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	<title>Mosca sul cappello &#187; Politica</title>
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	<description>Rivista tecnica di avanguardia nel diritto, nella politica, nelle arti</description>
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		<title>Attenti al Lupo! &#8211; di Paolo Becchi</title>
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		<pubDate>Sun, 16 May 2010 10:35:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Becchi; crisi; finanza; speculazione; Grecia; Germania; Euro; Europa; moneta unica; mercato; piccole patrie; futures;]]></category>

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		<description><![CDATA[Attenti al lupo! di Paolo Becchi Molti commentatori danno la colpa di ciò che è accaduto la settimana scorsa ai lupi della speculazione finanziaria. È una diagnosi del tutto errata, a mio avviso, che scambia l’effetto con la causa. Non è stata la speculazione a generare la crisi: al limite, ne ha semplicemente approfittato. Con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Attenti al lupo!</em></p>
<p>di Paolo Becchi</p>
<p><a href="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2009/12/PaoloBecchi-1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-478" title="PaoloBecchi proposta" src="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2009/12/PaoloBecchi-1-300x116.jpg" alt="PaoloBecchi proposta" width="300" height="116" /></a></p>
<p>Molti commentatori danno la colpa di ciò che è accaduto la settimana scorsa ai lupi della speculazione finanziaria. È una diagnosi del tutto errata, a mio avviso, che scambia l’effetto con la causa. Non è stata la speculazione a generare la crisi: al limite, ne ha semplicemente approfittato. Con strumenti finanziari come i nuovi derivati sarebbe stato sufficiente, nel giorno del tracollo delle borse, <em>shortare</em> una diecina di <em>futures</em>, per trovasi nel giro di poche ore ricchi quanto con una vincita al Totocalcio. Dalla vendita si sarebbe potuto passare all’acquisto il giorno in cui il mercato è stato “drogato” con una quantità enorme di liquidità immessa dalla BCE sul mercato: chiudendo <em>intraday</em> l’operazione si sarebbe “portato in cascina un bel po’ di fieno”, come si usa dire in borsa. Certo, bisogna avere del fegato per fare tutto quello che ho appena descritto, ma in ciò risiede l’abilità &#8211; e anche il compito stesso &#8211; dello speculatore. Si potrà, al limite, biasimare il suo comportamento (perché si è arricchito sull’impoverimento altrui) ma non accusarlo di essere all’origine di quel male. E poi, non facciamo troppo i moralisti! A far guadagni d’oro non sono solo gli speculatori, ma tutti quegli imprenditori che con un Euro sceso di valore hanno finalmente trovato una boccata d’ossigeno per l’esportazione delle loro merci. Del resto, è forse opportuno ricordare che l’Euro era stata introdotta proprio per questa ragione. La moneta unica era stata voluta soprattutto dalla Germania di Kohl, perché con il “supermarco” di allora le imprese tedesche non riuscivano ad esportare più nulla. Per questo si sono imbarcati sulla stessa barca Paesi virtuosi e meno virtuosi, solidi e meno solidi … e ora questi ultimi hanno semplicemente presentato il conto alla riluttante “Cancelliera di latta”. Tutto qui. Ma si replicherà, tornando alla speculazione: come è possibile che io possa, da casa mia e con il mio portatile, dare ordini di acquisti e di vendita sui mercati e ritrovarmi d’improvviso ricco (o in mutande …) senza avere, in definitiva, fatto niente? Basta un <em>clic</em>! Beh, sì è (più o meno) così. Questo è il capitale finanziario: il capitale ormai giunto ad un tal sviluppo che non ha neppure più bisogno del lavoro per valorizzarsi. È l’attuale <em>Weltgeist</em> del capitalismo. Ci vorrebbe forse un nuovo “spirito del capitalismo” o qualcosa di meglio del capitalismo. Ma non vedo all’orizzonte nuovi Marx. Forse basterebbe anche un Hilferding, Ministro socialdemocratico delle Finanze nella Repubblica di Weimar, autore, all’inizio del secolo scorso, di un mirabile<em> Das Finanzkapital </em>(1910). Ma noi abbiamo soltanto un branco di idioti che brancolano nel buio: i ministri finanziari europei. Prenderli tutti (compreso il nostro, e non ci venga a dire che lui, la sindrome greca, l’aveva prevista) e metterli su un treno italiano (di quelli, insomma, che non sai mai se e quando arrivano) per la Siberia e lasciarli crepare – ammesso che ci arrivino – in qualche gulag ristrutturato. Niente di tutto questo: i ministri si riuniscono in qualche casino di Bruxelles e tra un viagra e l’altro elaborano una nuova strategia che sarà “durissima” (e ti credo, a suon di pasticche di quel genere…). Insomma, con il patto di stabilità di Maastricht si era ancora fatto uso della vaselina, ma domani l’inculata sarà paragonabile a quella violenta e senza pietà di Dolmancé nei confronti di Madame de Mistival. Ma cosa c’entra il Marchese De Sade, si tratta in fondo di salvare l’Euro! Ecco, proprio qui sta il <em>busillis</em><strong>.</strong> Ci avessero chiesto di versare lacrime e sangue per i valori cristiani dell’Occidente, per la difesa della patria o dell’ambiente o persino per il comunismo (qualche nostalgico, ancora oggi, si trova sempre), insomma, se ci avessero fatto almeno balenare qualche ideale per cui valesse la pena di lottare, i sacrifici saremmo anche stati disposti a farli. Ma qui dobbiamo immolarci sull’altare dell’Euro. “E no, Signori” &#8211; risponderebbe lo speculatore &#8211; “chiedete troppo e offrite troppo poco. Non ci sto”. Certo, mi si potrebbe replicare che i sacrifici non sono per una moneta, ma per alcuni Stati che stanno rischiando il <em>default</em>. Non è bastato socializzare le perdite delle banche, di cui siamo pagando ancora il conto, che già ce ne presentano un altro, ancora più salato: il debito di alcuni Stati dell’Unione poco virtuosi sarà ripartito fra tutti i cittadini europei. Questa è sembrata la cosa più ovvia: per i nostri Ministri non ci sono alternative. Già lo si è fatto per le Banche, ora lo faremo per gli Stati. Ma è veramente così naturale questa soluzione? Immaginate che d’improvviso qualcuno ci bussi alla porta di casa e ci faccia il seguente ragionamento: “Scusa se ti disturbo, ma sono nelle canne. Ho voluto vivere al di sopra delle mie possibilità, ma ora sono nella merda fino al collo. Potresti pagarmi tutti i debiti che ho accumulato nel corso degli anni?”. Io non so voi cosa fareste. Per parte mia gli rifilerei un calcio nel sedere. Fosse un familiare, un parente, un amico o persino il mio vicino di casa, agirei diversamente, ma non mi si può chiedere di essere solidale nei verso dei completi estranei. Ebbene, è questa cosa del tutto innaturale che oggi ci viene richiesta come la cosa più normale di questo mondo. Ne va dell’Europa, ne va dell’Euro … Prima di tutto ne va di me e di chi mi sta vicino, poi di quelli a cui vorrei stare vicino. Ma allora, qual è l’alternativa? Frammentare l’Euro, frammentare l’Europa, e, perché no, frammentare l’Italia. L’unico principio attraverso il quale possiamo stringere legami, infatti, non può che essere, una volta detronizzati gli Stati Nazionali, che quello delle Piccole Patrie, fondate su quella che potrà essere una nuova massima di diritto naturale: “<em>stare con chi si vuole, stare con chi ci vuole</em>”. Ma di questa Europa evanescente e della sua moneta, ormai, ne abbiamo piena (<em>aihmè</em>! vuote …) le tasche.</p>
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		<title>Una commissione per decidere se staccare la spina &#8211; di P. Becchi.</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 16:30:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Becchi; Becchi; coscienza; politico; costituzione testamento biologico; Il Secolo XIX; DIGITA; filosofia;]]></category>

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		<description><![CDATA[Da Il Secolo XIX, 2 dicembre 2009: Rispetto alla decisione presa dal legislatore nel disegno di legge governativo, attualmente in discussione alla Camera, intorno alla vexata quaestio della possibilità o meno di considerare oggetto di dichiarazione anticipata l’idratazione e la nutrizione, sono possibili due generi di considerazioni critiche. Le prime, per così dire, sono interne [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2009/12/PaoloBecchi-1.jpg"><img class="size-full wp-image-478 aligncenter" title="PaoloBecchi proposta" src="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2009/12/PaoloBecchi-1.jpg" alt="PaoloBecchi proposta" width="474" height="184" /></a></p>
<p><strong>Da Il Secolo XIX, 2 dicembre 2009:</strong></p>
<p>Rispetto alla decisione presa dal legislatore nel disegno di legge governativo, attualmente in discussione alla Camera, intorno alla <em>vexata quaestio</em> della possibilità o meno di considerare oggetto di dichiarazione anticipata l’idratazione e la nutrizione, sono possibili due generi di considerazioni critiche. Le prime, per così dire, sono interne al disegno di legge,nel senso che potrebbero essere recepite senza mettere in discussione in linea di principio il divieto introdotto; le seconde sono esterne, nel senso che pongono radicalmente in discussione l’opzione del legislatore. Riguardo alle prime vorrei formulare una proposta che non stravolge il disegno di legge già approvato dal Senato, ma lo integra. Sono ben consapevole del fatto che si possono avanzare critiche ben più radicali, ma di questo mi occuperò eventualmente in un’altra occasione. Anche ammesso che l’idratazione e la nutrizione artificiali di un paziente in stato vegetativo permanente non siano di per sé una forma di accanimento terapeutico(come invece sostengono coloro che richiedono la loro sospensione), si dovrà pur riconoscere che la prosecuzione del trattamento di sostegno vitale a un certo punto possa effettivamente realizzare l’ipotesi dell’accanimento terapeutico, con la conseguenza che, a quel punto, esso dovrebbe essere sospeso. Quando il paziente in stato vegetativo si trova in condizione di morte prevista come imminente, o comunque risulta che l’organismo stesso ormai non è più in grado di assimilare le sostanze nutritive fornite, ha umanamente un senso continuare a idratarlo e nutrirlo? A me pare proprio di no. La soluzione scelta dal legislatore di un divieto assoluto e incondizionato è una soluzione troppo semplice per un problema maledettamente complesso. Essa presenta, inoltre, un evidente profilo di incostituzionalità rispetto al principio di uguaglianza di cui all’articolo 3 della Costituzione. Il disegno di legge in discussione,infatti,garantisce ai pazienti terminali l’astensione da “trattamenti straordinari, non proporzionati, non efficaci” (articolo 1 lettera b) e, poiché si parla genericamente di trattamenti, tra questi potrebbero essere anche inclusi quelli di sostegno vitale. Vietando in modo categorico la sospensione del trattamento di sostegno vitale per i pazienti in stato vegetativo si verrebbe quindi a configurare una palese disparità di trattamento, considerato che per questi ultimi, a differenza degli altri pazienti terminali, dovranno comunque essere idratati e nutriti artificialmente sino al sopraggiungere dell’arresto cardiocircolatorio. Senza mutare l’orientamento di fondo del disegno di legge attualmente in discussione, si potrebbe semplicemente migliorarlo con l’aggiunta di un comma ulteriore che preveda una eccezione, la quale potrebbe essere formulata nei termini seguenti: “<em>Il trattamento di sostegno vitale va sospeso quando la sua prosecuzione si configura, sulla base del parere di una Commissione costituita ad hoc composta da un bioetico, un neurologo e un anestesista rianimatore, sentiti il medico curante e il medico specialista della patologia, come una forma di trattamento sproporzionato e inefficace</em>”.</p>
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		<title>Quando si combattono i tribunali, non bisogna farli lavorare.</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 20:41:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[processo; processo breve; estinzione; reati; lunga durata; CEDU; proscritti; pm; tribunali; tempi; irragionevole; Pinto; Quagliarello; Gasparri]]></category>

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		<description><![CDATA[da:  http://eccelapsus.com/ La cosiddetta legge sui processi brevi è, oggi, in attesa di “aggiustamenti tecnici” da parte delle commissioni interne alla maggioranza. Ciò che, tuttavia, dovrebbe essere chiaro al governo, prima di ogni questione tecnica, è la ragione politica dell’intervento. Mi riferisco, nella specie, al disposto dell’art. 2 del progetto di legge, sull’estinzione dei processi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" src="http://www.canicattiweb.com/wp-content/uploads/2009/10/tribunale.jpg" alt="" width="300" height="201" />da:  <a href="http://eccelapsus.com/" rel="nofollow" >http://eccelapsus.com/</a></p>
<p>La cosiddetta legge sui processi brevi è, oggi, in attesa di “aggiustamenti tecnici” da parte delle commissioni interne alla maggioranza. Ciò che, tuttavia, dovrebbe essere chiaro al governo, prima di ogni questione tecnica, è la <em>ragione</em> politica dell’intervento. Mi riferisco, nella specie, al disposto dell’art. 2 del progetto di legge, sull’estinzione dei processi penali.</p>
<p>Per ragioni sistematiche e di completezza, ritengo, tuttavia di dover spendere qualche breve osservazione anche sulla prima disposizione. L’art. 1 disciplina la tutela risarcitoria da accordare alla parte – vincitrice o soccombente &#8211; di un processo protrattosi oltre i limiti temporali stabiliti dalla norma. A dispetto delle intenzioni dichiarate dal legislatore, non credo che tale innovazione possa costituire, tecnicamente, un freno, se non un po’ bislacco e meramente lenitivo, alle condanne della Corte Europea dei diritti dell’uomo all’Italia per la violazione della ragionevole durata del processo.</p>
<p>Si potrebbe sostenere che, con l’intervenuta normativa, i rischi di condanne pecuniarie a carico dello Stato siano effettivamente diminuiti, garantendo l’art. 1 una procedura interna di efficace riparazione. Senonchè, ciò non impedirà alla CEDU la possibilità di continuare a pronunciare sentenze  quantomeno dichiarative della violazione della Convenzione da parte dell’Italia, in quanto, secondo la consolidata giurisprudenza della Corte Europea, il versamento di un’indennità a seguito del riconoscimento di violazioni della Convenzione da parte degli Stati non è in sé sufficiente a far venir meno in capo al ricorrente lo status di “<em>vittima</em>” previsto dall’art. 34 CEDU (cfr. <em>Delle Cave c. Italia</em> 5 Giugno 2007; <em>Spadaro c. Italia</em> 20 Settembre 2007; <em>Cocchiarella c. Italia</em>, 29 Marzo 2006).</p>
<p>Tale possibilità non è scongiurata dalla tutela meramente risarcitoria, la quale, va da sé, è sempre rimedio <em>ex post</em>, ma non è sempre efficace nella sua funzione “preventiva”, specie quando, come nel caso, non vi è coincidenza tra i possibili soggetti autori della violazione (il giudice, gli avvocati, gli ausiliari del giudice, le parti, i testimoni, etc.) e il soggetto chiamato a rispondere del danno (lo Stato).</p>
<p>Si dovrà, inoltre, verificare l’effettiva “tenuta” della nostra giurisprudenza, in presenza di un progetto di legge che continua, in relazione al <em>quantum</em>, a rinviare ai parametri applicati dal giudice nazionale. Certamente, l’introduzione della presunzione legale di cui all’<em>art. 3-ter </em>della cd. legge Pinto sembra, quantomeno, in grado di risolvere il contrasto sorto nella giurisprudenza di legittimità in ordine alla frazionabilità della domanda (cfr. Cass., Sez. I, 10 Novembre 2008 n. 26906; Cass., sez. I,  11 Settembre 2008 n. 26991). Ma resta irrisolto il problema della non perfetta coincidenza tra i criteri per la determinazione del danno applicati dalla CEDU e quelli accolti dai giudici nazionali (da ultimo, Cass., sez. III, 11 Marzo 2009, n. 5892, ha ribadito soltanto che “<em>i criteri di determinazione del quantum della riparazione applicati dalla Corte europea non possono essere ignorati dal giudice nazionale”</em>). A tal proposito, il progetto di legge non elimina uno dei motivi principali di contrasto tra i criteri adottati dai diversi giudici, nazionale ed europeo, che va individuato nella disposizione – rimasta intatta &#8211; di cui al <em>terzo comma, lettera a) dell&#8217;art. 2</em> della legge n. 89 del 2001, ai sensi del quale è influente<em> solo il danno riferibile al periodo eccedente il termine ragionevole</em>. La giurisprudenza italiana ha interpretato tale disposizione concludendo che, mentre per la CEDU l&#8217;importo assunto a base del computo in riferimento ad un anno va moltiplicato per ogni anno di durata del procedimento (e non per ogni anno di ritardo), per il giudice nazionale è vincolante l’articolo citato, non incidendo questa diversità di calcolo sulla complessiva attitudine della citata legge n. 89 del 2001 ad assicurare l&#8217;obiettivo di un serio ristoro per la lesione del diritto alla ragionevole durata del processo (Cass. 5892/2009; Cass. n. 11566 del 2008; n. 1354 del 2008; n. 23844 del 2007). In tal senso, la razionalizzazione delle procedure di equo indennizzo previste nella legge 24 marzo 2001 n.89 (cd. legge Pinto) potrebbe, in definitiva, non essere risolutiva dei contrasti esistenti tra la Corte Europea e il giudice italiano. Personalmente, non nutro particolare rispetto né interesse per le Corti Internazionali, ma non posso evitare di sottolineare come il progetto di legge non faccia che, implicitamente, prendere atto, senza risolvere, il difficile coordinamento delle disposizioni CEDU e nazionali entro il sistema delle fonti (non avendo le sentenze gemelle della Corte Costituzionale n. 348 e n. 349 del 2007 comportato, in tal senso, alcun significativo contributo).</p>
<p>Ma, poiché ciò di cui chiedo ragione è un problema politico, è bene passare all’art. 2 del progetto, il quale prevede &#8211; per una certa classe di reati (all’interno dei quali, tuttavia, sono previste alcune deroghe ed eccezioni) – l’estinzione del processo nel caso in cui la sua durata si prolunghi oltre un determinato termine fissato dalla legge (il quale, a sua volta, conosce diverse ipotesi di sospensione). È evidente che questo progettato articolo 346-bis c.p.p. (<em>non doversi procedere per estinzione del processo</em>) combini la dichiarata “sensibilità giuridica” per l’accelerazione, la brevità e la rapidità del processo penale a qualche solito sassolino che, periodicamente, il governo lascia sulla strada, incerto sulla possibilità di ritrovar casa da solo, qualora il suo Capo lo abbandonasse nel bosco.</p>
<p>Ovviamente, questo non fa di Gasparri e Quagliarello gli scrittori di un “romanzo criminale”, come ha sostenuto l’Italia dei Valori, né rende costituzionalmente sospetto il progetto di legge. Il lettore di oggi dovrebbe avere ormai chiaro che la <em>giustizia</em> è divenuta, negli ultimi venti anni, uno degli assi portanti della sorda guerra civile combattuta tra i resti di una costituzione priva dal 1989 di <em>legittimità</em>. Da un lato, infatti, una fazione di “illuminati” pensa che la legittimità del potere politico debba passare per la sua moralità o, meglio, per il giudizio morale della società civile. Per essi, pertanto, il potere politico è legittimo soltanto se in ogni momento i tribunali – dove il diritto e la morale si identificano – possono giudicarlo. Dall’altro lato, non si sa chi vi sia. Probabilmente, pochi ribelli nascosti. Per questi ultimi, il potere politico è legittimo soltanto in quanto in grado di dare protezione e ordine rispetto alla violenza presente nella società civile (poiché, contrariamente a quello che pensa la fazione opposta, gli uomini non sono angeli). Tale ordine, secondo i ribelli, esiste soltanto laddove riesca a garantirsi uno spazio di manovra libero dal controllo della società: la “giurisdizionalizzazione della politica”, in questo senso, non costituisce che l’ultimo atto di distruzione di quella possibilità di frenare il caos.</p>
