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	<title>Mosca sul cappello &#187; Lettere</title>
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	<description>Rivista tecnica di avanguardia nel diritto, nella politica, nelle arti</description>
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		<title>It Evocates &#8211; di I. Rolfi</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 15:10:43 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Ilaria rolfi; Eliot; terra desolata; waste land; callot; guerra civile;]]></category>

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		<description><![CDATA[Una partita a scacchi. Piccola variazione dada di Ilaria Rolfi Per leggere, cliccare qui di seguito:  It Evocates]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2010/04/Callot-Le-massacre-des-Innocents.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-547" title="Callot - Le massacre des Innocents" src="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2010/04/Callot-Le-massacre-des-Innocents-228x300.jpg" alt="Callot - Le massacre des Innocents" width="228" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Una partita a scacchi. Piccola variazione dada di Ilaria Rolfi</p>
<p style="text-align: center;">Per leggere, cliccare qui di seguito:  <a href="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2010/04/It-Evocates.pdf">It Evocates</a></p>
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		<title>Quaderni neri (Firenze)</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 12:03:09 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Lettere]]></category>
		<category><![CDATA[tomba; Machiavelli; Santa Croce; schiavi; padrone; Hegel; morte; viaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[“Una lunga pace non produce soltanto snervamento, ma consente il sorgere di una gran massa di esistenze stentate, miserabili e paurose, che senza di essa non sorgerebbero e che si aggrappano poi all’esistenza con alte strida sul loro «diritto» (…)” (J.Burckhardt, Considerazioni sulla storia universale) *** Correndo per mano ad Ilaria, sotto una terribile pioggia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter" src="http://farm2.static.flickr.com/1300/691487175_d6e83b4333.jpg?v=0" alt="" width="375" height="500" /></p>
<p>“<em>Una lunga pace non produce soltanto snervamento, ma consente il sorgere di una gran massa di esistenze stentate, miserabili e paurose, che senza di essa non sorgerebbero e che si aggrappano poi all’esistenza con alte strida sul loro «diritto» (…)”</em> (J.Burckhardt, Considerazioni sulla storia universale)</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Correndo per mano ad Ilaria, sotto una terribile pioggia entriamo a Santa Croce. Ma noi due soli, conosciamo un <em>nostro</em> sole e le <em>nostre</em> stelle (Eneide, VI, 641).</p>
<p>Le grandi piogge italiane del Rinascimento hanno sempre accompagnato l’intima decadenza delle città, la loro separazione dall’<em>eros</em>, l’esaurirsi della vita: poi, è ben vero, che un piccolo urto esterno è sufficiente per metter fine a tutto.</p>
<p>Alla tomba di Machiavelli, che un gentiluomo inglese mi ha indicato dopo due secoli e mezzo, ritrovo la mia terra, e non penso più alla vita mondana. Ma non è che un istante, questo sentire ancora, tra le mani, il nostro potere, che su Firenze ritorna l’indicibile sereno del giorno, a riportare il <em>populace</em> dentro la chiesa, sicuro, ché le nuvole si sono diradate. Questa pace dura da troppo tempo. Questa pace ha reso agli schiavi la più grave tragedia: quella di perdere la loro coscienza servile.</p>
<p>Senza tale coscienza, ora muoiono senza nome, muoiono senza morte. Se il giogo che lega il padrone allo schiavo è spezzato, la verità passerà immediatamente su quest’ultimo, che non è in grado di sopportarne il peso. Solo dominato dalla potenza, il nulla del mondo può essere accettato: la vertigine di una libertà che offenda, finalmente, la natura, non è cosa che di signori.</p>
<p>Solo riconoscendo i loro padroni i servi potranno trattenere il dileguare; occorre che qualcuno tenga a freno e formi il mondo.</p>
<p>I nostri moderni «diritti», nella loro universalità, hanno sradicato l’unica relazione che consente di impedire che il potere, <em>in sé</em> sempre feroce in quanto naturale, dilegui nella propria insaziabilità. Soltanto una razza di padroni, creata dal terrore, impedisce il continuo mutamento, perché è la razza che sa non distaccarsi dal mondo. Lo schiavo deve trascendere continuamente, asservendosi: solo così rende alla propria vita e alla propria morte un significato.</p>
<p>Lo schiavo non ricorda più, ora, il <em>sacrificio</em> che il padrone ha compiuto per i suoi servi: egli ha accettato leggi la cui giustizia e saggezza sono <em>inferiori</em> a lui, ha accettato, cioè, per amore dei suoi cuccioli, un ordine della vita che egli sa falso e ingiusto. Il padrone rinuncia all’immediatezza violenta, per consentire allo schiavo di lavorare gli oggetti del mondo, e così sopravvivere.</p>
<p>Questa lunga pace, ha fatto dimenticare che la schiavitù è prima un diritto dello schiavo stesso, che non un suo dovere nei confronti del signore. Ha così capovolto lo stesso diritto borghese: lo schiavo si è percepito come <em>obbligato</em>. Di qui il suo imprudente trionfo in nome dei diritti, in cui ha perduto la propria coscienza..</p>
<p>A noi resta il segreto, duale, che vi sono solo schiavi.</p>
<p>Li vedi, questi schiavi liberati: non ti desiderano neppure, hanno solo appetito. Un ragazzetto cerca dentro un armadio un odore meno intollerabile di quello che ora, dopo aver strappato il cuore di Machiavelli, si vendica nella sua stanza: il cuore sanguina, ed egli non riesce a trattenere tra le mani la materia esausta, che gli cola fino a terra.</p>
<p>Chi non sappia rendersi conto di tre millenni, scrive Goethe, resti nell’oscurità, inesperto, e viva sempre alla giornata.</p>
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		<title>Una serata a caccia di streghe – di P. Becchi</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 09:26:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Carl Schmitt]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Becchi]]></category>
		<category><![CDATA[Religione e filosofia;]]></category>
