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Equilibrio o egemonia. Considerazioni sopra un problema fondamentale della storia politica moderna

29 ottobre 2008 No Comment

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AUTORE: LUDWIG DEHIO

TITOLO ORIGINALE: GLEICHGEWICHT ODER HEGEMONIE, 1948

EDITORE: IL MULINO, BOLOGNA, 1988, EURO 18,59

 

 

Non si può capire il testo di Dehio senza tener conto del fatto che il suo sguardo nella storia del mondo è in primo luogo, prima che una ricerca storica o politica, un tentativo di porre una posizione di senso, una filosofia della storia.

È vero che l’unico richiamo dottrinale di Equilibrio o egemonia è all’opera di Leopold von Ranke, opera di storico, come fissazione del concetto di sistema degli Stati e del piano politico internazionale come struttura del piano politico interno.

Ma in questo rapporto esterno-interno si cela un movimento dello spirito, un più profondo senso di filosofia della storia. Il libro di Dehio, come avrò modo di approfondire, certamente ha una tessitura che risponde e si specchia a molti motivi tanto weberiani che schmittiani.

E allo Schmitt del jus publicum Europaeum si avvicina ancora, nell’esigenza di costruire una filosofia della storia, prima che una mera analisi giuridica[1].

Ma da quello stesso Schmitt, si allontana, proprio nella costruzione del senso profondo della storia.   

Quando Carl Schmitt scrisse Terra e Mare, non credo avesse in mente Hegel se non per quel richiamo, esplicitato soltanto nella nota del 1981, al paragrafo 247 della sua filosofia del diritto:

 

“Come per il principio della vita famigliare è condizione la terra, base e terreno stabile, così per l’industria l’elemento naturale che l’anima verso l’esterno è il mare”.

 

Nella storia del mondo schmittiana, infatti, nessun’anima, nessun eroe, nessuna astuzia della ragione: nella filosofia della storia di Schmitt che in quelle pagine si scopre, è il cristiano Katechon che viene sotteso nei passaggi di egemonia ed equilibrio, e non la razionalità hegeliana in forma di panlogismo, la nottola di Minerva che si leva al crepuscolo, quando la realtà è già bell’e fatta.

La lotta delle potenze di terra e mare, viene così tagliata in senso trasversale da colui qui tenet, da un potere frenante, che ritarda, che nega, in questo senso, il fine hegeliano della storia[2].   

In Dehio, invece, la struttura hegeliana è evidente. Pur convertendosi al cattolicesimo, Dehio non ha rinunciato al senso di una filosofia della storia costruita sugli individui come mezzi della storia e sull’idea che a tessere il movimento di equilibri ed egemonie sia un’Astuzia della ragione (List der Vernunft). 

Sono le anime del mondo che, forse in trono forse in catene, muovono e sono al contempo mosse dalle astuzie di una ragione che si costruisce nell’eterna opposizione tra la terra ed il mare, tra il principio continentale ed il principio insulare.

Così come per Hegel, anche per Dehio il genio dell’Europa s’incarna in una persona (p. 87): là era Napoleone a cavallo[3], qui Guglielmo d’Orange, che “aveva saputo sorpassare l’egoismo di uno stato singolo e progettava e agiva per tutti gli stati”.

Ma Dehio, e qui sta la grandezza di quest’opera, sa più dello stesso Hegel come le anime del mondo non siano che inscritte davvero nelle astuzie della ragione: equilibrio ed egemonia non sono allora che i movimenti del cd. sistema degli Stati (lo jus publicum Europaeum di Schmitt), costruito, a partire dalla scoperta dei nuovi spazi e dalla fine dell’unità della res publica christiana medievale, sul rapporto terra-mare. I motivi schmittiani sono evidenti: analoga la corrispondenza perfetta tra spazio e tecnica, tra unità e frammentazione politica. Schmitt stesso potrebbe essere l’autore di quel

“Espansione oltremarina e sistema degli stati nati nello stesso tempo, e il medesimo impulso vitale spezzò i confini dell’Occidente al pari che la sua unità” (p. 64).