<p>Non mi interessa approfondire oltre questo discorso, né descrivere con più precisione queste due fazioni né, tantomeno, schierarmi a favore di una delle parti in causa. Per semplice interesse scientifico, non posso che sottolineare, tuttavia, l’ennesimo errore tattico della Destra italiana. Voci di corridoio, infatti, sostengono che il governo attualmente in carica abbia scelto la via della lotta aperta su più fronti contro la fazione degli “illuminati”. Se così è (ma solo se vi pare), e se è vero che il governo ritiene, a torto o a ragione, che il punto di forza di questi “illuminati” sia il potere dei giudici, qualcosa non mi torna nel conto. Perché, infatti,  rendere più efficiente il loro strumento di potere? Perché, in altri termini, farlo funzionare, laddove non funziona?</p>
<p>Il disegno di legge presenta certamente alcune imperfezioni tecniche, ma la sua attuazione potrebbe davvero favorire la rapidità del processo civile e penale.</p>
<p>Il vero meccanismo virtuoso riguarda, in realtà, il processo penale. L’estinzione del processo per violazione dei termini di ragionevole durata, innova profondamente, a livello sistematico, il diritto penale: è causa speciale di estinzione della punibilità astratta, la cui portata dovrà essere studiata con attenzione nel suo inquadramento e nella sua applicazione (in che relazione sta, ad esempio, con gli artt. 106 e 170 c.p.? Come si coordina questa nuova causa con il principio del <em>favor rei</em> nell’ipotesi di concorso di più cause estintive?). Qui i giudici si sentiranno, di certo, ancor più “stuzzicati”. Ma non è tanto questo, in fondo, il punto.</p>
<p>Piuttosto, si deve tener conto che, mentre nel processo civile interessata ad una accelerazione dei tempi, solitamente è, a fianco del giudice, anche almeno una delle parti (e, perciò, il suo difensore), nel processo penale il ticchettio inquieto dell’orologio processuale e della nuova causa estintiva, almeno nella maggior parte dei casi, non preoccuperà che il pubblico ministero ed il giudice, mentre l’imputato avrà tutto l’interesse a dilatare e protrarre la durata del processo.</p>
<p>Non credo, in tal senso, che i tribunali lasceranno passare il tempo, senza fare alcunché. Più probabile, è che si incominci, anche qui, a picchiare sui tempi e sui poteri d’ufficio del giudice, con tre conseguenze: l’accelerazione e la rapidità del processo, la sua efficienza, la riduzione dello spazio di manovra per la difesa dell’imputato. Più efficienza e più severità, a mio avviso. Anzitutto, le indagini preliminari verranno dilatate il più possibile, non rientrando la loro durata nel calcolo del tempo per l’estinzione. Paradossale, tutto questo, considerato che l’arco temporale che trascorre tra l’inizio di un’indagine e il tempo in cui essa approda in Tribunale risulta essere il più lungo tra le fasi processuali (circa 2,8 anni). Ed ancora: se il processo penale viene ridisegnato stringendo il nodo dei tempi dibattimentali, l’effetto potrebbe essere quello di assistere ad un ritorno dei profili inquisitori, attraverso un’inversione giurisprudenziale in materia di atti irripetibili ex art. 431 lett. b) c.p.p. e la dilatazione delle possibilità di deroga al principio del contraddittorio e dell’immediatezza attraverso la lettura degli atti predibattimentali ex artt. 512 c.p.p.: non è escluso, infatti, che, restando l’indagine preliminare, con al centro il pubblico ministero, l’unico spazio procedimentale non frustrato dalla spada di Damocle della rapidità, il principio di non dispersione della prova possa ritornare a giocare un importante ruolo di temperamento dell’oralità e del contraddittorio, con conseguente riposizionamento della giurisprudenza alle posizioni ante 1999 (riforma dell’art. 111 Cost.). In breve, la necessità di accelerare i tempi del dibattimento potrebbe spingere nella direzione di rendere il più “<em>documentale</em>” possibile il processo penale, riducendo la fase <em>testimoniale</em> allo stretto indispensabile: i giudici potrebbero, infatti &#8211; e non a torto – scegliere un processo più rapido ma, necessariamente, più severo, inquisitorio e meno garantista, per scongiurare una nuova e costante minaccia di estinzione pendente sulla giustizia.</p>
<p>A mio avviso, l’esigenza di rapidità non potrà che essere risolta, nella prassi, attraverso la severità (e, con ciò, mi riferisco al processo sia civile che penale). È illusorio, infatti, pensare che l’ ottemperanza al nuovo orologio legislativo possa concretizzarsi in una maggior attenzione per i tempi morti tra i rinvii d’udienza (per il processo penale, in media 140 giorni): i rinvii, infatti, per larga parte dipendono dal carico del ruolo, dagli impedimenti legittimi dei soggetti processuali, dall’ irregolarità nelle notifiche, dall’ indisponibilità delle aule, dalla mancanza dei fascicoli, etc. Si tratta, pertanto, di carenze organizzative &#8211; alcune strutturali, altre legate alla lentezza propria di ogni apparato burocratico -, le quali, con tutta probabilità, resteranno tali e che non possono in alcun modo essere “riparate” da una semplice nuova causa di estinzione (considerato che le richieste dei difensori sono spesso alla base di questi rinvii, e, per essi, l’estinzione non rappresenta che un vantaggio, con possibilità, pertanto, di un ulteriore incremento dei rinvii, anziché di una loro diminuzione).</p>
<p>Specie nel processo penale, pertanto, la reazione per un prevedibile ed ulteriore incremento dei processi paralizzati dall’estinzione del reato (che, oggi, arriva al 14%), non potrebbe che essere quella di rendere efficientissimo e severo non tanto la macchina burocratica, quanto il lavoro inquisitorio della polizia giudiziaria e dei pubblici ministeri, nonché quello del giudice dibattimentale in relazione all’intimazione dei testimoni – rispetto alla quale si verificano, oggi, numerosissimi rinvii per irregolarità nell’intimazione -. Non dispersione della prova e rigidità nel controllo dell’istruttoria dibattimentale potrebbero, pertanto, imporsi come gli unici rimedi che la giustizia penale è in grado di opporre al fenomeno estintivo.            La conseguenza, a mio avviso, è quella già indicata: drastica riduzione dei tempi processuali – e, pertanto efficienza -, ottenuta non attraverso una riorganizzazione del lavoro degli uffici, ma la riproposizione di tratti tipici del modello inquisitorio.</p>
<p>Questo discorso vale, in parte, anche per il processo civile. Non è, infatti, da escludersi che l’articolo 1 porti nuova acqua al mulino della recente riforma (L. 18 Giugno 2009, n. 69). Anche qui, tuttavia, lentezza e inefficienza non verranno certo risolte dalla risistemazione del carico di lavoro. Piuttosto, si potrebbe verificare qualcosa di analogo rispetto a quanto prospettato per il processo penale: un utilizzo con la frusta dei  meccanismi decadenziali e la progressiva esautorazione della fase orale. Una effettiva riduzione dei tempi processuali potrebbe essere raggiunta soprattutto attraverso il ricorso alla conciliazione (con il nuovo meccanismo di cui all’art. 91 c.p.c.), alla non contestazione dei fatti (art. 115 c.p.c.), all’istruttoria sommaria di cui al nuovo procedimento ex art. 702 bis ss. c.p.c.</p>
<p>C’è, ovviamente, la possibilità che tutto resti come prima. Capricci all’italiana, nulla più, mi scriveva un lettore attento, che mi rimproverava di vedere sempre il pericolo, anche dove non c’è. Ma, poiché si sta tentando di valutare la portata di un progetto di legge, non si possono, a mio avviso, trascurare tutti i possibili esiti, anche quelli meno prevedibili o in contrasto con la occulta inerzia del nostro sistema giuridico. Io non prevedo nulla di preciso: semplicemente, dico che, se &#8211; e solo se – i giudici decidessero una reazione in una certa direzione, questa legge rischierebbe di incentivarli, ed offrire loro un ulteriore argomento per utilizzare in un certo modo strumenti processuali e tecnici (di per sé, pertanto, neutri) già a disposizione.</p>
<p>Tra le possibili conseguenze, pertanto, non può escludersi, in linea di principio, il rovesciamento della semplice finalità risarcitoria delle disposizioni del progetto di legge in un effetto acceleratorio e, come scrive la relazione di accompagnamento, “<em>virtuoso</em>”. Ma virtuoso nel senso indicato: <em><span style="text-decoration: underline;">continuo collasso della burocrazia (ossia della giustizia in quanto amministrazione dello Stato), e aumento, invece, dell’efficienza, della rapidità e della libertà dei singoli giudici</span></em>. Infatti, se nessun elemento ci può indurre a ritenere che l’apparato giudiziario, in quanto insieme di uffici, gerarchicamente organizzati secondo i principi di legalità e continuità, potrebbe ricevere un qualche miglioramento in termini di efficienza da questo progetto di legge (in quanto nulla si prevede in relazione a costi, carico di lavoro, ripartizione delle competenze, etc.), diversa è, invece, la previsione circa le possibili reazioni che i singoli giudici potranno predisporre per affrontare il fantasma di un nuovo incremento dei casi di estinzione dei processi. Provocare la giurisprudenza è pericoloso, se non si sa bene come combatterla.</p>
<p>Io credo semplicemente che, <em>rebus sic stantibus</em>, i giudici abbiano a disposizione strumenti adeguati per ottemperare alle previsioni legislative, ossia per scongiurare il verificarsi dell’estinzione per eccessiva durata del processo. Ma, contrariamente a quanto pensa, probabilmente, il legislatore, tali strumenti non hanno nulla a che vedere con l’organizzazione del lavoro giudiziario (che resterà al suo stato di collasso), bensì con l’indurimento nell’interpretazione e nell’applicazione di una serie di disposizioni processuali, di cui alcune ho già indicato. Se il piano si inclinerà realmente verso una “giustizia di cadì” o una “<em>giurisdizione carismatica</em>”, non posso dirlo.</p>
<p>Desidero, piuttosto, arrivare al punto politico. È certo possibile, e non lo escludo, che le accuse che sono state mosse alla Destra siano infondate. È, tuttavia, altrettanto possibile che la Destra abbia soltanto e ancora sbagliato il tiro. Ricordo un passo dei <em>Proscritti</em> di Ernst von Salomon, dove viene indicato bene il punto che ho, sino qui, sottinteso, e che si può riassumere con una regola tecnica fondamentale: <em>quando si combattono i tribunali, non bisogna farli lavorare</em>.</p>
<p>I Tribunali si chiudono, se li si combatte. Si rende impossibile la vita dei giudici, attraverso un degrado del loro potere di direzione e controllo: si sottraggono i fascicoli, si dà la possibilità alle parti di porre in essere ogni attività meramente dilatoria, si allentano le sanzioni, si moltiplicano i requisiti di forma costringendo a continue rinnovazioni di atti, notifiche, intimazioni per semplici irregolarità, si rafforzano i poteri processuali degli avvocati, si prevedono continui obblighi di rinvio e sospensione, si aumenta la litigiosità fine a se stessa. Di certo, non si provocano i singoli giudici all’efficienza, perché diventeranno efficienti.</p>
<p>A mio avviso, questo governo non sta affatto combattendo quella latente e democratica guerra civile che ricordavo. Il governo è, anzi, del tutto inconsapevole della guerra in atto. È rimasto, da un lato, a lasciare i sassolini sulla strada del suo Capo (il quale è il più inconsapevole di tutti) e, dall’altro, ad ostinarsi nel lavoro più pernicioso a cui, in tempi di lotta, ci si possa dedicare: quello delle riforme “ammodernatrici” del Paese.</p>
<p>Antico vizio “liberale”, quello di tornare indietro a stendere il bucato mentre la casa brucia, dopo che gli si è dato fuoco per intascare il premio dall’assicurazione.</p>
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		<title>Ignazio Marino e le aporie della morte nell’età della tecnica.</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2009 16:03:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Becchi; Ignazio Marino; etica; bioetica; biopolitica; morte cerebrale; Jonas; Singer; Harvard; espianti; trapianto di organi; morte]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://images.alice.it/sg/lavoro/upload/ign/ignazio_marino_v0.jpg" alt="" /></p>
<p style="text-align: center;">Ignazio Marino interviene nuovamente sui temi della bioetica, stavolta dai lavori del Festival della Salute di Viareggio, radicalizzando la propria posizione biopolitica a fondamento della sua candidatura: inizio vita, testamento biologico e, adesso, morte cerebrale. Si tratta, con tutta evidenza, di serrare le fila di uno schieramento laicista e progressista che, all’interno del PD, non è ancora riuscito a sfondare. Per Marino, «i criteri attualmente in uso per stabilire la morte cerebrale sono troppo rigidi». Alla cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello, si dovrebbe sostituire una valutazione più elastica, una «apertura mentale» in grado di tener conto dei molti aspetti clinici, legali e sociali della morte cerebrale, concetto, quest’ultimo, che evolve sempre «in relazione alle differenze culturali e religiose».</p>
<p>Insomma, i criteri non sono sicuri. Non solo i nostri: non sono sicuri i criteri che, definiti nel 1968 dall’Harvard Medical School (Report of the Ad Hoc Committee of the Harvard Medical School to Examine the Definition of Brain Death, <em>A Definition of Irreversible Coma</em>,  “JAMA”, 205, 6, 1968, pp. 337-340), avevano, oltre quarant’anni fa, sostituito il tradizionale parametro dell’arresto cardiocircolatorio, con quello della morte cerebrale: da allora, lo stato di coma irreversibile dovrebbe considerarsi equivalente alla morte dell’individuo.</p>
<p>Ma Marino va oltre: se nessun criterio è sicuro, ciò non significa che non vadano incentivati i trapianti. Anzi, tutto il contrario. Insomma: è vero, la donazione dell’organo non si può dire avvenga da un cadavere, ma da una persona morente ma, comunque, viva, cui l’espianto porta la morte definitiva. La china del discorso è scivolosa, come si intuisce facilmente. Alessandro Nanni Costa, direttore del Cet, si trova costretto a rispondere: l’irreversibilità, in realtà, esiste ed è determinabile. Un criterio, dunque, lo avremmo. I quotidiani nazionali, dando la notizia, cercano – senza grandi risultati – di capire di cosa si stia, in realtà discutendo: il Corriere della Sera, nel dubbio, chiude il suo pezzo ricordando l’articolo della Scaraffia per l’ Osservatore Romano.</p>
<p>A questo punto, non si può che mettere ordine nel consueto capriccio dei giornali che svolazzano. Il buon lettore deve sapere leggere “tra le righe”, trovare il nome che manca e ripartire da questo. Cosa c’era dietro l’intervento – “un po’ a sorpresa” (come lo definiì La Repubblica, il 3 settembre 2008) &#8211;  della Scaraffia che, un anno fa –, scosse l’opinione pubblica sul caso Eluana?     Personalmente, ritengo non vi fosse che la strutturale aporia della tecnica in ordine all’individuazione dei suoi scopi e, in ultima istanza, della sua stessa fondazione. La “crisi” dei criteri di Harvard non era, in fondo, che la crisi di un approccio al problema della morte e del trapianto fondato sulla semplice possibilità data dal processo tecnologico, sulla mera capacità scientifica. In altri termini, l’insufficienza di fondare una valutazione intorno alla morte della persona su parametri esclusivamente medico-scientifici, e non etico-giuridici.</p>
<p>Dietro questa lezione – è questo il legger “tra le righe” -, un libro del professor Paolo Becchi, <em>Morte cerebrale e trapianto di organi</em> (Morcelliana, Brescia, 2008), che ha avuto il merito di dar conto al lettore italiano di un dibattito filosofico sempre più intricato, nonché di formulare ipotesi e proposte interessanti come via d’uscita dal vizio di autoreferenzialità in cui rischiava di incorrere la scienza medica.</p>
<p>Proprio Becchi, oggi, fa notare le contraddizioni dei nostri protagonisti: Marino, un anno fa, dalle pagine di Repubblica scriveva che riaprire il discorso sulla morte cerebrale sarebbe stato un atto irresponsabile (I. Marino, “Un atto irresponsabile”, in La Repubblica, 3 settembre 2008, p. 1); Nanni Costa, prima di ieri, non aveva mai osato sostenere che il morto cerebrale fosse <em>veramente</em> morto. Contraddizioni sospette. E che, soprattutto, evitano accuratamente, nel passaggio dalla bioetica alla biopolitica, di fare realmente i conti con il dibattito in corso e, soprattutto, con le sue aporie teoriche.</p>
<p>Ma Becchi, in questi giorni, non è stato ascoltato. Nonostante – o, forse, proprio a causa – dei suoi tanti studi sul tema. Ed è a partire da questi studi che, ad avviso di chi scrive, si dovrebbe impostare nuovamente, ad un livello più impegnativo e meditato, il problema della ridefinizione dei criteri elaborati ad Harvard.</p>
<p>Hans Jonas, in un saggio scritto immediatamente dopo la pubblicazione del documento di Harvard<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/bozza%20becchi.doc#_edn1" rel="nofollow" ><sup><sup>[i]</sup></sup></a>, fu il primo a prendere posizione contro la definizione di morte cerebrale. Inascoltato, in realtà. Ma, oggi, la situazione è cambiata: negli ultimi anni, molti autori – anche di scuole filosofiche spesso opposte (ad esempio, con riferimento a Jonas, si pensi a Peter Singer<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/bozza%20becchi.doc#_edn2" rel="nofollow" ><sup><sup>[ii]</sup></sup></a>) – hanno insistito nella necessità di rivedere e superare il criterio harvardiano.</p>
<p>Così Ralf Stoecker, la cui proposta va in direzione della fondazione di un’etica per il trapianto d’organi<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/bozza%20becchi.doc#_edn3" rel="nofollow" ><sup><sup>[iii]</sup></sup></a>; così Josef Seifert, per il quale una definizione di morte basata su criteri neurologici costituirebbe un errore tanto filosofico quanto scientifico<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/bozza%20becchi.doc#_edn4" rel="nofollow" ><sup><sup>[iv]</sup></sup></a>. Come sottolinea Becchi, in tutti i critici dei criteri di Harvard si ritrova la consapevolezza del fatto che <span style="text-decoration: underline;">individui cerebralmente morti non siano ancora, in realtà, cadaveri.</span> Ma non solo: è la stessa scienza medica a far emergere pericolose crepe nella definizione di Harvard: «La morte cerebrale totale non riesce a dimostrare ciò che invece vorrebbe provare, vale a dire l’assenza irreversibile di <em>tutte </em>le funzioni dell’encefalo. Su questa conclusione oggi vi è in ambito scientifico ampia convergenza, più di quanto venga pubblicamente ammesso, anche da parte di coloro che comunque continuano a sostenere la necessità di mantenere una definizione di morte basata su criteri neurologici»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/bozza%20becchi.doc#_edn5" rel="nofollow" >[v]</a>.</p>
