Era tutto rosso blu. Ad Alfio Lamanna.
Non sono riuscito a guardare, come tutte le mattine da ventiquattro anni, il porto ed il suo mare dalla mia terrazza che s’affaccia su questa vecchia via –il mio palazzo di pescicani, da pasticciaccio-. E’ morto Alfio Lamanna, ha avuto un malore. Genova deve starsene zitta, per favore.
Non abitava più in questo 41 da qualche anno, ed era un peccato. Quarto piano splendido, io bambino biondo ed occhi azzurri, figurine in tasca legate con lo spago: ho imparato allora l’amore di dare un calcio al mondo, imparando la meraviglia. Ora che sono invecchiato, e male, ho nostalgia di quel passaggio segreto tra casa sua e la mia: dalla meraviglia dei bambini allo stupore barocco, terrificante. Per me allora tutto era rosso, tutto era blu, nei suoi occhi che alla sera si mettevano a far la gara con un bambino amico: apri l’almanacco, e chiedimi un giocatore. Era il ’90, il ‘91: io lo interrogavo: «numero di gol di Fiorin nel campionato 1986/1987?». Lui, sornione e pelato, con gli occhi lucidi di intelligenza: «Dunque…era a Parma, in C1…ha segnato 1 gol». Io ridevo come un matto, perché per la prima volta, a sei anni, sognavo la memoria.
«E quanti gol ha segnato tre anni fa Comi?» e lui: «Bel difensore..era al Toro, 3 gol». Sapeva tutto.
Poi mi facevo interrogare, cercando di imitarlo, ma a sei anni avevo fatto in tempo solo ad imparare il Genoa di Bagnoli. Lui lo sapeva, ma mi voleva fregare lo stesso –e di questo gli sarò sempre grato: «Vediamo un po’…» -io che mi dicevo “chiedimi il Genoa, chiedimi il Genoa”- «…Bortolazzi..» (ed io ringraziavo che fossimo sul Genoa) «…in che squadra ha esordito?». Maledizione…non lo sapevo. Mi aveva fregato di nuovo.
Quell’almanacco tutto scritto dalle matite di un bambino e stracciato, lo conservo ancora.
E poi ancora negli anni. Quando mangiavamo da lui, voleva che tutte le portate fossero contemporaneamente sul tavolo: era come una cena da Buffalmacco e Calandrino, per farci divertire. Mi portava allo stadio, in tribuna: Spinelli mi dà un bacino sulla guancia, nella sua sciarpa gialla anche di maggio, ed io sogno quei calciatori, Spensley dottore, morto in trincea. E quel lungo portiere di Bagnoli, Simone Braglia: nel tuo salotto, io scendo giù, me lo ritrovo davanti. Un bambino non vorrebbe altro. Firma i miei gagliardetti, mi prende in braccio: io ridevo ancora, ridevo sempre. Alfio mi viziava ancora: quante maglie mi ha regalato, che mi stavano enormi: quella bianca di Skuhravy, con il suo autografo sgrammaticato in cecoslovacco: “con affetto, a Tomasso”.
Un bambino biondo, che correva per casa tua, a cercare anche i tuoi figli: Giorgio mi portava con lui a giocare a pallone, Michele pecora nera sampdoriana con cui scambiavo le figurine. Roberto, Paola, di cui temevo le trecce non so ancora perché. Marina poi capì che bastava sciogliere i capelli alla figlia, perché amassi anche lei. Ho amato tanto corso Firenze 41, questo palazzo, questa casa.
Poi se ne sono andati, e mi è dispiaciuto.
Altri parleranno della sua bontà, e della brillante conversazione. Altri ancora più affettuosamente, altri potranno lodare il suo lavoro.
Certo non c’erano solo il rosso ed il blu, ma erano i colori che un bambino vedeva.
Ora non li vede più.
Ma si è ferito e sporcato le mani di questi colori, adesso.
Non mi pare nemmeno che siano gli stessi, quel rosso e quel blu.
Io me lo ricorderò.
Ed il calcio non mi piace più. E mi piace meno anche questa città, e questo palazzo.














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