)(6) delle Federal Rules of Civil Procedure, e si pronunciò, a seguito di un giudizio parziale sul merito, in favore del sig. Price. Price v. U.S., 707 F.Supp. 1465 (S.D.Tex.1989). La corte distrettuale sembra aver determinato che gli Stati Uniti fossero meri depositari dei dipinti e degli archivi, e che il deposito fosse continuato fino alla violazione operata con il rifiuto degli stessi nei confronti del sig. Price nei primi anni ’80. Si osserva che “[d]urante i cinque anni in cui questa causa è stata pendente, il governo non ha contestato nessuna delle prove poste alla base del giudizio sommario dell’attore limitandosi a qualificarle come irrilevanti,” id. at 1469, la corte distrettuale ha castigato gli Stati Uniti per la loro strategia processuale difensiva. ”Invece di fornire argomenti di diritto civile, il governo continua a basarsi sulla denigrazione dell’artista e degli archivisti. Lo stesso grado di giustizia protegge ogni persona senza eccezione per coloro la cui politica dei padri fu errata.” Id. at 1473. “Dopo cinque anni di processo,” si conclude, “gli Stati Uniti non sono stati in gradi di contestare in fatto il titolo degli Hoffman ne la natura dell’acquisizione governativa di detta proprietà.” Id. La corte distrettuale decise che il sig. Price avesse diritto agli acquarelli ed agli archivi dei quali doveva sarebbe dovuto entrare in possesso.
Nonostante che gli Stati Uniti non avessero introdotto alcuna controprova in pendenza del giudizio, dopo il deposito della decisione parziale di merito, gli Stati Uniti avanzarono alcune obiezioni giurisdizionali ed altre difese, richiedendo alla corte distrettuale di riconsiderare la decisione. La corte distrettuale bocciò tali richieste ed anzi aprì un giudizio per il risarcimento del danno. La corte determinò che i danni causati dalla detenzione illecita degli acquarelli e degli archivi, inclusi i danni per il mancato uso a partire dal 1983, ammontavano a 7.949.907,69 dollari.
Entrambe le parti depositarono appello contro la suddetta decisione, gli Stati Uniti lamentando l’infondatezza del giudizio ed il sig. Price[iv] sostenendo che detta liquidazione fosse insufficiente in confronto ai 41 milioni di dollari richiesti.
II
Sin da principio, questo caso presenta delle questioni implicanti l’immunità sovrana degli Stati Uniti. Si è infatti guidati da due principi ben stabiliti: da un lato, gli Stati Uniti sono immuni da qualsivoglia procedimento a meno che essi stessi non abbiano acconsentito al venir meno di detto principio; dall’altro tale deroga di immunità vede un’interpretaione restrittiva. Ad es., Gregory v. Mitchell, 634 F.2d 199, 203 (5th Cir.1981); Loomis v. Priest, 274 F.2d 513, 518 (5th Cir.1960), cert. denied, 365 U.S.862, 81 S. Ct. 828, 5 l.Ed.d 824 (1961).
“La questione se [gli Stati Uniti] abbiano derogato all’immunità in relazione alla causa per danni è, in prima istanza, questione di giurisdizione che ciascuna corte d’appello federale ha lo specifico obbligo di soddisfare, anche qualora non riguardi la sua stessa giurisdizione ma quella della corte di primo grado la cui sentenza sia stata messa in discussione.” Mocklin v. Orleans Levee Dist., 877 f.2d 427, 428 n. 3 (5th Cir.1989). Il punto di partenza per l’analisi è dunque se una giurisdizione federale esista sul caso. La questione, viene da se, è soggetta ad una valutazione ex novo. Più specificamente la questione è rimasta aperta dal momento in cui la materia è stata sottoposta al precedente appello. Vedasi In Re Petition of Price, 723 F.2d 1193, 1195 (5th Cir.1984).
Nonostante che il sig. Price abbia introdotto diverse teorie nella sua istanza iniziale, la sua posizione davanti a questa cote è che gli Stati Uniti abbiano illecitamente detenuto i dipinti e gli archivi dal momento in cui si sono rifiutati di restituirli al richiedente nei primi anni ‘80. Le allegazioni del sig. Price attengono alla materia della responsabilità civile. Se la giurisdizione della corte distrettuale deve essere affermata questa causa cade nella materia (preliminare) relativa all’immunità dello stato, contenuta nel Federal Tort Claims Act.