<p>Diventa, pertanto, evidente, come l’espianto, a questo punto, avvenga da un donatore che, a rigore, è vivo e non morto. Becchi ha ricordato, nei suoi lavori, le più recenti scoperte neurologiche in questo ambito. Così i lavori di Robert Truog e James Fackler<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/bozza%20becchi.doc#_edn6" rel="nofollow" ><sup><sup>[vi]</sup></sup></a>, due medici statunitensi, i quali hanno dimostrato che gli attuali criteri per accertare la morte cerebrale consentono, in realtà, soltanto di provare la “morte corticale”: a seguito di danni irrimediabili alla corteggia cerebrale, i pazienti cadono nel cosiddetto “stato vegetativo persistente” (privi di coscienza, respirano autonomamente e presentano tutte le funzioni del sistema neurovegetativo, ma non sono in alcun modo in grado di interagire con il mondo circostante e devono essere nutriti artificialmente):</p>
<p>«Truog e Fackler hanno sottolineato che tali soggetti non sono morti secondo i criteri cardio-respiratori né secondo quelli neurologici della morte cerebrale totale, che per definizione equivale alla cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo; tuttavia è chiaro che essi non sono neppure vivi nel senso pieno del termine: tali pazienti non hanno alcuna possibilità di riprendersi da questa condizione vegetativa, ma possono “vivere” per anni se si garantisce loro la minima assistenza infermieristica e medica. Non sono <em>biologicamente </em>morti ma neppure <em>biograficamente </em>vivi per riprendere una nota distinzione elaborata da James Rachels»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/bozza%20becchi.doc#_edn7" rel="nofollow" >[vii]</a>.</p>
<p>Al di là delle conclusioni e delle proposte cui pervengono Truog e Fackler – delle quali, peraltro, Truog giungerà, negli anni, ad una parziale ripensamento -, è necessario evidenziare come, ad oggi, resti scientificamente impossibile diagnosticare in modo definitivo l’irreversibilità dello stato vegetativo persistente. Ma, ancora più importante, come Becchi evidenzia:</p>
<p>«(…) nonostante siano passati alcuni decenni dall’introduzione della nozione di morte cerebrale, la stragrande maggioranza degli esseri umani continua a percepire la cessazione del battito cardiaco e della respirazione come il segno incontrovertibile della fine della vita, mentre ritiene controintuitivo considerare morti pazienti che ancora respirano. Le incoerenze teoriche generate dalla nozione di morte cerebrale e le difficoltà pratiche originate da quella di morte corticale hanno come risultato il ritorno ai tradizionali criteri cardiopolmonari: ad essi Truog propone nuovamente di fare affidamento per la dichiarazione di morte di ciascun essere umano»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/bozza%20becchi.doc#_edn8" rel="nofollow" >[viii]</a></p>
<p>Interesse riveste, in questo senso, la posizione di Alan Shewmon, neurologo pediatrico che ha proposto di definire la morte come risultato del disfacimento non di un solo organo, per quanto importante &#8211; ovvero il cervello &#8211; ma di più sistemi organici fino ad un “<span style="text-decoration: underline;">punto di non ritorno</span>”: si muore non quando muore il solo cervello, ma quando, si verificano disfunzioni anche negli altri sistemi organici, fino alla perdita irreversibile dell’unità integrativa dell’organismo.</p>
<p>Ma, al di là dei risultati e delle proposte ricordate, il grande errore si è rivelato, come indica Becchi,  quello di aver voluto risolvere un problema etico con una presunta definizione scientifica: <span style="text-decoration: underline;">il problema <em>etico </em>dei trapianti non si risolve con una definizione <em>scientifica </em>della morte</span>. La sua proposta, perciò, fa leva sul riposizionamento del ruolo dell’etica entro un problema che inutilmente e ingiustificatamente ha tentato di trovare la sua soluzione nella semplice tecnica scientifica (senza tener conto, potremmo aggiungere, della strutturale incapacità di autofondarsi e autogiustificarsi di quest’ultima):</p>
<p>“Per risolvere il problema dei trapianti non abbiamo pertanto bisogno di una nuova definizione di morte (come alcuni oggi ritengono, la morte corticale), ma di criteri eticamente sostenibili. Un individuo, consapevolmente informato che con la perdita irreversibile del funzionamento del suo cervello gli è comunque impossibile un ritorno alla vita cosciente e il suo processo del morire è già cominciato, potrebbe pure decidere di sacrificarsi per gli altri: sarebbe una scelta autenticamente consapevole quella di sacrificare una parte di sé per gli altri, sapendo che in quel momento, quantunque sia ancora vivo, la sua vita sta comunque per finire ed egli può con il suo sacrificio salvare la vita di altri. (…) Si tratterebbe di una scelta di alto valore morale e richiederebbe qualcosa di più di un mero consenso informato: occorrerebbe accertare che l’informazione data sia stata anche consapevolmente recepita dal destinatario. Solo una decisione pienamente motivata e consapevole potrà eticamente giustificare che l’espianto avvenga nelle condizioni in cui di fatto oggi avviene: con il respiratore acceso e sotto anestesia e controbilanciare quel ruolo reificante in cui il soggetto si viene a trovare quando in quella condizione diventa mero oggetto di espianto”<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/bozza%20becchi.doc#_edn9" rel="nofollow" >[ix]</a>.</p>
<p>La situazione, ad avviso di chi scrive, è tanto più rischiosa in quanto, a non tener conto della radice etico-giuridica della questione, sembra essere non solo la scienza medica, ma la stessa politica. Nel momento in cui un tema bioetico passa nelle mani del “politico”, esso non può più nascondersi dietro la pretesa neutralità ed avalutatività della scienza (antico vizio di un “cattivo laicismo” è quello di pensare che l’unica possibilità per un’etica interamente secolarizzata sia quella di incamminarsi sul cammino tracciato dalla scienza e delle sue possibilità tecniche).</p>
<p>Non si può fingere che la morte non sia, prima di tutto, uno degli interrogativi <em>par excellence</em> dell’etica e del diritto. Solo successivamente, la morte è anche un mero fatto naturale, sul quale interviene la scienza. Soprattutto, non può fingerlo la politica, a patto di ridursi – presa, da un lato, dalla paura di fronte alla decisione e, dall’altro, da un distorto canovaccio liberal – ad una ben misera ancella della tecnica.</p>
<hr size="1" /><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/bozza%20becchi.doc#_ednref1" rel="nofollow" >[i]</a> Cfr. H. Jonas, <em>Morte cerebrale e banca di organi umani: sulla ridefinizione pragmatica della morte</em>, in H. Jonas, <em>Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio responsabilità</em>, a cura di P. Becchi, Torino, Einaudi, 1999<sup>2</sup>, pp. 167-184. Si segnala che è in uscita la traduzione, curata da Paolo Becchi, del saggio di <span style="text-decoration: underline;">Hans Jonas “Morire dopo Harvard”, Morcelliana, Brescia, 2009</span>.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/bozza%20becchi.doc#_ednref2" rel="nofollow" >[ii]</a> Cfr. P. Singer, <em>Morte cerebrale ed etica della sacralità della vita</em>, in “Bioetica”, 1, 2000, pp. 31-49. Per una ricostruzione dello sviluppo del pensiero di Singer su questo tema cfr. P. Becchi, <em>Un passo indietro e due avanti. </em><em>Peter Singer e i trapianti</em>, in “Bioetica”, 2, 2002, pp. 226-247.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/bozza%20becchi.doc#_ednref3" rel="nofollow" >[iii]</a> R. Stoecker, <em>Der Hirntod. Ein medizinethisches Problem und seine moralphilosophische Transformation</em>, Freiburg/München, Alber, 1999.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/bozza%20becchi.doc#_ednref4" rel="nofollow" >[iv]</a> Cfr. J. Seifert, <em>Is “Brain Death” Actually Death?</em>, in “The Monist”, 76, 2, 1993, pp. 175-202.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/bozza%20becchi.doc#_ednref5" rel="nofollow" >[v]</a> R. Barcaro &#8211; P. Becchi, <em>Morte cerebrale e trapianto di organi</em><strong>,</strong> in “Bioetica”, XII, 1, 2004, pp. 25-44. Cito da questo primo lavoro, disponibile, per il lettore, all’indirizzo <a href="http://www.personaedanno.it/cms/data/articoli/014566.aspx" rel="nofollow" >http://www.personaedanno.it/cms/data/articoli/014566.aspx</a> . Per una bibliografia dell’autore, rimando all’articolo <a href="http://moscasulcappello.com/paolo-becchi-l%E2%80%99etica-alla-prova/347/">http://moscasulcappello.com/paolo-becchi-l’etica-alla-prova/347/</a>.<strong> </strong></p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/bozza%20becchi.doc#_ednref6" rel="nofollow" >[vi]</a> Cfr. R.D. Truog, J.C. Fackler, <em>Rethinking Brain Death</em>, in “Critical Care Medicine”, 20, 12, 1992, pp. 1705-1713.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/bozza%20becchi.doc#_ednref7" rel="nofollow" >[vii]</a> R. Barcaro &#8211; P. Becchi, <em>Morte cerebrale e trapianto di organi</em><strong>, </strong>cit.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/bozza%20becchi.doc#_ednref8" rel="nofollow" >[viii]</a> <em>Ibidem</em></p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/bozza%20becchi.doc#_ednref9" rel="nofollow" >[ix]</a> <em>Ibidem</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Cronaca politica &#8211; Luci del politico (fosse anche una scelta morale) : Brunetta a Gubbio.</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Sep 2009 10:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Brunetta; Gubbio; politico; Strauss; Schmitt; amico-nemico; Sinistra; rendita; parassiti; Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[  Positivamente colpisce, e fa ben sperare, che il discorso pronunciato al seminario del PDL a Gubbio dal Ministro Renato Brunetta abbia trovato la chiave contro la giurisdizionalizzazione e moralizzazione della politica &#8211; tratto specifico dell&#8217;ideologia democratico-universalista della Sinistra italiana &#8211; nella ricomprensione del tratto specifico del &#8220;politico&#8221;: la separazione tra amici e nemici. Berlusconi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"> <img class="aligncenter" src="http://159.149.15.22/lasestina/wp-content/themes/mimbo2.2/images/2009/03/brunetta02_500.jpg" alt="" /></p>
<p>Positivamente colpisce, e fa ben sperare, che il discorso pronunciato al seminario del PDL a Gubbio dal Ministro Renato Brunetta abbia trovato la chiave contro la giurisdizionalizzazione e moralizzazione della politica &#8211; tratto specifico dell&#8217;ideologia democratico-universalista della Sinistra italiana &#8211; nella <em>ricomprensione</em> del tratto specifico del &#8220;politico&#8221;: la separazione tra amici e nemici. Berlusconi non l&#8217;ha mai capita: ha sempre distinto tra amici e nemici <em>privati</em>, dimostrando, così, lo specifico tratto neutralizzante e spoliticizzante del proprio vantato liberalismo, che, nel passaggio da &#8220;imprenditore&#8221; a &#8220;politico&#8221;, si è semplicemente posizionato nell&#8217;odio personale e privato. Egli non ha <em>hostes</em>, ma solo <em>inimici</em>. Tutto ciò si sta vedendo proprio in questi ultimi tempi estivi, in cui Berlusconi è caduto nella trappola di combattere i suoi nemici non sul piano &#8220;politico&#8221;, ma su quello &#8220;morale&#8221;. Tempestivo, Brunetta rovescia la prospettiva, e con uno splendido discorso riafferma la &#8220;sincerità verso il politico&#8221; : non abbiamo accettato la possibilità reale della lotta, sino alla morte, noi stiamo combattendo contro dei nemici pubblici. E Brunetta, con incisivo e classico espediente retorico, sfuma la strutturale opposizione (che è <em>esistenziale</em>), entro semplici categorie morali: buoni e cattivi.</p>
<p>Brunetta domanda al &#8220;<em>suo popolo</em>&#8220;, amore e obbedienza: &#8220;<em>Vedete, quando ciascuno di noi, con la sua sensibilità, parla alla sua gente, è un atto di amore e questo atto di amore è reciproco e si deve sentire&#8230; se non si sente la reciprocità non funziona, non c&#8217;è neanche la politica&#8221;</em>. E&#8217; un esordio fondamentale: il piano del &#8220;politico&#8221; è quello della relazione tra protezione e obbedienza, un piano convenzionale e fondato sulla mera forza, sulla pura violenza. Ma questo piano non è sufficiente, almeno per &#8220;<em>il popolo</em>&#8220;: il popolo deve credere alla legittimità di questo potere politico, deve percepire l&#8217;obbedienza come <em>un atto di amore</em>. E&#8217; un esordio in cui Brunetta lascia trasparire il &#8220;segreto&#8221;, la &#8220;nobile menzogna&#8221; del potere: <em>per essere restaurata, la giustizia ha bisogno della retorica</em>. Il popolo si governa con la persuasione, e solo con essa: non è possibile l&#8217;obbedienza politica senza un fondamento di sostanziale falsità. E&#8217; il criterio del politico, la separazione <em>tra due grandi comunità, gli amici e i nemici</em> (per Brunetta, &#8220;L&#8217;italia buona e l&#8217;Italia cattiva&#8221;) che costruisce il mezzo di legittimazione del potere: al suo popolo Brunetta richiede amore, richiede la coesione propria della fazione degli amici.</p>
<p>Non si confonda, pertanto, il mezzo retorico (la finzione del piano &#8220;morale&#8221; della separazione tra le due Italia) con la tensione strutturale del discorso, la quale è, invece, specificamente &#8220;politica&#8221;: ciò che è decisivo, ciò che è fondamentale, è la lotta, la contrapposizione concreta tra queste due comunità di italiani. Il politico, poi, non è un ambito autonomo, rispetto alle altre distinzioni, e pertanto può ben assumere nella sua lotta, retoricamente, le categorie morali buono-cattivo. Ma tali categorie non rendono morale o moralistica la distinzione decisiva: essa resta la minaccia, la pericolosità, la possibilità reale della lotta e il conseguente agire determinato. Il discorso di Brunetta è suonato perfettamente entro questa partitura. Esordio: &#8220;<em>C&#8217;è un 60, 70, 80 per cento degli italiani che vivono secondo queste regole: meritocrazia, trasparenza, flessibilità&#8230;poi c&#8217;è un&#8217;altra parte dell&#8217;italia che <span style="text-decoration: underline;">non vive di queste stesse regole&#8230;</span>dove non c&#8217;è trasparenza, dove non c&#8217;è merito, dove non c&#8217;è meritocrazia&#8230;dove questo pezzo d&#8217; italia, il 20-30 per cento, non rischia nulla (&#8230;) è l&#8217;italia della rendita, l&#8217;italia delle corporazioni, l&#8217;Italia dei furbi, l&#8217;Italia dei fannulloni&#8230; è un popolo anche questo, minoritario, ma sempre un popolo (&#8230;) è l&#8217;Italia delle scorciatoie, degli amici degli amici (&#8230;) Questa <span style="text-decoration: underline;">componente sociale, culturale, politica, ideologica</span> è molto brava a sovra-rappresentarsi come classe generale, come espressione del Paese tout court dove non solo è minoranza, ma è<span style="text-decoration: underline;"> la minoranza peggiore. E&#8217; l&#8217;italia peggiore, l&#8217;italia opaca, del nepotismo, di chi non rischia, è l&#8217;italia sporca</span>&#8220;. </em></p>
<p>La contrapposizione è in chiave morale, ma non è una contrapposizione morale. E&#8217; il preambolo ad una separazione <em>fondamentale e decisiva</em>, in cui il momento-chiave è lo scontro che può tendersi fino alla morte. Brunetta lo dirà: siamo disposti ad ucciderli. Siamo disposti ad uccidere non un semplice nemico privato (un <em>inimicus</em>, come quello che ossessiona Berlusconi), ma un&#8217;intera comunità di nemici pubblici, che sono tali non perchè &#8220;cattivi&#8221;, ma in quanto &#8220;altri&#8221;, semplicemente &#8220;stranieri&#8221; che <em>vivono secondo regole diverse</em>: non sono &#8220;i cattivi&#8221;, in realtà, ma sono una comunità di nemici, tali non solo in senso morale, ma anche in senso sociale, culturale, politico e ideologico.</p>
<p>Sono parassiti, e sono, nello specifico, coloro che, politicamente, hanno trovato la loro unione e coesione nella Sinistra italiana: &#8220;&#8230; <em>i cattivi dipendenti pubblici, i cattivi magistrati, i cattivi sindacati, la cattiva finanza, le cattive banche, quelli che vivono sule spalle della prima Italia &#8230; nella stragrande maggioranza dei casi, i beni e i servizi di cui tutto il Paese ha bisogno &#8211; scuola, ricerca,università, salute, sicurezza, giustizia. burocrazia -, sono in gran parte egemonizzati, delegati, nelle mani della seconda Italia. Abbiamo questo paradosso facilmente comprensibile: chi rischia la vita (&#8230;) chi rischia tutto, chi rischia sè e propri figli, <span style="text-decoration: underline;">delega i beni pubblici della coesione sociale a un&#8217; Italia che ha regole diverse.</span> E&#8217; successo che quella che era la Sinistra si è ritrovata a rappresentare e difendere l&#8217;italia peggiore</em>&#8220;.</p>
<p>E&#8217; un conflitto non morale, ma politico, e tra &#8220;regole&#8221; diverse: <em>si sta combattendo <span style="text-decoration: underline;">una guerra civile,</span> allora, se amici e nemici non solo sono presenti nello stesso Paese, ma ognuno ne controlla alcuni settori, e riesce, in relazione agli stessi, a produrre norme, a regolarli, a farne ordinamenti giuridici separati e distinti, ma che convivono entro lo stesso Stato</em>: &#8220;E&#8217; avvenuto &#8211; dice Brunetta- perchè questa nostra <em><span style="text-decoration: underline;">borghesia conservatrice </span>si è fatta captare da alcuni poteri forti (&#8230; ) ci ricordiamo tutti i banchieri di Prodi alle primarie in fila a votare,,,ce li ricordiamo tutti&#8221;.<br />
L&#8217;unità politica dello Stato si trova, pertanto, assediata da nemici pubblici, minoritari ma &#8220;sovra-rappresentati&#8221;. Brunetta scopre le carte in tavola: è una guerra civile, è una lotta interna che <em><span style="text-decoration: underline;">accetta il rischio </span>dello scontro, del combattimento. E&#8217;, in realtà, più un auspicio che una realtà, ma il Ministro lo dice: &#8221; (<em>&#8230;) gli stiamo chiudendo il rubinetto dell&#8217;ossigeno&#8230;<span style="text-decoration: underline;">semplicemente perchè li stiamo facendo morire!! E lo stiamo facendo con il volto dolce di mara [Carfagna], con l&#8217;aria finta ingenua di maria stella [Gelmini], gli stiamo facendo un mazzo così</span>! (&#8230;) Siamo un&#8217;unica piattaforma di <span style="text-decoration: underline;">distruttori della rendita, distruttori di questa rendita parassitaria, ipocrita e infame</span>. Gli stiamo facendo mancare la terra sotto i piedi. Noi, non so come, <span style="text-decoration: underline;">siamo gli eversori di questo ordine di cose</span>, noi <span style="text-decoration: underline;">siamo gli smontatori di questa seconda Italia, di queste istituzioni perverse, parassitarie, noi siamo i rivoluzionari. </span>Per cui mi piace quando si dice che siamo conservatori nelle cose buone, ma dobbiamo anche <span style="text-decoration: underline;">essere rivoluzionari di questa italia che non ci piace, di questa Italia col ditino sempre alzato, di questa Italia che ci fa la morale, di questa Italia radical-chic, di questa borghesia autoreferenziale di merda, noi dobbiamo essere i distruttori di questa Italia</span>&#8220;.</em></em></em></p>
