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Esterno-interno.

14 aprile 2009 4 Comments

“E fu per sempre

Con le cose che chiudono in un giro

Sicuro come il giorno…”

(E. Montale, Vecchi versi)

 

Lascio il sole di Camogli seguirmi sulla panca di un treno: scompare quando, con la calma di morte delle farfalle, in un’ombra di gallerie arriva la città, in quest’angelo del lunedì.

 Una vecchia signora legge un libro sulle streghe, accanto a me

Una posizione anticomunista sul 1848.

Scendendo le scale, tornando a piedi 

a casa. La finestra dell’ultimo piano è aperta, e soffia un dolce Zefiro: abbiamo trascorso tutto il pomeriggio sdraiati insieme sul grande letto, ad ascoltare questa brezza gentile e a pensar sopra quel piccolo e delizioso passo Je connais une femme qui marche assez bien, mais qui boite dès qu’on la regarde.

Poi una goccia di rosa è caduta sulle mie mani, mentre lei mi chiedeva della Persia, e di quali meraviglie vi si trovassero.

Non volevo invecchiare, dissi già al mio ricordo.

E stanotte resterà solo la lampada del mio comodino, a far un po’ di luce sulla poesia che mi parla dell’imminente diluvio: quell’istante in cui la tua ultima lacrima di dolore è scesa lungo la pelle, e cadendo nelle labbra si è trasformata in un sorriso.

  

4 Comments »

  • Anonimo said:

    And all who heard should see them there,
    And all should cry, Beware! Beware!
    His flashing eyes, his floating hair!
    Weave a circle round him thrice,
    And close your eyes with holy dread,
    For he on honey-dew hath fed,
    And drunk the milk of Paradise.

  • admin (author) said:

    (S. T. COLERIDGE, Kubla Khan, 1816)

  • Don Alvaro d'Ors said:

    ORFEO, O IL SOGNO DELLE CAVALLETTE

    a Alejandro Aranda
    “Seguìd vuestro jefe”

    I

    L’isola maggiore si ammanta
    di alberi: l’eucalipto
    smilzo, acacie, il banano;
    una pista rossa frontiera
    di rettili, a occidente dune,
    una nave in fuga…

    Nell’isola minore felci
    hanno rubato foreste:
    colline calve, verdissime;
    lo scoglio ferisce l’oceano,
    il sentiero scosceso al crepuscolo,
    gli accadimenti si annullano;

    ma d’improvviso oscilla
    la serie dei moti,
    fredda logora la distesa
    del mare impregna
    gli aridi succhi dell’inverno:
    sale maestoso al largo,
    in impeto di ondate,
    arretra per vasto tratto,
    incalza, volume
    che ingrossa, vacilla.

    Si perde così la prima parte di sé.

    II

    Scandì trafitta la terra
    il ronzio svelto
    del dolore: fine
    di un’era, miriadi
    di fiori gialli;
    fiorisce ogni sette anni
    il deserto, poi
    tramontano sfere,
    animali che migrano.

    Partimmo, divergendo
    i nostri sentieri;
    spatole raschiano polvere,
    resti; s’apparta
    un prisma di vetro.

    III

    La strada sterrata
    disegna una curva,
    la spiaggia al confine,
    fenditura lunghissima,
    pronao del tempo.
    Si sosta, poi
    vibrano neri rettangoli
    di metallo,
    nell’oscurità
    eco d’affanni, la voce
    del dio, l’ombra
    insinua raffiche.

    A Cuma tutto pare così terso.

    L’arco si spezzò
    con saldo rumore
    secco. Alla baia azzurra
    il cantore Orfeo, lo sciamano,
    trovò l’orma
    della sposa uccisa,
    lo zaffiro indifferente
    non forniva motivi agli astanti
    svaniti, ma vide
    l’arancio, l’olivo,
    una lente, sentì
    le voci soffiate dal basso;
    seguiva i segni, giunse
    alle radici di una pianta
    di timo, dove le voci pulsanti
    chiamavano,
    sciolse il contatto
    con lo strumento,
    si aprì una voragine;
    cadde.

    IV

    Di parole smarrite
    traccio il ritorno
    dovendo,
    in una piega ampia del tunnel
    sfrecciare di sopra in basso:
    rallento,
    a un’ansa più vasta
    sfumano picchi brulli,
    sotto la china s’allungano stenti
    relitti di canto,
    cortine, passi,
    lacerti stanati
    s’appostano
    grumi, esito;
    scendo.

