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	<title>Mosca sul cappello &#187; Filosofia e Diritto</title>
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	<description>Rivista tecnica di avanguardia nel diritto, nella politica, nelle arti</description>
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		<title>Staglieno o dell&#8217;industrializzazione della profanazione &#8211; di P. Becchi</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 15:07:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia e Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[genova; staglieno; tombe; profanazione; Comune; morti; Becchi]]></category>

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		<description><![CDATA[Staglieno o dell’industrializzazione della profanazione. Nel 1899, il becchino di Staglieno ebbe probabilmente modo di veder piangere Oscar Wilde davanti alla tomba della moglie, mentre copriva di rose scarlatte il sepolcro sul quale ancora oggi si può leggere il nome di Constance Lloyd. Mi piace pensare  che quel becchino, allora, si commosse, davanti a quella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Staglieno o dell’industrializzazione della profanazione.</em></strong></p>
<p><img class="aligncenter" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/e/ea/Genova_-_Cimitero_di_Staglieno_-_Statua_della_Fede_e_Pantheon.jpg/250px-Genova_-_Cimitero_di_Staglieno_-_Statua_della_Fede_e_Pantheon.jpg" alt="" width="250" height="333" /></p>
<p>Nel 1899, il becchino di Staglieno ebbe probabilmente modo di veder piangere Oscar Wilde davanti alla tomba della moglie, mentre copriva di rose scarlatte il sepolcro sul quale ancora oggi si può leggere il nome di Constance Lloyd. Mi piace pensare  che quel becchino, allora, si commosse, davanti a quella “<em>livella</em>” che rende tutti uguali e soli gli uomini. Oggi quelle rose non ci sono più: proprio in questi giorni, Staglieno è salito agli onori della cronaca per una serie di delitti atroci commessi da parte di sette dipendenti dell’Amministrazione Comunale in servizio al cimitero: forse già in vita volevano riservarsi quella <em>vanga d’oro</em> che Fabrizio De André avrebbe amato lasciar loro con il suo <em>Testamento</em>. Ma, credo, avrà cura &#8211; anche perché anche lui riposa qui, a Staglieno &#8211; di revocare l’annunciata disposizione.</p>
<p>Vediamo, però, di ricordare un poco i fatti. Il primo obiettivo della “<em>banda delle salme</em>”, come è stata definita, era quello di recuperare protesi dentali, anche non d’oro, e protesi ortopediche in acciaio, titanio ed altre leghe leggere pregiate, nonché di sottrarre ai cadaveri esumati anelli, collanine, monili, oggetti comunque di valore, lasciati loro addosso per ricordo dai parenti all’epoca della sepoltura. Il materiale così rimosso veniva suddiviso in bacinelle e stoccato all’interno degli armadietti degli “addetti ai lavori”. Le protesi dentarie veniva acquistate in blocco da un ex dipendente dei servizi cimiteriali del Comune, mentre, per le protesi ortopediche, ciascuno “badava al caso suo”. Quello che restava dei defunti depredati, le ossa umane spolpate, veniva poi gettato in un cassonetto della spazzatura nei pressi del Cimitero. Per secondo obiettivo, invece, i nostri si erano prefissi il recupero delle casse in legno pregiato prima della cremazione (pratica ormai molto diffusa dopo l’esumazione e largamente favorita dalle nostre leggi), in modo da rivenderle sul mercato dell’usato. Terzo obiettivo, furto di arredi di interesse storico e artistico: le lapidi più preziose venivano intenzionalmente rovinate per poterle rimuovere e rivendere i marmi pregiati sottratti. Infine, l’ operazione “<em>sogliola</em>”, ossia  la riduzione delle bare originarie in loculi di forma più contenuta, senza attendere la scheletrizzazione del cadavere, in modo da ricavare maggior spazio da vendere “<em>in nero</em>”.</p>
<p>Un’attività pianificata con tanta cura, effettuata ormai da anni, non credo neppure possa dirsi rientrante nelle fattispecie delittuose dei nostri articoli 407 ss. c.p. (i delitti contro la pietà dei defunti). Ricordo che un grande maestro del diritto criminale, il Carmignani, nel 1808 spiegava come “diversi motivi possono indurre una persona a commettere violazioni di sepolcri”: odio verso la religione “pubblica”, “fine di sortilegio”, animo di commettere privata ingiuria, “isfogo di libidine” e, infine, come ultima ragione, il fine di lucrare. Ma questa piccola impresa della profanazione agiva davvero per scopo di lucro o c’è qualcosa d’altro, di più inconsapevole, di più profondo? Non siamo certo di fronte al tipico caso di “furto” al cadavere, peccato d’umana debolezza, mi sia concesso dire pure “veniale”, se non altro perché, perlomeno, nobilitato dalla letteratura (si pensi soltanto all’ Andreuccio da Perugia del Boccaccio). Questi sciacalli pagati dal Comune (come sono tutt’ora, seppure destinati a nuove mansioni…) si erano trovati un modo di arrotondare lo stipendio non soltanto rubando, ma saccheggiando resti mortali e profanando tombe con una precisione ed un’indifferenza per i morti senza precedenti.  Si resta scossi di fronte a quello che è successo, perché la pietà verso i defunti è qualcosa che ci accomuna nella nostra appartenenza di specie. Onorare la loro memoria rientra in quelle forme di rispetto che gli uomini da sempre si riconoscono reciprocamente.</p>