<p>Questo è il punto più alto del discorso, più persuasivo e limpido allo stesso tempo. Brunetta riesce a giocare i piani esoterico-essoterico insieme: svela la realtà, la violenza pura del politico, mentre al contempo la nasconde dietro una contrapposizione retorica, di buoni e cattivi. I visi fintamente ingenui dei Ministri femminili ne sono l&#8217;emblema: la dolcezza del potere, che nasconde la violenza della lotta ai nemici. La guerra civile è in atto: stiamo facendo la rivoluzione, dice il Ministro, siamo gli eversori dell&#8217;ordine borghese, di questa borghesia repellente, di questo uomo tradizionale che non rischia e vive alle spalle degli altri. &#8220;<em><span style="text-decoration: underline;">E&#8217; in certo culturame </span>- mi piace usare questo termine che ha antiche accezioni &#8211; parassitario, vissuto sempre di risorse pubbliche e che ha sempre sputato sentenze contro il Paese..quello che, per intenderci, si può vedere tutti i giorni alla Mostra del Cinema di Venezia..&#8221; &#8211; chude l&#8217;intervento Brunetta, con una digressione sulla mostra del cinema di Venezia. E&#8217; la parte del discorso che ha avuto più risalto sulla Stampa, ma è, al contempo, la parte meno incisiva, perchè più tecnica e occasionale. Ma il passaggio-chiave è sempre lo stesso: &#8220;<em><span style="text-decoration: underline;">(&#8230;) è un pezzo di questa Italia molto rappresentata, molto &#8220;placida&#8221;, molto della rendita, molto elegante, molto sussiegosa, molto rappresentata, molto politicamente corretta, molto colta, molto accreditata, molto internazionale, leggermente schifosa</span>. La rendita in economia produce mostri. Sono con noi tutti i buoni, gli operai, gli impiegati, i commercianti, i liberi professionisti, gli agricoltori, i giovani, è con noi la buona chiesa, i preti di strada, che stanno tra la gente che rischia e che soffre, abbiamo il popolo&#8230;Siamo imperfetti, siamo pieni di difetti, ma stiamo dalla parte giusta&#8230;ma dobbiamo anche essere rivoluzionari</em>&#8220;. </em></p>
<p>Forse li lasceremo parlare, dice Brunetta, &#8220;<em>perchè, in fondo, siamo dei liberali, siamo dei libertari</em>&#8220;. Questo è il posizionamento strategico del suo intervento: il riferimento è, in realtà, a Berlusconi, il capo indiscusso, a cui dobbiamo tutto &#8211; come dice Brunetta -, ma che, da liberale, non ha capito che ciò che deve essere messo in atto è una guerra civile. La differenza è fondamentale: per Brunetta è in gioco la distruzione &#8211; politica, perchè con mezzi politici (con le leggi e l&#8217;amministrazione, con il gubernaculum) &#8211; dei nemici pubblici. Per Berlusconi è, invece, da sempre in gioco l&#8217;umiliazione &#8211; morale e giudiziaria (processi, stampa, criminalizzazione) &#8211; dei nemici privati.</p>
<p>Il discorso di Brunetta è, allora, rivolto in primo luogo al suo Capo, al suo Leader. E&#8217; la risposta all&#8217;impaludamento di Berlusconi entro le maglie della moralizzazione politica in atto, è il tentativo di tirarlo fuori dal suo personale naufragio: si deve ritornare al punto decisivo dello scontro, che non è la morale, ma l&#8217;elemento &#8220;politico&#8221;. Si deve comprendere, in definitiva, che <em>l&#8217;agire politico del governo deve orientarsi sempre in base alla possibilità reale della guerra civile</em>, deve sempre contemplarne la possibilità, e regolarsi di conseguenza.</p>
<p>Leo Strauss, commentando la distinzione schmittiana amico-nemico, credette di vedere come, in fondo, essa non facesse che nascondere comunque una scelta morale di fondo. Forse Strauss aveva ragione. Ma non c&#8217;è difficoltà a dire &#8220;sì&#8221; anche a questa opzione morale di fondo: anche nel discorso di Brunetta si nasconde un&#8217;aporia, si nasconde comunque un giudizio morale, proprio sulla morale umanitaria e democratica della Sinistra. Ciò accade perchè vogliamo la guerra, e la vogliamo perchè abbiamo <em>schifo </em>di un mondo interamente pacificato, dedito solo <em><span style="text-decoration: underline;">all&#8217;intrattenimento</span>, in cui, cioè, l&#8217;uomo ha dimenticato il lato &#8220;<em>serio</em>&#8221; della vita, ciò che è veramente importante. Brunetta sembra dirlo. Accetta, così, di criticare il moralismo, anche rischiando di affermare l&#8217;elemento morale sul politico. I due coinsistono sullo stesso piano, però: lo scontro, la lotta, come momento <em>decisivo</em>. </em></p>
<p>Brunetta ha tentato di dar questa lezione a Berlusconi. Probabilmente, non vi riuscirà. Ma, nelle cronache tristi di questi giorni, il suo intervento meritava, comunque, di essere segnalato.</p>
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		<title>Risposta all&#8217;appello dei &#8220;tre giuristi&#8221; &#8211; di Alessandro Aranda</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 17:01:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Da: www.eccelapsus.com L’ appello dei “tre giuristi” – Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Franco Cordero – apparso sulle pagine de “La Repubblica” il 31 Agosto, nasconde una critica che punta diretta a provocare una aperta e consapevole crisi politica del Paese.   Qui di seguito, pertanto, tenterò di dimostrare che ciò che le tesi (apparentemente) neutrali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da: <a href="http://www.eccelapsus.com" rel="nofollow" >www.eccelapsus.com</a></p>
<p>L’ appello dei “tre giuristi” – <strong>Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Franco Cordero</strong> – apparso sulle pagine de “La Repubblica” il 31 Agosto, nasconde una critica che punta diretta a provocare una aperta e consapevole crisi politica del Paese.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-343  aligncenter" title="reformationstag" src="http://eccelapsus.com/wp-content/uploads/2009/09/reformationstag.jpg" alt="reformationstag" width="265" height="199" /></p>
<p> </p>
<p>Qui di seguito, pertanto, tenterò di dimostrare che ciò che le tesi (apparentemente) neutrali e tecniche disseminate nel <em>j’accuse</em> di fine estate esprimono, è il consapevole e preordinato tentativo di rifondazione della Costituzione – ossia dell’unità politica del Paese – in chiave neo-illuminista e democratica.</p>
<p>Mi propongo, perciò:</p>
<p>1) di indagare e scavare nel breve testo dell’appello, per metterne in luce i tre concetti-chiave;</p>
<p>2) di mostrare come tali concetti risalgano, in ultima istanza, all’ideologia e alla retorica dell’universalismo, neoilluminista e democratico;</p>
<p>3) di identificare il fine politico di tale richiamo, nell’attuale situazione costituzionale italiana.</p>
<p>L’appello si divide in tre parti, costruite sui tre presupposti fondamentali dell’ universalismo: verità, ragione, progresso.</p>
<p>Parte prima: <em>la Verità</em> [1].</p>
<p>La citazione di Berlusconi costituisce un tentativo di ridurre al silenzio la stampa in quanto le domande poste al Presidente del Consiglio sono “domande vere”. Il solo modo che deve essere consentito al Presidente del Consiglio per sfuggirvi, è rispondere ad esse. A tale tesi non soltanto potrebbe replicarsi, come ben è stato fatto in questi giorni, che non si tratta affatto di domande vere, ma di veri e propri insulti [ 2 ]. Anche, infatti, ammettendone la nuda verità, sotto il profilo civilistico l’affermazione resterebbe profondamente scorretta: la giurisprudenza civile ha, infatti, cristallizzato una serie di canoni restrittivi della cd. exceptio veritatis, consolidandosi nel senso di ritenere che la lesione della reputazione e dell’onore possa concretarsi anche nella notizia di un fatto vero, ma esposto secondo modalità (cd. requisito della forma civile o continenza [ 3 ] ) lesive dei diritti soggettivi della persona. Ma non si tratta, con tutta evidenza, di un argomento civilistico, bensì di una massima iper-illuminista: la Verità (morale) obbliga il potere politico alla risposta. Il potere può, infatti, essere anche abile nel sottrarsi e nell’eludere i meccanismi politici (convenzionali e artificiali) costruiti per limitarlo e bilanciarlo (come i rapporti parlamento-governo), ma non può mai sottrarsi alla Verità (naturale e universale), alla superiorità della morale sulla politica. Il detentore del potere politico può forse violare un compromesso con l’opposizione, può manovrare le meccaniche parlamentari attraverso l’uso della fiducia o la reiterazione dei decreti legge, ma si arresta alla richiesta di Verità che la società domanda.</p>
<p>Secondo movimento: la <em>Ragione Universale</em> [ 4 ].</p>
<p>Con astuzia, il diritto di stampa e libera manifestazione del pensiero non viene rivendicato in nome dell’art. 21 della Costituzione italiana, bensì fondato sulla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948. L’appello non è alla Costituzione, perchè, altrimenti, si dovrebbe riconoscere che il fondamento ultimo del diritto alla libera stampa risiede in una decisione sull’unità politica, l’ordine e la sicurezza pubblica del Paese (e, giuridicamente, resterebbe, in ogni caso, suscettibile di bilanciamento con gli altri diritti costituzionali). L’appello è, invece, all’Umanità, all’universalismo dei diritti, sovrastatale. Esso non ammette bilanciamento con esigenze dettate dalla salus rei publicae, perchè si afferma al di sopra delle stesse, le annichilisce in nome di un diritto universale fondato sulla morale.</p>
<p>Terzo movimento: <em>il Progresso (e l’elitè illuminata)</em> [ 5 ].</p>
<p>L’ “incubo dei pochi illuminati”, come lo chiamava Zolla, appare nella chiusa dell’appello. Il compito del diritto è il progresso, è l’illuminazione della società, il suo condurla verso la felicità. Ma soltanto alcuni sono in grado di far da guida, mentre nella società nidificano giuristi che sono disposti a vendersi al potere politico, prestando la loro attività per dar forma giuridica ai suoi abusi. Cosa significa tutto questo? Non voglio discutere la validità teoretica delle tesi esposte dai tre giuristi (altri ci hanno già messo bene in guardia dalla “retorica dell’universale” [ 6 ] ), bensì affondare le dita nel senso politico della loro manovra.</p>
<p>L’appello è un tipico manifesto che importa nel nostro Paese la “retorica” dei diritti universali sorta nel Dopoguerra, sulle ceneri della distruzione dell’Europa. Combinandosi con il processo di costituzionalizzazione democratica degli Stati europei, essa ha tentato di giungere là dove l’ Illuminismo e la sua rivoluzione non era riuscito ad addivenire: alla riduzione assoluta del potere “politico” (del gubernaculum) alla giurisdizione dei diritti (iurisdictio). L’Europa si è trovata, così, di fronte ad un nuovo principio di legittimazione della società contemporanea: i diritti come universali, moralmente vincolanti, guida e unico giudice dell’umanità intera. La grande torsione del costituzionalismo del post-1945 risiede, così, nella creazione di una super-legalità morale e universale che si proclama “neutrale” rispetto ad ogni aspetto “politico”.</p>
<p>Ma ciò significa che i diritti soggettivi sono costruiti non in chiave di “limitazione” del potere politico, ma in chiave di annichilimento dello stesso. La super-legalità non costituisce una soluzione a quel problema costituzionale moderno (proprio del XIX secolo) della regolamentazione del dualismo di Stato e società, bensì ha per scopo proprio la neutralizzazione di questo dualismo attraverso la giurisdizionalizzazione-moralizzazione della politica. L’idea è semplice: il potere politico deve essere annichilito, e sparire all’interno di un sistema esclusivamente giurisdizionale di tutela dei diritti, il cui fondamento ultimo non è politico (ossia legato all’organizzazione della comunità), ma morale. Che detta manovra abbia una specifica connotazione ideologica, credo sia evidente a tutti: la moralizzazione della politica nasconde, infatti, la politicizzazione totale della società, come bene ha messo in luce Reinhart Koselleck. In altri termini, l’universalismo nasconde dietro l’anonimità politica, scelte ideologico-politiche nette: il Tribunale della morale razionale e universale è un tribunale politico. Nel momento, infatti, in cui tutte l’azione politica (che è per definizione amorale, poiché si fonda sulla neutralizzazione della coscienza) deve essere sottoposta al vaglio della morale democratica, essa non potrà, già in partenza, che essere dalla parte del torto. Giudicando e condannando continuamente la politica, la morale si rende politica.</p>
<p>Attraverso la critica democratica, il centro del potere politico (poiché una certa quantità di potere deve sempre esserci, in mano a qualcuno, in una comunità, “con un nome o un altro”, come ben vedeva Edmund Burke), ma moralizzato (quindi nascosto e mascherato dietro l’etichetta di libertà e diritti soggettivi) passerà nelle mani di una elité “illuminata” (appoggiata al potere giudiziario). L’interpretazione della Costituzione diventa, in tal senso, lo spazio di manovra dell’ideologia neo-illuministica, in quanto è lì che si possono far coincidere i diritti soggettivi “fondamentali” con i principi morali, e far così della società (ossia: di una elité democratica della società) il custode, attraverso i suoi tribunali, del diritto e della morale. Non è, allora, casuale che i tre giuristi che, oggi, firmano l’appello, rappresentino i tre più influenti e prestigiosi sostenitori di detta ideologia nei tre “luoghi” privilegiati del diritto (la Costituzione, il diritto civile, il diritto penale).</p>
<p>L’opera di Zagrebelsky (non solo accademica, ma anche, più causticamente, giornalistica) ha introdotto il cavallo di Troia del neo-costituzionalismo nella dottrina italiana: la Costituzione non è una decisione fondamentale sull’organizzazione pubblica, ma una tavola di valori. Rodotà, ha sostenuto la strada dell’applicazione diretta della Costituzione nei rapporti privati, con giri di valzer sul caso Englaro dalle pagine, ancora, de “La Repubblica”, dalle quali ha insistito sulla legittimità, da parte del potere giudiziario, di “dichiarare” il diritto nascosto nella trama della Costituzione, ricavando dai suoi “principi”, le regole da applicare, pur in presenza di una palese lacuna legislativa. Le posizioni di Cordero, infine, sono fin troppo note (in parte a causa anche della sua indiscutibile abilità letteraria). Ma non è scopo di questo intervento indagare le posizioni dei singoli autori, discuterne le personali inclinazioni politico-ideologiche, criticarne carattere e, tantomeno, dignità intellettuale. Il reale punto di rottura che l’appello dei “tre giuristi” rappresenta è ben più profondo: l’ “ideologia della difesa della Costituzione”, quella posizione elaborata e portata avanti a suo tempo in ambito democristiano-progressista sotto Leopoldo Elia (che fu maestro di Zagrebelsky) e Oscar Luigi Scalfaro, ha mosso un altro dei suoi passi, forse il definitivo. La biografia intellettuale di Elia è, in tal senso, emblematica del rovesciamento delle relazioni tra iurisdictio e gubernaculum. Erede della scuola antiformalista degli anni Trenta, allievo di Mortati, Elia, a partire dagli anni ‘80, iniziò a ripensare alla centralità dell’elemento del “politico” come fondamento della Costituzione, sino a pervenire, nel biennio di crisi politica 1992-1993, a quella “scienza militante” [ 7 ] di difesa della Costituzione che, di fronte alla scomparsa delle forze politiche fondatrici, doveva ora far perno sul ruolo della giurisprudenza costituzionale, con particolare riferimento alla sua attività creativa-dichiarativa dei principi supremi dell’ordinamento costituzionale.</p>
<p>La giurisdizionalizzazione morale della politica, attraverso l’interpretazione della Costituzione, non è, in tal senso, nuova: già nel 1992, Galli della Loggia e Leopoldo Elia duettarono in polemica su “Il corriere della sera” [ 8 ], e così anche nel 2008, anno della morte del giurista [ 9 ]. Zagrebelsky ha raccolto la linea democratica di Elia, ma, questa volta, non vi sono stati scambi polemici (l’intelligente articolo di Dino Cofrancesco, Analizzare la retorica di Zagrebelsky e scoprire che è un po’ fascista, ha trovato spazio solo su “L’Occidentale”, 26 luglio 2008. Tempi già cambiati, in soli due mesi?). I tempi sono, forse, maturi, per un rovesciamento della Costituzione? Certamente lo sono per gli ideologi del neo-illuminismo democratico: il caso Englaro, il caso D’Addario, la polemica tra Feltri e Boffo, le dichiarazioni di Fini alla festa del PD, stanno puntando il dito della coscienza morale della società contro il potere politico, contro Berlusconi e la sua, incompleta, frammentata e mai promulgata Costituzione del dopo 1989. Il lascito di Leopoldo Elia sembra, qui, ritornare: patriottismo costituzionale fondato su un’etica laica di ispirazione cristiana, che fa perno sui diritti fondamentali della persona [ 10 ], la cui custodia è affidata alla giurisdizione. Ma, forse, i tempi, sono maturi anche per Berlusconi, il quale è, come suo solito, del tutto inconsapevole della Storia, del tutto impreparato a reagire. La sua citazione in giudizio è stato, infatti, uno degli atti più incoscienti della sua storia politica. La Repubblica ha giocato la carta dell’attacco fondato sulla soggezione del potere politico ai diritti soggettivi e alla morale della società.</p>
<p>Berlusconi, per rispondere, avrebbe dovuto opporre l’autonomia del potere politico rispetto alle faccende di cuore, agli scrupoli di coscienza della società: avrebbe dovuto mostrare che il potere politico ha le sue regole proprie, la sua ragion pubblica, il suo campo costruito proprio a partire da una netta separazione dalla morale e dalla coscienza personale di ciascuno. Doveva disporre, con un decreto-legge, l’immediata chiusura del giornale, a difesa della Costituzione. Invece, è caduto nella trappola: ha replicato con una citazione in giudizio, domandando, cioè, al potere giudiziario la tutela dei propri diritti soggettivi (onore e reputazione). In altri termini, ha posto il potere politico proprio sul piano entro il quale la società voleva venisse a farsi giudicare. E, con ciò, ha giù perduto la partita, perché, indipendentemente dalla sentenza che burocraticamente definirà il giudizio, egli, in quanto rappresentante il potere politico, ha già avuto torto. Berlusconi non capisce la democrazia: se non ne coglie le virtù, non ne comprende neppure i vizi. È per tale ragione che la moralizzazione della politica gli sarà fatale: si circonda di avvocati, chiede di essere difeso, chiede giustizia, ma non comprende che, di fronte ad un attacco politico mascherato moralisticamente da tutela dei diritti, l’errore più grande del politico è proprio quello di chiedere giustizia. La giustizia, a quel punto, non avrà che da giudicarlo.</p>
<p>                                                                     Alessandro Aranda </p>
<p><strong><em>Note sulla carta stampata</em></strong>:</p>
<p>[1] S. Rodotà – G. Zagrebelsky – F. Cordero, L’appello dei tre giuristi. Vuole ridurre i giornali al silenzio, in «La Repubblica», 29 Agosto 2009, p. 1: “L’attacco a “Repubblica”, di cui la citazione in giudizio per diffamazione è solo l’ultimo episodio, è interpretabile soltanto come un tentativo di ridurre al silenzio la libera stampa, di anestetizzare l’opinione pubblica, di isolarci dalla circolazione internazionale delle informazioni, in definitiva di fare del nostro Paese un’eccezione della democrazia. Le domande poste al Presidente del Consiglio sono domande vere, che hanno suscitato interesse non solo in Italia ma nella stampa di tutto il mondo. Se le si considera “retoriche”, perché suggerirebbero risposte non gradite a colui al quale sono rivolte, c’è un solo, facile, modo per smontarle: non tacitare chi le fa, ma rispondere”.</p>