Le parti sostengono mutualmente che solo la sezione 28 U.S.C. § 1346(b) sarebbe idonea a fondare la giurisdizione nella presente causa. Così essa prevedendo:
Soggette alla previsione della [sezione 28 U.S.C. § 2671-2680], le corti distrettuali . . . hanno giurisdizione esclusiva su azione civili contro gli Stati Uniti, per risarcimento del danno a partire dal primo gennaio 1945, per danni o perdita di proprietà . . . causati per colpa od omissioni di alcuno degli impiegati del Governo nell’esercizio delle proprie funzioni o del proprio ufficio, in quelle circostanze per le quali gli Stati Uniti, come un soggetto privato siano responsabili nei confronti di un attore secondo la legge del luogo dove l’azione o l’omissione è avvenuta.
28 U.S.C. § 1346(b) (1988). Si evidenzia che il § 1346(b) condiziona l’esistenza della giurisdizione in combinato disposto con altre previsioni del Federal Tort Claims Act. Per questa ragione non è possibile assumere così semplicemente che la giurisdizione sia presente e permetta di traslare un giudizio sulla giurisdizione in un giudizio sul merito. Compare Sierra Club v. Shell Oil Co., 817 F2d 1169, 1172 (5th Cir.9, cert. denied, 484 U.S. 985, 108 S.Ct. 501, 98 L.Ed.2d 500 (1987). Al contrario gli atti devono essere esaminati alla luce delle specifiche eccezioni e delle relative limitazioni al consenso che gli Stati Uniti possono prestare alla giurisdizione della corte distrettuale e garantire che i ricorsi della presente causa non ricadano entro quelle circostanze. Devono essere prese in considerazione, nell’ordine, le richieste relative (A) ai dipinti, (B) all’archivio di Washington e (C) all’archivio di Carlisle.
A
Si considerino dapprima i quattro dipinti e, specificamente, la questione se la causa su di quelli sia sorta negli Stati Uniti. Nonostante che il Federal Tort Claim Act fornisca giurisdizione alla corte distrettuale sulla materia contro gli Stati Uniti “ove gli Stati Uniti, come un soggetto privato siano responsabili ne confronti di un attore secondo la legge del luogo dove l’azione o l’omissione è avvenuta,” 28 U.S.C. § 1346(b), la corte distrettuale non ha giurisdizione ex 28 U.S.C. § 2680(k) se il fatto è avvenuto in un paese straniero. Eaglin v. U.S., Dept. of Army, 794 F2d 981, 982 (5th Cir.1986). In relazione agli acquarelli, la questione iniziale è se il fatto illecito sia avvenuto. Qualora l’illecita detenzione sia iniziata in Germania, la corte distrettuale non ha ovviamente giurisdizione sul caso[v]. Il fatto che gli Stati Uniti non contestino le prove allegate dal sig. Price a fondamento delle sue pretese semplifica il compito di questa corte, potendosi assumere che tali elementi di provano stabiliscano gli elementi di fatto della causa.
Ai fine della valutazione sulla giurisdizione, si sostiene che l’essenza dell’illecita detenzione tanto sotto la legge tedesca quanto sotto quella americana sia un atto compiuto da un soggetto diverso dal proprietario ed incompatibile con l’interesse di quest’ultimo. Vedasi anche §§ 858, 992 del Codice Civile Tedesco (Rothman ed 1994) in relazione al Restatement (2d) dei Torts, §§ 222°, 234. Posta semplicemente, in fatto di giurisdizione: a che punto della detenzione dei dipinti gli Stati Uniti hanno compiuto un atto contrario all’interesse degli Hoffman?
Le prove raccolte nel giudizio del sig. Price dimostrano che i dipinti sono stati deposti in un castello in Germania durante la guerra, e che lì sono stati trovati e raccolti dalle truppe Americane. Dobbiamo dunque accettare le prove raccolte nel giudizio del sig. Price in quanto dimostrano che il ritrovamento ed il trasporto dei dipinti ad opera degli Stati Uniti dal castello al punto in cui sono stati ricollocati non era contrario agli interessi degli Hoffman e che per questo non costituisce una detenzione illecita. Da lì, come tutta l’arte scoperta nel teatro delle operazioni, i dipinti passarono dai punti di raccolta stabiliti dall’esercito degli Stati Uniti d’America. Ai punti di raccolta ciascun pezzo d’arte fu identificato, fotografato, catalogato e conservato finché i proprietari non fossero stati individuati e l’oggetto non fosse fatto tornare in loro proprietà. Si accetta l’argomento di Price che tali azioni compiute dall’esercito degli Stati Uniti non costituiscano completamente un atto di illecita detenzione.