<p>Ecco perché di fronte ai fatti di Staglieno ci  sarebbe da rimanere quanto meno indignati. Lasciano, pertanto, basiti le reazioni del Direttore Generale del Comune di Genova, Signora Maddalena Danzì, come riportate dalla stampa locale: «Le presunte razzie non mi colgono di sorpresa. Questi lavoratori, sempre a contatto con la morte, e addetti ad un’attività ritenuta socialmente poco qualificante, sono soggetti ad un abbruttimento psicologico». Per questa ragione c’è bisogno di una «vigilanza sanitaria del loro stato psicologico». <em>Dulcis in fundo</em>: «Personalmente comunque mi fa più orrore una turbativa d’asta, l’omissione di atti dovuti, o chi utilizza una carica pubblica per l’interesse dei terzi». Questa è la persona che sta mettendo mano alla riorganizzazione dei servizi cimiteriali genovesi?</p>
<p>Non so, sinceramente, se sia più socialmente qualificante del lavorare in un cimitero il pulire cessi in ospedali schifosi o il raccattare la <em>monnezza</em> sulle strade: sono tutte attività socialmente indispensabili, e chi le esercita va trattato con il rispetto che si deve a ciascuna persona indipendentemente dall’attività che svolga. Ma se il netturbino, invece di raccogliere la spazzatura, la gettasse per le vie? Sedute psicoanalitiche per tutti? Insomma, alla Direttrice Generale fa molto più orrore, tanto per fare un esempio concreto, la mancata contestazione di una contravvenzione stradale da parte di un vigile urbano ad un suo conoscente! Ma come è possibile – mi chiedo – che si possa considerare “<em>bagatellare</em>” la profanazione sistematica di tombe e resti mortali? Non si tratta più dell’umana, troppo umana, tentazione di sfilare il rolex d’oro che il defunto orologiaio tiene ancora al polso, compagno prediletto anche nell’eterno riposo. Siamo di fronte, come già ricordato, ad una vera e propria industria della profanazione.</p>
<p>Forse una spiegazione c’è, e si ricollega proprio a questa inedita forma di delitti. Vediamo se mi riesce in due parole di renderla comprensibile. È la nostra attuale comprensione del corpo vivo come insieme di parti scollegate tra loro, <em>Körper</em> e non <em>Leib</em>, pura materia strumento di fini a lui estrinseci, ad aver mutato anche le nostra percezione del corpo morto. Un corpo umano viene oggi programmato, già in un caso su cento, in provetta, spesso con sperma e ovuli comperati in qualche supermercato e la gravidanza viene portata avanti in un utero preso in affitto. Questa è la nascita. Poi, durante la vita, ci si ammala, è normale e la medicina postippocratica se ne fotte di guarirti. Spesso, il medico non risolve i problemi che il paziente gli pone, ma quelli che egli stesso si pone. Ai medici del Terzo Millennio interessano più le malattie che i corpi malati, i quali sono soltanto gli oggetti delle loro sperimentazioni. Tutt’al più, dietro lauto compenso, ti potranno impiantare un rene messo in vendita da qualche “buon samaritano”. Quando infine sei lì lì per tirare le cuoia e vorresti almeno andartene in santa pace, alcuni avvoltoi sono pronti a svuotarti quando sei ancora caldo di tutti i tuoi organi e tessuti ancora riciclabili. Ah, sì, cara Direttrice, se è così allora non c’è affatto di che sorprendersi per quello che è successo al cimitero: è solo il capolinea della nostra disumanizzazione.</p>
<p>Paolo Becchi</p>
<p>Università degli Studi di Genova</p>
<p>* Il presente testo costituisce la versione integrale dell&#8217;articolo apparso oggi 14 Luglio 2010 sulle pagine de &#8220;Il Riformista&#8221;.</p>
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		<title>Manuel Fraga Iribarne: Carl Schmitt, l&#8217;uomo e l&#8217;opera (21 marzo 1962)</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 19:27:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Filosofia e Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[1962]]></category>
		<category><![CDATA[Carl Schmitt]]></category>
		<category><![CDATA[Insituto de Estudios Politicos]]></category>
		<category><![CDATA[investitura]]></category>
		<category><![CDATA[Manuel Fraga Iribarne]]></category>
		<category><![CDATA[membro onorario]]></category>

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		<description><![CDATA[CARL SCHMITT: L’UOMO E L’OPERA[i] di Manuel Fraga Iribarne[ii] Discorso pronunciato il 21 marzo 1962 in occasione dell’investitura del professor Carl Schmitt a Membro onorario dell’Instituto de Estudios Polìticos. *** Non sono nuovi a questo Istituto i grandi eventi accademici. Ma quello di oggi possiede, a mio avviso, un’ importanza particolare. L’ Instituto de Estudios [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">
<p align="center">
<p align="center"><strong>CARL SCHMITT: L’UOMO E L’OPERA</strong><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn1" rel="nofollow" >[i]</a><strong> </strong></p>
<p align="center">di Manuel Fraga Iribarne<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn2" rel="nofollow" >[ii]</a></p>
<p align="center">Discorso pronunciato il 21 marzo 1962</p>
<p align="center">in occasione dell’investitura del professor Carl Schmitt a Membro onorario dell’<em>Instituto de Estudios Polìticos</em>.</p>
<p align="center">***</p>
<p>Non sono nuovi a questo Istituto i grandi eventi accademici. Ma quello di oggi possiede, a mio avviso, un’ importanza particolare.</p>
<p>L’ <em>Instituto de Estudios Polìticos</em>, prossimo a compiere venticinque anni di variegata e feconda attività, conferisce oggi, per la prima volta, la qualifica di Membro onorario al professor Carl Schmitt, da tempo docente presso le Università di Colonia e Berlino. E’ un omaggio a una delle figure di spicco della scienza politica tedesca ed europea; una figura, nondimeno, tra le più legate alla Spagna, sia per l’influenza che i suoi scritti hanno avuto nel nostro Paese, sia per l’interesse che Schmitt ha rivolto alle problematiche della Spagna e alla sua cultura.</p>
<p align="center">I. SCHMITT E LA SPAGNA</p>