<p>[2] Cfr. U. Silva, Lettera ai moralisti, in «Il Foglio», 4 settembre 2009: “(…) non posso sottoscrivere un documento dove mi si chiede di dire che la pera è una mela”.</p>
<p>[3] La lezione fu impartita sin dalla storica sentenza cd. del decalogo dei giornalisti (Cass., 18 ottobre 1984, n. 5259), nella quale si legge che requisito indispensabile per la legittimità del diritto di stampa è la forma “civile” della esposizione dei fatti e della loro valutazione, ” (…) cioè non eccedente rispetto allo scopo informativo da conseguire, improntata a serena obiettività almeno nel senso di escludere il preconcetto intento denigratorio e, comunque, in ogni caso rispettosa di quel minimo di dignità cui ha sempre diritto anche la più riprovevole delle persone, sì da non essere mai consentita l’offesa triviale o irridente i più umani sentimenti”.</p>
<p>[4] S. Rodotà – G. Zagrebelsky – F. Cordero, cit.: “Invece, si batte la strada dell’intimidazione di chi esercita il diritto-dovere di “cercare, ricevere e diffondere con qualsiasi mezzo di espressione, senza considerazioni di frontiere, le informazioni e le idee”, come vuole la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, approvata dal consesso delle Nazioni quando era vivo il ricordo della degenerazione dell’informazione in propaganda, sotto i regimi illiberali e antidemocratici del secolo scorso”.</p>
<p>[5] S. Rodotà – G. Zagrebelsky – F. Cordero, cit.: “Stupisce e preoccupa che queste iniziative non siano non solo stigmatizzate concordemente, ma nemmeno riferite, dagli organi d’informazione e che vi siano giuristi disposti a dare loro forma giuridica, senza considerare il danno che ne viene alla stessa serietà e credibilità del diritto”.</p>
<p>[6] Non avendo intenzione di discutere in questa sede l’aspetto teorico delle posizioni riconducibili all’area dell’universalismo democratico (per intenderci, tra i tanti autori la cui opera, sebbene da diverse prospettive filosofiche, può ricondursi a tale orientamento: Habermas, Dworkin, Bobbio, Ferrajoli), rinvio, per una discussione critica, a E. Castrucci, Retorica dell’universale. Una critica ad Habermas, in «Filosofia politica», 1/2001, pp. 121-140; D. Zolo, Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, Torino, Einaudi, 2000.</p>
<p>[7] Cfr. G. Zagrebelsky, Lo scienziato che ha servito la Costituzione, in «La Repubblica», 7 ottobre 2008: “La Costituzione è un oggetto di studio molto particolare: essa è fatta di valori e principi che richiedono adesione, non di fatti morti che possono essere oggetto di conoscenza meramente passiva. La scienza del diritto costituzionale è scienza militante”. Un breve ma incisivo profilo della biografia intellettuale di Elia si trova in F. Lanchester, Il legato di Leopoldo Elia, in «Federalismi.it», settembre 2008;</p>
<p>[8] E. Galli Della Loggia, Le sirene dei giudici, in «Il Corriere della sera», 5 dicembre 1992; L. Elia, Se il giudice passa alla politica, in «Il Corriere della sera», 12 dicembre 1992.</p>
<p>[9] E. Galli Della Loggia, La ribellione delle masse, in «Il Corriere della sera», 3 maggio 2008; L. Elia, Difendere la Costituzione non è un’ideologia, in «Il Corriere della sera», 9 maggio 2008. A proposito di questo dibattito, rinvio all’articolo di D. Cofrancesco, <em>Quando la Costituzione diventa un’ideologia</em>, in «L’Occidentale», 14 Giugno 2008.</p>
<p>[10] Evitando di citare le prese di posizioni esplicitamente di taglio politico, faccio riferimento al più (apparentemente) tecnico intervento di L. Elia, Valori, laicità, identità, in «Costituzionalismo.it», fascicolo 1/2007: “…mi pare possibile ricollegare i diritti umani ai principi supremi che si traggono dalla dichiarazione dei diritti contenuti nella Costituzione italiana e nella Legge Fondamentale tedesca; in particolare è necessario approfondire le conseguenze delle proposizioni normative sulla dignità della persona, tenendo conto degli aspetti problematici e della pluralità di esigenze che non potevano essere considerati dai padri costituenti. Un ruolo rilevante in questa ricerca di individuazione può essere svolto dalla giurisprudenza delle Corti costituzionali che, pur rinunziando ad una critica pregiudiziale alla modernità, sappia difendere il soggetto dagli abusi delle prassi di mercato”.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
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		<title>Biopolitica e libertà di coscienza</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Sep 2009 17:32:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Becchi; Becchi; coscienza; Fini; PD; festa del PD; politico; costituzione; Berlusconi; fecondazione; testamento biologico; Il Secolo XIX; DIGITA; filosofia; fecondazione assistita; Gazzolo; Kose]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo qui di seguito l&#8217;articolo del Professor Paolo Becchi &#8220;La biopolitica non ammette libertà di coscienza&#8221;, apparso oggi su Il Secolo XIX, a commento dell&#8217;intervento di Gianfranco Fini alla festa del Partito Democratico a Genova. Segue una nota di T. Gazzolo. La biopolitica non ammette libertà di coscienza di Paolo Becchi, da Il Secolo XIX, 1 settembre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img class="aligncenter" src="http://presidente16.camera.it/img/second/album/grandi/1822.jpg" alt="" /></p>
<p style="text-align: left;">
<p>Pubblichiamo qui di seguito l&#8217;articolo del Professor Paolo Becchi &#8220;La biopolitica non ammette libertà di coscienza&#8221;, apparso oggi su Il Secolo XIX, a commento dell&#8217;intervento di Gianfranco Fini alla festa del Partito Democratico a Genova. Segue una nota di T. Gazzolo.</p>
<p><strong></strong></p>
<p><strong>La biopolitica non ammette libertà di coscienza</strong></p>
<p><strong>di Paolo Becchi, da Il Secolo XIX, 1 settembre 2009, p. 17</strong></p>
<p>Che la bioetica sia diventata biopolitica sta ormai sotto gli occhi di tutti. La politica si è divisa su una legge riguardante la fecondazione assistita, una legge che approvata dal Parlamento e confermata dal popolo, il quale per via referendaria ne ha impedito l&#8217;abrogazione, viene ora in parte rimessa in discussione dai giudici della Corte Costituzionale. La politica si è divisa sul caso Englaro a tal punto da spingere il governo (unanime!) a una decretazione d&#8217;urgenza per impedire che una sentenza di morte pronunciata da altri giudici venisse eseguita. La politica continua a dividersi sul testamento biologico di cui è prossima la discussione alla Camera. In questa situazione di aspro,ma sano conflitto politico, che pone un freno al governo dei giudici, è abbastanza sorprendente che chi aspira naturalmente</p>
<p>alla successione di Silvio Berlusconi nella guida del più grande partito italiano, Gianfranco Fini, non perda l&#8217;occasione per smarcarsi. Ieri la fecondazione assistita, oggi il testamento biologico, domani chissà l&#8217;eutanasia. Parole grosse sono riecheggiate: la legge sulla fecondazione assistita e quella in itinere sul testamento biologico sarebbero il frutto dell&#8217;invadenza della Chiesa cattolica nell&#8217;ambito dello Stato laico. Si è scambiato lo spazio pubblico che la religione ha ormai di fatto planetariamente riacquistato nella società postsecolarizzata per una pretesa ingerenza del Vaticano nella politica italiana. Il fatto epocale è un altro.La religione non riguarda più soltanto la sfera privata, la fede, ma è ritornata ad esprimere delle ragioni, occupa uno spazio nella sfera pubblica. Dal punto di vista politico un dato va comunque</p>
<p>registrato: non solo Fini si è posto al di fuori dello schieramento politico cui appartiene,ma ha assunto posizioni radicali, neppure condivise da una parte consistente dell&#8217;opposizione. La legge sulla fecondazione assistita è uscita dal Parlamento italiano e non dal Vaticano e anzi, credo, che per un cattolico doc gran parte delle tecniche di fecondazione assistita ammesse dalla legge sarebbero di per sé peccaminose: quella legge non è cattolica, è soltanto una legge che tiene conto dei diversi soggetti coinvolti nella fecondazione assistita, anche degli embrioni. Sul versante del fine vita il discorso è aperto e c&#8217;è sicuramente da augurarsi che il lavoro parlamentare possa modificare radicalmente il disegno di legge approvato dal Senato, riparando notevoli guasti. Ma questo richiede impegno e non dichiarazioni a effetto che mirano in anticipo a gettare discredito su qualcosa che invece si può (anzi si deve!)modificare. Si dirà: opinioni diverse. E su questioni eticamente sensibili è alla libertà di coscienza che bisogna fare appello. Ma proprio qui casca l&#8217;asino. Nel momento in cui la bioetica si è trasformata in biopolitica e la discussione non avviene più nell&#8217;ambito di un comitato di bioetica, ma nei congressi di partito e nelle aule parlamentari, non è più possibile affrontare la cosa ricorrendo a superati cliché liberali. Nell&#8217;epoca della riproducibilità tecnica della vita e del differimento tecnologico della morte naturale un movimento politico deve avere una sua precisa linea politica anche su questi temi d&#8217;importanza decisiva. Stiamo invece assistendo a qualcosa di paradossale: Berlusconi viene fatto passare per un fautore dello Stato etico di gentiliana memoria, mentre Fini aspira a presentarsi come un vecchio liberale alla Constant. In realtà entrambi i modelli sono oggi obsoleti: né di Gentile, né di Constant abbiamo bisogno,ma di qualcosa di meglio di entrambi.</p>
<p>PAOLO BECCHI è docente di filosofia del diritto all&#8217; Università di Genova e autore del libro &#8220;La morte cerebrale e il trapianto d&#8217;organi&#8221;.</p>
<p>***</p>
<p><strong>Prove per una nuova Costituzione? Moralizzazione della politica e politicizzazione della società.</strong></p>
<p><strong>di Tommaso Gazzolo </strong></p>
<p>&#8220;La società vuole regnare indirettamente, attraverso la moralizzazione della politica&#8221;</p>
<p>(R. Koselleck, Critica illuminista e crisi della società borghese)</p>
<p>Questo incontro tra Fini e la  Sinistra Italiana, che s&#8217;ammiccano vicendevolmente come vecchie coquettespostfasciste e postcomuniste, potrebbe essere la prova generale di un nuovo patto costituzionale (ossia una decisione sull&#8217;ordine politico del Paese) per il dopo-Berlusconi. C&#8217;era da aspettarsi che, dopo il 1989, lo scontro ideologico finisse in soffitta. C&#8217;era, forse, anche da aspettarsi questa nuova forma di legittimità che il discorso di Fini rappresenta.</p>
<p>E&#8217; la legittimità dell&#8217;universalismo iper-democratico.</p>
<p>Per spiegarla, riprendo le considerazioni finali di Becchi, davvero penetranti. Di fronte alla bioetica, dovremmo rimetterci alla semplice coscienza personale?</p>
<p>Chi aderisce a questa linea, nasconde e maschera una critica politica neo-illuminista sotto la finzione della separazione tra foro esterno politico (confessio) e foro interno morale (fides). Tale separazione è all&#8217;origine dello Stato moderno, al quale, nell&#8217;uscita dalle guerre civili di religione, riuscì la neutralizzazione della coscienza e la contemporanea delimitazione di un campo autonomo per la responsabilità politica.</p>
<p>Ma, nel contempo &#8211; come Koselleck ha indicato nel suo Kritik und Krise nel lontano 1959 -, detta scissione contiene in sè i presupposti per la distruzione dello Stato stesso. L&#8217;Illuminismo, nella sua spinta all&#8217;affermazione progressiva della società borghese, rovesciò quel dualismo in nome di una morale razionale, universale ed eterna che, facendo della coscienza il tribunale della società, oppose la società allo Stato. Il re non venne ucciso ma &#8211; molto peggio &#8211; fu giudicato.</p>
<p>Senza, in questa sede, discutere la fondatezza teorica della &#8220;legalità morale&#8221; che, con l&#8217;illuminismo, rovesciò il canone di legittimazione del potere in direzione dello Stato di diritto che sorgerà dopo la rivoluzione francese, dobbiamo giungere alla nostra epoca, alla nostra nuova legittimità. La svolta del 1945 è fondamentale, e non può essere trascurata: l&#8217;unità democratica del mondo, dopo la distruzione dell&#8217;Europa e delle sue forme classiche di civiltà giuridica (jus publicum Europaeum) aggiunse un elemento nuovo e inedito all&#8217;universalismo neo-illuminista e giusnaturalista dei diritti universali dell&#8217;uomo. Combinandosi con il processo di costituzionalizzazione democratica degli Stati europei, riuscì in ciò che lo Stato di diritto, la cui immagine è il codice civile (ossia l&#8217;uguaglianza giuridica formale nel diritto privato) non aveva potuto fare: la riduzione assoluta del &#8220;politico&#8221; (del gubernaculum) alla giurisdizione dei diritti (iurisdictio). Il significato di tale operazione è più profondo di quanto, in prima battuta, può apparire (anche perchè, solitamente, il tema viene trattato richiamandosi, quasi con ovvietà, all&#8217;istituzione e al ruolo, magnifico e progressivo, delle Corti Costituzionali). La grande torsione del costituzionalismo risiede nella creazione di una super-legalità morale e universale che (apparentemente) è neutrale rispetto ad ogni aspetto &#8220;politico&#8221;: ciò significa che i diritti soggettivi sono costruiti non in chiave di &#8220;limitazione&#8221; del potere politico, ma in chiave di annichilimento dello stesso. La super-legalità del dopoguerra non costituisce una soluzione a quel problema costituzionale moderno (proprio del XIX secolo) della regolamentazione del dualismo di Stato e società, bensì ha per scopo proprio la neutralizzazione di questo dualismo attraverso la giurisdizionalizzazione della politica.</p>
<p>Questa breve digressione, fa da sfondo alle due considerazioni che il commento di Becchi, a mio avviso, richiede. La prima è di ordine storico-politico.</p>
<p>Perchè Fini, oggi, tira fuori dal cilindro questo coniglio della coscienza individuale, di matrice neo-illuminista?</p>
<p>Perchè invocare questa nuova legittimazione? Qui dovrà dirci qualcosa la storia italiana. L&#8217;età repubblicana potrebbe, in tal senso, prepararsi ad una Terza Costituzione (materiale). La prima, che ha attraversato la cd. guerra fredda dal 1948 al 1989, fu costruita intorno al fondamento politico-morale della Resistenza: l&#8217;antifascismo come la cristallizzazione culturale dell&#8217;assetto democratico del Paese (come sempre, le migliori fonti, in tal senso, sono i grandi &#8220;scrittori costituzionali&#8221; italiani: Fenoglio, Pavese, Vittorini, Calvino etc.). La Seconda, è una mancata-costituzione, quella presidenziale di Berlusconi. Costituzione mai attuata, e che, naufragando, sta vivendo, tutt&#8217;oggi, tra i relitti della tempesta passata. Fini ha ammiccato alla Sinistra, per iniziare a progettare la Terza Costituzione, che sembra aver individuato come proprio fondamento di legittimità la morale razionale-universale dell&#8217;annichilimento del politico (non è un caso che, proprio in questi giorni, sia scoppiata la querelle para-giuridica tra i tre giuristi Rodotà-Cordero-Zagrebelsky e Berlusconi, che verte proprio su questi temi).</p>
<p>Qui, tuttavia, si apre la seconda considerazione: cosa significa la rimessione della questione bioetica alla coscienza individuale? Cosa significa l&#8217;annichilimento della politica?</p>
<p>L&#8217;arcano va svelato: la moralizzazione della politica nasconde la politicizzazione totale della società.</p>
<p>In altri termini, l&#8217;universalismo nasconde , dietro l&#8217;anonimità politica,scelte ideologico-politiche nette, mascherandosi dietro una apparente neutralità (ossia dietro la giurisdizionalizzazione di ogni scelta). Ma non è difficile comprendere che il Tribunale della morale razionale e universale è un tribunale politico: nel momento in cui tutte le azioni, le scelte e i comportamenti del mondo politico devono essere sottoposti al vaglio della morale democratica, essi non potranno che, già in partenza, essere dalla parte del torto. Questa è la chiave della proposta Costituzionale di Fini: ciò che è latente nel suo discorso non è un semplice giudizio personale sulla moralità di determinate scelte, ma la crisi politica.</p>
<p>La nuova legittimazione del potere diventa, pertanto, la morale (o, meglio, quella specifica morale razionale, universale e illuminista): l&#8217;intervento di Fini va in questa direzione, spinge &#8211; ammiccando alla Corte Costituzionale, alla Sinistra, alle posizioni in tema di libertà di coscienza &#8211; verso una nuova legittimità, in contrasto con la politica (che ancora è &#8220;rappresentata&#8221; da Berlusconi).</p>
<p>Becchi ha compreso &#8211; seppur dal punto di vista delle questioni bioetiche &#8211; il grande punto centrale: se la bioetica passa alle discussioni tra gli uomini politici, essa non può che diventare biopolitica, e, pertanto, richiede una decisione politica e non morale. Deve passare dalla coscienza di ciascuno (morale) alla sfera autonoma del potere politico. Questo è l&#8217;unico modo per conservare uno spazio al potere politico. Altrimenti, attraverso la critica democratica, il potere politico ma moralizzato (e quindi nascosto e mascherato dietro l&#8217;etichetta di libertà e diritti soggettivi) passerà nelle mani di una elité illuminata (appoggiata al potere giudiziario).</p>
<p>Becchi ha rilevato l&#8217; &#8220;inganno&#8221; di questo neo-illuminismo: chi dice di appellarsi alla coscienza individuale, sta neutralizzando il potere attraverso un atto politico. Nell&#8217;innocenza morale delle coscienze individuali, risiede la morte del Sovrano.</p>
<p>A mio avviso, si sta preparando la nuova Costituzione. E sarà la più democratica e illuminista &#8211; e forse la più terribile &#8211; di tutte.</p>
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		<title>Palazzo Grazioli: anticamera e cliente</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2009 21:38:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Palazzo Grazioli; Berlusconi; prostitute; scandalo; d'addario; ragazze; serata; potere; accessibilità; clientes; Marziale; intercettazioni; Bari; procura                        n]]></category>

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		<description><![CDATA[“Roma, abbi pietà d&#8217;uno stanco cliente d&#8217;un cortigiano proprio esausto” (Marziale) Certamente è lecito biasimare la gran dormita di Palazzo Grazioli, con tanto di fotografia ricordo allo specchio della toilette, se non altro per la violazione di una elementare regola sottesa al canone europeo di educazione politica del principe a partire, perlomeno, dal Petrarca (Fam. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p class="MsoNormal" align="right"><span>“Roma, abbi pietà d&#8217;uno stanco cliente </span></p>