		<category><![CDATA[Tirannia dei valori; Roberta de Monticelli; Palazzo Ducale; streghe; conferenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella saletta del Minor Consiglio, Palazzo Ducale, parla Roberta De Monticelli: le religioni e la salvezza. Dopo aver ruminato su  Scheler e Husserl per quasi un&#8217;ora, la conclusione cui giunge è che Dio è il valore, anzi: il valore supremo. Questo è troppo: butto lì, ingenuamente, una domanda sulla Tirannia dei valori di Schmitt – [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella saletta del Minor Consiglio, Palazzo Ducale, parla Roberta De Monticelli: le religioni e la salvezza. Dopo aver ruminato su  Scheler e Husserl per quasi un&#8217;ora, la conclusione cui giunge è che <em>Dio è il valore</em>, anzi: il <em>valore supremo</em>. Questo è troppo: butto lì, ingenuamente, una domanda sulla <em>Tirannia dei valori</em> di Schmitt – qualcosa di allegro con brio, del tipo: i valori non possono costituire una risposta al nichilismo poiché è dal loro inevitabile conflitto che esso si alimenta. Il valore che chiede di essere immediatamente attuato sopprime tutto ciò che gli si pone come ostacolo.</p>
<p>La risposta (un tantino <em>ad hominem</em>) è secca: <em>Schmitt è il costituzionalista di Hitler</em>. Ergo? L’ obiezione di un nazista non ha senso. Penso ad alta voce se per questo neppure Heidegger era, dopotutto, una carmelitana scalza. Ma la conferenza è organizzata dal professor Cunico,  un bravo collega, e l’ iniziativa è in ricordo di Don Balletto: non voglio polemizzare, mi alzo e faccio per uscire. Non mi è possibile neppure questo: la fenomenologa è ostinata e mi domanda perché mai io me ne stia andando. <em>Ma cosa diavolo dovrei fare</em>, mi scusi? Che c’ entra il  nazismo di Schmitt con la acutissima critica degli anni sessanta che egli  rivolge alla filosofia dei valori?</p>
<p>Domani, la Repubblica e Don Verzé mi faranno arrivare i carabinieri in casa perchè ho citato lo Schmitt, l’ autore dannato della tirannia  dei valori.</p>
<p>Sarà una faticosa mattinata in Questura. Cronache di una serata di leggera follia</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 260px"><img title="Carl Schmitt" src="http://3.bp.blogspot.com/_4KXfWAeYK2A/R0_5khAfPJI/AAAAAAAABjQ/jMqDg6i6WDE/s400/2.schmitt_carl.jpg" alt="Carl Schmitt" width="250" height="368" /><p class="wp-caption-text">Carl Schmitt</p></div>
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		<title>Il Viaggiatore, Cassano e i pidocchi &#8211; di P. Becchi</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 09:26:06 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[becchi; paolo becchi; stazione; treni; ferrovie; Cassano; Trenitalia; dolore; pidocchi; corriere della sera]]></category>

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		<description><![CDATA[Articolo tratto da &#8220;Il Corriere della Sera&#8221; del 14 Febbraio 2010, p. 36, Per gentile concessione dell&#8217;autore, pubblichiamo la pagine del Corriere della Sera dove, il 14 Febbraio 2010, è apparso l&#8217;articolo di Paolo Becchi, viaggio ferroviario Milano-Genova tra &#8220;strane coincidenze&#8221; , l&#8217;ossessione di Cassano venduto alla Fiorentina e rimedi contro i pidocchi. Per leggere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Articolo tratto da &#8220;Il Corriere della Sera&#8221; del 14 Febbraio 2010, p. 36,</em></strong></p>
<p>Per gentile concessione dell&#8217;autore, pubblichiamo la pagine del Corriere della Sera dove, il 14 Febbraio 2010, è apparso l&#8217;articolo di Paolo Becchi, viaggio ferroviario Milano-Genova tra &#8220;strane coincidenze&#8221; , l&#8217;ossessione di Cassano venduto alla Fiorentina e rimedi contro i pidocchi.</p>
<p>Per leggere il testo, cliccare qui:     <a href="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2010/02/paolobecchi.pdf">Il viaggiatore, Cassano e i pidocchi &#8211; di Paolo Becchi</a></p>
<div id="attachment_489" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2009/12/PaoloBecchi-4.jpg"><img class="size-medium wp-image-489" title="PaoloBecchi-4" src="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2009/12/PaoloBecchi-4-300x213.jpg" alt="Paolo Becchi" width="300" height="213" /></a><p class="wp-caption-text">Paolo Becchi</p></div>
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		<title>Tempo di fare il bene.</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2010 17:23:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da Genova, 22-I. Non è ancora il tempo di fare il bene (…). Bisogna attendere un male generale abbastanza grande. Sai bene di dove ho tratto questi frammenti, spirituali, ed il pensiero è tale che fugge. Sai come fan tutte le Muse? Loro sono così, et fugit ad salices, et se cupit ante videri (Ecloghe, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2010/01/linee-di-divisione.png"><img class="aligncenter size-large wp-image-515" title="linee di divisione" src="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2010/01/linee-di-divisione-1024x529.png" alt="linee di divisione" width="614" height="317" /></a></p>
<p>Da Genova, 22-I.</p>
<p><em>Non è ancora il tempo di fare il bene (…). Bisogna attendere un male generale abbastanza grande</em>. Sai bene di dove ho tratto questi frammenti, spirituali, ed il pensiero è tale che fugge. Sai come fan tutte le Muse? Loro sono così, <em>et fugit ad salices, et se cupit ante videri</em> (Ecloghe, III,65); si degenera segreto quel <em>cupit</em>, estetico e <em>coquet</em>, di mille peccati, di mille altri uomini cui si concede, oltre a te, povero infelice. Ma non sarà che si conceda ad uno come te, mio amico: è dalla canaglia che si lascia intravvedere, per la sua immaginazione. Con dodici segni zodiacali divisero l’Europa, e <em>voila</em>!, il perfetto <em>meslange</em> tra corruzione e seduzione, gli ultimi uomini, che tutto rimpiccioliscono e la cui genia è indistruttibile, come la pulce di terra. Ora, gli sposi sul sagrato si allontanano, per sempre. Non è ancora il tempo di fare il bene, che sarebbe ancora bizzarro, oggi, perché non si dà bene a quelli uomini che non sono che animali, poveri di mondo. Loro sono gli uomini vuoti, questa è la terra dei cactus, dove finisce il mondo, dove finisce. Non è ancora il tempo di mostrarsi gentili e virtuosi, miti e delicati, è un altro tempo. Che sia terribile, dunque, l’opinione che ci circonda, che sia senza alcuna pietà il nostro disprezzo nei confronti degli orrendi maggiolini che si arrampicano correndo su questi fili d’erba, per i quali fili d&#8217;erba – così misteriosi e pieni di vita – non sono, ché il filo d&#8217;erba è “<em>un sentiero per maggiolini, sul quale essi non va in cerca di un qualcosa da mangiare, bensì di cibo per maggiolini</em>” (Mondo, finitezza, solitudine, p. 257).  Non è il tempo per scagliare la freccia contro chi si ama. Quanto a me, non mi muovo?</p>