Ma, a costo di mangiare il mio stesso maestro, il testo di Dehio ha per certi versi maggior profondità di quello schmittiano: nella tensione tra equilibrio ed egemonia non soltanto la prosa tocca alcune vette stilistiche assenti in Terra e Mare (mi riferisco alle pagine su Filippo II, tra tutte), ma è lo stesso senso storico che viene più accuratamente definito.

Penso così, in primo luogo, al perfetto momento in cui l’egemonia di Filippo II si rompe nel mare inglese, con la distruzione dell’armada. Schmitt e Dehio convergono fino ad un punto in cui non si distinguono più[4]: poi Dehio, improvvisamente, sale in volo sia nella prosa che nella capacità di dar senso filosofico-storico allo schema schmittiano:

 

Afflavit et dissipati sunt: è il soffio d’oltremare che ha disperso l’ Armada. Sono gli spazi inseriti recentemente nel gioco, gli spazi oceanici questa volta, quelli che nel punto culminante della lotta egemonica agirono come contrappeso decisivo – non ancora direttamente, ma già indirettamente, in quanto sollevarono a importanza mondiale l’Inghilterra e l’Olanda, le potenze marinare, la forma di vita insulare” (p. 69).  

 

Questo salto verso una maggior profondità di senso rispetto a Schmitt è a mio avviso evidente.

La storia del mondo di Schmitt (in terra e mare, ed in parte anche nel nomos della terra) si svolge su un sentiero interrotto: la prospettiva teologica (il katechon) resta nascosta, e non è introdotta come ciò che regge il movimento di terra e mare. Schmitt, in altre parole, non è ancora disposto a tracciare una filosofia cristiana della storia.

Gli elementi di terra e mare sembra perciò si muovano, in definitiva, sul vuoto (ossia sulla negazione di una filosofia della storia).

Tale vuoto verrà sostituito, nelle opere successive, dal concetto di nomos, come la divisione che dà diritto, ed in questo senso è al principio del sistema degli Stati. Ma il nomos, in quanto concetto giuridico, non fonda una filosofia della storia. Fonda una storia giuridica: terra e mare diventano concetti giuridici.

In Dehio, invece, terra e mare non sono concetti giuridici, ma sono i movimenti strutturali dell’Astuzia della Ragione. Essi hanno così una portata esistenziale e trascendentale. In questo sta, a mio avviso, la sua forza espressiva e, nel contempo, la sua debolezza (ossia la fallacia deterministica e panlogistica). In altri termini: la profondità di Dehio paga il prezzo della sua debolezza teorica (l’errore metodico). In questo Schmitt è certamente un pensatore infinitamente più grande di Dehio.

Così, anche quando le prospettive di Schmitt e Dehio sembrano convergere, non deve trascurarsi la differenza.

Lo stesso episodio centrale nella storia mondiale, ossia il passaggio dell’Inghilterra a un’esistenza puramente marittima, in Schmitt assume un ruolo davvero centrale solo a patto di filtrare le suggestioni esistenziali nelle reti giuridiche della costruzione del mare liberum, mentre in Dehio è centrale in un senso diverso, non giuridico, ma filosofico: l’Inghilterra crea il sistema degli Stati, ponendo l’opposizione terra-mare, ma questa è creazione del movimento e del senso storico, e non soltanto dell’ordine giuridico (il jus publicum Europaeum).  

È l’Inghilterra, e poi saranno gli Stati Uniti, a incarnare lo Spirito del mondo: a differenza che in Schmitt, per Dehio gli inglesi non rappresentano il mare in quanto mera contrapposizione dialettica alla terra, ma rappresentano la stessa opposizione e lo stesso senso di quell’opposizione. Per questo l’Inghilterra non è una faccia della medaglia terra-mare, ma un Giano bifronte:

 

Tenendo rivolta al continente una faccia della sua testa di Giano, per regolare la bilancia dell’equilibrio, e rivolta ai mari l’altra faccia per rafforzare il suo predominio oceanico” (p. 119)

 

Solo così la storia del mondo diventa storia dei tentativi egemonici degli Stati continentali, sempre fermati in un nuovo equilibrio dall’incomprensione del mare, dell’esistenza oceanica inglese.

Così, ad esempio, Luigi XIV rovina nel 1692 a La Hogue, perchè:

 

nel calcolo francese si celava una frattura che si ripercuoteva fatalmente fin nei particolari. L’anima della Francia continentale e quella della Francia oceanica non si fondevano. Luigi in fondo non ha mai compreso il mare” (pp. 88-89).

