8 . 12 . Genova .
Stefano si stava ancora radendo, ineffabilis deus, quando il mio fischio cupo sotto la finestra aperta di casa, ha richiamato la mia presenza – epifania della lametta che trema leggermente, accanto al labbro.
Questo Lunedì immacolato, dove i negozi sono chiusi ed i bambini corrono il loro triciclo sulla piazzetta di Castelletto, io e Stefano, fumando sopra il concetto di amore pieno di grazia.
Cattiva è questa via che scende verso l’Ascensore scelta prima della creazione, per portare Caproni in paradiso. Stefano e la sua teodicea.
Io che ho in tasca due occhi piemontesi ed una piuma d’angelo. Sindrome della casa in collina, gli amici di Roma, ricordi.
Il piano degli dei è al telefono.
Dentro una macchina parcheggiata davanti ad un albero enorme, due poeti parlano delle loro ipocondriache malattie.
Hitler sorride a Parigi vuota, all’alba: che serva a tutti da lezione.
Volevi una mia fotografia, e adesso hai un paio di occhiali e Genova dall’alto: io ti avrei insegnato questa misera città, con l’anima di chi la subisce, così intensamente, da sentirla come nessuno, come sua.
Io che passeggio con più forza, muovendo con crudeltà i capelli biondi ed il cappotto blu; che mi affaccio alla ringhiera, dove ho ballato con mia madre, amore mio.
Ecco, una ragazza è in piedi su un cancello, lo scavalca sorridendo, mentre la banalità del male l’aspetta.
Ti fissano i miei occhi azzurri.
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Ed un uomo, il più malato di tutti, con i suoi occhiali e lo sguardo da burocrate senz’anima, metterà una bomba dentro un giardino verde che finge di fotografare, e farà esplodere il mondo, lo distruggerà.
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