A questo punto, però, i fatti prendono una piega sfavorevole all’argomento di Price. Price ha allegato la deposizione di un cittadino tedesco che analizzava oggetti d’arte nel centro di raccolta centrale di Monaco nel quale i dipinti sono transitati. Basandosi su “certificati di proprietà”[vi] che le furono mostrati nel corso della deposizione, la depositaria testimoniò che gli acquarelli portavano il nome “Hoffman”, significando che Hoffman ne era il proprietario e che, a dispetto di questo fatto, le autorità militari degli Stati Uniti ordinarono la confisca[vii] e che gli acquerelli fossero trasferiti a Wiesbaden, punto da cui furono imbarcati per gli Stati Uniti. La deponente ha poi testimoniato che due dei dipinti furono “confiscati” in quanto “oggetti militari.”[viii] Il certificato di uno degli acquarelli specificamente lo descrive come un “oggetto miliare nazista.”[ix] Si noti, questa testimonianza riflette che altri oggetti d’arte della collezione artistica di Hoffman – arte non di Adolf Hitler, ma similarmente etichettata come “Hoffman”, trovata con gli acquarelli di Hitler ed inviata dal punto centrale di raccolta in Monaco – fu restituita al figlio di Hoffman più o meno quando gli acquarelli venivano confiscati.
La differenza di trattamento accordata ai vari oggetti d’arte della collezione Hoffman chiaramente mostra che la detenzione degli acquarelli, atto contrario agli interessi della famiglia Hoffman su quelli, è occorsa quando le autorità militari degli Stati Uniti ordinavano il trasferimento di quelli da Wiesbaden ed il loro invio negli Stati Uniti.
Price sostiene che le stesse regole dell’esercito degli Stati Uniti sui conflitti, incluse nelle Leggi sul Land Warfare e nel Diritto Internazionale, così come nella Convenzione dell’Aia sulle Leggi ed Usi della Guerra Terrestre, non autorizzassero gli Stati Uniti a tenersi gli acquarelli una volta entrati in loro possesso; per questo motivo, avrebbero dovuto tenerli – non conoscendo l’identità del proprietario – in una sorta di detenzione, o simili. Come conseguenza, Price sostiene che gli Stati Uniti non avrebbero potuto detenere gli acquarelli illecitamente fino al rifiuto della sua domanda degli anni ’80. Ne segue, come sostenuto, che l’atto di detenzione illecita è stato perpetrato negli Stati Uniti quando la sua pretesa restitutoria fu respinta.
Si deve rigettare la conclusione che Price deriva dalle regole di guerra dell’Esercito e dalla Convenzione dell’Aia. Nonostante non si sia affrontata la questione dell’applicabilità di tale norme alla condotta dell’Esercito degli Stati Uniti in Germania durante la guerra e l’occupazione, la determinazione che il sequestro e l’invio degli acquarelli dalla Germania fosse un atto di illecita detenzione è rafforzata nella misura in cui tali regole potessero trovare applicazione così da non permettere il legittimo prelievo di quegli acquerelli. In altre parole, una confisca illecita degli acquarelli si presta solo a supportare la nostra conclusione che un atto chiaramente contrario all’interesse degli Hoffman è avvenuto in Germania. Tutto sommato, anche se fossimo d’accordo con Price che l’iniziale recupero degli acquarelli avesse creato una specie di detenzione – od almeno che non si fosse già compiuta in maniera illecita – da questo non deriva che gli Stati Uniti abbiano continuato a detenerli in una specie detentiva fino agli anni ’80, quando Price ne ha chiesto la restituzione. La prova addotta alla corte distrettuale porta solo alla conclusione che l’Esercito degli Stati Uniti ha detenuto in maniera illecita gli acquarelli quando li ha “confiscati” in Germania ed inviati negli Stati Uniti.
