Diario del 22 e del 23 giugno: un orecchino, la Spagna e l’enigma di Hitler

L\'Enigma di Hitler

 

Mi levo solo i ghiaccioli dalla fronte, come un poeta autoreferenziale: nella canicola progetto di ri-prendere posizione sulla deontica, e poi sull’Hitler a Vienna. Tuttavia per adesso, come uno scrivano che preferirebbe di no, fisso gli ultimi testi da preparare per l’estate.

Bianco, passo tra le dita uno splendido orecchino nero, pegno o scusa che sia, surrogato delle mie illusioni: labirinto dolce delle tue orecchie,  ora solo un oggetto nel vuoto del gancio di ferro senza la sua anima cui appendersi.    

Vorrei tenere anche io un diario, come quello di Dalì, ma non sono né un genio né, soprattutto, uno spagnolo. La Spagna è il Paese più desolato molle e inutile d’Europa: la sua definitiva spoliticizzazione –intesa come la mancata costruzione dello Stato-Leviatano, atto di nascita dell’età moderna- risale tradizionalmente al 1588.

La Spagna ha rifiutato il passaggio all’età moderna, al concetto di Sovranità statale.  

La potenza cattolica di terra, oro e burocrazia, intrinsecamente nobile e feudale, ha perduto la guerra civile europea per la conquista dello spazio nuovo, per Cristoforo Colombo e la sua scoperta come fine dell’horror vacui medievale cristiano –della Res publica cristiana-: aveva tra le mani Colombo, e non ha saputo occupare il nuovo spazio, poiché ha rinunciato a porre la sua esistenza storica sul mare (questo è il senso del 1588)

Se questo è un diario –anche se non lo è- posso tralasciare le mie idiosincrasie accademiche e citare alcuni versi splendidi a questo proposito

 

 E Colombo la chiama dalla sua portantina,

 lei gli toglie le manette ai polsi, gli rimbocca le lenzuola:

 “Per un triste re cattolico –le dice- ho inventato un regno,

 e lui lo ha macellato su una croce di legno.

 E due errori ho commesso, due errori di saggezza,

abortire l’America e poi guardarla con dolcezza,

 ma voi che siete uomini,

 sotto il vento e le vele,

 non regalate terre promesse

 a chi non le mantiene”

 

Da tale sconfitta spaziale, la Spagna non ha più avuto alcun significato storico e politico: è lei la vera espressione geografica già nell’800, quando per prima, non avendo nulla di politico, non avendo deciso di essere uno Stato e mancando dunque del segno internazionale della sovranità, ovvero l’esercito, non riuscì a sopportare la guerra in forma napoleonica ed inventò il partigiano: un popolo preborghese, preindustriale e per convenzionale (Schmitt), si diede alla guerriglia nel 1808, contro le truppe europee, civili, francesi.

 L’empecinado leggendario, i los guerrilleros, erano la negazione di quel sistema di limitazione della guerra proprio del jus publicum Europaeum che ha rappresentato per almeno tre secoli la più importante invenzione giuridica dell’uomo moderno, dell’europeo.

La Spagna, in tal senso, non è mai stata una nazione che, sotto un profilo tecnico-politico, è appartenuta all’Europa.

Basti pensare anche alla neutralità bellica di Franco, atto di separazione storica netta rispetto al sistema internazionale europeo. Franco fu un dittatore del tutto spoliticizzato e neutrale, in sintonia con la storia del suo Paese: la storia del rifiuto di diventare uno Stato, nel senso creato dalla Francia del XVII secolo, continentale, hobbesiana.

In definitiva, negli ultimi quattrocento anni, la Spagna è rimasta un non-Stato, una nazione non sovrana, una penisola molle come gli orologi del suo pittore più grande.

 Ma io parlavo del diario di Dalì, pocanzi.

Il suo genio risale senza dubbio non al periodo para-surrealista, ma alla conversione atomica, alla bomba: è la distruzione politica dell’Europa, il 1945, che Dalì trasforma in un misticismo atomico, mai apocalittico, ma sempre dolce e sospeso, ossia nucleare e sodomita, sferico, eterno.     

