Home » Lettere, Storia

Diario di fine luglio, umiliato. Tre luoghi come Camogli, la trincea e Auschwitz (ovvero: nuovo viaggio al termine della notte).

26 Luglio 2008 2 Comments

trincea

Il treno serale che arriva sino alla toscana è veloce, e si può fumare una sigaretta di nascosto, tra i finestrini chiusi ed i divanetti vuoti: prima un bacio alla stazione, andandosene. Un libro su Mussolini. Così anche stanotte, in cui sono solo nella casa sul mare, traccio righe a matita su queste stesse pagine. Ma lei non mi risponde al telefono, lei se ne va, lei starà via forse per sempre. Ed io, chi sono?
Davvero non lo so.
E andandosene sino alla fine, alla fine di questa Camogli complicata e bianca, arrivare sino al Vento Ariel, dove tra i tavoli un bambino biondo gioca con il suo pallone argentino, e d’argento ha le mani del padre, gli occhi d’acqua delle aquile che non possono ancora volare: dalle cucine, il pesce nuovo viene tagliato all’orizzonte di questo mare che specchia le forchette ed i miei coltelli, poggiato sul porto di notte.
Coppie di innamorati cenano e comprano rose indiane, ed anche le cameriere si commuovono.
Quel rumore di piatti e di bicchieri tipico di questo paese, mentre una vela si vede in lontananza, l’ultimo avventore di oggi, che dorme al largo. Il bambino tira un calcio più forte degli altri al suo pallone, e sorride: ha finalmente fatto muovere il mondo, ha cambiato il reale. Ma è l’unico a riuscirvi.
Le amiche che vanno e vengono, e poi lei che ancora non ha capito cosa accadrà, e si limita a scrivere la notte piccoli non essere triste, passerà. Ma non deve passare nulla, tutto deve solo sbocciare: dal fango, qua e là fiori blu.
Ti terrò altre lezioni di storia, proprio come volevi tu ieri.
Proverò a fidarmi di te, anche se tutta questa programmazione, se questi rinvii, se queste partenze mi umiliano. È questo che non ti ho detto: non è il problema di sentirmi triste -il che è naturale-, ma è il fatto di sentirmi umiliato, con quel si vedrà. Con quel non avermi portato con te, lasciandomi qui.
Aerei sul cielo di queste case a mucchi, tranquilli dimenticano la battaglia per il mero trasporto di persone: l’aereo diventa soltanto un viaggio, per il tuo bovarismo esistenziale. L’aereo invece che ho nelle orecchie e nella mia paura, da guerra mondiale, è un ordigno d’aria che porta la morte politica, di massa.
Nessuno dimentichi che la Grande Guerra è il momento storico irripetibile di passaggio ad un nuovo ordine mondiale, politico, sociale e mentale. Non c’è nulla di nuovo nella seconda guerra mondiale.
Il luogo originario, il parto delle nostre generazioni non è Auschwitz, ma la trincea.
Il cubismo della morte e dell’artificio in trincea è la dimensione tecnica e tecnocratica dove i vostri nonni hanno cambiato pelle e vita, hanno abbandonato la storia.
I tuoi nonni ragazzi sperimentarono la modernità e lo Stato di massa, all’improvviso e con il preciso terrore che solo un orologio industriale può avere: coloro che ti hanno messo in vita -come in un mito orrendo dove la scure taglia il cervello di dio per far nascere una figlia saggia- persero mani e gambe, videro la notte illuminata a giorno, impazzirono di una malattia nuova

Sono malati confusi, inaccessibili, inconsapevoli; talvolta senza onirismo, senza depressione, ma in uno stato permanente di terrore, di tensione nervosa emotiva, e pure con gravi deficit di coscienza. Hanno vivaci estese reazioni di difesa per stimoli di nessuna entità, trasaliscono, sbarrano gli occhi, tremano, impallidiscono, assumono atteggiamenti di difesa, fuggono, si nascondono sotto le lenzuola; occorre tenerli isolati, per la agitazione reattiva che si desta in essi a ogni rumore (Gibelli, L’officina della guerra, 1991, p.127)