Prima di abbandonare la questione degli acquarelli, è necessario affrontare l’errore nella decisione della corte distrettuale sul punto. La corte distrettuale ha concluso che una sorta di detenzione sia esistita in relazione agli acquarelli e che la domanda di Price non avesse rilievo finché il dovere di restituzione derivante dalla detenzione non fosse violato dagli Stati Uniti. Vedasi 707 F.Supp. at 1469-70. La conclusione in diritto della corte distrettuale sembra derivare in parte dal suo considerare in blocco i tre gruppi di proprietà oggetto di questo caso. Id. Nonostante non si sia giunti ad esaminare se una detenzione sia esistita nell’archivio di Washington, gli atti sembrano contenere prova che così fosse. Quella prova, comunque, non può supportare la conclusione che gli acquarelli fossero tenuti in detenzione. La prova concernente gli acquarelli alla quale la corte distrettuale si riferisce direttamene è semplicemente insufficiente a concludere che una detenzione fosse esistita. Id. at 1476. La corte distrettuale sembra focalizzarsi quasi esclusivamente sulle azioni disposte nel 1945. Id. Significativamente, la corte distrettuale né menziona né dispone sul fatto cruciale che opere d’arte non hitleriane e possedute dagli Hoffman furono trattate in maniera differente negli anni dopo il 1945.
Il fatto che gli Hoffman non spesero il destino o la località degli acquarelli fino ai primi anni ’80 non modifica la natura delle azioni compiute dagli Stati Uniti in Germania dopo la guerra. Al contrario, la loro ignoranza supporta la questione sulla maturazione della domanda ai fini delle disposizioni limitative contenute nel 28 U.S.C. § 2401(b). Siccome la domanda sugli acquarelli deve essere rigettata sulla base dell’eccezione del “paese straniero”, non si affronta quest’ultimo problema.
Essendo stato ampiamente rivisto il giudizio sopra menzionato dalla corte distrettuale, si conclude che esso non è sufficiente a dimostrare la conclusione che l’illecita detenzione non fosse sorta in Germania. Come conseguenza, la domanda di Price ricade entro l’eccezione del § 2680(k) di “domanda derivante da un paese straniero”. La domanda, per questi motivi, non concerne una deroga all’immunità e, conseguentemente, la corte distrettuale non aveva giurisdizione per esaminare la domanda relativa agli acquarelli.
B
E’ ora necessario esaminare l’archivio di Washington. Gli atti mostrano che l’archivio fu prodotto durante il processo di Norimberga con l’assistenza del sig. Hoffman e di suo figlio, e che gli Stati Uniti incaricarono Heinrich Hoffman Jr. di completare una storia pittorica della Germania. Il progetto fu, in ogni caso, reso conciso e gli archivi furono inviati negli Stati Uniti nei tempi del ponte aereo con Berlino. Il 25 giugno 1951 l’Avvocato Generale, promuovendo un’azione basata sul Trading with the Enemy Act [Atto sul commercio con il Nemico], 50 U.S.C.App. § 1-33, investì se stesso di tutti i diritti sule fotografie ed immagini fotografiche “da, tenere, utilizzare, amministrare, liquidare, vendere o diversamente gestirle nell’interesse e per il beneficio degli Stati Uniti“ Vedasi il Vesting Order 17952, 16 Fed.Reg. 6162.
Questo vesting order, ne si è convinti, sposta la domanda di Price relativa all’archivio di Washington fuori dall’indagine sulla giurisdizione della corte distrettuale. Secondo il § 2680(e), le domande che “scaturiscono da un’azione od un’omissione di un impiegato del Governo nell’adempimento degli obblighi dell’[Atto sul Commercio col Nemico]“ sono escluse dalla rinuncia all’immunità sovrana. 28 U.S.C.App. § 2680(e) (1988). In una veloce ma ben ragionata opinione, la corte distrettuale ha sollevato questa eccezione per prevenire gli sforzi dell’attore atti ad utilizzare il Federal Tort Claims Act per evitare l’applicazione del Trading with the Enemy Act. Gubbins v. Stati Uniti, 192 F.2d (D.C.Cir.1951) (ove si rigettava una causa di diffamazione basata sul fatto che l’attore era stato iscritto, in conformità al Trading with the Enemy Act, in una lista di soggetti cui erano vietate un certo tipo di transazioni); vedasi anche Schilling v. Rogers, 363 U.S.A. 666, 674-76, 80 S.Ct. 1288, 1294-95, 4 L.Ed.2d. 1478 (1960) (ove si stabiliva che le norme per una revisione giudiziale con riferimento alle norme del Trading with the Enemy Act fossero escluse da altri rimedi e si rigettava l’argomento secondo il quale la revisione giudiziale di azioni promosse secondo il suddetto atto fosse possibile anche attraverso l’Administrative Procedure Act). Il ragionamento in Gubbins è applicabile anche nel caso presente e similmente si ritiene che la domanda di Price con riguardo all’archivio di Washington non rientri nel Federal Tort Act e sia interamente conoscibile attraverso il Trading with the Enemy Act.