Dalì è l’unico pittore politico dell’età contemporanea, l’unico cioè che ha saputo dipingere la spoliticizzazione dell’Europa, la sua neutralizzazione, la sua pacificazione. Egli coglie che la pace europea è morte, è la fine degli elementi della terra e del mare e l’inizio, in quei quarant’anni che visse ancora nel dopoguerra, dello spazio nucleare, dell’aria missilistica, della luna americana. 

La fine, in altre parole, del diritto internazionale europeo, della guerra limitata, e l’inizio di una guerra mondiale di annientamento, fondata sugli elementi dell’aria e sulla spoliticizzazione, ossia il dominio americano dell’economia come forza politica e del missile come condizione di esistenza (altro non è che la dottrina Monroe). La fine di un diritto internazionale dell’Europa e solo di essa e l’affermazione di un vuoto diritto internazionale mondiale, porta alla moltiplicazione delle guerre, al superamento della forma, della distinzione tra combattenti regolari e non combattenti, allo sfruttamento economico di intere zone del pianeta. Nel suo corno di rinoceronte (un pene, un atomo violento, mistico), che al contempo è la de-composizione del missile, della bomba, nella sua invisibilità atomica, Dalì ri-trova la invisibilità della spoliticizzazione del mondo.

Uno spagnolo si avvede che tutto il mondo ora somiglia alla desolata Spagna.

Uno spagnolo si avvede che l’Europa politica è stata distrutta senza che alcun europeo protestasse, ma anzi convinto di essere stato liberato dal giogo nazista. In quel momento, gli europei non riuscivano a vedere l’intervento statunitense sul suolo europeo come la sua distruzione né a riconoscere in Hitler l’ultimo tentativo di un ordine politico eurocentrico. Certo oggi dobbiamo dire che sia stato un bene che la Germania sia stata sconfitta. Certo.

Ma Dalì aveva intuito l’enigma di Hitler, e non a caso in questo quadro si colloca il suo distacco iniziale dal movimento surrealista.

L’Enigma di Hitler rappresenta il quadro più politico del Novecento. Guernica, del suo conterraneo ed insignificante Picasso, è invece un quadro del tutto spoliticizzato, è una mero piagnucolamento umanitario per le morti da bombardamento. Non coglie nulla del politico, ma anzi ne chiede l’annullamento, la negazione radicale.

Nel quadro di Dalì, invece, vi è la consapevolezza –sebbene Dalì stesso sia stato costretto dalla storia a negarla- dell’enigma che Hitler porta con sé: il suo enigma è l’essere il distruttore ed al contempo l’ultimo che può salvare l’Europa.

Nell’Hitler lasciato svolazzare nel mezzo di un piatto vuoto, c’è il doppio ed epocale presagio del destino del senso europeo del politico: Hitler è l’ultimo esponente dell’idea di un ordine costruito dall’ Europa, ed al contempo colui che mostra la deriva di annientamento del politico stesso.  Solo un dio ci può salvare, scrisse Heidegger: per Dalì Hitler ha però già perso, perché è un dio paranoico, lattiginoso, gustativo nutritivo e wagneriano (Dalì, Diario di un genio, p.26).

Dalì riesce comunque a vedere ciò che noi, intrappolati nel valore democratico, non possiamo pronunciare, seppur vero: la guerra di Hitler era guerra dell’ intera Europa ancora politica (l’Europa della Sovranità continentale, della terra: Germania, Francia, Italia) contro l’emisfero occidentale americano (Stati Uniti e satellite Inghilterra).

La stessa idea hitleriana di una ripartizione del mondo tra Germania e Inghilterra era l’ultimo tentativo di conservare l’asse dialettico di terra e mare su cui era rimasto costruito, sin dalla pace di Utrecht, lo jus publicum Europaeum. Hitler aveva già perso, perché non si avvedeva –nella sua visione del mondo profondamente ottocentesca- dell’aria, dello spazio americano.