<p align="center">
<p>Sul legame tra Carl Schmitt e la lingua spagnola non sarà necessario che mi dilunghi molto, dal momento che tutti ne siamo a conoscenza. Il nostro nobile amico sa parlare e scrivere il castigliano in maniera eccellente, come se fosse la sua seconda lingua; sua figlia Anima si è, inoltre, stabilita qui da noi, sposando un eminente collega dell’Università di Santiago de Compostela<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn3" rel="nofollow" >[iii]</a>. Questo ha reso ancor più forte il vincolo d’affetto che lega Schmitt alla nostra terra e all’Università spagnola, e lo ha indotto a farci visita più di frequente. Abbiamo avuto la fortuna di ascoltare molte volte i suoi discorsi in questo Istituto, nelle Università di Madrid, Barcellona, Santiago, Granada e Saragozza; nell’Ateneo di Madrid, la cui collana «<em>O Crece o Muere</em>» fu inaugurata nel 1951 con la sua conferenza  «L’unità del mondo»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn4" rel="nofollow" >[iv]</a>.</p>
<p>Gran parte dell’opera di Schmitt è tradotta in spagnolo<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn5" rel="nofollow" >[v]</a> e aggiungo che, grazie ad Anima, diversi suoi lavori sono stati pubblicati prima nella nostra lingua che in Germania, in versioni perfettamente fedeli all’originale tedesco. Quella di Schmitt è un’opera che ha inciso notevolmente in Spagna, durante gli ultimi trent’anni, contribuendo ad una nuova e importante fioritura degli studi politici, i cui momenti culminanti sono stati la creazione di questo Istituto nel 1939, la pubblicazione dal 1941 della <em>Revista de Estudios Polìticos</em> (che ha appena pubblicato il suo numero 121), e la fondazione nel 1943 della prima Facoltà di Scienze Politiche ed Economiche.</p>
<p>Carl Schmitt si è più volte riferito agli scritti dei suoi colleghi spagnoli, del presente come del passato; in particolare, è un profondo conoscitore della Scuola Spagnola di Diritto Internazionale, ed ha illuminato nuovi e interessanti aspetti del pensiero di Francisco de Vitoria, così come di Donoso Cortés, la cui illustre figura egli ha contribuito forse più di chiunque altro a presentare in un’interpretazione europea e ad avvalorarla  in ambito mondiale<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn6" rel="nofollow" >[vi]</a>.</p>
<p align="center">II. SCHMITT E IL SUO CONTESTO</p>
<p align="center">
<p>Occupiamoci ora della figura di Carl Schmitt e della sua mirabile opera. L’uno e l’altra sono inseriti in un contesto di radicale importanza. Carl Schmitt è anzitutto un teorico della Politica e del Diritto Pubblico, e si è trovato, inoltre, ad esserlo nel momento di maggior intensità di una straordinaria crisi delle strutture politiche e giuridiche.</p>
<p>Sin da Platone, la scienza politica, analizzando miti e favole (il racconto della caverna), spiega le maggiori sciagure: la nottola di Minerva vola sul far del crepuscolo. Ebbene, quando le cose vanno male è più difficile che mai trovarsi concordi. Platone ce lo ricorda nelle <em>Leggi</em>, dopo i primi <em>excursus </em>del dialogo. «<em>In realtà è difficile, o Ospiti, che il Custode dello Stato sia sufficientemente preparato nella pratica come nella teoria</em>»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn7" rel="nofollow" >[vii]</a>.</p>
<p>Non ci si può soffermare sul contesto in cui Carl Schmitt ha dovuto sviluppare la sua vocazione di Professore di Scienze Politiche senza venirne coinvolti emotivamente. Nato il 2 giugno 1888, il suo primo lavoro fu pubblicato nel 1910<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn8" rel="nofollow" >[viii]</a>. Poco dopo, la prima guerra mondiale minò alle fondamenta l’ordine europeo e distrusse l’opera di Bismarck, indebolendo l’Europa centrale e destinandola ad essere nuovamente il campo di battaglia tra l’Occidente e l’Oriente.</p>
<p>Carl Schmitt ha vissuto in prima persona l’inevitabile cammino verso ciò che il grande storico Meinecke chiamerà «la catastrofe tedesca», ossia, come effettivamente si rivelò, la catastrofe dell’Europa. Dopo il primo tentativo di creare, con lo «spartachismo», una Repubblica Sovietica tedesca, la Costituzione di Weimar lascerà senza soluzione (“senza <em>decidere</em>”, dirà Schmitt) i grandi problemi di un concreto ordine politico per la Germania.</p>
<p>Schmitt, con il limpido sguardo del ricercatore e con il tragico stato d’animo dell’osservatore impotente, vede l’ordine monarchico dello Stato affondare, l’inflazione divorare le classi medie; assiste per le strade alla brutalità più cruda, osserva la violenta reazione del razzismo, vive la catastrofe della guerra totale. E’ dichiarato colpevole, con tutto il suo popolo.</p>
<p>Conosce quindi, dopo la distruzione della sua casa e della sua biblioteca, gli interrogatori, il campo di concentramento, ed è privato della sua cattedra. Ecco come lo racconta egli stesso, nei toccanti versi del «Cantico di un vecchio tedesco», mirabilmente tradotti dal suo amico Eugenio D’Ors:</p>
<p>«Morsi il freno a cavallo del destino.</p>
<p>Vittorie e sconfitte, rivoluzioni e restaurazioni,</p>
<p>Inflazioni, deflazioni, bombardamenti,</p>
<p>Denunce, crisi, rovine e miracoli economici.</p>
<p>Fame e freddo, campi di concentramento e automazione:</p>
<p>Attraversai tutto. Tutto mi ha attraversato.</p>
<p>Conosco i molti stili del terrore…»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn9" rel="nofollow" >[ix]</a></p>
