I lavori degli altri (obiezione di un lettore ad un mio vecchio articolo)
Sono un uomo cattivo, perchè tendo a seguire il diritto solo per paura.
Non sono un Diabolus, perchè sono un Accusato e non un Accusatore. Nutro un profondo interesse per le persone che mi criticano, che mi giudicano, perchè ciò che più mi appartiene è l’amore per la vita degli altri, e la sua comprensione. Il mio gesto è sempre meravigliato e aperto.
Aspetto in questi mesi i lavori degli altri, mentre lascio che i miei non vengano ancora pubblicati.
Le mie lezioni di storia, al ristorante, erano pacate e semplici, non accademiche, non professorali. Così le mie note a matita, non auto-referenziali ma preoccupate, preoccupate di perderla per un pò di dimenticanza, per una spiaggia e per un mare, dove non c’è nulla da inventare, come scrive un poeta. Speravo che il viaggio sulla sopraelevata, così come le carte sul letto e le notti dormite insieme, non si riducessero ad una mera parentesi del passato, ma fossero essenzialmente profondo presente.
Sono un uomo innamorato, e tale condizione si rivela ogni giorno più dura da sopportare. Offeso, cerco la chiave della spiegazione nelle bovaristiche pose della donna annoiata, insoddisfatta, che vorrebbe sognare e fuggire ma il cui sogno non va oltre la forma del suo romanzetto d’amore letto davanti alla finestra. Sbaglio. Non è così. Non cercarmi più. Non sei in grado di pensarmi, di scrivermi.
Mi scuso, quasi fossi un amante indegno. Non m’importa della mia dignità. Replica con il martello: sarei solo un megalomane, un narcisista, un solipsista, un arrogante. Io penso di no, di non essere mai stato così. Pensava di non meritarmi, ora inverte i ruoli: sono io a non capire nulla, ad essere un uomo qualunque.
Il suo modo migliore di farmelo capire è non rispondere più.
***









Caro Tommaso,
nel mio salotto polveroso, tra le mie sigarette che mi amano e non ne vogliono proprio sapere di lasciarmi, mi intristisco nel leggere quanto scrivi. Ma, ci tengo a sottolinearlo, la tua tristezza è teatrale e mai squallida.
Sarai pure innamorato, innamorato e pazzo. E ora forse avvilito, debole e calpestato. Ma il giovane Werther, inconsolabile e chiuso nella sua prigione incantata di riviera, è ormai solo caricatura letteraria e mal si addice ai tuoi slanci. Tu sei, ai miei occhi che forse vedono poco o male, il generale che si sfrega le mani quando i suoi invadono la Polonia e non il cantore biondo che piange il suo dolore guardando il tramonto.
Caro Tommaso, mi sembra che tu stia dimenticando quella cosa che mi hai insegnato proprio tu qualche anno fa: l’uso strumentale e consolatorio dell’ironia. Non permettertelo.
Con affetto.
Caro Luigi,
mi riprenderò la mia ironia. Il senso di questa rivista stessa, non è certo l’amore privato ed i suoi ventagli di incomprensione, ma lo studio dell’hostis, del nemico pubblico.
Ma, talvolta, le persone sono capaci di far male. Una fredda velocità d’esecuzione, una sola parola a distanza vestita da semplice ripensamento. Questo mi infastidisce.
C’è qualcosa di diabolico nell’uomo.
Io so, perchè conosco i fatti, perchè conosco la dissimulazione dell’ironia socratica, che posso fare del tempo una giostra, e per ogni moneta concedere un nuovo giro. Talvolta, però, ci si ritrova un poco stanchi, di fronte a questa kafkiana trottola.
Ma deve continuare a girare, lo so bene.
Con affetto.
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