I tuoi nonni, fossero essi analfabeti o letterati, non furono che all’improvviso masse anonime e folle violente.
Tutto ciò che poterono raccontarti, tu non lo credesti. Tu abituata a pensare all’egoismo onnipotente della nostra vita quotidiana, non potevi certo immaginare nemmeno un evento privo di soggetto. Ed invece fu così. I tuoi padri venivano annullati da un massacro tecnicizzato.
Troppo assuefatta, come tutti noi, nella pace mondiale che hai nella testa: mai vedemmo nessuna guerra, mai abbiamo avuto una paura politica e civile. Ma ne avremo, preparati.
Se ora viaggi, mia umiliazione, verso paesi spoliticizzati e luoghi esotici, convinta che lo spazio delle spiagge sia vero, sia un luogo in cui è possibile vivere, lo devi soltanto alla distruzione attraverso un bagno industriale di sangue dello spazio europeo e della vita dei tuoi nonni e bisnonni. Se confondi il divertimento di oggi con il divertissment pascaliano, se confondi la notte brava con il giorno, se non riesci a capire perché dovrebbe importarti qualcosa della vita intesa nel suo senso storico e politico, se pensi che a vivere basti te stessa, ti prego, ricorda che tutta questa tua mentalità è il sonno iper-democraticizzato e controllato dell’occupazione meccanica dello Stato delle masse nella nostra vita.
Paradosso: ti illudi di ritornare al giardino epicureo, proprio in un secolo in cui la tecnica lo ha annullato e negato. Pensi che quest’epoca molle sia di ritorno al privato, quando è l’esplosione del pubblico, mai così intensa come oggi. Ma non te lo fanno vedere, siamo più raffinati: la tecnica, come in un romanzo di Orwell, occupa lo spazio mentale (la tua spiaggia, il tuo senso del viaggio e della vacanza estiva), dopo aver occupato, con la trincea, quello fisico e politico.
In tutto questo Auschwitz, invece, è in direzione ostinatamente opposta. Auschwitz non è uno spazio della tecnica moderna, come la trincea o queste spiagge, ma della tecnica utilizzata in chiave anti-moderna: il treno per il lager è lo strumento industriale e tecnico per ritornare a prima della tecnica. I nazisti cercarono -già sconfitti in partenza- di annullare la trincea (e non erano prodotti dalla trincea), per tornare alle case borghesi guglielmine.
Così Auschwitz non ha segnato in alcun modo qualcosa di nuovo. È stato un tentativo, piuttosto, di tornare al passato, al vecchio -poiché la storia non è progresso, non è una linea edipica, e perciò non vi sono leggi, ma solo clinamen e fatti aperti-. Tentativo fallito, e pertanto, storicamente, irrilevante nel nostro modo di vedere il paesaggio mentale.
La tortuosa via per Auschwitz segna la nostra coscienza, ma la sua parte antica e contro-storica. Non segna il nostro senso del presente e del futuro. Non è vero che non si può fare filosofia dopo Auschwitz, come fu detto: non si può fare filosofia dopo la trincea, piuttosto, dopo che l’elemento tecnico, con le sue rivoluzioni biologiche, chimiche ed elettriche, ha cambiato gli uomini: soldati-operai anonimi dentro ad una industria per il macello umano specializzato, ed oggi uomini-benessere spoliticizzati.
Lasciami fumare una Marlboro, lasciami essere triste, lasciami star male.
Così potrò sentirmi un po’ più vivo, realmente vivo.
Tu, su quella spiaggia, ti dovrai accorgere che il mare e la sabbia su cui stai sdraiata al sole, bevendo alcolici di consumo balneare, non sei che in una nuova officina della guerra, dove