<p>Emerge da queste esperienze l’uomo Carl Schmitt; egli si definisce un <em>contemplativo</em>. «Mite, silenzioso e remissivo», o piuttosto «capace di difendersi»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn10" rel="nofollow" >[x]</a>. Come professore «apprezza le formulazioni precise», ma trova ovunque ambiguità ed insicurezza. Umilmente dirà che il suo caso «è il caso sgradevole, inglorioso ma autentico di un <em>Epimeteo</em> cristiano»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn11" rel="nofollow" >[xi]</a>.</p>
<p>Non vi ricorderò il vecchio mito di Epimeteo, che con Pandora aprì un vaso colmo di tragiche sorprese<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn12" rel="nofollow" >[xii]</a>.</p>
<p>Schmitt, correttamente, ricerca le radici della crisi politica e umana del nostro tempo nella crisi spirituale del XVI secolo. L’umanesimo liberò l’uomo e lo pose al centro dell’universo: tornammo a cibarci del frutto proibito, ed aprimmo il vaso dei misteri. L’uomo, svincolato da Dio e dalla sua Chiesa, si ritrovò solo, faccia a faccia con altri uomini che, come lui, morto Dio, volevano essere oltreuomini. L’uomo si avvide che, in una tale situazione, il suo mondo assomigliava a quello dei lupi. Cercò dunque nello Stato una soluzione che scongiurasse la «guerra di tutti contro tutti». Ma non gli servì: lo Stato poteva dargli pace solo a costo di crescere costantemente. Il grande Leviatano, nello Stato totalitario, finirà per divorare i suoi cittadini, e per confrontarsi con altri mostri simili a lui in guerre inevitabili nelle quali ognuno pretenderà di avere tutta la ragione e di trattare gli sconfitti senza alcuna pietà.</p>
<p>Schmitt ha esaminato da ogni prospettiva questa disperata, irresolubile situazione.</p>
<p>Ha studiato la «discordia che determinò il destino dell’Europa», vale a dire la rottura dell’unità religiosa nel XVI secolo. Nativo della Germania, paese di tormenti che giunsero al culmine con gli orrori della guerra dei Trent’Anni, si immerse, grazie ad una preparazione straordinaria, nei grandi miti di quell’epoca tragica e grandiosa: il nostro Don Chisciotte, cattolico della Controriforma, come la Spagna sfiancato e sconfitto in una lotta impossibile; Faust, protestante, razionalista; e, a metà tra loro, tormentato dal dubbio, Amleto, prefigurazione del triste destino degli Stuart<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn13" rel="nofollow" >[xiii]</a>.</p>
<p>Poiché Schmitt non è un ermetico ciecamente acquartierato nella sua sfera giuridico &#8211; politica (pur essendo questa tanto ricca e varia), ma possiede una vocazione umanistica ed una colossale erudizione, ha esteso la sua ricerca agli antri più profondi della Storia e della Cultura. Cosciente della difficoltà, per un laico, di comprendere appieno la Teologia, ha dimostrato brillantemente che, senza di essa, è impossibile superare l’agnosticismo, e ha segnalato che, accanto al materialismo dialettico del comunismo e alla superata filosofia progressista di molti settori occidentali, esistono molte e grandi «possibilità di una visione cristiana della storia», vale a dire «un inquadramento dell&#8217;eterno che, nello scorrere dei tempi, dà grandi testimonianze e accresce in una poderosa creatività, attraverso travagli e pericoli, la speranza e l&#8217;onore della nostra esistenza »<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn14" rel="nofollow" >[xiv]</a>.</p>
<p>Ma passeranno altri quattro secoli prima che si possa tornare a questa conclusione, e a renderla storicamente possibile.</p>
<p>Carl Schmitt deve confrontarsi con la situazione disperata di un’Europa spiritualmente e politicamente distrutta, per la quale, nella sua patria tedesca, tenterà ripetutamente e sempre a vuoto di contribuire alla <em>creazione di un ordine</em>.</p>
<p align="center">III. L’OPERA DI CARL SCHMITT COME TEORICO DELL’ORDINE POLITICO INTERNO E DEL DIRITTO COSTITUZIONALE</p>
<p>Come disse Cicerone, noi professori di Politica ci occupiamo di questo: «<em>Ad res publicas firmandas et ad stabiliendas urbes salvandosque populos oni notra pergit oratio</em>»; ossia: «Tutto il nostro discorso è indirizzato a rafforzare gli Stati, a consolidare gli ordinamenti delle città e a salvaguardarne i popoli»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn15" rel="nofollow" >[xv]</a>. Data la complessità di queste incombenze, lo stesso Arpinate ci raccomanda la massima prudenza: «<em>Bene provisa et diligenter explorata principia ponantur</em>», come dire, pensiamo molto bene a ciò che diciamo, per il danno che potremmo arrecare agli altri, e per quello che gli altri potrebbero arrecare a noi.</p>
<p>Schmitt avrà occasione di comprovarlo e di ricordare che <em>scrivere</em> di Politica implica sempre porsi nelle mani di qualcuno che può <em>proscrivere</em>. Carl Schmitt sarà sempre fedele ai suoi grandi maestri: Machiavelli, Bodin, Hobbes, Tocqueville, Donoso Cortés. La sua linea è quella dei grandi <em>pessimisti</em>: quale moralista, quale storico può evitare di essere più o meno pessimista?</p>
<p>Passato il progressismo, passato l’ottimismo razionalista, <em>non frustra docent</em>, non insegnano invano i Maestri prudenti. Carl Schmitt confessa che Jean Bodin e Thomas Hobbes sono più vicini al suo pensiero rispetto a Francisco de Vitoria e a Ugo Grozio.</p>
<p>Egli non ricorderà che il mio incontro con lui fu quando, ancora studente, io traducevo Luis de Molina, e gliene parlai; mi disse che i teologi-giuristi «<em>non insegnano a decidersi</em>», essendo <em>decidere</em> «<em>l’atto politico per eccellenza</em>». Aveva ragione, in parte: il teologo moralista non decide per questioni politiche, ma sonda le basi etiche entro le quali quelle decisioni devono essere prese. Ma ciò che a Schmitt interessava era la necessità di un sistema ordinato affinché sia possibile prendere le decisioni fondamentali: uno Stato che ponga fine alla guerra civile. A ciò è dovuta la sua personale simpatia per Thomas Hobbes, del quale scriverà in carcere: «<em>Non permetterò che mi impediscano di pregare per la sua anima</em>».</p>