 

Allo stesso modo Federico di Prussia, nel suo patto di neutralità con gli inglesi (1756) e nella guerra dei Sette anni, per il quale:

 

forse si può anche dire che egli, da continentale, assolutizzava l’antica opposizione continentale della Francia contro l’Austria e non aveva la piena sensazione di quello che era il tema preminente della politica francese d’allora: l’inasprita rivalità con l’Inghilterra. Poiché questo è manifesto: «le cose del mare gli sfuggivano»; gli sfuggì l’enorme importanza della lotta oltremarina delle due potenze atlantiche. Gli americani del nord festeggiavano le sue vittorie come se egli fosse uno di loro, e Pitt dichiarò di avere conquistato il Canada in Germania. Ma Federico, che tanto aveva contribuito a tale conquista, sapeva valutarne il suo peso? Forse non più del suo Voltaire che scherniva il Canada come un paio di poveri iugeri di neve” (p. 117).

 

L’intreccio tra eroi del mondo che incrociano le astuzie della ragione raggiunge le sue vette di profondità con il tentativo egemonico di Napoleone. Nelle pagine dedicate allo scontro anglo-francese, viene alla luce ancor di più l’idea hegeliana del condottiero come veggente, ossia di colui che sa quale sarà il prossimo movimento dello spirito e lo asseconda, lo segue fino a compierlo. Fino, nel contempo, ad esser mosso anziché muovere:

 

Poiché ad una natura come quella del Bonaparte come poteva venire in mente di fermarsi a mezza strada? La signoria del mondo racchiude in sé una tentazione d’ una particolare violenza (…) così il destino proseguì il suo corso” (pp. 153-155).

 

Ma anche qui il movimento della storia è quello del mare, dell’elemento inglese. Napoleone fallisce anche lui, poiché non è in grado, da “occidentale continentale” (p. 164) di comprendere l’oceano.

Le tappe della sua avanzata e quelle della sua disfatta sono scandite proprio dall’impossibilità ad afferrare il senso profondo della sistema degli stati, ossia il senso del mare.

Così, nonostante l’invasione dei Paesi Bassi,

 

La Francia non era in grado di utilizzare le basi navali conquistate giacchè le mancava una flotta da guerra efficiente (…). La Francia restò per anni nell’impossibilità di combattere il suo principale nemico nel suo elemento”.

 

Abukir (1798) e Trafalgar (1805) segnano le umiliazioni per mare del tentativo egemonico continentale.

La lotta tra Francia e Inghilterra diventa così, con Napoleone, “lotta del principio insulare col continentale” ad una intensità mai vista prima. Qui Dehio richiama simmetricamente la situazione tedesca nel 1940: non è un mero parallelismo, ma è l’invito a cogliere il senso profondo della guerra di Hitler, sulla quale, nonostante il capitolo finale del suo libro sia a ciò intitolato, decide di non dedicare altra riflessione, se non appunto la seguente –parlando di Napoleone e del momento in cui raggiunse l’egemonia nel continente:

 

Non diversamente anche alla Germania rivoluzionaria negli anni 1938-1940, cadevano in grembo tutti gli aurei frutti lungamente bramati, cui avevano rivolto lo sguardo le passate generazioni; mancava in entrambi i casi una cosa sola: la pace con l’Inghilterra”.

 

Napoleone e Hitler sono forse gli unici due spiriti del mondo che, pur nel fallimento, hanno intuito il senso dell’isola inglese, senza saperlo risolvere, senza riuscire a combatterlo. La descrizione dei progetti napoleonici di sbarco nel 1804 a Boulogne pare una descrizione dell’Operazione Leone Marino (lo stesso Dehio annota: “Non è come se si parlasse dell’estate del 1940?”, p. 155).

