Esterno-interno.
“E fu per sempre
Con le cose che chiudono in un giro
Sicuro come il giorno…”
(E. Montale, Vecchi versi)
Lascio il sole di Camogli seguirmi sulla panca di un treno: scompare quando, con la calma di morte delle farfalle, in un’ombra di gallerie arriva la città, in quest’angelo del lunedì.
Una vecchia signora legge un libro sulle streghe, accanto a me
Una posizione anticomunista sul 1848.
Scendendo le scale, tornando a piedi
a casa. La finestra dell’ultimo piano è aperta, e soffia un dolce Zefiro: abbiamo trascorso tutto il pomeriggio sdraiati insieme sul grande letto, ad ascoltare questa brezza gentile e a pensar sopra quel piccolo e delizioso passo Je connais une femme qui marche assez bien, mais qui boite dès qu’on la regarde.
Poi una goccia di rosa è caduta sulle mie mani, mentre lei mi chiedeva della Persia, e di quali meraviglie vi si trovassero.
Non volevo invecchiare, dissi già al mio ricordo.
E stanotte resterà solo la lampada del mio comodino, a far un po’ di luce sulla poesia che mi parla dell’imminente diluvio: quell’istante in cui la tua ultima lacrima di dolore è scesa lungo la pelle, e cadendo nelle labbra si è trasformata in un sorriso.










And all who heard should see them there,
And all should cry, Beware! Beware!
His flashing eyes, his floating hair!
Weave a circle round him thrice,
And close your eyes with holy dread,
For he on honey-dew hath fed,
And drunk the milk of Paradise.
(S. T. COLERIDGE, Kubla Khan, 1816)
ORFEO, O IL SOGNO DELLE CAVALLETTE
a Alejandro Aranda
“Seguìd vuestro jefe”
I
L’isola maggiore si ammanta
di alberi: l’eucalipto
smilzo, acacie, il banano;
una pista rossa frontiera
di rettili, a occidente dune,
una nave in fuga…
Nell’isola minore felci
hanno rubato foreste:
colline calve, verdissime;
lo scoglio ferisce l’oceano,
il sentiero scosceso al crepuscolo,
gli accadimenti si annullano;
ma d’improvviso oscilla
la serie dei moti,
fredda logora la distesa
del mare impregna
gli aridi succhi dell’inverno:
sale maestoso al largo,
in impeto di ondate,
arretra per vasto tratto,
incalza, volume
che ingrossa, vacilla.
Si perde così la prima parte di sé.
II
Scandì trafitta la terra
il ronzio svelto
del dolore: fine
di un’era, miriadi
di fiori gialli;
fiorisce ogni sette anni
il deserto, poi
tramontano sfere,
animali che migrano.
Partimmo, divergendo
i nostri sentieri;
spatole raschiano polvere,
resti; s’apparta
un prisma di vetro.
III
La strada sterrata
disegna una curva,
la spiaggia al confine,
fenditura lunghissima,
pronao del tempo.
Si sosta, poi
vibrano neri rettangoli
di metallo,
nell’oscurità
eco d’affanni, la voce
del dio, l’ombra
insinua raffiche.
A Cuma tutto pare così terso.
L’arco si spezzò
con saldo rumore
secco. Alla baia azzurra
il cantore Orfeo, lo sciamano,
trovò l’orma
della sposa uccisa,
lo zaffiro indifferente
non forniva motivi agli astanti
svaniti, ma vide
l’arancio, l’olivo,
una lente, sentì
le voci soffiate dal basso;
seguiva i segni, giunse
alle radici di una pianta
di timo, dove le voci pulsanti
chiamavano,
sciolse il contatto
con lo strumento,
si aprì una voragine;
cadde.
IV
Di parole smarrite
traccio il ritorno
dovendo,
in una piega ampia del tunnel
sfrecciare di sopra in basso:
rallento,
a un’ansa più vasta
sfumano picchi brulli,
sotto la china s’allungano stenti
relitti di canto,
cortine, passi,
lacerti stanati
s’appostano
grumi, esito;
scendo.