<p>A partire da questo dobbiamo comprendere l’opera di Schmitt. Appartiene alla grande generazione di Rudolf Smend, di Hermann Heller, di Dietrich Schindler, i quali (svincolandosi dall’orientamento formalista di Jellinek e Kelsen) rinnovarono la Scienza Politica tedesca tra le due guerre mondiali.</p>
<p>Seguendo il cammino iniziato da uomini della generazione precedente, come Maurice Hauriou in Francia, Gaetano Mosca e Pareto in Italia, il grande Max Weber nella stessa Germania, cercarono (in parallelo con i «Political scientists» americani, con Laski ed i suoi discepoli in Inghilterra) nuove tecniche ed un nuovo vocabolario che si adattassero a una realtà politica molto più complessa di quella del secolo XIX. Giurista finissimo, discepolo e ammiratore di Hugo Preuss, Carl Schmitt si richiama alla migliore tradizione dello «Ius Publium Europaeum», avvalendosi della Storia, della Psicologia, della Sociologia, etc., per una migliore comprensione della realtà politica. Ha saputo mantenersi nel giusto equilibrio tra le esigenze dell’obiettività scientifica e la sua legittima passione per le soluzioni effettive; è anche rifuggito dalla facile tentazione di cercare la purezza del metodo di analisi trascurando le necessità di tutti e l’inevitabile limitazione di ciascuno.</p>
<p>Ha sottolineato le limitazioni del positivismo giuridico, ha anche ricordato «<em>i grotteschi malintesi dello storicismo</em>» e, in quanto alla Psicologia, riprende la critica di Dostoevskij, un «<em>bastone a due punte al quale si può dare una direzione a piacimento</em>». Negare i valori, in virtù di  un equivoco realismo, è riprovevole, ma la cosiddetta «<em>tirannia dei valori</em>» è altrettanto pericolosa.</p>
<p>Chesterton ricordò che al mondo vi sono «<em>virtù cristiane che sono impazzite</em>»: Schmitt comprende che la crisi nichilista del XIX secolo non è stata superata dalla filosofia dei valori, che la logica del <em>valore</em> è anche una logica <em>senza valore</em>. La dialettica dell’<em>amico</em> e del <em>nemico</em>, sostenuta dai valori, si estremizza ed annulla così il rispetto nei confronti del nemico, causando «enorme esacerbazione e minacciando di aggravare ulteriormente il problema del secolo atomico»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn16" rel="nofollow" >[xvi]</a>.</p>
<p>Schmitt affrontò, come problema fondamentale della Scienza Politica di oggi, la <em>crisi dello Stato borghese di Diritto</em>. Sull’argomento, come dice il professor Legaz, scrisse «<em>la più fine ed esatta analisi che sia mai stata realizzata sulla realtà costituzionale dell’Europa nel secolo corrente</em>». Tratta della teoria della Costituzione, alla quale dedicò un libro di fondamentale importanza nel 1928; del concetto di <em>legalità</em>, inefficace sostituto di una vera <em>legittimità</em>; della situazione attuale del <em>parlamentarismo</em>; dei problemi della <em>dittatura</em>, come mezzo straordinario per risolvere problemi ordinari nei periodi di instabilità. In tutti i casi le sue analisi «<em>sono determinanti e indagano in profondità la situazione</em>».</p>
<p>Presentare la realtà così com’è non risulta sempre gradevole. Quelli che si ostinavano dopo la prima guerra mondiale e tuttora insistono dopo la seconda nel presentare lo Stato liberale come la panacea universale dell’organizzazione politica, non hanno gradito le caustiche impostazioni di Carl Schmitt.</p>
<p>In Spagna, quando Kelsen (malvisto, forse, nella profondità del suo dramma intellettuale) appariva come il rappresentante vivente dello Stato di Diritto, la traduzione nel 1934 della <em>Teoria della Costituzione</em> di Schmitt fu qualcosa di simile alla perdita della verginità per i nostri professori di Diritto Politico.</p>
<p>Il traduttore, dopo aver criticato il «<em>vuoto formalismo</em>» di Kelsen, si sente obbligato ad affermare che il nostro autore, «<em>mostrando crudamente i meccanismi interni, lascia nel lettore l’inquietudine che è il frutto morale di opere devastanti</em>». E, senza dubbio, avevamo bisogno proprio di questo; non della suggestione (ben intenzionata, in ogni caso) di ricorrere alla filosofia dell’«<em>als ob</em>». In Politica non si può operare <em>come se</em> la realtà fosse distinta da quello che è; in nessun altro campo la mancata aderenza alla realtà si paga tanto prontamente ed in modo così catastrofico.</p>
<p>In un tempo, come il nostro, di cambiamenti, Schmitt comprese l’incapacità da parte del debole Stato liberale di far fronte ai problemi interni ed esterni: reclamò un <em>potere decisionale</em> adeguato e sostenne la necessità di creare, in questo mondo rinnovato dalle trasformazioni tecniche, <em>ordini concreti parziali</em>, piuttosto che un ordine generale astratto, obiettivo allora irraggiungibile.</p>
<p>Ottenere questi ordinamenti parziali è davvero urgente, molto più che continuare ad avanzare in un progresso tecnico incontrollato. «<em>Colui che riesca ad arrestare la tecnica, attualmente libera da ogni vincolo, per dominarla ed inserirla in un ordine concreto, avrà dato una risposta al bisogno presente prima di colui che provi, con le risorse di una tecnica libera da ogni vincolo, ad atterrare sulla Luna o su Marte</em>»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn17" rel="nofollow" >[xvii]</a>. Ciò non si potrà realizzare senza le formule nuove e audaci della <em>prudenza architettonica</em> che costituisce l’ordine politico-giuridico. Anche in questo caso Schmitt ci dimostra la sua sapienza.</p>