<p>Passeggiando prima per la via Balbi e dritto, poi, verso il nostro teatro cittadino, abbiamo notato che il mondo sta passando tra i suonatori ambulanti di fisarmonica, dei quali qualcosa ci sfugge, forse: detti suonatori sembrano essere tutti della medesima razza – eusina, si direbbe, certo mai negra, né estremamente orientale o soltanto indiana -, eppure non si ascolta altro spartito, suonato da ognuno in modo perfettamente eguale all’altro (e si direbbe volutamente con le stesse stonature, gli stessi grappoli dei maggiori e la medesima incuranza della bottoniera cantabile), che la popolare messicana di <em>Cielito Lindo</em>. Se ne discuteva la particolare abilità nell’ingioiellare l’aria transoceanica di una firma di coraggio femminile, un poco zingaresco, che accompagna le obese suonatrici ed i sussulti della spalla destra. Avanti al panchetto, il cilindretto rovesciato per l’elemosina. Ed il coraggio della canzoncina del Messico, ahimè!, che sa quasi di beffa, all’italiano che passeggia lì intorno, e che non si avvede del contrasto terribile, perché è stordito dalla sua felicità. Proprio ieri, lo sguardo della suonatrice, duro e sporco, si è incontrato, per un istante, con quello della tua Musa: un fremito divino ha fatto battere il La maggiore con una fierezza inaspettata, da quel povero dito tozzo: “io sono puntuale”, mi è parso dicesse ora la musica, che tagliò per un momento l’aria come una ghigliottina, aria che sanguinava rossa, adesso. Cosa fece la tua Musa? L’idiota gesto dello schiavo: le lasciò, sorridendo cordialmente, tre monete nel cappello.</p>
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		<title>Lapsus &#8211; Numero 4</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 13:34:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Si segnala l&#8217;uscita del quarto numero della rivista letteraria Lapsus: http://eccelapsus.com/numbers/n4/ Il quarto numero di Lapsus Hanno collaborato: Mario Aloi, Paolo Becchi, Emmanuela Carbé, Lorenzo Costaguta, Tommaso Gazzolo, Anna Morosini, Stefano Piri, Lorenzo Tosa. Lapsus ringrazia: Amélie Nothomb, Giorgia Bellingeri, Paolo e Franco Lizza Foto di copertina “Santa” di Mark Velasquez (All rights reserved) Dettagli tecnici: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si segnala l&#8217;uscita del quarto numero della rivista letteraria Lapsus:</p>
<p><a href="http://eccelapsus.com/numbers/n4/" rel="nofollow" >http://eccelapsus.com/numbers/n4/</a></p>
<p><a href="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2010/01/number004-cover.jpg"><img class="size-medium wp-image-508 alignnone" title="Lapsus 4" src="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2010/01/number004-cover-214x300.jpg" alt="Lapsus 4" width="282" height="360" /></a></p>
<p>Il quarto numero di Lapsus</p>
<p><strong>Hanno collaborato:</strong> Mario Aloi, Paolo Becchi, Emmanuela Carbé, Lorenzo Costaguta, Tommaso Gazzolo, Anna Morosini, Stefano Piri, Lorenzo Tosa.</p>
<p><strong>Lapsus ringrazia:</strong> Amélie Nothomb, Giorgia Bellingeri, Paolo e Franco Lizza</p>
<p><strong>Foto di copertina</strong> “Santa” di <a href="http://www.markvelasquez.com/" rel="nofollow" style="color: #282828; text-decoration: underline;"  target="_blank">Mark Velasquez</a> (All rights reserved)</p>
<p><strong>Dettagli tecnici:</strong> 160 pagine in formato A5</p>
<h4 style="font-size: 13px; display: block; background-color: #dddddd; margin-bottom: 10px; border-right-width: 5px; border-right-style: solid; border-right-color: #aaaaaa; padding: 5px;">Indice</h4>
<p><strong>MILLENOVECENTONOVANTAVENTI</strong><br />
• La terza legge di Harold <em>di <a href="http://eccelapsus.com/authors#tosa" rel="nofollow" style="color: #282828; text-decoration: underline;" >Lorenzo Tosa</a></em><br />
• I segni di una pace terrificante <em>di <a href="http://eccelapsus.com/authors#piri" rel="nofollow" style="color: #282828; text-decoration: underline;" >Stefano Piri</a></em><br />
• Sul perché non vorrei sposarmi <em>di <a href="http://eccelapsus.com/authors#carbe" rel="nofollow" style="color: #282828; text-decoration: underline;" >Emmanuela Carbé</a></em><br />
• Anatomia del dolore <em>di <a href="http://eccelapsus.com/authors#becchi" rel="nofollow" style="color: #282828; text-decoration: underline;" >Paolo Becchi</a></em><br />
• L’uomo giusto <em>di <a href="http://eccelapsus.com/authors#gazzolo" rel="nofollow" style="color: #282828; text-decoration: underline;" >Tommaso Gazzolo</a></em></p>
<p><strong>FOTOGRAFIA</strong> <em>sezione a colori!</em><br />
• Not so lonely <em>di Anna Morosini</em></p>
<p><strong>RITRATTI IN POLAROID (cont.)</strong><br />
• Il vero cuore del mondo Vol.2 <em>di <a href="http://eccelapsus.com/authors#aloi" rel="nofollow" style="color: #282828; text-decoration: underline;" >Mario Aloi</a></em></p>
<p><strong>LAPSUS INTERVISTA</strong><br />
• Amélie Nothomb (Lettera, Dicembre 2009) <em>a cura di <a href="http://eccelapsus.com/authors#patrone" rel="nofollow" style="color: #282828; text-decoration: underline;" >Gianmaria Patrone</a></em></p>
<p><strong>DAI QUADERNI NERI</strong><br />
• Dai quaderni neri <em>di <a href="http://eccelapsus.com/authors#gazzolo" rel="nofollow" style="color: #282828; text-decoration: underline;" >Tommaso Gazzolo</a></em></p>
<p>Per acquistare il numero, si veda alla pagina: <a href="http://eccelapsus.com/buy/" rel="nofollow" >http://eccelapsus.com/buy/</a></p>
<p>Per contattare la redazione, scrivere a redazione@eccelapsus.com</p>
<p><em><br />
</em></p>
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		<title>Anatomia del dolore &#8211; seguito. Di Paolo Becchi</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Dec 2009 15:42:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«Questo racconto è opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a persone realmente esistite o esistenti è puramente casuale. L’ ospedale è un ospedale  qualsiasi di una qualsiasi città. Ed è questo che rende ancor più grave il secondo capitolo del resoconto che stiamo per narrarvi» Squilla il telefono. Sono le dieci del mattino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">
<p><strong> </strong></p>
<p><em> </em></p>
<div id="attachment_489" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2009/12/PaoloBecchi-4.jpg"><img class="size-medium wp-image-489 " title="PaoloBecchi-4" src="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2009/12/PaoloBecchi-4-300x213.jpg" alt="Paolo Becchi" width="300" height="213" /></a><p class="wp-caption-text">Paolo Becchi</p></div>
<p>«<em>Questo racconto è opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a persone realmente esistite o esistenti è puramente casuale. L’ ospedale è un ospedale  <span style="font-style: normal;"><em>qualsiasi di una qualsiasi città. Ed è questo che rende ancor più grave il secondo capitolo del resoconto che stiamo per narrarv</em>i»</span></em></p>
<p>Squilla il telefono. Sono le dieci del mattino di una solare giornata di fine giugno. Da qualche giorno sono invecchiato di un anno, ma la malattia mi ha segnato molto di più. Una voce femminile mi annuncia che, inaspettatamente, si è liberato un posto per l’intervento chirurgico cui devo essere sottoposto. Non ero proprio sicuro di volermi ancora fare operare, tanto più che l’ascesso era guarito, senza lasciare, almeno in apparenza, alcun disturbo. Insomma, mi ero completamente ristabilito: più che la ferita nel culo, era quella nell’ anima a sanguinare. Dovevo ancora smaltire le umiliazioni patite in una settimana di ospedale.</p>