Allo stesso modo di quella di Hitler, l’avanzata della Francia napoleonica sul continente (1805: vittoria di Austerliz; 1806: battaglia di Jena; 1807: pace di Tilsit), è già dal principio destinata al fallimento, senza l’alleanza con l’elemento del mare:

 

Napoleone ormai percorse rapidamente, passando per Jena e per Austerliz, fino alla pace di Tilsit, una nuova cruenta carriera vittoriosa, più brillante della precedente eppure non compensatrice di quell’azione che a Boulogne non si era avverata: « Senza pace con l’Inghilterra tutte le altre conclusioni di pace non sono che tregue», disse una volta lo stesso imperatore” (p. 156-157).

 

Le medesime parole le avrebbe pronunciate anche Adolf Hitler.

Dopo il tentativo egemonico di Napoleone, la narrazione di Dehio, per quanto concerne le politiche del Continente, si rende più astratta: la prima e la seconda guerra mondiale, ossia i tentativi tedeschi, vengono dipinti con sfumature più letterarie che storico-filosofiche. Perché?

Il motivo, a mio avviso, è nella sua filosofia della storia.

L’astuzia della Ragione, che per Dehio –lo ricordo- non è tanto rappresentata dalla dialettica terra-mare ma dal senso storico del mare, dal senso storico dell’elemento oceanico, cambia il gioco: con l’ascesa degli Stati Uniti d’America,  il cd. sistema degli stati (il jus publicum Europaeum) cessa di essere non soltanto teatro giuridico (come in Schmitt), ma cessa di essere il Regno, lo spazio dove lo Spirito si realizza.

Ora la libertà, che è rappresenta l’ultima tappa delle incarnazioni della Ragione nella storia, non sta più nel mare inglese che tiene in equilibrio le spinte egemoniche dell’Europa, ma risiede nello spazio chiuso oceanico  consolidatosi a partire dalla dottrina Monroe: l’unità del mondo, che Dehio quando scrive il testo non vede ancora (poiché è in atto ancora lo spazio della guerra fredda), coincide, nella sua filosofia, con il regno della libertà.

L’America è il nuovo spazio insulare, che ha distrutto il gioco di equilibrio ed egemonia. Con essa:

 

Quella sentenza che spazi nuovi inseriti nel gioco mantengono in equilibrio il sistema come contrappesi ad ogni tendenza egemonica svela il suo punto debole. Il vecchio occidente deve pagare la sua libertà con l’incipiente esodo della sua potenza” (p. 119-120).

 

Con gli Stati Uniti, l’astuzia della ragione ha virato il movimento storico: dall’Europa (ossia dalla dialettica egemonia-equilibrio) alla nuova isola, la quale potrà garantire e inaugurare un nuovo spazio di pace e libertà.

Essa conserva il senso esistenziale del mare inglese, poiché è figlia dell’Inghilterra, delle sue migrazioni, del suo spirito di civilizzazione[5], ma, in una sorta di Aufhebung, ne costituisce appunto il superamento: l’idea, lo Spirito, il senso della storia, ritorna in sé. È esattamente questo il passaggio dall’opposizione terra-mare all’unità del mondo: è il passaggio dalla spirale tetica-antitetica (dove il movimento è dialettico) alla sintesi, ossia al momento in cui l’idea ritorna in se stessa, presso di sé.

È in tal senso che vanno lette le sue considerazioni conclusive:

 

La fine delle guerre napoleoniche aveva trascinato già molto più in basso il vinto, e la fine della guerra mondiale più che mai. Ma nel 1945 si verificò un caso estremo: chi perse, perse la sua esistenza politica e mise a repentaglio la sua esistenza fisica. E non è tutto. Se ci poniamo la domanda se il vecchio continente in genere potrà ancora una volta generare dal proprio seno una nuova lotta egemonica, non possiamo rispondere affermativamente. Oggi pare a noi che il gran gioco che nell’età moderna ha tenuto in moto l’Europa e alla fine il mondo, sia terminato”.

 

Questo “gran gioco” non è rimpianto da Dehio.

Dehio scrive il suo testo immediatamente dopo il 1945, in coincidenza con il suo avvicinamento alle posizioni di Meinecke e con il cattolicesimo: la sua meditazione perde così il tratto schmittiano del senso della distruzione, per ispirarsi ai sentimenti antinazionalistici, cosmopoliti e antitotalitari e ad un liberalismo anglosassone. Dehio, così, finisce per condividere la distruzione dell’equilibrio europeo per l’affermazione e lo sviluppo di una nuova libertà del mondo, quella della civilizzazione americana.