Nel cunicolo, tra le crepe,
minerali,
più oltre lo specchio
riflette immagini,
arretro:
la voce del vento
ricorda
momenti del nostro passato,
quando nel bosco accogliemmo
colombe, stupore
d’integrità senza cautele,
fremiti
di grano e di papaveri,
il frutto caldo,
il pesco; allora avevamo
ciascuno un capo
del gomitolo, il filo
l’ha tagliato nella metropoli
una vettura di prima classe,
con prevedibile stridio:
confuse manovre ai freni,
i passeggeri smontano,
nessuno saluta;
attimi bloccati
sigillarono decisioni,
tensione di opposti
tolse i perni.
Lo scatto torse,
recise il giunco;
scoprire che qui si svela
dove lo spazio flette epoche.
La calma smisurata.
V
Lavori in corso, macerie
hanno assediato le capitali
e gli assediati gemono
nel disagio di trappole,
tutto,
tutto reclama un intervento.
Scure di attimi
quando diventavamo punto,
idea,
monade di consenso,
il tragitto stupendo
cingeva esperienze,
evidenza di annunci.
Ci levammo piano,
l’aurora inondava
ai cardini d’Europa
l’altro emisfero.
Venimmo con pena,
passione di scelte
sofferte;
modulammo veemenza
di note, il granito
attirava certezze,
né certezze né dubbi i tigli
refrattari, caparbi, odorosi,
né dubbi né sicurezza i gelsi,
che avviluppano malinconie.
Il tempo balugina incanti,
ed estende naufragi.
VI
La calura, sterpi,
intorno al feretro
il circolo di gente sul sagrato,
sarde squartate, zefiro, l’agave stroncata,
all’ingresso il prete,
la banda e, a lato,
due tipi in doppiopetto.
Per parte mia voglio
essere bruciato, le ceneri
sparse nell’Averno,
nell’urna un’oliva,
la sabbia rossa, il sale,
i semi del girasole
la palma e una fresia;
anche la morte ci rammenta
che il popolo dei viventi
ovunque, nella zona,
pensa in intermittenze.
In quanti crediamo che pochi
urlino la verità.
Purtroppo è dicembre, qui vicino
le fontane non zampillano:
passa rapida un’auto, forme
di cipressi scansano prati,
il panorama antico;
solo ieri m’è parso scorgere
gesti sodali,
privi di complicità.
VII
Siedo nel corridoio dei mondi,
stringo la mappa del luogo.
Il tempo ha mutilato il cielo,
Crono spodestò Urano;
nei decenni dove prosegue
l’orbita della storia
degli uomini, tonfi
del montacarichi quando tocca il suolo
tra livello e livello,
aziono la leva allo svincolo,
il carrello sobbalza calando.
Hanno costruito impalcature,
l’abitato di plastica traslucida,
a prova di pallottola le porte
blindate, inserisco
documenti di riconoscimento,
transito, snidano sbarre, lamiere,
rampini feroci sferrano con ordine;
con cautela ispeziono larve,
le colture idroponiche, spore
in attesa di dispersione.
VIII
Ma altrove il geranio colma i vicoli,
il vento a Vernazza
percuote l’erba, la testa
del tonno sepolto a Gùvano,
nelle grotte maschere dolenti;
dici che ripetiamo come un rito
la tentazione dell’oblio.
Coleotteri,
la farfalla d’estate,
il fico sui muri, la sfera
del meriggio;
sulle scale rispondono
colori attutiti, le tinte
digradano messaggi,
ritorni persona,
il respiro pacato.
IX
La fanciulla Core
vive negli intervalli;
quando si assenta
nel Tartaro
io,
Demetra,
procuro l’inverno;
riaffiora sulla terra
e la natura sgela.
Passeri, briciole
la foca grande,
la goccia,
un treno leggero
mi investiva tre volte,
volevano che addentassi
carne umana,
sopralzi di rotaie,
la cronaca negli interstizi,
gemme, la ninfea,
cellule biologiche,
il palpito del tulipano.
La vita rigenerando,
si schiudono crisalidi,
nel plancton
attinie, alghe,
sulle cataste amebe
si arrampicano sul loro stelo,
muovono all’incontro…
X
Un convoglio saluta al sorpasso,
nell’autogrill giornali
sillabano allusioni,
dopo il casello
il sole screzia ruggine
di ocre il Vara.
Perché non partecipano
della gioia nascente
i meli, gli ottagoni
dei campanili?
Se badassero a sussurri
non svuoterebbero valli
del contenuto loro d’aria;
ma le canzoni accordano versi,
il tronco affusolato dei sicomori
asseconda la fioritura;
chiatte biforcano
torpore di radure,
accenti intonati ali.