<p>Reagisce con il <em>decisionismo</em> (spesso mal interpretato) alla debolezza delle <em>forme miste</em>, preferisce Machiavelli a Polibio, come Friedrich; ma lo fa senza illusione. In lui non c’è romanticismo del potere, non c’è <em>attivismo </em>(contrariamente a quanto gli è stato imputato). Schmitt <em>sa</em> con certezza che il potere è necessario, come elemento basico dell’architettura sociale, non perché l’uomo è lupo per l’uomo, ma proprio perché «<em>l’uomo è per l’uomo un uomo</em>»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn18" rel="nofollow" >[xviii]</a>. Il potere è «<em>una realtà autonoma</em>» più forte altresì di «<em>qualunque volontà di potere</em>»; ma non scorre puro, né in modo diretto. Qui sorge il grave problema dei <em>poteri indiretti</em>: «<em>ogni potere diretto è immediatamente subordinato a influssi indiretti</em>»; ogni regime ha le sue combriccole ed i suoi gruppi di pressione.</p>
<p>Torniamo, dunque, al pessimismo iniziale. Io credo che la saggezza politica nasca da un certo pessimismo; a partire da questo si possono realizzare grandi cose. E allo studente che mi dicesse: «<em>Spero che lei non sia machiavelliano</em>» risponderei con le stesse identiche parole di Carl Schmitt: «<em>Certo che non lo sono. Neanche Machiavelli stesso era machiavelliano</em>». Se lo fosse stato, «<em>non avrebbe scritto libri che gli avrebbero portato cattiva fama</em>», ma «<em>libri pii e edificanti</em>»: sarebbe stato un «<em>anti-Machiavelli</em>». Lo dico con pudore, ora che sono sul punto di pubblicare <em>Il nuovo</em> <em>anti &#8211; Machiavelli</em>.</p>
<p align="center">IV. L’OPERA DI CARL SCHMITT COME TEORICO DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI E DEL DIRITTO INTERNAZIONALE</p>
<p align="center">
<p>Carl Schmitt sa perfettamente che di questi tempi una Scienza della Politica e del Diritto non può ridursi, neanche per ragioni di specializzazione della ricerca, all’analisi della realtà di un singolo e particolare Stato; la crisi dello Stato novecentesco è tanto profonda perché è parte, a sua volta, della crisi <em>radicale</em> dello Stato nazionale moderno<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn19" rel="nofollow" >[xix]</a>. Pertanto Carl Schmitt ha affrontato, anziché i problemi dell’<em>ordine costituzionale</em>, quelli ben più ardui dell’<em>ordine internazionale</em>, del <em>nomos</em> della Terra; tema al quale ha dedicato numerosi scritti, in particolare l’opera fondamentale <em>Der Nomos der Erde</em>, che ebbi l’onore di commentare in uno dei primi numeri della <em>Revista Española de Derecho Internacional </em><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn20" rel="nofollow" >[xx]</a>.</p>
<p>Anche in questo caso ha impostato con il massimo rigore i grandi problemi e ha trascurato quelli più semplici. L’ordine internazionale è scosso nel profondo per l’irruzione di forze nuove, di una potenza terribile, e per la mancanza di uno spirito comune di Morale e di Diritto.</p>
<p>Trovato con difficoltà un equilibrio tra terra e mare nell’Età Moderna dall’incredibile sviluppo delle potenze marittime, ecco che «<em>ai due mostri mitici, Leviatano e Behemoth, si è sommato un terzo, un grande uccello</em>», diceva Schmitt nel 1942, per aggiungere subito dopo: «<em>Sembra che sia proprio il fuoco il nuovo elemento che ha fatto irruzione nell’attività dell’uomo</em>»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn21" rel="nofollow" >[xxi]</a>. Queste parole sul <em>potere aereo</em> sono state scritte pochi mesi prima che piombasse sulle città tedesche la pioggia di fuoco delle bombe al fosforo, poco prima del <em>napalm</em>, ed annunciano già la terribile era delle bombe a idrogeno.</p>
<p>Nel frattempo si verificano gli eventi che porteranno alla distruzione dell’ordine europeo e alla sua sostituzione in ciò che Schmitt chiama «<em>la guerra civile su scala mondiale del nostro tempo</em>»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn22" rel="nofollow" >[xxii]</a>. E’ necessario impedire che le nuove forze scatenate della tecnica si polarizzino in una guerra totale che distrugga tutto. Schmitt crede, da una parte, che il vecchio Stato Nazionale sia insufficiente per garantire la sicurezza nel nostro tempo; ma, dall’altra, non crede che possa esistere uno Stato Mondiale. Schmitt, al <em>grande problema</em> «<em>se l’umanità è sufficientemente matura per sopportare un solo centro di potere politico</em>»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn23" rel="nofollow" >[xxiii]</a> risponde negativamente.</p>
<p>Il tentativo fallito da parte del comunismo e degli anglosassoni di realizzare prematuramente questa unità, su basi ideologiche difettose, è la causa dell’attuale <em>bipolarità</em>. Una bipolarità falsa, basata su concetti imprecisi dell’Oriente e dell’Occidente, che rappresentano semplicemente «<em>il flusso contrapposto di un poco di notte e di luce</em>»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn24" rel="nofollow" >[xxiv]</a>. Per questo, più che <em>determinare </em>la presente dualità per la guerra totale, Schmitt considera desiderabile la ricomparsa di un pluralismo di forze. Mantiene la sua idea dei «<em>grandi ordini speciali</em>», che danno un «<em>ordinamento concreto</em>» alle grandi regioni naturali del globo terrestre: al di sopra della tragedia che impedì di realizzare, nell’Europa centrale «<em>debole e impotente</em>», un’altra Europa «<em>forte ed inattaccabile</em>»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn25" rel="nofollow" >[xxv]</a>.</p>
