[9 Dic 2008 | One Comment | ]
I quadri di Hitler, bottino di guerra

 
 “Pochissimi esseri umani popolano i suoi paesaggi urbani, a volte rimarchevolmente disegnati o dipinti, che molto rassomigliano a quelli del paesaggista austriaco Rudolf von Alt, morto nel 1905. Tutti i personaggi, comunque, assumono soltanto un ruolo puramente decorativo, non sono protagonisti. Si mantengono compassati, rigidi e impettiti, più simili a manichini che si trovino per [...]

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Razzismo e Capodanno.
[1 Gen 2009 | No Comment | ]

MetropolisChe piccole leccornie che prepara, con le sue mani spente ed un grembiule sovietico, Fè, solo Fè, quanto tempo: tanto, ma i corvi e le anatre volano fuori dalla finestra, dietro il geranio rosso dove il gatto suona le sue zampe a coda: creme bianche su pani caldi, vassoi, tre ragazze servono in tavola a noi, solo compagni di scuola. Mario volta sigarette in silenzio, mi sorride perché ha capito, proprio stasera, il senso del peccato, e che cosa abbiamo fatto:  già, abbiamo perdonato Maddalena.

Qualcuno parlotta un po’ di sport e, in senso patafisico, si ascolta e si fa ascoltare solo per spingere il tempo in avanti: dando una piccola mano invisibile, alle ore, a fare il loro corso da cerimonia.  

Chi mi versa un nero d’avola non sa, purtroppo per lui, che odio il vino, perché, cristologico, stanotte odio anche il mio sangue: cosa spia, quest’altro invitato alla cena? Qui non ci sono traditori, non siamo abbastanza intelligenti. Il gioco delle sedie, Giarabub, gente che non conosco, che cosa ci fa qui?

Spalle indiane, fianchi con cinture di cuoio, girano le loro teste: bicchieri di carta, ahahahah, e poi?  

Qualcuno vorrebbe intavolare una discussione sulle offensive dell’Isonzo, ma ha un raviolo in bocca, e non riesce a parlare: il ragù tinge di rosso la guerra bianca dell’Adamello, le nostre mogli, mentre si gonfiano le parole e scivolano più facili del solito. Grandi scoppi della mezzanotte, come bombaroli senz’anima, piromani da cortile e bevitrici d’oratorio: chiacchiericcio continuo, pieno d’acqua, coperte e freddo, finestre spalancate. Sotto una lanterna, un uomo solo, con un ombrello aperto, sussurra mia cara, mia cara, non ti rivedrò mai più, vero?

Andiamo, verso il nuovo disordine mondiale. Aspettiamo le nostre telefonate, i nostri vizi, il nostro stomaco malandato. Qualcuno avrà perduto un braccio e me ne rallegro (magari un bambino, con il suo petardo, tanto per dire ai filantropi che sì, ai loro occhi di niente sono cattivo e cinico). Le galline beccano con le loro piume il quaderno nero del ’73, for no one.

Io qui deposito solo materiali, che non rivedo né correggo: il labor limae, lo farò poi. Volteggia pure un sogno di campagna, le chiavi di violino: isolata, opposta, per un requiem.  

Conversazioni negre su un divano, in mente ripeto senza pensarci su un Rapidiedinvisibili gerulasemmeliberata, monnaMorte eTasso: chissà cosa avevo in testa, citando poi l’Aminta. Qualcuno lascia andar piano un disco di Jim Croce, che si spegne da solo. Mario, girando violento la testa, nota l’assenza-presenza di una disturbata umanità intorno a noi: sono tre ragazzette, con i loro fidanzatini con occhiali e camicie stirate, sorrisi e macchine fotografiche per immortalare i saluti del nuovo anno. Ma chi sono? Cosa vogliono?, mi chiede, aprendo, con una disinvoltura pubblica che non mi sarei aspettato, la questione del perché lasciarli vivere in pace.

Potrebbero, in ipotesi, non avere alcun diritto di vivere.

Evito, per cortesia, di fare la mia mossa e tirar fuori un mio piccolo argomento. Dunque? La notte si chiude in questa posizione profondamente razzista, accettata da tutti come segno di un nobile sentimento liberale di umanità: gli uomini hanno diritti perché sono uomini. Ovvero: quando il biologismo specistico ed il razzismo si riempiono la bocca di liberalismo a basso costo.