<p>Tutto, comunque, avrei ora voluto, tranne che soffrire di nuovo. E, ahimè, finire sotto i ferri non può non procurare dolore. Con il senno di poi, mi ero lasciato troppo facilmente convincere dal chirurgo:</p>
<p>«Caro Signore – aveva esordito, dopo avermi infilato ancora una volta il suo bel dito su per il culo – bisogna andare al fondo della cosa».</p>
<p>Io credevo, il fondo, di averlo già toccato. Ma, purtroppo, mi ero del tutto sbagliato.</p>
<p>«C’è una fistola – prosegue – ma delle più semplici, per Sua fortuna e l’intervento le consentirà di archiviare il caso una volta per tutte».</p>
<p>Se non fosse perché si trattava del mio povero culo, avrei quasi pensato di trovarmi in un’aula di giustizia. Vorrei sapere quale essere umano, anche il più scettico, non avrebbe accettato di firmare il modulo del consenso informato. Firmo, dunque, ma mi accorgo che il medico aggiunge a penna qualcosa riguardante le possibili complicazioni. Chiedo, allora, con una visibile preoccupazione, un supplemento di informazioni:</p>
<p>«Ma no – risponde subito il medico –, dobbiamo scrivere queste cose, anche se sono rarissime. Stia tranquillo: tutto andrà bene e l’intervento sarà risolutivo».</p>
<p>«Lei firma – aggiunge – con l’anestesista anche un modulo (così, in effetti, sarà) in cui sta scritto che l’epidurale la potrebbe rendere invalido per tutta la vita. Ma non succede mai».</p>
<p>Tra me e me penso, ma allora a che diavolo serve questo consenso informato? Ti fanno firmare cose che tanto non si verificano mai? Non posso nascondere il sospetto che il tutto sia fatto solo per “pararsi il culo” (…da aggiungere alla lista delle metafore contenute nel capitolo primo), ma che fare?</p>
<p>Firmo; fidandomi come si fida il bimbo di quanto gli dice la sua mamma. Oggi la chiamano “alleanza terapeutica”. Ma non c’è proprio alcuna alleanza, molto più banalmente ho firmato di acconsentire all’intervento perché, al di là di tutte le informazioni ricevute, ho riposto fiducia nel medico che ho davanti.</p>
<p>Dicono che il chirurgo sia competente ed io non ho, al momento, ragione per dubitarne. Non mi era piaciuto il suo modo di fare scontroso quando ero stato ricoverato, né il suo viso floscio e butterato. Allampanato nel camice bianco, la sua immagine un po’ perturbante era divenuta, da qualche settimana a questa parte, una mia personale ossessione. Nel precedente ricovero gli avevo balenato l’idea di farmi operare nella clinica privata in cui lavora: gli scintillarono subito gli occhi, ma, poi, ci avevo ripensato (tre figli da mantenere, una moglie a carico) ed i suoi occhi si erano di nuovo spenti. Insomma, umanamente – come si dimostrerà anche in seguito – una merda, ma non dovevo mica trascorrerci insieme le vacanze … un banale intervento di routine, tanto da essere dirottato in una struttura più piccola, che opera in sinergia con quella più grande.</p>
<p>Mi preparo all’intervento: esami del sangue, elettrocardiogramma, un colloquio con l’anestesista e con un altro medico che aggiunge qualche informazione sul concreto svolgersi del ricovero.</p>
<p>«Caro Signore – esordisce quest&#8217;ultimo – il trattamento verrà effettuato in <em>day Surgery</em>».</p>
<p>Ma parla in genovese, <em>belina</em>, mi verrebbe da dirgli. Ma qui, siamo in una città imprecisata, dove sono soltanto un <em>foresto</em>.  Il medico deve avermi letto nel pensiero perché aggiunge subito:   «La mattina La operiamo e alla sera Lei è già a casa: una sciocchezza».</p>
<p>«Ma – aggiunge – i dolori, ahimè, quelli vengono dopo. Andar di corpo non sarà facile per un paio di giorni e per tre-quattro settimane le perdite di siero e di muco saranno fisiologiche. Poi tutto sarà come prima».</p>
<p>Nessuno mi aveva presentato questo decorso un po’ più lungo e doloroso di quanto avessi immaginato. Ormai, però, ha poco senso tirarsi indietro. Penso alla conclusione positiva ventilata e vado avanti. Tornato a casa mi sorge qualche dubbio. Sto bene, voglio proprio sottopormi all&#8217; intervento? Ma no che non vorrei, se mi sono spinto a dare il mio consenso è perché il chirurgo mi ha fatto chiaramente intendere che l’intervento sarà risolutivo. E pazienza se mi rovinerò l’estate, a settembre sarò di nuovo in forma smagliante. Chiamo il mio medico di famiglia, per sentirmi rincuorato:</p>
<p>«Il 2 luglio mi operano. Lei cosa ne pensa?».</p>
<p>«Bah, Lei ora sta bene, io nelle sue condizioni non mi farei operare».</p>
<p>Resto sorpreso.</p>
<p>«Ma dottore – replico – mi attende un autunno più caldo di quello operaio del secolo scorso. Ho lezioni e conferenze in Italia e all’estero. Tutta colpa di quel maledetto libretto sulla morte cerebrale e il trapianto di organi, di cui è persino imminente una traduzione in castigliano».</p>
<p>«Ah, sì, l’ho letto anch’io. Ho sempre pensato le stesse cose, per fortuna ora c’è qualcuno che ha avuto anche il coraggio di scriverle».</p>
<p>«Grazie del lusinghiero giudizio, ma cosa faccio ora?».</p>
<p>«Se le cose stanno nei termini in cui me le ha descritte ora, allora certo è meglio farsi operare subito».</p>
<p>Avuta anche la benedizione del mio medico di famiglia, mi preparo all’intervento.</p>
<p>Tutto è pronto ed eccomi di nuovo all’ospedale di prima mattina. Mi metto a letto in attesa del mio turno, in una saletta accogliente con un altro paziente. Ogni cosa procede rapidamente: prima entra lui – è raccomandato – e poi tocca a me. Entro in sala operatoria. In effetti è proprio come mi aveva descritto Bruno (vedi capitolo primo): un andirivieni di persone, ma non mi sento maltrattato. Saranno gli infermieri più simpatici o sarà semplicemente che senza occhiali non vedo un tubo, sono comunque di buon umore, persuaso di chiudere presto e bene questa brutta storia. Mi anestetizzano: resto per tutto l’intervento perfettamente vigile, senza sentire alcun dolore. Potenza della medicina!</p>
<p>Pochi minuti e sono fuori. Non sento, però, le mie gambe. Non riesco neppure a muovere le punta delle dita dei piedi: la testa mi gira.</p>
<p>E se restassi paralizzato per sempre? Come  sarebbe la mia vita da immobilizzato? Mi adatterei? La cosa mi sembra mostruosa, impossibile, ma non so proprio come reagirei alla perdita dell’uso delle mie gambe: dovrei trovarmi prima in quella condizione per poterlo dire, ma spero proprio che non si verifichi. E così è. Il mio vicino comincia a muovere il piede sinistro ed io, poco dopo, il destro. La parte bassa del corpo riprende gradualmente vita e con la vita comincio di nuovo anche a sentire il mio culo dolorante. Sono le cinque del pomeriggio, passa il chirurgo.</p>
<p>«L’intervento è riuscito e non ci sono complicazioni. Si faccia venire a prendere da qualcuno. Può tornare a casa».</p>