Price tenta di evitare l’applicazione di quest’eccezione contestando la validità dello stesso Vesting Order. Il Collegio ritiene che questo non sia necessario, comunque, per considerare il merito della contestazione: è quindi chiaro che per il contenuto delle allegazioni avanzate sul merito della contestazione, avrebbe dovuto agire secondo il § 9 del Trading with the Enemy Act. Per di più, secondo i termini del § 33 dello stesso, i termini per sollevare quell’eccezione sono scaduti. “Nessuna domanda relativa al § 9 . . . può essere promossa . . . dopo due anni dalla data del sequestro o dell’attribuzione nella Alien Property Custodian, secondo il caso, della proprietà o dell’interesse secondo i quali una misura è richiesta.” 50 U.S.C.App. § 33 (1988). Secondo questi termini, Price avrebbe dovuto istruire la domanda non più tardi del 25 giugno 1953. La sua causa non è stata istruita, in ogni caso, dopo più di trent’anni da quella data.
Price sostiene che, siccome gli Stati Uniti non hanno sollevato il § 33 come difesa positiva prima che il giudizio parziale sommario fosse deciso, quello non può essere sollevato ora per prevenire la sua domanda. Price è in errore. Il Trading with the Enemy Act, così come il Federal Tort Claims Act, costituisce una deroga all’immunità sulla sovranità degli Stati Uniti. La lettera stessa del § 33 stabilisce che “nessuna azione . . . può essere promossa” a meno che certe condizioni non siano soddisfatte. Si è sostenuto che il § 33 costituisca una limitazione a quella rinuncia all’immunità sovrana e che il diritto di promuovere un’azione per contestarla sia precluso a meno che l’azione non sia istituita entro i termini previsti dalla normativa. Loomis, 274 F.2d at 518; vedasi anche Pass. McGrath, 192 F.2d at 415, 416 (D.C.Cir.1951), cert. denied, 342 U.S. 910, 72 S.Ct. 302, 96 L.Ed. 681 (1952). Per il fatto che nessuno avrebbe potuto contestare il vesting order in questo caso, tale domanda non era più proponibile dal 25 giungo 1953, tre decadi sono interamente trascorse prima che tale allegazione domanda fosse introdotta.
Come alternativa, Price urge la corte di riconoscere un’eccezione ragionevole all’immunità sovrana degli Stati Uniti ed ammettere un attacco collaterale al vesting order. Price usa come analogia il caso Enochs v. Williams Packing and Navigation Co., 370 U.S. 1, 82 S.Ct. 1125, 8 L.Ed.2d 292 (1962). In Enochs la Corte Suprema stabilì che un’ingiunzione può essere emessa contro l’accertamento o la raccolta delle tasse federali, nonostante esista una specifica proibizione contro tale tipo di ingiunzioni, se la valutazione o la raccolta non siano valide sotto qualsivoglia teoria. Price ne deduce che similmente il vesting order non sia valido e, come conseguenza, che la corte dovrebbe permettere la sua contestazione, nonostante il fatto che il § 33 ritiri la sola base per la giurisdizione su una contestazione al vesting order, e per questo revochi la limitata deroga degli Stati Uniti alla propria immunità sovrana. Price, in sostanza, legge la causa Enchs così da permettere alla corte di dedurre una ragionevole limitazione all’immunità sovrana. Non si può essere d’accordo. In primis, il precedente impedisce qualsiasi possibilità che la regola del caso Enochs possa essere utilizzata con riguardo alla giurisdizione della presente controversia. Si è riconosciuto che l’applicazione del caso Enochs richiede due condizioni: “(1) è chiaro che sotto alcuna circostanza il governo possa prevalere alla fine sulla merito della sua causa, e (2) una ragionevole giurisdizione esista.” Lange v. Phinney 507, F.2d 1000, 1003 (5th Cir.1975) (corsivo aggiunto). E’ chiaro che la regola del caso Enochs possa applicarsi quando la giurisdizione sia fondata: Enochs, tuttavia, non può fornire una base alla giurisdizione quando questa non esiste. Più nello specifico, comunque, l’immunità sovrana degli Stati Uniti è definita dal “linguaggio che il sovrano usa nel cedere parte della sua immunità, e [dal fatto che] nessuna considerazione configgente di ragionevolezza possa essere discussa nel giudicare la questione.” Loomis, 274 F.2d at 518 (corsivo aggiunto). E’ chiaro, infine, che la corte distrettuale fosse priva di giurisdizione sulla domanda del sig. Price in relazione agli archivi di Washington.