<p>L’Europa centrale sanguina dalle piaghe di Berlino o di Budapest, ma le critiche di Carl Schmitt proseguiranno a testa alta e sarà inutile ogni obiezione alla visione realista che egli propose (al tempo di H. Triepel e G. A. Walz) ai concetti superati del Diritto internazionale del secolo scorso.</p>
<p>Sarebbe non solo inutile, ma anche rischioso da parte mia tentare di proseguire la presentazione del pensiero di Carl Schmitt su questi argomenti trascendentali, quando egli stesso lo farà magistralmente nella conferenza su «<em>L’ordine del mondo dopo la seconda guerra mondiale</em>», che lo ringraziamo di averci permesso di inserire in questo corso sulle «<em>Relazioni internazionali nell’era della guerra fredda</em>».</p>
<p align="center">5. LA FAMA DI CARL SCHMITT</p>
<p>Ricordavamo prima che Machiavelli è rivendicato da Schmitt per la sua <em>buona fede</em> e proprio per la sua <em>cattiva fama</em>. Lo stesso egli fece con Thomas Hobbes ed il suo <em>Leviatano</em><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn26" rel="nofollow" >[xxvi]</a>. Senza dubbio, in entrambi i casi agisce <em>pro domo sua</em>: sa perfettamente che anche la sua stessa fama è destinata ad essere molto grande, ma, talvolta, cattiva.</p>
<p>Infatti, è impossibile trovare un libro recente su temi politici o internazionali che non contenga abbondanti riferimenti alle idee di Schmitt, ma, nel contempo, abbondano anche le perplessità e gli aggettivi sottili. In certi ambienti ultraliberali si attribuisce, non senza ipocrisia, una «cattiva <em>reputazione</em>» a certi aspetti della sua opera. Non molto tempo fa un collega lo paragonò a quei sofisti confusi per Socrate.</p>
<p>E’ chiaramente ingiusto. Nessuno sceglie i suoi temi, perché nessuno sceglie la sua epoca. Come dice l’onesto commentatore della sua opera, il professor Caamaño, «<em>l’opera di Schmitt è un chiaro simbolo della situazione di crisi</em>». Ed aggiunge: «<em>Il suo stesso autore porta la crisi dentro di sé. Profondo conoscitore non solo della cultura tedesca, ma anche di quella francese e del pensiero classico europeo, sente la pressione e il richiamo di questa tradizione storica. Ma il suo spirito è travolto dalla corrente moderna di scetticismo e di critica</em>». Quelle voci storiche continuano a esortarlo nel profondo della sua anima; ormai non può più credere in esse, ma fanno in modo che nel suo spirito la lotta e la scissione interiori sopravvivano <a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn27" rel="nofollow" >[xxvii]</a>.</p>
<p>Testimone della crisi europea, non ha voluto restare al di fuori di essa, ma ne è rimasto all’interno. Se non ha potuto darcene la soluzione, per lo meno ci ha lasciato alcuni strumenti di analisi che prima non possedevamo.</p>
<p>E’ molto importante che in questo rinnovamento del pensiero giuridico – politico occupino il posto principale due grandi maestri tedeschi, molto legati alla Spagna, Carl Schmitt e Hermann Heller, i cui resti riposano a Madrid e la cui tomba è stata da noi discepoli visitata più di una volta con lo stesso Schmitt, in occasione dei suoi viaggi in Spagna degli ultimi anni.</p>
<p>L’essenza della critica di Schmitt è, a mio giudizio, oggi più valida che mai. La politica come decisione, la svolta verso il potere personalizzato, la concezione antiformalista della Costituzione, il superamento del concetto di legalità e la dinamica del concetto di legittimità, ecc… sono tappe ormai consolidate, di quelle che non permettono di tornare indietro. Ciò non significa che non possano e debbano essere superate da nuovi progressi, ai quali il suo esempio ci incita.</p>
<p>Una reazione molto deplorevole all’opera di Schmitt è quella di coloro che gli rinfacciano la sconfitta. A questa critica ha risposto molto bene ricordando ciò che Guizot disse di Tocqueville: «<em>Un vinto che accetta la sua sconfitta</em>». Ciò andava, naturalmente, «<em>detto con cattiva intenzione</em>». Ma, come dice Schmitt, «<em>Dio cambia le prove di questa malvagità e le converte in prove di un altro sentimento più profondo, involontario e inaspettato</em>»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn28" rel="nofollow" >[xxviii]</a>. Che senso avrebbe, se no, la Crocifissione? Ancora più ingiusto è rinfacciargli di essersi mantenuto, in ogni momento, leale alla sua patria e al suo Governo; d’altra parte come egli stesso dice «<em>un ricercatore o uno scienziato non possono scegliere a loro capriccio i regimi politici</em>»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn29" rel="nofollow" >[xxix]</a>, ogni volta che «<em>il lavoro scientifico di un ricercatore del Diritto pubblico, la sua stessa opera, lo incardina in un determinato Paese, in determinati gruppi e potenze e in una determinata epoca</em>»<a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_edn30" rel="nofollow" >[xxx]</a>.</p>
<p>Carl Schmitt non ha ancora pronunciato la sua ultima parola, anche se ci ha riferito quale sarà: «<em>Essere uomo continua ad essere, senza dubbio, una </em>decisione».</p>
<p>Possiamo condividere, io credo, questa versione finale del suo <em>decisionismo</em>. Egli ha saputo essere, in ogni momento, un vero uomo, e di certo uno dei più intelligenti che l’Europa del XX secolo abbia prodotto. Anche se continuiamo ad aspettare da lui nuove lezioni, possiamo già considerarlo, come egli disse di Hobbes, «<em>membro della comunità immortale dei grandi sapienti di tutti i tempi</em>».</p>