<p class="MsoNormal" align="right"><span>d&#8217;un cortigiano proprio esausto” <span> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" align="right"><span>(Marziale)</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Certamente è lecito biasimare la gran dormita di Palazzo Grazioli, con tanto di fotografia ricordo allo specchio della <em>toilette</em>, se non altro per la violazione di una elementare regola sottesa al canone europeo di <em>educazione politica</em> del principe a partire, perlomeno, dal Petrarca (Fam. 12, 2, dedicata a Luigi d’Angiò, 1352). </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Non è, tuttavia, in questione la <em>castità</em> del Sovrano in sé e per sé, né la sua <em>moralità</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Profondamente scorretto è invocare, agitandosi nel repellente moralismo di massa, un processo all’etica del Presidente, così come scorretto è, da parte del Presidente, invocare il rispetto per la propria privacy. <span> </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Scorretto, poiché non è in gioco un problema etico, ma una regola politica, la quale, se è del tutto <em>indifferente</em> rispetto ad orientamenti, giochi, pruriti e lazzi del Principe in fatto di uomini o di donne, è rigorosa nel prescrivere che la <em>partecipazione</em> a questi giochi amorosi avvenga all’interno di una precisa e disciplinata regolamentazione dell’accesso al sovrano.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Non soltanto il Sovrano deve abitare una luce inaccessibile, ma deve anche fornicare in un letto inaccessibile, e con persone inaccessibili. <span> </span><span> </span><span> </span><span> </span><span> </span><span> </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Rispettata questa regola, ci si può del tutto tranquillamente far beffe dei moralisti. Il problema, pertanto, non si risolve nel quesito se sia lecito o meno addormentarsi con una prostituta. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Bisogna, piuttosto, considerare la prostituta dal punto di vista del suo rapporto con il cliente. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Luigi XIV viveva circondato da prostitute, su Hitler la psicostoria di più basso livello ha costruito un centinaio di ipotesi diverse di perversioni sessuali. Ma in cosa consiste la loro differenza con il nostrano pasticcio?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Essa consiste nel semplice fatto che per il Sovrano inaccessibile la prostituta è una dei tanti clientes che fanno anticamera presso di lui. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Berlusconi ha, invece, rovesciato quella regola fondamentale: ha fatto caricare le ragazze nella sua auto, ha corrisposto loro il prezzo secondo il tariffario concordato, ha offerto qualche “pezzo di pizza” (questo delizioso menù avrebbero servito nel sontuoso ricevimento a Palazzo). </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Risiede qui la differenza:<em> <span style="text-decoration: underline;">dalla prostituta (cliens) che accede al potente, al potente (cliens) che va in cerca della prostituta</span></em>.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Lui, si legge dalle cronache, non comanda, ma le “invita”. E qualcuna risponde anche di non potere. Ma chi è, allora, il <em>cliente</em>, tra i due? </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La differenza è netta e drammatica. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Quel grande moralista borghese che, in fondo, era Carlo Marx, ci ha lasciato un ritratto di Luigi Bonaparte che, tra tutti gli esempi storici, è quello che somiglia, apparentemente, più alla nostra attuale condizione storico-spirituale: “consumato libertino”, che offre, nei ricevimenti all’Eliseo, “sigari e champagne, pollo freddo e salsicce all’aglio” (ricordate lo champagne e i pezzi di pizza?), celebratore di “orge notturne con la canaglia elegante di sesso maschile e femminile”, in notti in cui “le abbondanti libagioni snodavano le lingue ed eccitavano la fantasia”. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ma, attenzione, poiché è solo apparente l’analogia: Bonaparte resta il potenze, ed intorno a lui, seppur in un’anticamera rozza e piena di canaglia (che nulla ha a che vedere con l’anti-chambre del Marchese di Posa nel Don Carlos di Schiller), i clientes. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Noi, oggi, siamo, in definitiva al rovescio: non è forse il potente ad essersi reso talmente accessibile da essersi trasformato lui nel tradizionale cliens della prostituta? <span> </span><span> </span><span> </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>L’inaccessibilità al potente fondava esattamente quel miracolo giuridico dell’inversione del rapporto sinallagmatico tra prostituta e signore: lei, abituata ad essere circondata da clienti, diveniva, in quell’unico ed esclusivo<span> </span>rapporto, la cliente del Signore. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La <em>traditio corporis</em> si trasformava da controprestazione a offerta .<span> </span><span> </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il potere si è reso talmente accessibile da ritornare al rapporto classico, di massa, tra prostituta e cliente. Il potente se ne va in cerca di ragazze, che non gli si offrono, ma che chiedono il giusto prezzo. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Egli è divenuto, miseramente, un cliente, come tutti gli altri.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>E loro lo trattano come tale. Cosa chiede la Signora di Bari, se non un permesso edilizio? </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ma, per le concessioni amministrative, si va a letto con gli impiegati della para-amministrazione (un funzionario, un burocrate); si può, al limite, arrivare a qualche piccolo borgomastro. A chi mai verrebbe in mente di corrompere direttamente il Presidente del Consiglio? </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Rispondo: soltanto a chi lo considera accessibile né più né meno che un impiegato del Comune.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Questa sproporzione infinita tra la ricchezza del potere e il misero gioco di guadagni, favori e ricatti (1.000 euro, pizza e licenza, foto nel bagno, proiezione dei filmini con Putin e Bush), non è segno di uno dei più acuti punti di crisi raggiunti dalla costruzione del potere come qualcosa di inaccessibile.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Per riparare a tutto questo, il prossimo Sovrano dovrà o essere casto o invisibile.</span></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><span><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.palazzidiroma.it/PALAZZI%20DI%20ROMA%20DA%20PINO/Palazzi%20di%20Roma/IMG/Palazzi%20salvati/Palazzo%20Grazioli/Palazzo-Grazioli.jpg" alt="" /></p>
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		<title>La giurisdizionalizzazione della cittadinanza. Nota sull’immigrato clandestino.</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2009 13:24:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Filosofia e Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Headline]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[cittadino; cittadinanza; giurisdizionalizzazione; Carl Schmitt; sovranità; Rivoluzione Francese; Terrore; Saint-Just; immigrato; immigrazione; clandestina; ddl sicurezza; Senato; reato; Quadri; Besta;]]></category>

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		<description><![CDATA[  di T.G. *** La nozione di “cittadino” non è, storicamente, coeva ed essenziale alla formazione dello Stato moderno, intesa come uscita, attraverso la neutralizzazione del conflitto interno e l’espropriazione dei ceti, dalle guerre civili del Cinquecento. Essa è posteriore, è una costruzione successiva. Il meccanismo che sta alla base della costruzione della sovranità nei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"><span><img class="aligncenter" src="http://www.gennarocarotenuto.it/public/immi2.jpg" alt="" /></span></p>
<p><span>di T.G.</span></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><span>***</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La nozione di “<em>cittadino</em>” non è, storicamente, coeva ed <em>essenziale</em> alla formazione dello Stato moderno, intesa come uscita, attraverso la <em>neutralizzazione</em> del conflitto interno e l’<em>espropriazione dei ceti, </em>dalle guerre civili del Cinquecento. Essa è posteriore, è una costruzione successiva. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il meccanismo che sta alla base della costruzione della sovranità nei secoli XVI-XVII risiede, sotto il profilo strettamente normativo, nella cosiddetta <em>reductio ad unum</em> delle fonti del diritto: il <em>cristallo </em>“<em>Auctoritas non veritas facit legem</em>”[1] rende la <em>moltitudine</em> un <em>popolo</em> con il solo <em>pactum</em>, con la sola sottomissione alla volontà del Sovrano. Non il cittadino, perciò, ma il suddito [2]. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Soltanto a partire dalla Rivoluzione francese, la <em>sovranità</em> viene pensata<em> in senso personale</em> (<em>Personalhoheit</em>)[3] e, pertanto, solo attraverso la separazione tra aspetto <em>politico</em> (partecipazione alla sovranità) e aspetto <em>civile</em> diviene possibile distinguere, all’<em>interno</em> dello Stato, la cittadinanza (<em>citoyenneté</em>, <em>Staatsbürgerschaft</em>; <em>Citizenship</em>), da ciò che è mera nazionalità (<em>nationalité</em>; <em>nationality</em>; <em>nationalität</em>) o “appartenenza allo Stato” (<em>Staatsangehörigkeit</em>)[4]. <span> </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La reale dialettica propria del concetto di cittadino è, in tal senso, costruita non tanto sull’opposizione rispetto a chi si trova <em>al di</em> <em>fuori</em> della sovranità dello Stato (es: lo straniero, in quanto cittadino di un altro Stato), quanto sull’opposizione rispetto ad altre categorie di persone <em>presenti</em> sul territorio dello Stato e <em>appartenenti</em> allo Stato stesso, ma escluse dalla partecipazione all’esercizio della sovranità[5]. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ma quanto detto, non risolve ancora la struttura dialettica del “cittadino”, se non previa la identificazione di ciò per cittadino deve intendersi. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ebbene, detta identificazione è, certamente, qualcosa che nulla ha a che vedere con il diritto inteso come legalità, come costruzione dell’ordine attraverso un sistema di norme giuridiche.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>A riprova, sembra sufficiente rilevare come la legge costituisca la fonte dello <em>status</em> di cittadino indicando i <em>modi d’acquisto</em> della cittadinanza (<em>ius sanguinis</em>, <em>ius soli</em>, etc.), senza, tuttavia, contemplare o prevedere<em> criteri distintivi di tipo giuridico</em> (ossia legati alla diversa <em>titolarità di diritti e doveri</em>) del cittadino rispetto all’estraneo. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Posto che la legge determini con chiarezza chi sia un cittadino e chi non lo sia, essa, in altre parole, lascia del tutto <em>indeterminata</em> la posizione giuridica che differenzia i due soggetti[6]. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ad avviso di chi scrive, ciò significa, in definitiva, che quello di cittadino non è uno <em>status giuridico</em> (come può esserlo quello di interdetto, di coniuge, di figlio, tutte posizioni che costruiscono un dato soggetto come titolare, <em>in quanto</em> possiede quello <em>status</em>, di <em>determinati diritti e doveri giuridici</em>), bensì uno <em>status politico</em>, ovvero una posizione soggettiva che non ruota intorno all’imputazione di un <em>fascio di situazioni giuridiche</em> in capo al soggetto che ne è titolare, bensì intorno <em>all’appartenenza politica alla comunità statale</em>.<span>  </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il cittadino non si distingue dall’estraneo per una diversa titolarità di posizioni giuridico-soggettive: <em>è ben possibile (e forse anche auspicabile), infatti, che entrambi godano dei medesimi diritti civili, politici e sociali</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La cittadinanza non è, pertanto, <em>condizione essenziale</em> neppure per il godimento dei <em>diritti politici</em>: rispetto a questi ultimi, essa non è che uno dei possibili criteri di attribuzione degli stessi, potendone, tuttavia, figurare ben altri, non soltanto alternativi ma anche combinati tra loro (il <em>domicilio</em>, ad esempio, ma anche le già citate condizioni di <em>nazionalità</em>, o di <em>sudditanza</em>). </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È ben possibile, infatti, che il diritto <em>politico</em> non spetti esclusivamente al <em>cittadino</em> (ma spetti anche al suddito delle colonie, all’immigrato regolare, al rifugiato, all’apolide, etc.): si pensi al diritto di voto, ad esempio, alla protezione diplomatica, all’obbligo di prestare servizio militare, o all’ obbligo di pagare le tasse[7]. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È del tutto improprio, pertanto, pensare alla cittadinanza come <em>fascio di diritti</em>, magari “<em>in espansione”[8]</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ciò che distingue il cittadino dall’estraneo è, allora, non tanto la titolarità di un <em>rapporto</em> pubblicistico con lo Stato, quanto l’<em>appartenenza politica </em>alla <em>comunità</em>.<span>   </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È detta <em>appartenenza politica</em> che distingue il cittadino da colui che “<em>appartiene allo Stato</em>” in senso meramente <em>passivo</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Cittadino non è colui che <em>appartiene</em> allo Stato (inteso come <em>dominio su un territorio attraverso le leggi),</em> ma, più propriamente, colui che <em>fa parte</em> dello Stato come <em>unità politica pacificata al suo interno</em>, ove con “<em>politica”</em> s’intende, appunto, l’unità di una <em>comunità</em>, cristallizzata nella <em>decisione costituente</em> e nella <em>costituzione</em>, in cui è stato <em>neutralizzato</em> e risolto il conflitto <em>interno</em> (tra <em>Freund</em> e <em>Feind</em>, per ricorrere al lessico schmittiano[9]).<span>      </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La cittadinanza, in questo significato, non è altro che la neutralizzazione di un conflitto attraverso la creazione costituzionale di <em>un’unità politica interna</em>.<span>    </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È significativo, in tal senso, che la nozione di cittadinanza si radichi nella costituzione degli Stati solo con la Rivoluzione francese. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Soltanto con l’età delle Rivoluzioni, con la democratizzazione e la nazionalizzazione delle masse, la <em>volontà</em> del Sovrano appare non più sufficiente, di per sé sola, a cristallizzare l’unità politica dello Stato. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Se la Rivoluzione si apre all’ “<em>uomo</em>” come soggetto di diritto, la <em>comunità politica</em> rischia, universalizzandosi, la <em>dissoluzione</em>. <span> </span><span> </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La nozione di cittadinanza &#8211; progressivamente affinata e <em>ristretta</em> nelle costituzioni del 1791, del 1793, del fruttidoro anno III, del frimaio anno VIII &#8211; <span> </span>svolge, in tal senso, un ruolo <em>frenante</em> di questa torsione democratico-universalistica propria di uno dei tanti volti della Rivoluzione francese. Come l’<em>auctoritas </em>sovrana nelle guerre di religione, così il <em>cittadino</em> nella rivoluzione costituisce un momento di <em>limitazione (Hegung)</em>, <em>mediazione</em> e neutralizzazione dei conflitti interni[10].<span>  </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La cittadinanza è la <em>negazione della comunità universale</em>, infatti: non vi può essere alcun <em>civis mundi</em>, a meno di non dissolvere la stessa idea di <em>civis</em>. Ciò che, pertanto, contraddistingue, rispetto agli <em>status civitatis</em> della città-Stato romana, la cittadinanza in chiave moderna (dal XIX secolo), è la <em>fondazione politica della stessa, intesa non come attribuzione di diritti e doveri, quanto come decisione fondamentale e costituzionale sull’unità dell’ordinamento, attraverso la separazione della comunità dai suoi nemici pubblici e interni</em>.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Tale separazione, che non è in alcun modo aggressiva, ma sempre <em>difensiva</em>, in quanto tesa a neutralizzare e limitare lo scontro interno, è separazione <em>costituzionale</em>, nel senso che attiene all’esercizio del potere costituente e sovrano, ponendo in una determinata forma storica l’unità politica[11]. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Per tale ragione ogni “<em>legge sulla cittadinanza</em>” è, in realtà, materia <em>costituzionale</em>: affidarne la regolamentazione al potere legislativo, è segno, in tal senso, di indebolimento dell’unità politica. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ma, in ogni caso, <em>ciò che davvero è inseparabile ed inscindibile è la relazione tra costruzione del cittadino e funzione di neutralizzazione dei conflitti interni</em>, che è funzione che attiene al piano politico, e non al piano giuridico (inteso, in senso moderno, come piano <em>normativo</em>, della legalità). </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La norma giuridica, infatti, non svolge alcun ruolo di neutralizzazione del conflitto, per il fatto che essa <em>nasce dopo</em>, nasce soltanto una volta posta l’unità politica, ossia risolto e neutralizzato il conflitto, una volta <em>costituito l’ordinamento</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Già in senso logico, non vi è <em>norma</em> (giuridica) su diritti e doveri del cittadino, se non dopo che sia stata presa la <em>decisione</em> (politica) su chi sia un cittadino. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La cittadinanza è uno <em>status</em> che insiste sulla <em>comunità politica</em>, e non sulla <em>comunità giuridica</em>, ed è <em>status</em> che attiene all’unità interna dello Stato[12]. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Soltanto se si tiene presente questa distinzione, non si rischia di incorrere nella distorsione di ridurre la cittadinanza ad una nozione <em>giuridica</em>.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La confusione, nell’ambito della Costituzione di uno Stato, tra <em>piano politico e piano giuridico</em>, propria delle tendenze alla <em>giurisdizio-nalizzazione</em> della Costituzione, è epifenomeno della attuale condizione spirituale del nostro Paese, i cui corollari sono la criminalizzazione dell’estraneo e lo slittamento della decisione politica in quella giudiziaria. Tutto ciò porta al pervertimento tanto degli ideali della politica quanto di quelli di giustizia.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La decisione sulla cittadinanza è un <em>atto politico</em>, e non giuridico – attinente, pertanto, <em>alla rivendicazione di un monopolio ed uso legittimo della violenza e alla forza, e non al giudizio imparziale su interessi contrapposti</em>.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span><span> </span>Tale decisione riguarda, ovviamente, tanto il trattamento dell’estraneo alla frontiera, sul <em>limes</em> <span> </span>(ossia il problema dell’ingresso nello Stato), quanto il trattamento dell’estraneo <em>entro</em> il territorio dello Stato. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ci limiteremo, in questa sede, a considerare la seconda delle questioni, quella attinente alla presenza dell’estraneo entro il territorio, chiuso, dello Stato come unità politica organizzata.