C
Da ultimo, si analizza la domanda relativa all’archivio Carlisle. Questo è molto meno sostanzioso di quello di Washington – la corte distrettuale ha determinato che il suo valore di mercato nel 1983 fosse di 9.000 dollari, una piccola frazione percentuale rispetto all’archivio di Washington del 1983 il cui prezzo di mercato è di 2,695 milioni di dollari. Le prove sono considerevolmente meno sviluppate per questo archivio. Sembra, ad esempio, che gli Sati Uniti abbiano ricevuto queste fotografie in lotti separati nel 1981 e 1983, ma le prove non specificano quali fossero e quando furono inviate. Senza considerare queste incertezze, comunque, non si hanno dubbi che la domanda sull’archivio Carlisle debba essere rigettata. La giurisdizione della corte è condizionata al 28 U.S.C. Sec. 2675(a), il quale stabilisce che “un’azione non può essere promossa” a meno che l’attore non abbia promosso un’azione amministrativa ed abbia ottenuto un rigetto scritto oppure abbia atteso per sei mesi. 28 U.S.C. Sec. 2675(a) (1988). Un’azione che sia promossa prima della scadenza del termine di sei mesi relativo al silenzio-diniego, e per questo motivo non tempestiva, non può diventarlo per il fatto che il tale termine sia trascorso dopo al deposito di suddetta domanda. Vedasi McNeil v. United States, — U.S. —-, —-, 113 S.Ct. 1980, 1983, 124 L.Ed.2d 21 (1993). Essendo questione di giurisdizione non può essere derogata. Gregory, 634 F.2d at 203-204.
Price ammette di non aver soddisfatto questo requisito. Ad ogni modo solleva due questioni al fine di derogare alla sezione 2675(a). Per prima cosa, sostiene, il diniego orale della sua domanda in relazione all’archivio in parola ad opera dell’Avvocato Generale degli Stati Uniti soddisfa la sezione 2675(a). In secondo luogo, sostiene, il governo non avrebbe potuto sollevare la sua inadempienza con questo requisito in quanto egli seguiva la loro disposizione. Nessuno di questi argomenti è persuasivo perché le parole della norma sono chiaramente diverse: la sezione 2675(a) richiede, inequivocamente, che “la domanda debba essere definitivamente rigettata per iscritto dall’agenzia e notificata a mezzo raccomandata.” Questa è “chiaramente una prescrizione inderogabile” McNeil, — U.S. at —-, 113 S.Ct. at 1984, e non può riscontrarsi una deroga all’immunità sovrana dove, come qui, l’attore ha proposto una domanda contro gli Stati Uniti senza rispettare questi termini.