Che quadro splendido, questo enigma. È ancora una volta significativo che il dipinto sia immediatamente successivo, con le sue pennellate, alla Conferenza di Monaco, all’ultimo convegno delle potenze europee sul mondo: Dalì parla di Hitler nella suo ruolo nello jus publicum Europaeum, nel suo enigma inestricabile con l’ordine internazional-europeo. Non parla dell’Hitler paranoico o dell’Hitler dittatore, perché Dalì non parla di questioni d’artista, ma politiche: il suo Hitler è enigmatico perché al contempo rappresentante del nomos e dell’anti-nomos, del disordine (Behemoth) e dell’ ordine (Leviathan), della pace e della guerra. Ognuna di queste opposizioni è tipicamente politica ed Europea. Non sarebbe comprensibile in nessun’altra parte del mondo: è l’opposizione originaria di terra e mare.

Tutta la pittura di Dalì è pittura politica: la morte di Hitler, nel suo bunker, è per Dalì l’evento più importante della sua vita artistica, che segna il passaggio dal para-surreale rapporto di terra e mare (nella sua deriva hitleriana) al mistico e nucleare trionfo dello spazio americano occidentale e dell’aria (Avida dollars). Dalì lo spagnolo coglie meglio di ogni altro artista del ‘900 la fine dell’Europa, forse proprio perché si avvede di quanto ora, nel 1945, questa somigli alla sua Spagna. Ora egli comprende lo spostamento elementare del mondo: diventa cortigiano atomico, ossia il pittore dell’emisfero occidentale, dell’America. Ma Dalì, da spagnolo, conserva il misticismo, che gli permetterà, negli anni della spoliticizzazione del mondo, di dipingere la desolazione del nucleo atomico

 

Hitler era appena morto in stile tipicamente wagneriano fra le braccia di Eva Braun a Berlino. Quando seppi la notizia, riflettei diciassette minuti prima di prendere una decisione irrevocabile: Salvador Dalì sarebbe diventato il più grande cortigiano della sua epoca. E lo diventai(…). Dopo la morte di Hitler, una nuova era mistica e religiosa si preparava a divorare tutte le ideologie(Dalì, Diario di un genio, p.31)    

 

Certo io avrei dovuto tenere un diario simile. Ma sono più pigro di Dalì, nel senso che non ho ancora imparato ad amare i soldi. La povertà che mi attende dopo i miei studi mi farà finalmente apprezzare la ricchezza.

Ma cerco di tornare all’argomento, sebbene il rapporto tra Hitler –intendo con Hitler sempre lo Stato tedesco dal 1933 al 1945- e la Spagna costituisce uno dei terreni d’indagini più significativi –nel rapporto tra uno Stato politico ed un Non-Stato – per cogliere la spoliticizzazione dell’Europa e la fine del suo diritto. Il tentativo, portato avanti sino all’ultimo, di far entrare la Spagna in guerra al fianco dell’Asse, rappresenta la natura spoliticizzata della Nazione spagnola: Hitler non poteva comprenderla, tanto da finire per affermare, in una delle sue invettive tanto anacronistiche quanto moderne (ancora derivanti da quell’ Enigma) che “In Spagna abbiamo favorito il cavallo sbagliato. Avremmo fatto meglio ad aiutare i repubblicani (…). Gli individui che circondano Franco sono tutti reazionari clericali, aristocratici e ricconi che non hanno niente in comune con noi nazisti!”. Dopo il colloqui di nove ore avuto con Franco nel salotto del suo treno a Hendaye il 23 ottobre del ’40, Hitler parlava del Caudillo come di quel porco gesuita. L’incomprensione di fondo tra la personalità puramente politica di Hitler e l’esistenziale rifiuto del concetto di «politico» dello spagnolo è bene evidenziata da quel mormorio di Hitler a fine colloquio: Mit diesem Kerle ist nichts zu machen (“Con questo tizio non c’è niente da fare”).

Continuo però a non arrivare al punto, di quei miei due giorni: l’orecchino che ho trovato  dopocena, rincasando, fuori dalla mia porta.

Forse è stato solo un momento di meta-amore, o solo un gesto cui non dare importanza.

Mi ha reso felice, in quell’istante.

E adesso lo fisso, aspettando il lobo di carne perfetta cui sussurrare nuove parole, a cui indossarlo dolcemente: ancora nei labirinti delle tue orecchie, dicendoti ti amo.

 

 

  

 

 

 

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