È solo una parentesi, di questa notte che decido di far finire presto: me ne torno a casa, grazie di tutto, solo, ad ammaestrare una scimmietta, ad insegnarle a scrivere, a passeggiare in silenzio.

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Canzoni nel pomeriggio. All’ultimo dell’anno.
[30 Dic 2008 | One Comment | ]

Silvana Mangano

Pre- intermezzo:

Scomposizione del viaggio, in due coppie, di fronte ai giardini dell’Acquasola.

Mario, seduto dietro in automobile, occhi scuri in forma di immagini, che si guardano sempre intorno come forbici pronte a tagliare, qua e là, le parti morte della pellicola. Sempre ove ne ve fosse bisogno. Intanto suona una canzone, rompendosi dentro i finestrini ed il fumo delle sigarette: sì, il paese era molto giovane, dico anche io, ma ben sapendo dell’importanza di quel conseguente logico i soldati a cavallo erano la sua difesa.

Primo nodo di Mario[i]: (…dimostrava in maniera lampante l’esistenza di Dio): ora tu ci fai giocare ad un gioco, ma noi giochiamo a non giocare a quel gioco. Se ora, seduto dietro di noi, fa vedere che ci vedi giocare, non rispetterai le regole. Devi giocare anche tu, di non vedere che vedi il gioco, che tu stesso hai creato.

Mi guarda stupito… Io, unico figlio biondo quasi come Gesù, avevo pochi anni e vent’anni sembran pochi. Dolores, con un piccolo giro di manopola, sposa il vento della Pennsylvania Avenue…, con i suoi santi dell’Occidente: una fitta malinconia diffusa, nelle diverse tonalità della voce, a salire e salire e salire (I due Giovanni e pace un po’ alla buona, ramblas di Barcellona!) , e poi in picchiata, in giù (tu cosa sei? Chi siamo?).

Mario canticchia anche lui, contro le labbra di Flora (lei, e il liberal-progresso…), le labbra che accompagnano con un bacio il freddo che c’è fuori, la neve che sta per cominciare a cadere, contro le labbra di Mario: poeta di varietà…? Sì, perché Lola adesso sorride, mentre è al volante, mentre corrono le canzoni tra le nostre parole. Io seduto davanti, senza sapere mai come sto, come stai? Come stai? Non lo so, credo bene. Sei proprio uno strano tipo di bambina.

***

Intermezzo I

“Era Lo, semplicemente Lo al mattino (…)

Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita”

(Nabokov, esordio del romanzaccio)

Mario lo conosce bene, quel libro. Si limita a sorridere bonario; ho tutta la sua ironia e comprensione letteraria.

***

C’è soltanto un imperativo morale per l’uomo: non è il dovere (che, in fondo, è soltanto un concetto puramente giuridico, e, con buona pace koningsbergica, non ha alcun riflesso morale), è la ricerca della verità. Code di automobili, in forma di lupi e volpi, agnelli arrabbiati intorno all’acqua e al gelo: non parlate con me di politica, ragazzi, dico sorridendo. Chiacchiere, chiacchiere, cara Flora, se mi dici che chi di mestiere fa l’aguzzino ad Auschwitz è una cattiva persona. Tu lo sai, che ho gli occhi che, come da un romanzo un po’ moderno, sono liberamente tratti dal cielo. Mi volto, distrattamente, e dico soltanto una frase da romanzo[ii]: “non è perché mangio carne che mi piacerebbe lavorare in un mattatoio, non trovi?”.

In ogni caso, per favore, non mettiamoci in questa discussione, che mi costerà il passaggio a casa, credo, se venisse continuata (e nella testa filastrocco come un bimbo latino Ad rivum eundem, lupus et agnus venerant siti compulsi…). Sono giorni in cui non mi va di giudicare nessuno, perché fa troppo freddo, davvero troppo.

Datevi un altro bacio, mentre vi osserviamo dallo specchietto, lasciando i bambini giocare nelle nostre teste, lasciando gli uomini sulle stelle, in un sottile e semplice riflesso di vetro che la musica significhi, del tutto casualmente, le vostre mani che si annodano. Io sono un poeta solo; vi aspetto in cielo, anche se soffia in altra direzione.