Schmitt, al contrario, rimpianse quel “gran gioco”.

Per Schmitt il gran gioco, il jus publicum Europaeum, si distrugge in un’unità mondiale che porta guerra e rovine.

Per questo egli ne viveva la fine, come scrisse, in quanto ultimo rappresentante, ne viveva la fine così come Benito Cereno visse il viaggio della nave pirata.

 

 

 


[1] Valga questo splendido passo di C. SCHMITT, Tre possibilità di un’ immagine cristiana della storia (1950), in ID., Un giurista davanti a se stesso, Vicenza, Neri Pozza, 2005, p 249: “Ogni tentativo di auto comprensione non può essere oggi in ultima istanza che un tentativo di situarsi in una prospettiva storico-filosofica oppure di delocalizzarsi nell’utopia. Ogni uomo che formula piani e cerca di trascinare le masse dietro i suoi piani produce una qualche forma di filosofia della storia. Egli accetta come un dato di fatto i mezzi di distruzione che la scienza della natura moderna mette nelle mani dei potenti. Ma il problema di decidere contro quali uomini questi mezzi potranno essere ragionevolmente utilizzati non riguarda ovviamente la scienza della natura. Non è più nemmeno da tempo una questione morale o giuridica. Oggi essa non può essere posta né trovare soluzione se non in una prospettiva di filosofia della storia”.

[2] Il fine della storia del mondo, in Hegel, è infatti progresso, movimento dialettico verso la libertà: è lo Spirito che giunge a sapere di ciò che esso è veramente, e oggettivi questo sapere, lo realizzi facendone un mondo esistente.  In Hegel la storia del mondo (Weltgeschichte) è movimento dello Spirito, è “svolgimento dell’idea universale dello spirito” (Enc., par. 536). In Schmitt è esattamente il contrario: la storia è sguardo indietro, e non avanti. È lo sguardo di Cristo che “guarda indietro verso eventi compiuti e vi trova una ragione interna e un nucleo simbolico, nell’attiva contemplazione dei quali il senso oscuro della nostra storia continua a svilupparsi” (C. SCHMITT, Tre possibilità di un’ immagine cristiana della storia, cit., p. 253). 

[3] Ricordo la lettera in cui Hegel descriveva l’entrata a Jena di Napoleone (13 ottobre 1806): “Ho visto l’imperatore – quest’anima del mondo – cavalcare attraverso la città per andare in ricognizione: è davvero un sentimento meraviglioso la vista di un tale individuo che, concentrato qui in un punto, seduto su di un cavallo, abbraccia il mondo e lo domina”.

[4] Identiche sono infatti le ragioni addotte a sostegno della sconfitta spagnola. In DEHIO si legge, a proposito dell’armada spagnola, che “questi equipaggi erano, per così dire, un pezzo di terraferma in alto mare, corpi estranei a bordo” (p. 68). In C. SCHMITT, Terra e Mare, Milano, Adelphi, 2006, p. 28, con una descrizione che vale, come si vede alla pagina seguente, anche per lo scontro del 1588, “La battaglia navale è sempre un corpo a corpo. (…) Nella battaglia di Milazzo i romani furono i primi ad andare all’arrembaggio gettando tavole di legno verso l’esterno, e creando in tal modo un ponte attraverso il quale poterono salire sulla nave nemica. La battaglia marittima si trasformò così in una battaglia terrestre condotta su navi”.

[5] DEHIO riprende l’idea weberiana (e presente anche nella nozione che di tecnica fa Schmitt) del processo di civilizzazione come disincantamento del mondo, il quale costituisce il tratto distintivo della modernità. Così per Dehio “L’avanzare della civilizzazione entro l’economia generale della vita è in se stesso un fenomeno costante dei secoli moderni. È l’espressione più evidente di quel processo storico lento, molteplice e pur tuttavia obbediente ad una direttiva unica: il passaggio dal superamento ascetico del mondo nel medioevo al potente assoggettamento del mondo nella nostra recentissima età; dalla negazione dell’al di qua alla sua affermazione; da un senso pessimistico della vita ad uno ottimistico; da una relativa staticità alla più alta dinamica” (p. 130)

 

 

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