<p>«Dottore, veramente ho un problema – lo interrompo bruscamente –, l’ascensore è guasto e devo fare sette piani di scale a piedi. Non potrei passare la notte in ospedale? La ferita mi fa male».         «Ma no, neppure a pensarci, Lei ora può salire persino sulla Torre Eiffel».</p>
<p>Dunque, contro la mia volontà, mi dimettono. Esco camminando come uno a cui abbiamo infilzato il bastone di una scopa su per il culo, ma il dolore è, effettivamente, sopportabile. Arrivo al portone di casa. Ogni gradino una fitta che dal culo, salendo su su per la spina dorsale, penetra il cervello e lì diventa cosciente. La ferita ha ripreso a sanguinare abbondantemente. Ci vorrebbe l’assistenza pubblica: sono inchiodato al quinto piano, mentre aggrappato alla ringhiera impreco contro quel grandissimo figlio di puttana che mi ha spedito a casa in quelle condizioni. Piangendo stringo i denti, entro nell’appartamento e, ansimante, raggiunta la camera da letto mi lascio scivolare nelle fresche lenzuola di lino. Stremato mi addormento, mentre sento mia moglie che cerca come meglio può di pulirmi. Dopo l’operazione, sin da subito, ho l’impressione che qualcosa sia andato storto. Il dolore delle prime due settimane è intenso, ma tollerabile. Ho ancora una sessione di esami. Non posso rinviarla.</p>
<p>Esco di casa e impiego venti minuti per fare qualche centinaio di metri. Non volevo uscire con il bastone, ma ora mi sento perso, non ho neppure preso l’antidolorifico, non so neanch’io perché, forse voglio semplicemente mettere alla prova la mia soglia di resistenza.</p>
<p>«Mi parli di Pufendorf», chiedo allo studente.</p>
<p>Cerco di seguire la risposta, ma non so quanto resisterò. Il pannolino non tiene più e un filo di liquido sieroso sta già scorrendo nelle gambe. Per fortuna il candidato è sveglio, ragiona, fa collegamenti. Finalmente riesco ad andare in bagno, pulisco come meglio posso, tolgo le tracce di sangue dal lavandino e mi metto un nuovo pannolino: non mi preoccupo; mi hanno detto che è normale, che ci vuole tempo. Alla prima visita di controllo tutto sembrava in ordine. Così almeno dice l’infermiera, poiché il medico non è presente.</p>
<p>«Infermiera, ma io sento ancora dolore».</p>
<p>«Ci sarà ancora un po’ di infezione, prenda intanto un antidolorifico» mi risponde.</p>
<p>Torno a casa un po’ perplesso: sarà anche una brava (e anche carina) infermiera ma, cazzo, avrei preferito che il controllo fosse effettuato dal chirurgo che mi ha operato o quantomeno da un suo sostituto. Devo ritornare tra due settimane per la seconda ed ultima visita. Questa volta il chirurgo mi degna di uno sguardo veloce:</p>
<p>«Guarito».</p>
<p>«Pensavo da guarito di stare meglio; continuo ad avere delle perdite…».</p>
<p>«Non si preoccupi, è normale. Ci vuole qualche mese prima che tutto torni come prima».</p>
<p>Ma, diamine, non erano settimane? Ho la netta sensazione che mi stia prendendo per il culo. Chiedo titubante:</p>
<p>«&#8230;posso andare in vacanza in queste condizioni?».</p>
<p>«Lei può, adesso, scalare persino il Monte Bianco».</p>
<p>«Prima la Torre Eiffel, ora il Monte Bianco, no, mi basta andare ad Amsterdam per farmi due canne in tutta libertà», dico scherzando.</p>
<p>«Ma sì, può andare dove vuole».</p>
<p>E parto, ma i tormenti continuano anche se mi trattengo per non rovinare una breve vacanza familiare. Tra un Van Gogh e un Rembrandt, a zonzo in una città accogliente ed incantevole, cerco di dimenticare il mio culo, e quasi vi riesco. Ritornato a casa, mi accorgo però che sto peggiorando: la ferita ha ripreso a sanguinare e ho l’impressione che ci sia di nuovo del pus. Ma siamo intorno al Ferragosto: tutto è chiuso, persino le Chiese, quando il prete non dice messa. Il chirurgo che mi ha operato è in vacanza, ma dovrebbe tornare tra pochi giorni. Chiedo allora al mio amico medico di rintracciarlo per fissarmi una visita. Ci prova. Ma lui proprio non mi vuole vedere: io ormai sarei guarito. Se ho dei disturbi devo rifare la richiesta, aspettare il mio turno.</p>
<p>«Non puoi proprio fare qualcosa?» chiedo supplichevole al mio amico.</p>
<p>«Dammi qualche giorno, ma non ti fare illusioni, sei messo male, altro che guarito, da quello che mi racconti c’è quasi sicuramente una recidiva».</p>
<p>Mi casca di colpo il mondo addosso. Tutto inutile? Resto in questo stato d’angoscia, sino a quando, qualche giorno dopo, un collega del chirurgo che mi ha operato, per fare evidentemente un favore al mio amico medico, si dichiara disponibile a farmi una ecografia. Ma c’è poco da dire. L’ecografia non lascia spazio a dubbi. C’è anzi un nuovo ascesso e bisogna inciderlo! In mia presenza il medico chiama il chirurgo che mi ha operato e gli dice:</p>
<p>«Carissimo, c’è qui un tuo paziente. Lo hai operato da poco, devi vederlo subito, ha un ascesso grosso come una mela. Guarda l’eco. Io gli ho già prescritto degli antibiotici, per il resto sono cazzi tuoi».</p>
<p>Il messaggio non poteva essere più esplicito e la risposta, che non sento, pure, perché mi viene fissato subito un appuntamento per il giorno dopo. Dovrò, maledizione, rinunciare al Convegno di Lucerna, nel corso del quale era prevista una mia relazione. Torno a casa, disperato, avviso Michele a Lucerna che non potrò partecipare al Convegno, sente la mia amarezza e mi passa Patrizia, sua moglie, la quale cerca di consolarmi e mi consiglia di parlare con una Suora di Lucerna dotata di poteri paranormali.</p>
<p>Vinco la perplessità iniziale e dopo un’ora di tentativi a vuoto riesco a prendere la linea:</p>
<p>«<em>Liebe Schwester, ich habe ein Problem</em>».</p>
<p>«<em>Nennen Sie mir einfach Frau Buchert</em>», mi risponde con una vocina ferma e gentile.</p>
<p>E va bene Signora Buchert e racconto in breve la mia storia. Mi risponde:</p>
<p>«<em>Warten Sie, ich muß mit meinem Engel sprechen</em>».</p>
<p>“<em>Engel</em>”, avrò capito bene, la Suora parla con gli Angeli. Mah! Dopo pochi minuti ritorna in linea:</p>
<p>«Eh, sì, Lei dovrà ancora soffrire a lungo, ma dopodomani sarà a Lucerna e terrà la sua relazione».</p>
<p>Le rispondo che domani subirò una incisione e che quindi il viaggio è ormai escluso. Ho persino già disdetto l’Hotel. Sento la Suora sorridere dall’altro capo dell’apparecchio, penso in cuor mio di essere stato un deficiente a telefonarle. La saluto gentilmente e mi congedo. Mi ci mancava anche una Suora che parla con gli angeli. Mi addormento sereno pensando a mia nonna Luigina che da piccolo mi aveva insegnato la preghiera dell’Angelo Custode. Nella notte credo di essere corso al bagno, ma non ricordo di preciso.</p>