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Come già ricordato, la torsione universalistica del 1789 (dichiarazione dei diritti dell’uomo <em>e</em> del cittadino) subì, almeno con il “Terrore”, una <em>neutralizzazione</em> proprio attraverso la costruzione della cittadinanza come concetto politico: non soltanto la Costituzione del 1793 ha chiara, in sé, l’idea che quella di cittadinanza sia una nozione attinente all’<em>unità</em> <em>politica</em> e <em>non alla risoluzione giurisdizionale di conflitti inerenti l’esercizio di diritti</em>, ma la stessa prassi giacobina era consapevole del fatto che la distinzione cittadino-straniero non risiedesse in un procedimento <em>per via di iudicio</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>L’estraneo entro lo Stato (come unità politica) non va <em>condannato</em>, ma dichiarato <em>hors la loi</em>: non la sentenza, ma la spada. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Sono persuaso che, se il periodo 1790-1792 fu, in linea con la Dichiarazione del 1789, un biennio di guerra civile fondata su un diritto delle genti rivoluzionario (<em>sovranità del genere umano</em>), la costituzione dell’opposizione cittadino/estraneo a partire dal 1793 fu, invece, orientata a neutralizzare e limitare la pretesa universalistica attraverso la costruzione di un’unità politica democratica e chiusa (<em>ius soli</em>, ex art. 4 della Costituzione del ’93). </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È in questa linea che deve leggersi il celebre passo di Saint Just: “<em>dopo che il popolo francese ha manifestato la sua volontà, tutto ciò che le si oppone è fuori del corpo sovrano, e tutto ciò che è fuori del corpo sovrano è nemico</em><span>”[13]. </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È evidente come la distinzione cittadino/estraneo non abbia carattere giuridico, ma politico. L’estraneo non va processato, ma ghigliottinato. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Mentre la discriminazione giuridica ha sempre la forma della </span><em><span>ragione/torto</span></em><span>, condanna/assoluzione, la discriminazione politica conosce strumenti ad essa propri, che prescindono dal diritto, dal processo, ossia dalla rivendicazione di una ragione, verità, giustizia come fonte dell’atto coercitivo imposto: è la <em>necessità</em>, l’<em>occasione</em>, semplicemente, a reggere le varie forme storicamente succedutesi storicamente quali la messa al bando, la lista di proscrizione della Repubblica romana (<em>hostis rei publicae</em>), la dichiarazione annuale di guerra degli efori contro gli iloti abitanti entro la città-Stato spartana, etc. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La cittadinanza è, pertanto, una nozione <em>costituzionale</em>, introdotta sullo scorcio del XIX Secolo, a valenza esclusivamente <em>politica</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La sua natura è stata, con tutta evidenza, snaturata dalla <em>giurisdizionalizzazione</em> delle Costituzioni[14] e dallo spirito <em>universalistico-umanitario </em>che, dopo il 1945, il piano internazionale ha conosciuto. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Non ci soffermeremo sulla Dichiarazione dei diritti del 10 Dicembre 1948, su cui già è stato scritto a sufficienza. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Piuttosto, è interessante analizzare la tendenza legislativa odierna, in Italia, nella disciplina dei flussi migratori clandestini. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Nel cosiddetto <em>testo unico sull’immigrazione</em> (<span>Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 e successive modifiche) si distinguono due fattispecie, differenti, già ricordate: l’estraneo (i.e., per la legge, lo straniero e l’apolide) presente alla frontiera, sul <em>limes</em>, e l’estraneo che si trova all’interno del territorio dello Stato. </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La prima fattispecie appare senza dubbio inscritta nella repressione attraverso lo strumento politico: il <em>respingimento</em> (art. 10) non è disposto dal giudice, ma dal <em>questore</em> (o dalla stessa polizia di frontiera). L’estraneo viene <em>respinto sul limes</em>,<span>  </span>in nome della <em>salus publica</em>, protetta e garantita dal governo (ministero degli Interni), in modo <em>unilaterale</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il diritto non entra nel gioco, in alcun modo (e, possiamo dire, i due piani non si toccano, tanto che all’estraneo viene <em>comunque</em> riconosciuta la tutela dei “diritti fondamentali della persona umana”).</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il discorso non pare, fondamentalmente, invertirsi, neppure di fronte alla seconda fattispecie: l’<em>espulsione</em> (misura politica, amministrativa, disposta dal prefetto), prevista dall’art. 13 è del tutto corrispondente al respingimento. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Detta impostazione, tuttavia, è in procinto d’esser rovesciata (alcuni partiti hanno già parlato di “<em>rivoluzione culturale</em>”, ed avrebbero, nel senso che vedremo, del tutto ragione). </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il dibattito legislativo non ha ancora avuto termine, ma è ormai un anno che il cosiddetto reato di immigrazione clandestina viene svolazzato sui quotidiani e nel dibattito politico (tanto televisivo quanto parlamentare, nella misura in cui detta distinzione possa significare qualcosa). </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il Disegno di Legge n. 733/2008, comunicato alla presidenza del Senato il 3 giugno 2008, ha, all’articolo 9 previsto la fattispecie penale dell’</span><em><span>ingresso illegale nel territorio dello Stato</span></em><span>. In particolare viene sanzionato penalmente colui che si introduce in Italia violando la normativa contenuta nel testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286. La norma prevede la sanzione della </span><em><span>reclusione da sei mesi a quattro anni</span></em><span> e l’obbligatorietà dell’arresto dell’autore del reato che sara` giudicato con rito direttissimo. Viene previsto, inoltre, che il giudice, nel pronunciare sentenza di condanna, ordini l’espulsione dello straniero.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Al giro dell’anno, il testo proposto ha subito diversi emendamenti ed oggi si prevede, dopo l’approvazione del Senato e le successive modifiche della Camera, che la </span><em><span>navette</span></em><span>, con tutta probabilità, potrebbe concludersi con l’approvazione di una serie di modifiche al T.U. sull’immigrazione, che coinvolgono tanto l’ingresso quanto la permanenza dello straniero irregolare sul nostro territorio, attraverso una completa </span><em><span>giurisdizionalizzazione</span></em><span> delle fattispecie. In particolare, viene previsto:</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>- che “lo straniero che, a richiesta degli ufficiali e agenti di pubblica sicurezza, non ottempera, senza giustificato motivo, all’ordine di esibizione del passaporto o di altro documento di identificazione e del permesso di soggiorno o di altro documento attestante la regolare presenza nel territorio dello Stato è punito con </span><em><span>l’arresto fino ad un anno e con l’ammenda fino ad euro 2.000</span></em><span>”;</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>- che “</span><span>Salvo che il fatto costituisca piu` grave reato, <em>lo straniero che fa ingresso ovvero si trattiene nel territorio dello Stato</em>, in violazione delle disposizioni del presente testo unico nonchè di quelle di cui all’articolo 1 della legge 28 maggio 2007, n. 68, <em>e` punito con l’ammenda da 5.000 a 10.000 euro</em>. Al reato di cui al presente comma non si applica l’articolo 162 del codice penale”.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La discriminazione dell’estraneo viene, così, passata al giudice, al diritto. Senza alcun falso moralismo, conviene evidenziare alcune conseguenze di non poco conto. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La Costituzione, in quanto decisione politica, perde una delle sue meccaniche fondamentali: perde quel <em>ius belli</em> che è possibilità reale e concreta di determinare il nemico pubblico e combatterlo, di rivendicare per sé – per la dimensione politica, per il piano della forza – il compito di <em>pacificazione</em> all’interno della comunità. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Confusa da un appiattimento moralistico diffuso negli ultimi trent’anni in questo Paese, solitamente l’opinione pubblica è portata a sostenere che lo slittamento di una discriminazione dal piano politico a quello giuridisdizionale rappresenti sempre una vittoria del diritto sulla forza, della ragione garantista sull’arbitrio. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Sul <em>clandestino</em>, stavolta, parrebbe aver cambiato rotta ma, certamente, non per amore del <em>politico</em>. Eppure anche noi, oggi, non possiamo non vedere i perniciosi corollari che detto slittamento porta con sé.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La <em>riduzione dell’estraneo a delinquente</em>, epifenomeno della tendenza internazionalistica alla cosiddetta <em>criminalizzazione del nemico,</em> suona al giurista falso e ipocrita omaggio formalistico della violenza, della forza della discriminazione al diritto. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ma è proprio in quanto fatto, seppur moralmente spiacevole, storicamente attuale, che l’ opporsi ad un nemico, all’estraneo,<span>  </span>deve essere un atto politico, legato alla comunità e alla sua esigenza di pacificazione interna: la violenza, qui, risponde alla necessità pubblica. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Così nel respingimento, così nell’espulsione: l’estraneo è cacciato, senza motivazione e senza ragione, ma solo con un atto di forza, valutato discrezionalmente in base alla <em>salus publicae</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Rendere, al contrario, la discriminazione un <em>atto di giustizia</em>, significa nascondere la violenza nel diritto, significa pretendere di avere una ragione e di imputare all’estraneo un <em>torto, </em>un comportamento <em>contra ius</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ma è lo stesso <em>diritto</em> a venire svilito e degradato a mera giustificazione artificiale della violenza, poiché, se si considera la fattispecie in questione nella sua veste concreta e non astratta, si vedrà che si è di fronte, né più né meno, ad una norma penale vicina ad una vera e propria <em>legge di persecuzione giudiziaria</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È noto lo spregiudicato istituto anglosassone del <em>bill of attainder</em> (basti, in tal sede, l’esecuzione capitale di Thomas Wentorth, ministro del Re): una nuova fattispecie penale viene introdotta, con efficacia <em>retroattiva</em> (<em>pro re nata</em>) al fine di punire un nemico pubblico. Non si uccide con un atto politico, ma con un vuoto processo, con un farisaico (<em>cant</em>) omaggio al diritto[15].</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È evidente che, nel reato di soggiorno illegale all’interno dello Stato, il “clandestino” non perda la sua natura di nemico pubblico (perché <em>lo è alla radice, in quanto non cittadino</em>). </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Tuttavia il politico, ormai ridotto – dalla moralizzazione di questo Paese &#8211; a fantasma, per colpirlo deve </span><em><span>fingere di rendergli una giustizia</span></em><span>, attraverso la norma penale. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Che, poi, detta norma sia del tutto svincolata, in concreto, dai secolari principi generali del diritto penale, non sembra importare granchè. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È chiaro, infatti, che si tratterà, in sostanza, di una finzione di colpevolezza e di una applicazione somigliante all’istituto dell’<em>attainder</em>. Non viene in giuoco la retroattività, ma un approccio puramente formale al principio <em>ignorantia legis non excusat</em>: l’estraneo non può conoscere la legge penale dello Stato in cui, illegalmente, entra. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>E, <em>a fortiori</em>, proprio in quanto vi entra illegalmente, ossia al di fuori di ogni suo porsi in contatto con il diritto. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Egli si attenderà di essere respinto, se scovato alla frontiera, o espulso, se scoperto nel territorio dello Stato. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ma quale forzatura psicologistica dovremmo tirar fuori per pensarlo <span> </span>inescusabilmente colpevole d’aver ignorato che, entrando illegalmente, non si esponeva <em>all’ostilità dello Stato, ma alla sua giustizia</em>?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Paradossi: il clandestino entra consapevole, al più, d’esser trattato da nemico, e si ritrova, invece, delinquente. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Entra <em>temendo la violenza e la forza, e si ritrova onorato della considerazione del diritto[16]</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Né si potrà ricorrere alla capziosa distinzione tra delitto naturale e delitto artificiale, rientrando l’immigrazione illegale certamente in quest’ultima categoria[17]. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Lo slittamento dal <em>politico</em> al <em>diritto</em> presenta, così, più conseguenze preoccupanti: sintomo di una crisi politica delle costituzioni, del loro piegarsi sulla <em>giurisdizionalizzazione</em> e la logica dell’individuo come <em>valore</em>, <em>moralizzazione della stessa idea della cittadinanza</em>, che pretende, oggi, non più d’essere la chiave politica di un’unità pacificata e chiusa territorialmente, ma d’essere la fonte della ragione e del torto, del fare giustizia. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Che questo disegno di legge provenga dalla coalizione che più ha denunziato e patito la rivendicazione di <em>superiorità morale</em> da parte degli avversari politici, è, certamente, segno di debolezza. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Non in grado d’imporre la necessità politica, di dichiarare, in quanto governo, le misure &#8211; politiche e non giuridiche – necessarie a far fronte ad una situazione di fatto considerata pericolosa per la <em>salus</em> della Repubblica, essa è stata costretta a porsi sul piano dei propri avversari, nascondendo il <em>gubernaculum</em> nella <em>iurisdictio</em>, ossia chiamando in proprio soccorso l’immagine del diritto.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Sarebbe stato più onesto imporre la ghigliottina immediata per tutti coloro che si trovino illegalmente nel nostro territorio, che non il loro sacrificio ad un diritto distorto e formalisticamente applicato.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ma, pur di non osare rivendicare la decisione politica, questo Paese sembra ormai disposto, in una </span><em><span>iper-moralizzazione </span></em><span>diffusa, a svuotare dall’interno la propria civiltà giuridica.</span></p>
<div>
<hr size="1" />               </p>
<div id="edn1">
<p class="MsoEndnoteText"><span lang="EN-US">1 Cfr. C. SCHMITT, <em>Der Begriff des Politischen</em> (1927), München-Leipzig, Dunker&amp;Humblot, 1932, trad. it. </span><em><span>Il concetto di politico</span></em><span>, in <em>Le categorie del politico</em>, Il Mulino, Bologna, 1972<em>, </em>pp. 150-152, nota 53. </span></p>
</div>
<div id="edn2">
<p class="MsoEndnoteText"><span lang="EN-US">2 Cfr. T. HOBBES, <em>De Cive</em>; trad. </span><span>It. <em>Elementi filosofici del cittadino </em>(1642), in T. HOBBES, <em>Opere politiche</em>, I, a cura di N. Bobbio, Torino, 1959, p. 55 ss.; Id., <em>Leviathan</em> (1651); trad. it. <em>Leviatano</em>, Bompiani, Milano, 2001. </span></p>
</div>
<div id="edn3">
<p class="MsoEndnoteText"><span>3 Nel modello del cd. <em>Stato territorialistico</em> non ha senso parlare di cittadinanza, in quanto vale la regola: “<em>Quisquis in territorio meo est, meus subditus est; quisquis est in territorio, est de territorio</em>”. </span></p>
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<div id="edn4">
<p class="MsoEndnoteText"><span>4 R. QUADRI, <em>La sudditanza nel diritto internazionale</em>, Padova, 1936.</span></p>
</div>
<div id="edn5">
<p class="MsoEndnoteText"><span>5 Esemplicativa, in tal senso – in quanto rappresenta, forse, il caso più estremo di separazione discriminatoria basata sulla cittadinanza avvenuto in Europa nel nostro secolo &#8211; è la legge tedesca sulla cittadinanza del 15 Settembre 1935: in essa non si distingue tra il cittadino e lo straniero, ma tra <em>Staatsangehöriger</em> (§ 1 1. “È <em>appartenente allo Stato</em> chi appartiene all’unione per la difesa del Reich”) e <em>Reichsbürger</em> (“§ 2 1. <em>È cittadino del Reich</em> solo l’appartenente allo Stato di sangue tedesco o affine, il quale dimostri con la sua condotta la volontà e la capacità di servire fedelmente il Popolo tedesco e il Reich tedesco e in virtù di ciò ha specifici obblighi verso di esso”. È su detta distinzione, del tutto <em>interna</em>, che va letto il testo, spesso impropriamente citato, di C. SCHMITT, </span><em><span>Die nationalsozialistische Gesetzgebung und der Vorbehalt des “ordre public” im Internationalen Privatrecht, </span></em><span>in<em> Zeitschrift der Akademie für Deutsches Recht, </em>1936; trad. it. <em>La legislazione nazionalsocialista e la riserva dell’</em>ordre public <em>nel diritto internazionale privato</em>, in Y. C. ZARKA, <em>Un dettaglio nazi nel pensiero di Carl Schmitt</em>, Il melangolo, Genova, 2005, p. 67 ss.</span></p>
</div>
<div id="edn6">
<p class="MsoEndnoteText"><span>6 I tentativi posti in essere in tal senso sono stati costantemente smentiti già dalla dottrina più risalente. Cfr. R. QUADRI, <em>Cittadinanza</em>, in <em>Nuovissimo Digesto Italiano, </em>III, Utet, Torino, 1967, p. 308, a proposito del <em>ius honorum</em>, del diritto di incolato, del dovere di fedeltà, del diritto alla protezione diplomatica.<span>  </span></span></p>
</div>
<div id="edn7">
<p class="MsoEndnoteText"><span>7 È per tale motivo che, in fondo, è impropria e fonte di confusione la nozione “<em>diritto politico</em>”. Si legga, ad esempio, la pagina di E. BESTA, <em>Le persone nella storia del diritto italiano</em>, Padova, 1931, p. 27: “il <em>citoyen</em> si può dire una creazione della Rivoluzione francese, che ne definì i caratteri staccandoli da quelli dell’uomo. La Rivoluzione francese, considerando la cittadinanza come partecipazione alla sovranità, fece d’altra parte una netta distinzione fra i diritti politici che da essa dipendono e i diritti civili che dipendevano invece dalla qualità di «uomo»”. In realtà, se tale distinzione ha senso in via del tutto astratta, perde di significato, se riferita al piano giuridico, in cui non si è mai data la definizione di obblighi e diritti distintamente e peculiarmente attribuiti in via esclusiva al cittadino in quanto tale. Per l’Italia, si veda l’art. 51 c.2 Cost. (“<em>italiani non appartenenti alla Repubblica</em>”) la disciplina delle colonie (Libia ed Egeo in particolare).<span>  </span></span></p>
</div>
<div id="edn8">