    Nel cunicolo, tra le crepe,
    minerali,
    più oltre lo specchio
    riflette immagini,
    arretro:
    la voce del vento
    ricorda
    momenti del nostro passato,
    quando nel bosco accogliemmo
    colombe, stupore
    d’integrità senza cautele,
    fremiti
    di grano e di papaveri,
    il frutto caldo,
    il pesco; allora avevamo
    ciascuno un capo
    del gomitolo, il filo
    l’ha tagliato nella metropoli
    una vettura di prima classe,
    con prevedibile stridio:
    confuse manovre ai freni,
    i passeggeri smontano,
    nessuno saluta;
    attimi bloccati
    sigillarono decisioni,
    tensione di opposti
    tolse i perni.
    Lo scatto torse,
    recise il giunco;
    scoprire che qui si svela
    dove lo spazio flette epoche.

    La calma smisurata.

    V

    Lavori in corso, macerie
    hanno assediato le capitali
    e gli assediati gemono
    nel disagio di trappole,
    tutto,
    tutto reclama un intervento.
    Scure di attimi
    quando diventavamo punto,
    idea,
    monade di consenso,
    il tragitto stupendo
    cingeva esperienze,
    evidenza di annunci.

    Ci levammo piano,
    l’aurora inondava
    ai cardini d’Europa
    l’altro emisfero.
    Venimmo con pena,
    passione di scelte
    sofferte;
    modulammo veemenza
    di note, il granito
    attirava certezze,
    né certezze né dubbi i tigli
    refrattari, caparbi, odorosi,
    né dubbi né sicurezza i gelsi,
    che avviluppano malinconie.

    Il tempo balugina incanti,
    ed estende naufragi.

    VI

    La calura, sterpi,
    intorno al feretro
    il circolo di gente sul sagrato,
    sarde squartate, zefiro, l’agave stroncata,
    all’ingresso il prete,
    la banda e, a lato,
    due tipi in doppiopetto.

    Per parte mia voglio
    essere bruciato, le ceneri
    sparse nell’Averno,
    nell’urna un’oliva,
    la sabbia rossa, il sale,
    i semi del girasole
    la palma e una fresia;
    anche la morte ci rammenta
    che il popolo dei viventi
    ovunque, nella zona,
    pensa in intermittenze.
    In quanti crediamo che pochi
    urlino la verità.

    Purtroppo è dicembre, qui vicino
    le fontane non zampillano:
    passa rapida un’auto, forme
    di cipressi scansano prati,
    il panorama antico;
    solo ieri m’è parso scorgere
    gesti sodali,
    privi di complicità.

    VII

    Siedo nel corridoio dei mondi,
    stringo la mappa del luogo.
    Il tempo ha mutilato il cielo,
    Crono spodestò Urano;
    nei decenni dove prosegue
    l’orbita della storia
    degli uomini, tonfi
    del montacarichi quando tocca il suolo
    tra livello e livello,
    aziono la leva allo svincolo,
    il carrello sobbalza calando.

    Hanno costruito impalcature,
    l’abitato di plastica traslucida,
    a prova di pallottola le porte
    blindate, inserisco
    documenti di riconoscimento,
    transito, snidano sbarre, lamiere,
    rampini feroci sferrano con ordine;
    con cautela ispeziono larve,
    le colture idroponiche, spore
    in attesa di dispersione.

    VIII

    Ma altrove il geranio colma i vicoli,
    il vento a Vernazza
    percuote l’erba, la testa
    del tonno sepolto a Gùvano,
    nelle grotte maschere dolenti;

    dici che ripetiamo come un rito
    la tentazione dell’oblio.
    Coleotteri,
    la farfalla d’estate,
    il fico sui muri, la sfera
    del meriggio;
    sulle scale rispondono
    colori attutiti, le tinte
    digradano messaggi,
    ritorni persona,
    il respiro pacato.

    IX

    La fanciulla Core
    vive negli intervalli;
    quando si assenta
    nel Tartaro
    io,
    Demetra,
    procuro l’inverno;
    riaffiora sulla terra
    e la natura sgela.

    Passeri, briciole
    la foca grande,
    la goccia,
    un treno leggero
    mi investiva tre volte,
    volevano che addentassi
    carne umana,
    sopralzi di rotaie,
    la cronaca negli interstizi,
    gemme, la ninfea,
    cellule biologiche,
    il palpito del tulipano.

    La vita rigenerando,
    si schiudono crisalidi,
    nel plancton
    attinie, alghe,
    sulle cataste amebe
    si arrampicano sul loro stelo,
    muovono all’incontro…

    X

    Un convoglio saluta al sorpasso,
    nell’autogrill giornali
    sillabano allusioni,
    dopo il casello
    il sole screzia ruggine
    di ocre il Vara.

    Perché non partecipano
    della gioia nascente
    i meli, gli ottagoni
    dei campanili?
    Se badassero a sussurri
    non svuoterebbero valli
    del contenuto loro d’aria;
    ma le canzoni accordano versi,
    il tronco affusolato dei sicomori
    asseconda la fioritura;
    chiatte biforcano
    torpore di radure,
    accenti intonati ali.