La nuova realtà investe in vario modo la sfera precettiva, disegnando i contorni di un «nuovo paesaggio mentale». Nell’esperienza della trincea e più in generale nell’ambientazione della guerra si palesano il trionfo dell’elemento artificiale su quello naturale (l’elettricità trasforma le notti in giorni, la chimica degli esplosivi polverizza le montagne modificando il paesaggio); la fungibilità di biologia e tecnologia (le protesi sostituiscono gli arti distrutti); il senso del tempo come discontinuità e il suo disancorarsi dalle matrici biologiche, naturali o più semplicemente tradizionali; l’irrompere della nuova morte di massa come prodotto dell’organizzazione industriale su larga scala e come perdita di confine tra umano e disumano, segno di un anonimato che connota l’esistenza nella società (Gibelli, cit., p.11)

Ecco, questa guerra generò uomini nuovi. Generò anche te.
Invece che perpetuare e vivere nei suoi nuovi luoghi, anziché dimenticarmi, alza le spalle e riportami l’amore.
Troverò per noi, nell’attesa, un vero spazio epicureo, dove poter fuggire.
Perché, se non vuoi che io trovi per noi questo spazio, ti dico che mi sento oggi, in mezzo a queste spiagge, come il mio maestro Gadda si sentiva in trincea:

Io cerco di leggere, di scrivere: di muovermi, facendo dei passeggini di ricognizione; ma sono pur sempre legato al mio buco, pieno di roba in cui l’ordine è quasi impossibile, e sgocciolante nelle giornate di pioggia (…) il pasticcio e il disordine mi annientano.

Altrimenti, tutta questa estate sembrerà davvero un viaggio al termine della notte.

2 Comments »

  • dibe.. said:

    Capita, nella vita, di avere la fortuna di incontrare qualcuno che ha qualcosa da dire, che ha voglia di farlo e lo sa fare bene. Sono contento che oggi mi sia successo con te.
    Forse sono arrogante pensando di riuscire a leggere tra le righe? è un’accusa con cui convivo da vent’anni, ma raramente sbaglio e quando succede ho sempre pagato tutto senza sconti.
    In questo periodo in cui il susseguirsi degli eventi sembra volermi impedire persino di sperare, una nuova piccola luce si affaccia al mio orizzonte; un piccolo fiore che per essere colto pretende che io mi inginocchi e mi umigli.
    Quando ad un dolore se ne aggiungono altri di diverso grado e specie, quando la nostra mente arriva alla saturazione non ti capita di smettere di sentire? Tutto diviene ovattato e tu sei disposto a rinunciare alla totale lucidità per un attimo di pace. Forse in quel momento persino il dolore dell’umiliazione viene attenuato e puoi godere maggiormente, puoi godere a pieno del fugace attimo di gioia che un’emozione grande, il sentirti vivo ti procura.
    Io non sò dire di chi o cosa sono figlio, ma sento di essere fratello di molti, a volte ciò mi disgusta, altre mi compiace, sentire di riuscire a capirti, pur solo in parte oggi, mi dà pace.

  • admin (author) said:

    Leggere tra le righe è l’unica delle possibili letture che un amico può avere delle parole di un altro. C’è una differenza tra descrivere, capire, comprendere. Siamo soli, ma cari fratelli.
    Alcuni di noi sono vinti, continuamente. Almeno così sembra. Ma quando si ha ragione, e si è migliori dei vincitori, perdere costa di più.
    Rimane, nel fondo, il fatto che questo sia, dopotutto, un testo d’amore. E così anche il tuo commento.
    Io non riesco a dimenticare nulla, nella mia vita: ma la storia, purtroppo, ha bisogno di oblio.

Leave your response!

Add your comment below, or trackback from your own site. You can also subscribe to these comments via RSS.

Be nice. Keep it clean. Stay on topic. No spam.

You can use these tags:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

This is a Gravatar-enabled weblog. To get your own globally-recognized-avatar, please register at Gravatar.