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Che cos’è la libertà

12 maggio 2009 No Comment

Attendiamo, al vento di maggio delle Marose, la guerra civile, la buona guerra. Marose, perché di burrasca, marose, perché d’un pirata che spogliò il dio del suo mare, amorose, perché delle puttane. S’attende, aruspici distratti nella tazzina del caffè al tavolo all’aperto, consultando lo zucchero nero, senza parlarsi. Il tempo è appena segnato nell’ombra che pende sulla piazza, come una spada antica, dimenticata. Tempo di guerra (d’armonia irregolare), et a nullo tenebris damnabitur aevo.

Potrebbe darsi, questo pomeriggio, un’aria più mite, più disperata.

E poi Tu con un pugno di fogli. Da un serraglio lontano, la ragazza scrisse una lettera:

«Caro marito, ho bisogno sin d’ora di baciarti, sulla bocca, sugli occhi, perché tanto è il tempo che ci separa ormai. So, tuttavia, quali siano le questioni cui tieni, e di cui vuoi esser messo a conoscenza, e cercherò di non indugiar oltre, stante la gravità delle cose di qui che ti dirò avanti. Ma, amore, come potrei non chiederti di mandarmi almeno un bacio, in una delle tue prossime lettere? Scusa questo sentimento, con cui scrivo e ti conto delle cose più recenti, ma, come mi è capitato di leggere in una bella massima del tempo, un autore donna dee conservare i privilegi del suo sesso; e se il suo cuore guida qualche volta la sua penna e cerca di far passare negli altri le impressioni che essa ha ricevute, ciò le si perdonerà senza dubbio. Avanti ieri è stato deciso di attendere ancora sino al Giugno. Io dico per timore dei movimenti dall’Elba, chè si son visti troppi pochi inglesi.       

Marito mio, questa città è calma, ma suggerisce qualcosa, che non riesco ad afferrare. Non ho molta compagnia. Perdonami se indugio ancora con il cuore. Il Signor Crooke è stato così gentile da procurarmi le Morganiche, dove leggo che fino a cinquant’anni addietro gli Italiani erano soliti dire che i Francesi, quando movevano per visitare l’Italia, deponevano a Lans-le-Bourg il loro buon senso. Che dire, mio amore…non potrei non vedervi, tuttavia, una certa fondatezza, specie se ho riguardo alle donne della tua famiglia, che qui mi ospitano con tanta premura. Lascia che ti racconti quest’ultima stramberia. Ogni pomeriggio, impietrendo la vita in imbusti che tirano con forza, s’ escono, come dicono, per una piccola passeggiata, ma sai, in realtà, dove si vanno? Dal medico, tutti i pomeriggi. S’entrano puntuali alle quattro e, in attesa che questi sbrighi le visite degli altri pazienti, s’accomodano in anticamera e fan servire il tè e le riviste. Quando si son fatte ormai le cinque e mezza, ed il dottore ha dimesso ogni altra incombenza del giorno, egli passa nella stanzetta dove l’aspettano: le servette, mandate avanti per prime, si dolgono di mali ai denti, mentre le Signore s’azzuffano a farsi auscultare chi le spalle, chi i polmoni, chi la schiena. Le Signorine, osano le gambe, per qualche mal di caviglia o di ginocchio, che va e viene, di giorno in giorno. Il poveretto, dovrebbe vedersi, s’agita lo stetofonendo ed il cucchiaio in mano, e scrive, scrive di continuo ricette. Ottenuta la piccola prescrizione – solitamente qualche goccia, uno sciroppo, non più di tre pastiglie per il sonno, un’erbetta per la pancia – le Signore s’accomiatano con tanti ringraziamenti, e rincasano. Forse non vi è nulla di strano, ma […]». La lettera, da questo punto in avanti, è strappata.

La Signora Target morì la sera di quel giorno, per aver ingerito, sbadatamente, un’eccessiva dose di sonniferi.               

Il marito, sfogliata appena la mezza-lettera che – misteriosamente – qualcuno gli aveva comunque spedito, lesse distrattamente, rimproverando alla moglie, il cicaleccio che salta di cosa in cosa, tipico vizio della vanità della scrittura femminile.  

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