    Perché,
    perché le allodole
    si rifugiano in scisti
    e il giorno dopo
    dobbiamo fare uno sforzo
    per dissipare
    l’eccesso di notizie inutili,
    imprese insulse,
    per ricollegare
    il circuito delle cose
    da chiamare per nome?

    Passeggiamo su arselle,
    commenta il primo, stare
    da una parte o dall’altra
    dobbiamo, nemmeno di questo
    si tratta, replica
    il secondo, ci annienta futilità,
    nessuno che si curi
    di contraddire logica distorta,
    bradisismi sgretolano
    edifici,
    ringhiere inerpicano
    vette, non bene o male,
    interviene il terzo,
    il cammino definendo
    sezioni di paesaggio,
    addolcisce i nostri pregiudizi,
    crea forme amiche, le maioliche
    finemente lavorate
    tintinnano con garbo nella casa,
    in concordia di affetti
    i calici, lo scoiattolo
    rode noci.

    Lo stratagemma è controllare il cervello,
    il coro di noi riuniti
    abbarbicati su edere
    nell’agosto ammansito
    sull’indaco degli anemoni.

    XI

    Microrganismi generiamo anfibi,
    le pinze dell’aragosta
    pungono murene,
    parentesi di preistoria,
    abitiamo
    mare adirato, conflitti
    acuti, grattano topi le fondamenta.

    E cicatrici radica,
    città allucinate, pochi
    gli aruspici registrano dati,
    nodi irrisolti;
    l’essenziale che non ha corso.

    Così nel grigio umido
    la tramontana scompagina il volume,
    la tribù esce all’aperto,
    c’è molto da fare,
    previsioni variabili
    nel brindisi di Capodanno.

    (Ma ammira altrove la trota saltare,
    la tenera e perfetta pelle degli acini.
    Tenda allora torrenti la sera,
    il lampo di perle assalga
    lampade affievolite, lanterne
    che quella gente alza, in processione,
    al dio veggente, la stella Canopo
    di lunga vita.
    La tartaruga enumera eternità,
    il vivere cancella ogni condanna.
    A sera sarà gruccia il buio,
    luce e buio agguantano
    costanza dell’essere…)

    XII

    Fatica delle piramidi
    si erge sulle nostre case.
    Gli schiavi eressero lapidi,
    il ghibli forzando le oasi.
    Eressero progetti lavorati con zelo,
    alacrità per le tombe dei re.
    Spira asciutto, piange i servi il signore,
    piange piani maestosi,
    progetti per cui non avemmo lapidi
    (su locuste, nelle correnti, l’ibis).

    Le cavallette si avventano sui raccolti,
    gli schiavi disposero bulbi nelle zolle
    ed ora la bussola s’è azzerata,
    strascico delle barche catturagamberi,
    l’umiltà di capanne parve tana
    degli animali che ci furono padri.

    Comandammo su schiavi, morimmo,
    e noi ridotti a servi
    termineremo la nostra specie.

  • admin (author) said:

    In memoria di Franco Volpi:

    “L’élite degli autisti (degli
    chauffeur), dei conducenti;
    Fahrer, autista, non Führer;
    il lavoratore di Ernst Jünger,
    occhi chiusi e avanti tutta.
    Oggi l’uomo della strada è lo
    chauffeur.
    Gli altri camminano sui marcia-
    piedi, se esistono ancora per
    concessione
    dell’amministrazione cittadina.
    L’uomo della strada è il
    signore della strada; ecco la
    democrazia moderna”.
    (Carl Schmitt, 30-9-1947)

    Don Alvaro,
    non so come ringraziarvi per questi splendidi versi. Voi che avete accolto le colombe che volavano nel bosco, consolate i miei giorni nel deserto, proprio quel deserto che fiorisce ogni sette anni. Qui tramontano sfere e gli animali migrano: lei posa il battellino di carta nella pozzanghera, nei miei occhi da Rimbaud.
    Noi ci siamo incontrati su questo confine, ed io non ero complice, ma prossimo. Gli schiavi eressero lapidi, appena noi leggemmo del Potere degli Elementi.
    Mangeranno carne, ed uno scheletro verrà rovesciato al posto dell’immagine di Cristoforo Colombo (ecco, il rovesciamento del nuovo emisfero). Gli schiavi rideranno: “avanti, seguite il vostro capo”.
    Qui nessuno viene a salvarci (forse era solo humor tedesco, quell’ormai solo un dio ci può salvare).
    Le scrivo qui, da Gerba,
    addì 27 Aprile 1560.


    “Comandammo su schiavi, morimmo, e noi ridotti a servi, termineremo la nostra specie”.

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