III
Al termine, per le ragioni stabilite sopra, la corte distrettuale non aveva giurisdizione sulla causa. Gli Stati Uniti possono disporre degli oggetti sequestrati durante l’occupazione degli alleati in Germania come ritengono adeguato; e così hanno fatto. Vedasi l’Act del 17 marzo 1982, Pub.L. No. 97-155, 96 Stat. 14 (che autorizza il Segretario dell’Esercito a trasferire titolo e custodia di certi oggetti d’arte sequestrati al governo tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale). Senza giurisdizione le corti federali sono comunque sprovviste di poteri tali da ordinare il pagamento di danni in relazione alla decisione relativa ai menzionati acquarelli ed archivi fotografici. Si deve pertanto CASSARE il giudizio della corte distrettuale e RINVIARE per un ordine di rigetto. Le domande del sig. Price con riferimento agli acquarelli ed all’archivio di Whashington devono essere rigettati e l’attore non potrà promuovere nuova domanda. La domanda relativa all’archivio Carlisle, comunque, è rigettata senza che ciò rechi pregiudizio ad un’eventuale separata azione pendente davanti alla corte distrettuale. Non si esprimono posizioni su alcuno degli aspetti di quella causa, inclusi gli argomenti sollevati in appello e non posti a questa corte. Da ultimo, con riguardo alla determinazione relativa alla mancata giurisdizione della corte distrettuale, si RIGETTA il contro-appello del sig. Price sulla misura dei danni liquidati dalla corte stessa.
CASSATA E RIMESSA in giudizio con istruzione di rigetto;
Contro-appello RIGETTATO.
[Omissis]
[i] Giudice del settimo distretto, nominato per designazione.
[ii] Copie degli acquarelli è allegata come prova
[iii] Nel 1983 e 1984 il sig. Price ha pubblicato in tedesco ed in inglese edizioni di un catalogo dei dipinti e schizzi di Hitler. Detto catalogo raffigura i dipinti oggetto della presente causa. Vedasi Billy F. Price, Adolf Hitler: The Unknown Artist (England ed. 1984).
[iv] Per “Price” si intendono anche gli eredi di Hoffman i quali intervennero nel giudizio in qualità di attori. La corte ha rigettato le loro domande in quanto irrilevanti ai fini della decisione.
[v] Il fatto che la Germania fosse occupata, od anche se il diritto tedesco sia applicabile, non ha effetti per l’applicazione del § 2680(k). La Corte Suprema ha definito il termine “stato” come “una regione od una porzione di territorio.” Vedi Smith v. United States, — U.S. – —, —-, 114 S.Ct. 1178, 1181-83, 122 Led.2d 585 81993) (sostenendo che la questione, essendo cominciata in Antartide, che non ha né un’organizzazione governativa né un corpus di leggi, dovesse cadere sotto il § 2680(k)).
[vi] Il punto di raccolta centrale di Monaco conservò una “Property Card Art” per ciascun pezzo d’arte che fosse transitato presso il centro, contenente informazioni sul pezzo e sulla gestione dello stesso fino alla sua collocazione definitiva.
[vii] La deponente ha utilizzato i termini ”confiscato” o “confisca” svariate volte durante la testimonianza.
[viii] Per esempio:
Domanda 87m: Perché questo dipinto fu trasferito dal “Punto di Raccola Wiesbaden” al Punto di raccolta di Monaco?
Risposta: Perché fu identificato come oggetto militare ed è stato confiscato.
Domanda 87n: Nell’altro lato di questo Certificato, c’è un’annotazione [sic] “29.6.50 a Washington, D. C.” Qual è stato il motivo di questa annotazione fatta sul “Certificato di Proprietà d’Arte” e che significa?
Risposta: Significa che le autorità Americane hanno dato ordine al Punto di Raccolta di Wiesbaden. Sì, di trasferire questo dipinto confiscato come “oggetto militare” a Washington, D. C.
[ix] La corte distrettuale sembra aver ignorato questa prova quando ha stabilito che gli acquarelli non furono “mai portati via dalla Germania nel processo di de-Nazificazione.” 707 F.Supp. at 1471. Ha così bocciato la possibilità che gli acquarelli “potessero essere un elemento di ripresa per una possibile reviviscenza del Nazismo” Id. at 1470-71. La loro caratterizzazione, comunque, non è oggetto di questa causa.
APPENDICE 1:
Visualizza I quadri di Hitler
APPENDICE 2:
Visualizza Hitler in seinen Bergen – di H. Hoffmann














Segnalo la riedizione, commentata su Repubblica di oggi da Ralf Dahrendorf, del romanzo “E adesso pover’uomo?” di Hans Fallada (pseudonimo di Rudolf Ditzen), pubblicato nel 1932, al tramonto dell’agonizzante esperienza di Weimar.
Il tutto mi viene da alcune idee a riguardo della forse eccessiva unicità storica che viene attirbuita al fenomeno hitleriano. Mi riservo di approfondire l’argomento.
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