<p>Entro nell’ambulatorio alle nove: pago il ticket. Mi tocca il numero sessanta. Tutta la mattinata è persa. Ma il pomeriggio non devo più partire, e posso passare qui anche tutto il giorno. Il culo è meno gonfio e non esce quasi più niente, in realtà non sento neppure dolore. Mi dirigo verso la sala d’attesa, con un paio di giornali sotto il braccio. Vorrei sedermi, ma la saletta è troppo piccola per contenere tutti. E in più continuano ad affluire altri pazienti che invadono come cavallette tutto il corridoio. Un vociare sempre più insistente e fastidioso impedisce di fare qualsiasi cosa: sembra di essere al mercato.</p>
<p>C’è chi ha prenotato da mesi ed è incazzato come una iena perché dovrà perdere tutta la mattinata, chi è stato dirottato dal pronto soccorso e sta male e si lamenta, chi ricoverato in ospedale deve adesso effettuare qualche visita di controllo e, ovviamente, qualcuno, come me, che si è intrufolato all’ultimo momento: se lo sapessero gli altri, rischierei il linciaggio. I numeri chiamati si succedono lentamente sullo schermo: un paziente si alza e, finalmente, riesco a sedermi. Comincio a ingoiare la mia dose quotidiana di veleni che proviene dalla lettura dei giornali, quando mi accorgo che, proprio di fronte a me, nel lato opposto della stanzetta, seduto in un angolo c’è addirittura il Sindaco che parlotta a bassa voce con un giovane ragazzo che gli è seduto vicina, dall’aria lievemente preoccupata.</p>
<p>Mi alzo e mi avvicino con la velata intenzione di attaccar briga, ma con il sorriso sulle labbra:</p>
<p>«Buongiorno Sindaco, mi fa piacere vedere che anche Lei è qui!».</p>
<p>Frase ambigua, che può voler dire un sacco di cose. Anche Lei con problemi di culo in famiglia? Anche Lei nel Servizio Pubblico, ma si capisce che l’accento batte sulle condizioni in cui ci troviamo in quel momento, in ambulatorio. Mi risponde subito il ragazzetto (ma chi l’ha interpellato?); capisco che si deve trattare di qualche parente, perché è la legge del sangue che lo spinge a difendere il nostro pingue primo cittadino:</p>
<p>«Io vivo a Cambridge, ma sono venuto in Italia per curarmi. In Inghilterra è tutto carissimo, non lamentiamoci dunque…».</p>
<p>Mica male questi “progressisti” nostrani: chi ha il figlio che studia a New York e la nipote a Oxford, in barba alle famiglie proletarie che devono sbarcare il lunario. Non manca la lingua al rampollo, ma il Sindaco – come è noto dalle nostre parti -, ne ha da vendere di lingua e non vuole perdere occasione per un piccolo comizio:</p>
<p>«Cittadini! Abbiamo il servizio sanitario migliore del mondo. Qui è tutto gratis! Se c’è una cosa di cui proprio non possiamo lamentarci, sono i nostri ospedali».</p>
<p>A dire il vero tra ieri e oggi ho sborsato quasi duecentomila lire di ticket (scusate se continuo a ragionare in lire, ma l’inculata dell’euro è stata una sofferenza da cui credo non riuscirò più a riprendermi), mentre sto pensando di replicare entra il capo del reparto che, evidentemente, non aveva ascoltato le parole del Sindaco, ma era stato informato della sua presenza, e dice:</p>
<p>«Scusi Lei, Sindaco, e scusate tutti voi per la totale confusione in cui siamo. Purtroppo oggi ci troviamo a gestire una situazione di emergenza, ma non è sempre così».</p>
<p>Solo per il Sindaco (e parente) tutto fila liscio e funziona a meraviglia … mi accorgo di quanto il potere possa giungere ad offuscare la realtà, presentandola in modo distorto. Mi risiedo al mio posto, e comincio a prendere qualche appunto con il mio ormai inseparabile Black Berry (l’amico che me lo ha regalato mi avrà anche tirato un sacco di bidoni, ma questo regalo li ripara tutti), quando il mio vicino, sottovoce, mi chiede:</p>
<p>«Ma Lei… è un … marxista?».</p>
<p>Va bene che ho il culo rotto come Carlo Marx e la barba incolta assomiglia alla sua, ma no, gli rispondo:</p>
<p>«Certo, rispetto alle sue limpide analisi economiche gli economisti di oggi sembrano un branco di idioti. A capacità di previsioni posso assicurarle che oggi è meglio affidarsi al Mago Otelma, lui sì che non ne sbaglia una».</p>
<p>«E poi, dovrebbe essere il Sindaco, considerata la sua appartenenza politica, a difendere gli interessi del proletariato – aggiungo – non Le pare?».</p>
<p>«Eppure – replica il mio interlocutore – l’ho già vista da qualche parte. Forse Lei è un “animalista”, ricordo – ecco – una foto del giornale di qualche giorno fa, di Lei con un gatto in braccio. Bella foto, ma dell’intervista, mi scusi l’espressione, non ci ho capito proprio un cazzo».</p>
<p>«Ha ragione, volavo un po’ troppo alto, ora Le spiego…».</p>
<p>Ma il 60 compare sullo schermo: purtroppo devo andare, è il mio turno.</p>
<p>«Non mi lasci così, se Lei non è un marxista, allora … che cos’è?».</p>
<p>«Sono semplicemente uno che cerca di ragionare con la sua testa. <em>Sapere Aude</em>!».</p>
<p>«Come?».</p>
<p>«Abbi il coraggio di servirti del tuo intelletto». Non c’è tempo per spiegare Kant.</p>
<p>L’infermiere sbuffa: «Dov’è il sessanta?».</p>
<p>«Arrivo».</p>
<p>«Eccomi, caro dottore», esordisco alla Bartali: «Tutto sbagliato, tutto da rifare?».</p>
<p>«Non scherziamo, è impossibile: faccia vedere».</p>
<p>E giù di nuovo il suo dito, che ormai deve conoscere il mio culo almeno quanto conosce quello di sua moglie: poi, con un cateterino, penetra nella ferita. Sono ormai talmente abituato a questa forma di supplizio che riesco persino a tenere le gambe ferme e alla fine ecco il responso dell’illustre culologo:</p>
<p>«Eh, sì…qualcosa non è andato per il verso giusto».</p>
<p>«Ma come – replico –, non doveva essere un intervento risolutivo?».</p>
<p>«Nell’1% dei casi purtroppo non è così».</p>
<p>«Ma si può sapere cosa è successo?».</p>
<p>«Non ci sono che due ipotesi: la prima è che potrei non essere andato abbastanza a fondo, insomma, che l’intervento doveva essere più profondo, la seconda è che si sia trattato di un difetto di cicatrizzazione. Ma non si preoccupi, La metto subito in lista d’attesa e rifacciamo tutto da capo. Sono proprio curioso di vedere se ho sbagliato l’intervento. Non mi succede mai».</p>
<p>Mi mette sotto il naso il modulo del consenso informato, la mia firma è indispensabile per essere inserito nella lista d’attesa. Firmo quasi automaticamente, senza neppure leggerlo. Tanto sono le solite minchiate. Ma la mia mente è già altrove. Non si rende conto che mi ha rovinato tutta l’estate, e che ora sta mettendo a repentaglio l’inizio delle mie lezioni? Ah, sì, ora il mio culo è diventato l’oggetto della sua curiosità: col cazzo e col pensiero che te lo faccio riaprire, brutto stronzo. Cupo nella mia disperazione, sbotto:</p>
<p>«Almeno mi incida l’ascesso!».</p>
<p>«Ma non c’è l’ascesso. C’è la fistola».</p>
<p>Resto basito: tiro fuori l’ecografia e alzando il tono della voce gli dico:</p>
<p>«Ma non lo vede?».</p>
<p>«Sì che lo vedo, ma non c’è più!».</p>
<p>«Guardi che l’ecografia l’ho fatta ieri».</p>
<p>Il chirurgo è perplesso. In effetti la cosa è razionalmente inspiegabile. Mi rinfila di nuovo il dito su per il culo, e con un filo di voce sussurra:</p>
<p>«Non saprei proprio dove incidere…».</p>
<p>D’improvviso mi viene in mente la telefonata con la suora, ma no … è impossibile … chiedo:</p>