<p class="MsoEndnoteText"><span>8 A meno di non portare ad esempio almeno un diritto che sia del tutto peculiare e strutturale allo <em>status</em> di cittadino (o meglio, almeno <em>due</em> diritti, altrimenti si darebbe la prova che la cittadinanza è un diritto particolare, e non un insieme di diritti). Questa prova, fino ad oggi, non è ancora stata data. </span><span lang="EN-US">Cfr. T.H. MARSHALL, <em>Citizenship and Social Class</em>, Chicago, 1964; trad. it. </span><em><span>Cittadinanza e classe sociale</span></em><span>, Einaudi, Torino 1976; L. FERRAJOLI, <em>Dai diritti del cittadino ai diritti della persona</em>, in D. ZOLO (a cura di) <em>La cittadinanza. Appartenenza, identità, diritti</em>, Laterza, Roma-Bari, 1994, pp. 263-292</span></p>
</div>
<div id="edn9">
<p class="MsoEndnoteText"><span>9 Cfr. C. SCHMITT,<em> Il concetto di politico</em>, <em>cit., </em>p. 108 ss.</span></p>
</div>
<div id="edn10">
<p class="MsoEndnoteText"><span>10 Così la Costituzione del 24 Giugno 1793 contiene già una inversione, una limitazione, della tendenza universalistica degli anni 1791-1792 (cfr. R. SCHNUR, <em>Weltfriedensidee und Weltbürgerkrieg 1791/92</em>, in <em>Der Staat</em>, 2 (1963), pp. 297-317, poi in ID., <em>Revolution und Weltbürgerkrieg. Studien zur Overture nach 1789</em>, Berlin, 1983; trad. it. <em>Idea della pace mondiale e guerra civile mondiale 1791/92, </em>in<em> Rivoluzione e guerra civile</em>, a cura di P.P. PORTINARO, Giuffrè, Milano, 1986). L’art. 4 dell’atto costituzionale, infatti, esclude dalla cittadinanza francese i figli di cittadini francesi nati all’estero. Per la costituzione del 1793, è cittadino francese “<span> </span>Ogni uomo nato e domiciliato in Francia, in età di ventun anni compiuti, che, domiciliato in Francia da un anno, – vi vive del suo lavoro; – o acquista una proprietà; – o sposa una francese; – o adotta un fanciullo; – o mantiene un vecchio; – ogni straniero infine, che il Corpo legislativo giudicherà di aver ben meritato dell’umanità; è ammesso all’esercizio dei diritti di cittadino francese”. </span></p>
</div>
<div id="edn11">
<p class="MsoEndnoteText"><span lang="EN-US">11 C. SCHMITT, </span><em><span lang="EN-US">Verfassungslehre</span></em><span lang="EN-US">, München und Leipzig, Duncker &amp; Humblot, 1928; trad. it. </span><em><span>Dottrina della costituzione</span></em><span>, Giuffrè, Milano, 1984. </span></p>
</div>
<div id="edn12">
<p class="MsoEndnoteText"><span>12 Per inciso, si nota soltanto come la nostra Unione Europea si sia posta, a partire perlomeno dalla sentenza CG 19 Ottobre 2004 (Chen), esattamente nell’ottica contraria. </span></p>
</div>
<div id="edn13">
<p class="MsoEndnoteText"><span lang="EN-US">13 L. DE SAINT-JUST, <em>Terrore e libertà. </em></span><em><span>Discorsi e rapporti</span></em><span>, a cura di Albert Soboul, Editori Riuniti, Roma, 1971, p. 118. Cfr. M. ROBESPIERRE, <em>Sui principi di morale e politica che devono guidare la Convenzione nazionale nell’Amministrazione interna della Repubblica</em>, 17 piovoso Anno II (5 Febbraio 1794), in <em>La rivoluzione giacobina</em>, Editori Riuniti, Roma, 1984, pp. 168: “<em>La protezione sociale è dovuta solo ai cittadini pacifici e nella Repubblica non vi sono altri cittadini se non i repubblicani. I realisti, i cospiratori, non sono che stranieri, per essa, o piuttosto dei nemici”.</em></span></p>
</div>
<div id="edn14">
<p class="MsoEndnoteText"><span lang="EN-US">14 Cfr. C. SCHMITT, <em>Die Tyrannei der Werte. Überlegungen eines Juristen zur Wert-Philososophie,</em> 1960; trad. it. </span><em><span>La tirannia dei valori. Riflessioni di un giurista sulla filosofia dei valori</span></em><span>, Adelphi, Milano, 2008.<span>  </span></span></p>
</div>
<div id="edn15">
<p class="MsoEndnoteText"><span lang="EN-US">15 Cfr. E. BETTI, <em>Il bill of attainder. </em></span><em><span>Nota critica sulla retroattività</span></em><span>, in <em>Rivista del Diritto Commerciale e del Diritto Generale delle Obbligazioni</em>, 44, 1946, pp. 34-48.</span></p>
</div>
<div id="edn16">
<p class="MsoEndnoteText"><span>16 Evidente che, sul punto della relazione tra straniero e ignoranza della legge, non ha cambiato le carte in tavola la sentenza Corte Cost. 364/1988, in <em>Foro it</em>., 1988, I, 1385.<span>  </span></span></p>
</div>
<div id="edn17">
<p class="MsoEndnoteText"><span>17 Cfr. CALABRIA, <em>Delitti naturali, delitti artificiali e ignoranza della legge penale</em>, in <em>Indice pen.</em>, 1991, p. 35.</span></p>
</div>
</div>
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		<title>Ancora sulla guerra civile che verrà.</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Jan 2009 20:48:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Se muore l’idea politica di patria, la esistenza di ogni individuo si riduce, in modo del tutto artificiale, al senso di una ricerca socratica astratta della virtù privata. La virtù privata, che contraddizione! Sciantose, con l’acqua sugl’occhi. Nessuno troverà mai il senso della propria esistenza se non nella politicità, ossia nell’unica tensione esistenziale che, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div></div>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: "></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: "><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://www.windoweb.it/guida/arte/arte_foto/dalì_soft_construction.jpg" alt="Costruzione molle con fave bollite. Presagio della guerra civile" width="387" height="406" />Se muore l’idea <em style="mso-bidi-font-style: normal;">politica</em> di patria, la esistenza di ogni individuo si riduce, in modo del tutto <em style="mso-bidi-font-style: normal;">artificiale</em>, al senso di una <em style="mso-bidi-font-style: normal;">ricerca socratica astratta</em> della virtù privata. La virtù privata, che contraddizione! Sciantose, con l’acqua sugl’occhi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Nessuno troverà mai il senso della propria esistenza se non nella <em style="mso-bidi-font-style: normal;">politicità</em>, ossia nell’unica tensione esistenziale che, per intensità, è in grado di spiegare e comprendere l’<em style="mso-bidi-font-style: normal;">evento</em>-morte. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Il nuovo sepolcro vuoto – riproposizione del <em style="mso-bidi-font-style: normal;">thema</em> hegeliano – è, così, l’equivalenza di quella che viene denunziata, oggi, come mollezza dei costumi di taluni popoli occidentali, del nostro uomo <em style="mso-bidi-font-style: normal;">post-tradizionale</em>, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">post-repellente</em>.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">I pazzi mammelucchi egiziani, macellai e stupratori di soldati francesi, il porto che va a fuoco: la monella nobile corre per le stanze del palazzo, fa la storia dei suoi pruriginosi sedici anni nel paese conquistato, fa l’amore con tutti gli ufficiali. Zingari seduti sui tram, fischiano alle nuvole; altre trecento ragazze si vestono per uscire.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">La mondanità autoreferenziale: conoscere persone per farsi conoscere da persone, nessuna discriminazione, tanti ridicoli ragazzi riccioluti, queste bottiglie che bruciano, queste bambine che hanno dormito tutto il primo giorno dell’anno, ancora vestite tra le lenzuola, sopra i festeggiamenti della notte di fine anno.<span style="mso-spacerun: yes;">     </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">La morte politica ha colpito nel 1945 gli Stati del continente europeo: è evidente che si è costruita l’Unione dell’Europa procedendo per <em style="mso-bidi-font-style: normal;">neutralizzazioni</em>.</span><em style="mso-bidi-font-style: normal;"></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Ora, verrà la guerra civile. Pur di rimanere qua, siamo pronti a tutto.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Verrà una guerra intestina e tra fratelli. E tu che sei il mio grande amore, il mio amore <em style="mso-bidi-font-style: normal;">eccomi qua</em>, il mio amore fantasma, fuggi da me. Dove ognuno porrà il suo idiota senso individuale di vita, del tutto vuoto, come <em style="mso-bidi-font-style: normal;">grande discrimine</em> del bene e del male.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Una delle conseguenze irreparabili della morte della patria è, infatti, la perdita delle cristallizzazioni culturali sottese alla costituzione: è <em style="mso-bidi-font-style: normal;">la perdita, cioè, del senso politico dell’ordine giuridico, che si riduce così a mera norma</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">In questo senso, il popolo non è più in grado di far riparare la propria violenza nella custodia spirituale dell’ordine costituzionale. Bambini con in bocca rane pescatrici, in questa storia ignobile, sotto il sole che picchia: topi con parole da Pilato, scivolano su quei corpi che, da domani, troverai eroici. Dormite, dormite, una peste politica vi rimanderà tra le galline e le rovine, i campi e le stazioni affollate. <span style="mso-spacerun: yes;"> </span><span style="mso-spacerun: yes;"> </span><span style="mso-spacerun: yes;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">La società, priva dei suoi nemici (affinchè vi sia un nemico occorre un’identità politica), si frantuma ora negli <em style="mso-bidi-font-style: normal;">inimici</em> privati di ciascuno. Questo popolo, ogni giorno, si rende più misero e brutale, più analfabeta e rabbioso, ogni giorno più libero e pieno di terrore. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Questa è <em style="mso-bidi-font-style: normal;">la paura del sepolcro vuoto</em>: tra le lenzuola ed i secchi d’acqua, solo un dio seminerà la redenzione, dopo qualche iperclassico e radioso migliaio di morti (Si deve ritornare ad una filosofia della storia). Nessun Paese è davvero libero se non ha la possibilità della guerra contro un nemico esterno. <span style="mso-spacerun: yes;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Non perdonate mai, perché vi è intrinseca vanità; piuttosto, dimenticate. L’oblio è un taglio che supera il ricordo e la vendetta, conservandoli al contempo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Stanotte verrò da voi, a guardarvi fisso negli occhi. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Sonnolenti fumatori di droghe leggere, che sbadigliano sulla terra, ragazzaglia ubriaca e volgare, </span><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">non più monella, né soldata, né poeta, né studente, né sbandata: solo astratta in volti aizzati da un triste tramonto, braghe anelstaticamente calate al culo: il modaiolo schiamazzo della piazzetta è la loro sola notte, per viverla limitandosi a vivere. Quando la ragazzaglia scende in piazza, le persone serie stanno a casa. Quando comincia a farsi buio, e si sentono rumori cenciosi per le vie. Amore, tu ci sei finita lì dentro, in compagnia: quando si dovrà far ordine, non chiedermi di salvarti. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Le mie parole sfiorano le cose, proprio come le piume di Maraini: sono tutte un lungo studio, incantato. Per questo preferisco, spesso rimanere in silenzio, e riascoltare la fecondazione secondaria del tuo decaffeinato e della mia prima nuotata in mare, la parola rivoltata come un guanto nel nostro <em style="mso-bidi-font-style: normal;">ci lasciamo</em>. Ripenso a tutti quei giorni smègi e lombidiosi, insieme a te.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Allora esploderà, finalmente, la terrificante angoscia della consapevolezza di una esistenza priva di senso, di almeno due generazioni che, in questo dopo-guerra, sono state educate in un mondo nuovo, spoliticizzato e neutrale, dove, per la prima volta nella storia degli Stati moderni, l’ordine giuridico è stato posto senza il corrispondente ordine politico. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Un popolo fondato sulla <em style="mso-bidi-font-style: normal;">mediatezza</em> giuridica.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Città attraversate in lungo e in largo da misteriosi uomini di razze negre e asiatiche, che astraggono lo spazio e il diritto, lo rendono, con una sola elemosina, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">generalizzazione</em>: il cielo si sostituisce alla terra. Questo popolo si astrarrà a tal punto dal proprio senso terrestre, fino ad un’ascensione profana al nulla.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Ancora ragazzaglia al sole: non è più santa canaglia, non è più tirasassi, è solo rinfusa e sparpagliata sonnolenza. Con fin troppa voglia, inconfessata, di morire, per riuscire ancora a sentir la morte che sta per insanguinare le vostre case, il vostro Paese.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Nutro il più distaccato disprezzo per la vostra vita privata, la calpesto, perché tra poco la violenza umilierà l’ellenistico senso di serenità che ognuno, piccola formica poetica, tenta di vivere nel suo cuore. Sono solo briciole dell’astrazione, le felicità e le virtù impolitiche.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Presagi, di guerra civile e solitudine<a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_edn1"style="mso-endnote-id: edn1;" name="_ednref1" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="color: #0000ff;">[i]</span></span></span></span></span></a>: cadrete con i vostri figli, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">fulguratoria</em> rispazializzazione dei nostri fiumi, delle nostre montagne, delle nostre strade romane. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">La più grande meschinità, nel mondo, sono il bene ed il male usati come giudizi politici. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Ormai che ho immaginato e già veduto abbastanza morti, sto di spalle alla vetrina – giochi di spilli, giochi vuoti -, per non vedere i passanti (<em style="mso-bidi-font-style: normal;">non si cede neppure un metro</em>). Amore che fuggi da me, domani fuggirai tra le città, vivrai con il terrore di essere stuprata da italiani dispersi in armi, perderai ogni senso di pietà. Tutto questo non è nella storia, ma è fuori dalla storia: è la storia che, con tutta l’ignoranza propria della morale che giudica e fa la politica, avete costruito in questi sessant’anni e che, oggi, vi si sta per rivoltare contro.<span style="mso-spacerun: yes;">  </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Ora sarà una guerra civile <em style="mso-bidi-font-style: normal;">pura</em>, mai vista nella storia: una guerra <em style="mso-bidi-font-style: normal;">omnium contra omnes</em> (o meglio: di <em style="mso-bidi-font-style: normal;">ognuno contro ciascuno</em>). Lasciano la vita di là, nelle mani del <em style="mso-bidi-font-style: normal;">fravego</em>, che ne farà oro da vendere alle donne. Per dio, se farà rumore! </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">La piccola guerriglia della spazzatura è stata una avvisaglia: non è sfuggita di mano perché è avvenuta in una città politica come Napoli, sotto il controllo, ordinato, della Camorra, la cui idea, al contrario di quella di patria, non è certo morta. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Al Nord, sarebbe presto continuata con morti e feriti. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Ognuno è innocente, come se stesso. Arriverà la guerra. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: ">Questa sarà la vera <em style="mso-bidi-font-style: normal;">spazzatura</em> del sistema. Libertà, libertà.</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: center;" align="center"><span style="font-size: 12pt; font-family: ">***</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: center;" align="center"><span style="font-size: 12pt; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: ">Articoli collegati:</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt 36pt; text-indent: -18pt; line-height: normal; mso-list: l0 level1 lfo1;"><span style="font-size: 12pt; font-family: "><span style="mso-list: Ignore;">-<span style="font: 7pt ">          </span></span></span><span style="font-size: 12pt; font-family: ">Contemplazione e guerra (<a href="http://moscasulcappello.com/contemplazione-e-guerra/231/">http://moscasulcappello.com/contemplazione-e-guerra/231/</a>) </span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt 36pt; text-indent: -18pt; line-height: normal; mso-list: l0 level1 lfo1;"><span style="font-size: 12pt; font-family: "><span style="mso-list: Ignore;">-<span style="font: 7pt ">          </span></span></span><span style="font-size: 12pt; font-family: ">Sul mare, la guerra, la paura (<a href="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2008/06/sul-mare.pdf">http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2008/06/sul-mare.pdf</a>) </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: "> </span></p>
<div style="mso-element: endnote-list;">
<hr size="1" />
<div id="edn1" style="mso-element: endnote;">
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ednref1"style="mso-endnote-id: edn1;" name="_edn1" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: "><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="color: #0000ff;">[i]</span></span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 11pt; font-family: "> Ivi si rende necessaria, per il discorso amoroso, la allegata poesia del Salinas. Ciò si accompagni con un buon presagio daliniano e la consapevolezza della “presa in giro”, ritagliata sulla poesia. Del resto, ho sempre pensato che Salvador Dalì sia il grande pittore <em style="mso-bidi-font-style: normal;">politico</em> del secolo, il pittore della guerra civile mondiale. </span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">“Il modo tuo d&#8217;amare </span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">è lasciare che io t&#8217;ami.</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">Il sì con cui ti abbandoni</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">è il silenzio. I tuoi baci</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">sanno offrirmi le labbra</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">perché io le baci.</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">Mai parole, abbracci</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">mi diranno che sei esistita</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">che mi hai amato: mai.</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">Me lo dicono fogli bianchi,</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">mappe, telefoni, presagi;</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">tu, no.</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">E sto abbracciato a te</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">senza chiederti nulla, per timore</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">che non sia vero</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">che tu vivi e mi ami.</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">E sto abbracciato a te</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">senza guardare e senza toccarti.</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">Perché non debba mai scoprire</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">con domande o carezze</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">l&#8217;immensa solitudine</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">d&#8217;essere solo ad amarti”.</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: "><span style="mso-spacerun: yes;"> </span></span></p>
</div>
</div>
<p> </p>
<p></span></p>
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