Perché,
perché le allodole
si rifugiano in scisti
e il giorno dopo
dobbiamo fare uno sforzo
per dissipare
l’eccesso di notizie inutili,
imprese insulse,
per ricollegare
il circuito delle cose
da chiamare per nome?
Passeggiamo su arselle,
commenta il primo, stare
da una parte o dall’altra
dobbiamo, nemmeno di questo
si tratta, replica
il secondo, ci annienta futilità,
nessuno che si curi
di contraddire logica distorta,
bradisismi sgretolano
edifici,
ringhiere inerpicano
vette, non bene o male,
interviene il terzo,
il cammino definendo
sezioni di paesaggio,
addolcisce i nostri pregiudizi,
crea forme amiche, le maioliche
finemente lavorate
tintinnano con garbo nella casa,
in concordia di affetti
i calici, lo scoiattolo
rode noci.
Lo stratagemma è controllare il cervello,
il coro di noi riuniti
abbarbicati su edere
nell’agosto ammansito
sull’indaco degli anemoni.
XI
Microrganismi generiamo anfibi,
le pinze dell’aragosta
pungono murene,
parentesi di preistoria,
abitiamo
mare adirato, conflitti
acuti, grattano topi le fondamenta.
E cicatrici radica,
città allucinate, pochi
gli aruspici registrano dati,
nodi irrisolti;
l’essenziale che non ha corso.
Così nel grigio umido
la tramontana scompagina il volume,
la tribù esce all’aperto,
c’è molto da fare,
previsioni variabili
nel brindisi di Capodanno.
(Ma ammira altrove la trota saltare,
la tenera e perfetta pelle degli acini.
Tenda allora torrenti la sera,
il lampo di perle assalga
lampade affievolite, lanterne
che quella gente alza, in processione,
al dio veggente, la stella Canopo
di lunga vita.
La tartaruga enumera eternità,
il vivere cancella ogni condanna.
A sera sarà gruccia il buio,
luce e buio agguantano
costanza dell’essere…)
XII
Fatica delle piramidi
si erge sulle nostre case.
Gli schiavi eressero lapidi,
il ghibli forzando le oasi.
Eressero progetti lavorati con zelo,
alacrità per le tombe dei re.
Spira asciutto, piange i servi il signore,
piange piani maestosi,
progetti per cui non avemmo lapidi
(su locuste, nelle correnti, l’ibis).
Le cavallette si avventano sui raccolti,
gli schiavi disposero bulbi nelle zolle
ed ora la bussola s’è azzerata,
strascico delle barche catturagamberi,
l’umiltà di capanne parve tana
degli animali che ci furono padri.
Comandammo su schiavi, morimmo,
e noi ridotti a servi
termineremo la nostra specie.
In memoria di Franco Volpi:
“L’élite degli autisti (degli
chauffeur), dei conducenti;
Fahrer, autista, non Führer;
il lavoratore di Ernst Jünger,
occhi chiusi e avanti tutta.
Oggi l’uomo della strada è lo
chauffeur.
Gli altri camminano sui marcia-
piedi, se esistono ancora per
concessione
dell’amministrazione cittadina.
L’uomo della strada è il
signore della strada; ecco la
democrazia moderna”.
(Carl Schmitt, 30-9-1947)
Don Alvaro,
non so come ringraziarvi per questi splendidi versi. Voi che avete accolto le colombe che volavano nel bosco, consolate i miei giorni nel deserto, proprio quel deserto che fiorisce ogni sette anni. Qui tramontano sfere e gli animali migrano: lei posa il battellino di carta nella pozzanghera, nei miei occhi da Rimbaud.
Noi ci siamo incontrati su questo confine, ed io non ero complice, ma prossimo. Gli schiavi eressero lapidi, appena noi leggemmo del Potere degli Elementi.
Mangeranno carne, ed uno scheletro verrà rovesciato al posto dell’immagine di Cristoforo Colombo (ecco, il rovesciamento del nuovo emisfero). Gli schiavi rideranno: “avanti, seguite il vostro capo”.
Qui nessuno viene a salvarci (forse era solo humor tedesco, quell’ormai solo un dio ci può salvare).
Le scrivo qui, da Gerba,
addì 27 Aprile 1560.
…
“Comandammo su schiavi, morimmo, e noi ridotti a servi, termineremo la nostra specie”.
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