<p>«Allora non devo stare a riposo?».</p>
<p>«No, ma un nuovo intervento è assolutamente indispensabile. L’ascesso può formarsi di nuovo, da un momento all’altro. Anche se per qualche giorno con gli antibiotici non dovrebbero esserci problemi».</p>
<p>Decido allora di partire, mi sento protetto, più che dagli antibiotici, dall’Angelo della suora e riesco a prendere l’ultimo treno per Lucerna. Oggi arrivare a Lucerna è un’impresa titanica, soprattutto perché devi comunque cambiare ancora a Milano. Viaggio su un regionale, perché almeno quello non mente sull’orario di arrivo. Come è noto gli intercity sono ormai diventati delle tradotte. Si è puntato tutto sull’alta velocità. Si fa prima ad arrivare da Milano a Roma che da Genova a Milano. Provare per credere. L’importante è, ora, non perdere la coincidenza per Lucerna. È vero che devo parlare nel pomeriggio, ma cosa faccio a Milano se perdo l’ultimo treno notturno per la Svizzera?</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p align="center">
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		<title>Dai Quaderni neri</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Dec 2009 12:29:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[25 Dicembre. Natale. L’ intellettuale deve rimanere un giocatore (nel significato specifico datogli dal Rensi). Questa mattina ancestrale, con la radio che trasmette un discorso di  Lord Buckingham, s’ apre una finestra che non illumina(Natività?): non più bimbi con i loro giocattoli nuovi, non più rumore di cucine, di riunite dinastie patriarcali. Io, ultimo dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter" src="http://www.flutehistory.com/Resources/Images/MozartTromlitz/Mozart-1.gif" alt="" width="587" height="453" /></p>
<p>25 Dicembre. Natale. L’ intellettuale deve rimanere un giocatore (nel significato specifico datogli dal Rensi). Questa mattina ancestrale, con la radio che trasmette un discorso di  Lord Buckingham, s’ apre una finestra che non illumina(Natività?): non più bimbi con i loro giocattoli nuovi, non più rumore di cucine, di riunite dinastie patriarcali. Io, ultimo dei demoni, cammino solo per le strade, in mezzo a queste squallide coppie di giovani innamorati codini. Un bacio che s’illude di bontà, un bacio, la violenza più arcana!</p>
<p>Dunque il pensiero va veloce, mentre si concede e si nega al contempo, mentre apro le porte delle case e agito la frusta, guazzabuglio di vesti e denaro. I gatti dormono sopra le teste degli apostoli, sognando una nuova morale. La ragione è del più forte.</p>
<p>26 Dicembre. Ieri, Natale. I giorni senza memoria. In odio agli uomini: aspetto solo il piombo fuso di mezzanotte.</p>
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		<title>Dai quaderni neri.</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 08:21:33 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Appia; tuscolana; quaderni; diavolo; Robespierre; Saint-Just; Kant; rivoluzione; Engels; Bowie; Junius Frey; Sabbatianesimo; Trakl; brescia]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>7 noe [---] &#8211; La seconda volta sull’Appia, dopo i tre papi, una fumata bianca lungo le automobili della notte, le finestre di case dell’edilizia pubblica, mentre una ragazza cammina con il suo cane privo di mondo, che la precede, senza fretta, sulle scale di fronte a casa. Giochi di fantasmi di prostitute bambine di Engles, una serata all’opera e sette giovani che mangiano zuppa nudi in una piccola cucina sulla Tuscolana. Una lettera per M., scritta sul treno in corsa, dietro il cielo e le colline <em>the man who sold the world</em>. Al tuo Robespierre, Mario, alla sua castità di santo peccatore…Frammento lettera 7- 11: e se Robespierre non fosse che la grande eresia ebraica di Saint-Just? Forse mise a morte Junius Frey proprio perché gli era rivale interno? Castità e terrore hanno qualcosa di sabbatiano in lui, di religioso, mentre sono splendidamente politici nel prete Saint-Just. Forse Robespierre è al contempo <em>mattìr ’issurìm</em> e <em>mattìr ’assurìm</em>? Il grande messia della santità del peccato (“Lodato sii tu, o Dio, che permetti ciò che è proibito”)</p>
<p>[…] Poi quella piccola città lombarda, presto e ancora presto. Ricordo che, appena dietro la piazza rossa di Stalingrado, pochi giorni prima di natale un soldato tedesco suonò al violino l’Appassionata, vicino al gelido fiume. In un istante il diavolo si posa sui miei piccoli mille quaderni neri, che svolazzano da ogni parte; tu, in ogni istante, sei il mio Narciso, il mio più inconfessabile segreto. Chi più a lungo sa patir? Kant, con il suo gingillarsi in preda ad una esoterica passione per la Rivoluzione, mette davvero paura. E tua madre, che pensa così male di me, mi prenderà un giorno per mano, quando capirà che ti amo, e si stupirà che nessun’altra domanda da pormi le venga più in mente. Una</p>
<p>rossa pianta si slega tra i cancelli di questo paesino […] “<em>Ma raggianti levano le argentee palpebre gli amanti: unità dei generi”</em> (G. Trakl, Canto dell’Occidente)… [--01027..//-] Uscire da un uovo enorme, in due, e passare Dalì: rovesciare il sangue nel mar nero, e riporre il simbolo originario al posto della croce cristiana. <em>Sinn im Echo fortbenommen</em>. Diamo sangue ai nostri fantasmi.</p>
<p>(…) Le guerre, i numeri, astratti nei tuoi occhi, la malasorte della pioggia e le tue ballerine, lasciare la stanza senza far rumore, come un angelo dell’apocalisse della poesia che amo che smorza appena il lume.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://atcasa.corriere.it/Tendenze/Personaggi/2009/08/05/img/casa-dali-01.jpg" alt="" width="372" height="279" /></p>
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		<title>L&#8217;ombra di Carl Schmitt. Su Antonio Caracciolo &#8211; di Alessandro Aranda</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 21:42:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Caracciolo; Caracciolo; negazionismo; Sapienza; Olocausto; Repubblica; Schmitt; democrazia; guerra civile; Eumeswil; ebrei]]></category>

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		<description><![CDATA[L’ombra di Carl Schmitt, mentre bruciano le streghe. “La justice est une espèce de martyre” (J. B. Bossuet) “Occultus propter metum Judaeorum” (Vangelo di Giovanni, 19, 38) Oggi, 22 Ottobre 2009, Antonio Caracciolo è finito in prima pagina su “La Repubblica”: «Il professore che nega lo sterminio degli ebrei». C&#8217;è il rischio che il rettore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://it.geocities.com/caracciolo_di_seminara/istantanea_video_3.jpg" alt="" width="282" height="230" /></p>
<p style="text-align: center;"><span style="-webkit-text-decorations-in-effect: underline;"><strong>L’ombra di Carl Schmitt, mentre bruciano le streghe.</strong></span></p>