Ma, poiché il mondo non sembra avere alcun ordine, si regge appena, volteggia pacatamente impazzito e lento, ricordo all’improvviso la splendida Mangano – con doppia legge delle citazioni: guardo Moretti che guarda Anna che avevo già ricordato prima che la ricordasse lui -, ballando in modo strano Tengo gana de bailar el nuevo compás Dicen todos cuando me ven pasar “¿Chica, dónde vas?”  “¡Me voy a bailar, el baión!”…molto più atroce e profondo, nella sua schiavitù, dell’urlo nero della Magnani. La conoscete quella canzoncina… - chiedo ai nessuno compagni di viaggio - …quella che cantava la Mangano in quel film..arriva el negro zumbon?

Dolores non solo la ricorda: prende da una tasca sotto il sedile un nastro, proprio quello. Rido di gusto, davvero. Sento che il gioco può riuscire, così continuo: e il plip della Pavone chi se lo ricorda? Silenzio imbarazzato. Nessuno. Il gioco è già finito.

La statua leibniziana mi è sfuggita di mano, come al solito: mi ritrovo in un’automobile, diavoleria del secolo, a parlare della soluzione finale ascoltando el negro zumbon, con Mario che maledice me e abbraccia la vita di Flora. Giuro, non avrei voluto, non volevo ingannare nessuno.

Scende lentamente, verso via XII Ottobre, con la sua frangetta post-nucleare e leccalecca; intravedo, con la mente, la libreria Giuffrè, nascosta sotto un portico: mattine dopo il Tribunale passate proprio lì, a far ammattire la commessa: come non lo stampate più? Che significa? mentre la benzina araba rumina filosofica ogni legge conosciuta della meccanica. Eccoci qua, tra due gatti enormi e agitati che traversano al semaforo e un martedì mattina.

La domanda è sempre la stessa: siamo noi che sogniamo loro due che si baciano dietro di noi o sono loro che sognano noi, che stiamo insieme perché pensiamo troppo?

Fumo ancora una sigaretta, sei quello che fuma troppo, che si rovina la salute, che tiene il finestrino abbassato anche con la città stramazzata, con i cavalli morti, con le mosche in forma di fiocchi di neve, rumorose e bianche. Viva l’Italia….

Una ragazza romana mi scrive: da giurista, anche se incontrassi il diavolo, dovrebbe prima ascoltare le mie richieste. Forse sì, dovrebbe.   

Si sale, con la marcia costretta nel niente, su su per via Caffaro: butto un occhio al portone in cui so che rincasava Giovanni Tarello, mentre mi faccio lasciare davanti allo studio..ho dimenticato qualche libro, devo tornare, in mille nuovi deja vu. Poi questa ossessione di Montale, dei suoi quaderni…possibile abbia parlato di tutto ciò di cui voglio parlare io? Mi rubava le idee ancor prima che nascessi?  Fortuna, o sfortuna vuole, ch’io non faccia il poeta di professione, e sia mio compito pensare il verso, prima che scolpirlo.

Che ore sono? Chiedo alle gambe con stivali di Dolores, gelosi delle riflessioni con Flora; loro battono sul pedale del freno, come a dire, ridendo: tu non preoccuparti di cose come il tempo. Io sono preso dall’irresistibile curiosità di sapere se conosce il senso del XX Settembre, cui è dedicata la via portante della nostra città. Non vi dirò, se l’ha saputo o no.

***

Intermezzo II

Fuggita in montagna, sulla neve e tra i ragazzacci di campagna che mi urlano contro, ridendo come cavalli drogati, inebetiti.

So che quello che non ho è di fregarti a carte, cara Lo.

Spegni la musica, su quel verso finale “continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?”.

Domani è Capodanno.

Genova, a dieci anni contati dalla sua morte cicca, inaugura una mostra fotografica dedicata a Fabrizio De André.  

Oggi somiglio anche a De Andrè.  


[i] È lo pseudo-R.D. Laing, Nodi, Einaudi.

[ii] Liberamente tratto da uno pseudo-Littell, Le Benevole, p. 87