<p align="right">“<em>La justice est une espèce de martyre</em>”</p>
<p align="right">(J. B. Bossuet)</p>
<p align="right"><em>“Occultus propter metum J</em><em>udaeorum</em><em>”</em></p>
<p align="right">(Vangelo di Giovanni, 19, 38)</p>
<p align="right">
<p>Oggi, 22 Ottobre 2009, Antonio Caracciolo è finito in prima pagina su “La Repubblica”: «Il professore che nega lo sterminio degli ebrei». C&#8217;è il rischio che il rettore della Sapienza sospenda il docente dall’Università.</p>
<p>Forse è il caso di spiegare brevemente, ai pochi lettori attenti, chi sia Antonio Caracciolo. Semplicemente, senza fare dell’accademia, Caracciolo ha tradotto in Italia alcune fondamentali opere di Carl Schmitt come <em>Il custode della Costituzione</em> (Giuffrè, 1981), la <em>Dottrina della Costituzione </em>(Giuffrè, 1984) e la<em> </em><em>Teologia Politica II</em> (Giuffrè, 1992); ha curato le pubblicazioni e introdotto numerosi altri lavori del giurista tedesco, da <em>La Dittatura</em> (Settimo Sigillo, 2006) a <em>Posizioni e concetti</em> (Giuffrè, 2007); è stato direttore dal 1986 al 1995 della rivista <em>Behemoth</em>. Per chi ritiene – come il sottoscritto – Carl Schmitt uno dei più grandi pensatori del Novecento, Antonio Caracciolo è una presenza indispensabile: forse è l’unico, in Italia, a conoscere ogni singolo dettaglio biografico, ogni singola sfumatura lessicale, ogni minuta questione che riguardi gli scritti e la vita del giurista di Plettenberg.</p>
<p>«Non è neppure professore», scrive La Repubblica. Ed è proprio questo che stride rende sospette le nostre Università. «Vanta 33 blog», scrive la Repubblica. Di cui uno, i <em>Carl Schmitt Studien</em>, è senza dubbio il più completo archivio esistente in Italia su Schmitt.</p>
<p>Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica romana, allude ad un «Signor nessuno». Probabilmente, definirebbe anche Carl Schmitt un semplice nazista. Ed è qui, che brucia la strega, come scriveva Alain de Benoist in un articolo che confutava le posizioni di Zarka, autore di un angusto libricino sullo “Schmitt antisemita”, <em>Kronjurist del Terzo Reich</em>. Non è qui la sede per discutere della relazione tra Schmitt e il nazismo (lui stesso, novantenne, non sopportava più, come disse in un’intervista Fulco Lanchester, che “ogni stupido laureando” si permettesse di scrivere una tesi su di lui, “tutte incentrate sul tema fascismo e antifascismo”). Non è di questo che si tratta. Né si tratta, in sé, delle posizioni espresse da Caracciolo sull’Olocausto (che si limitano, dopotutto, a riportare tesi e argomenti già da altri sostenuti). Forse, non si tratta neppure di difendere Caracciolo: lo ha già fatto lui stesso, splendidamente, nell’articolo “<em>Mi dicono che sono in prima pagina su Repubblica…come un mostro?” </em>(in civiumlibertas.blogspot.com<em>)</em>.</p>
<p>Si tratta, in realtà, della guerra civile. Della “<em>buona guerra</em>”, come diceva Montherlant, della guerra che, in nome dell’umanità, rende i nemici (<em>hostes</em>) <em>criminali</em>. La guerra <em>giusta</em>, che discrimina dall’interno gli uomini, togliendo al negativo – al vandalo come al professore – la qualità stessa di uomo. Si tratta, in altri termini, della sistematica discriminazione che la democrazia mette in atto contro chi non si adegua al suo pensiero dominante, rispetto al quale essa pretende – in nome dell’uguaglianza, dell’umanità o della ragione – ciò che solo un totalitarismo può chiedere: l’adesione morale, il totale allineamento interno.</p>
<p>La giustizia della democrazia – in base alla quale si chiede, oggi, l’applicazione della Legge Mancino (L. n. 205/1993) – è <em>debellatio</em>, sradicamento e persecuzione di un nemico collocato nella sfera del non-diritto: la sua è guerra giusta (<em>gerecht</em>) in quanto convinta delle proprie ragioni (<em>selbstgerecht</em>). Da qui la totale privazione dei diritti in nome del diritto.</p>
<p>Non è casuale che, nel momento in cui Caracciolo viene messo in mezzo dalle pagine dei giornali, siano proprio questi temi schmittiani a divenire così attuali. Inutile sarebbe cercare di spiegare agli accusatori che né Caracciolo né Schmitt possono essere denazificati, in quanto non possono neppure essere nazificati. Questa, infatti, è la buona guerra, quella che ci conduce a <em>Eumeswil</em>, la città delle Eumenidi, di cui parla Ernst Jünger, dove “<em>nell’ innestare e nel venir innestati si esaurisce la nostra esistenza sociale. L’ideale è rappresentato dall’innestamento egualitario</em>”.</p>
<p>Saremmo degli stolti se volessimo invocare la libertà di pensiero, a difesa di Antonio Caracciolo. Dovremmo ben sapere, infatti, che essa non è, per la democrazia, che un semplice mezzo dell’uguaglianza. Non è un fine in sé, ma uno strumento di persuasione/costrizione morale. Un diritto che si percepisce come universale, non può, del resto, coesistere con una morale relativistica, che consenta a ciascuno di pensare ciò che vuole. Non ha senso, infatti, rivendicare una libertà di pensiero nel momento in cui la democrazia tende a orientare le nostre azioni e i nostri comportamenti non sull’autorità politica – su ciò che viene semplicemente comandato -, ma sull’adesione morale – su ciò che deve farsi in quanto proclamato giusto -. A questo punto, se esiste davvero una “<em>giusta ragione</em>” – universale e naturale -, non vi è più alcun diritto di trasgredirla neppure nelle opinioni, nel foro interno, nei propri pensieri. Ogni opinione non conforme diventa, infatti, ingiusta per definizione.</p>
<p>Mi chiedo, stanotte, quante vittime farà ancora questa guerra civile, poliziesca, moralistica e di massa, che si muove silenziosamente, nell’aspetto “<em>fuso</em>” del mondo direbbe Spengler, nella sua notte, dove tutti i conflitti diventano privati, informi, dove la stessa Storia diventa privata e meschina. L’ingranaggio si sta perfezionando, e, tra non molto, potrà finalmente veder attuata la propria formula “<em>We don’t kill them, we drive them to suicide</em>”. Basta, ormai, un giornalista, per far bruciare un intellettuale.</p>
<p>Chi non si allinea, si nasconda. Apro, del tutto casualmente, il <em>Glossarium</em> di Carl Schmitt:</p>
<p>“<em>14 Aprile 1949. </em><em>Pseudonimo attuale: Giuseppe d’Arimatea; egli porta al sicuro il corpo del Signore, ma con prudenza e di nascosto, nonostante l’autorizzazione da parte delle autorità di occupazione: «Occultus propter metum J.[udaeorum]»</em> (<em>Gv</em>., 19, <em>38</em>)”.</p>
<p>Caracciolo non è stato prudente, ha violato la regola fondamentale di Eumeswil, quella secondo cui “<em>esistono verità che siamo costretti a tacere, se vogliamo vivere insieme: si gioca alla bell’ e meglio con l’altro, ma non si rovescia la scacchiera</em>”.   Tutti noi, però, oggi, siamo tentati dal mandare all’aria questi scacchi.</p>
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