<p>Questi sono l’uomo e l’opera che oggi onoriamo pubblicamente. Nessuno aveva maggior dovere, né maggior diritto di farlo, dell’Istituto di Studi Politici. La sua collaborazione alla <em>Revista de estudios políticos</em> iniziò al suo primo numero (1941), e poi è continuata ininterrottamente (nei numeri 43, 1949; 78, 1954; 81, 1955; 85, 1956; 115, 1961). Qui tenne, nel 1943, la sua conferenza «<em>Cambio della struttura del Diritto Internazionale</em>», edita da noi, così come il suo mirabile libro <em>Terra e Mare, Considerazioni sulla Storia Universale</em> (1952). Quasi tutti i membri dell’Istituto mantengono con lui relazioni personali e scientifiche e hanno ricevuto da lui pareri e consigli.</p>
<p>In una lettera autografa, nella quale pochi giorni fa Carl Schmitt mi confermava che oggi sarebbe stato con noi, mi diceva, con grande generosità, che questo omaggio dell’Istituto di Studi Politici e questo rincontro con i suoi amici spagnoli sarebbe stato una festa sacra nel crepuscolo della sua vita.</p>
<p>Io voglio dirgli che l’Istituto, in questa prima investitura solenne di uno dei suoi Membri d’Onore, riceve tanto quanto offre; che la Scienza Politica spagnola onora oggi uno dei suoi più grandi maestri europei, e che per me, ancora giovane professore della disciplina, costituisce un momento culminante della mia carriera quello che oggi mi consente di consegnare al venerato maestro, nelle cui pagine trovai, già nei primi anni della Laurea, l’appello potente che fa vedere più in là dei luoghi comuni e delle apparenze, questo diploma e questa insegna.</p>
<p>Su queste campeggia l’effigie dei nostri Re Cattolici, con il giogo e le frecce, la stessa che adorna la facciata plateresca dell’Università di Salamanca, dalla quale passava Francisco de Vitoria per parlare del potere politico e del Diritto internazionale. Sono sicuro che, se non c’è miglior simbolo per uno spagnolo di quello che è una creazione ottenuta da un ordine politico, nessuno potrebbe essere più gradito al nostro illustre amico.</p>
<p align="right">(Traduzione di <strong>Ilaria Rolfi</strong>)</p>
<hr size="1" /><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref1" rel="nofollow" >[i]</a> Titolo originale: Manuel Fraga Iribarne, <em>Carl Schmitt: El ombre y la obra</em>, in <em>Revista de studios Polìticos, </em>1962, 121, pp. 5-17.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref2" rel="nofollow" >[ii]</a> Manuel Fraga Iribarne (1922), professore di Diritto Costituzionale, direttore dal 1961 dell’ <em>Instituto de Estudios Polìticos</em>. Ministro dell’Informazione e del Turismo dal 1962 al 1969, Ministro dell’Interno negli anni 1975-1976, Presidente della giunta galiziana dal 1990 al 2005. Dal 1990 ricorpre la carica di Presidente-fondatore del Partito Popolare (PP). Tra le sue opere, <em>La acción declarativa</em> (1944); <em>El Congreso y la política exterior de los Estados Unidos</em> (1952) <em>Las Constituciones de Puerto Rico</em> (1953), <em>La educación en una sociedad de masas</em> (1954), <em>El Gabinete inglés</em> (1954); <em>Estructura política de España: la vida social y política en el siglo XX</em> (1961) <em>Horizonte español</em> (1965) <em>El desarrollo político</em> (1972) <em>El Estado y la Iglesia en España</em> (1972); <em>Los fundamentos de la diplomacia</em> (1977) <em>La Constitución y otras cuestiones fundamentales</em> (1978) <em>La crisis del Estado Español</em> (1978) <em>Después de la Constitución y hacia los años 80</em> (1979) <em>El debate nacional</em> (1981) <em>Ética pública y derecho</em> (1993); <em>Sociedad y valores</em> (2006) [N.d.T.].</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref3" rel="nofollow" >[iii]</a> Anima Schmitt (1931-1983), nata dal matrimonio di Carl Schmitt con Duschka Todorovitsch, sposò Alfonso Otero Varela (1925-2001), che era stato assistente di Alvaro d’Ors. Cfr. C. Schmitt, <em>Carta a Alfonso Otero</em>, in <em>Homenaje al Profesor Alfonso Otero</em>, Santiago de Compostela, Ediciones de la Universidad, Secretariado de Publicaciones , 1981, pp. 13-16 [N.d.T.].</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref4" rel="nofollow" >[iv]</a> C. Schmitt, <em>La Unidad del Mundo (Conferencia pronunciada en la Universidad de Murcia)</em>,  in «Annales de la Universidad de Murcia», tercer trimestre de 1950-51, pp. 343-355. In tedesco, è apparso in versione ridotta con il titolo di <em>Die Einheit der Welt</em>, in «Merkur», VI, 1, pp. 1-11, 1952<em>. </em>La traduzione italiana, a cura di Gianni Ferracuti, è apparsa con il titolo<em> L’unità del mondo</em>, in «Trasgressioni<em>»</em>, 1986, I, n. 1, pp. 117-128, ora anche in C. Schmitt, <em>L’unità del mondo e altri saggi</em>, a cura di A. Campi, Roma, Antonio Pellicani Editore, 1993 [N.d.T.].</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref5" rel="nofollow" >[v]</a> Vedi la bibliografia di Carl Schmitt, compilata da Piet Tommissen, nel <em>Festschrift für C. S.</em>, Berlino, 1959, p. 273 ss. Le traduzioni in spagnolo figurano alle pp. 300-303. Vedi anche la bibliografia data da José Caamaño Martínez nel suo libro <em>El pensamiento jurídico-político de Carl Schmitt</em>, La Coruña, 1950, pp. 21-26.</p>
<p>A proposito del raffronto tra le due opere, cfr. C. Schmitt, <em>Un giurista davanti a se stesso</em> (1982), in Id., <em>Un giurista davanti a se stesso</em>, Vicenza, Neri Pozza, 2005, pp. 158-159: “Per Giove, è eccezionale, eccezionale [il lavoro di José Caamaño Martínez]! La sfortuna è che quest’uomo è emigrato e non so dove sia finito. L’opera che ha fatto è buona; io ho cercato di rintracciarlo e di conoscerlo personalmente. Ha fatto una dissertazione su di me in cui c’era tutto. Tommissen ha compiuto invece lo sbaglio di non ripubblicare integralmente la bibliografia di Caamaño Martínez, che è migliore della sua” [N.d.T.].</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref6" rel="nofollow" >[vi]</a> I riferimenti sono a C. Schmitt, <em>Zur Staatsphilosophie der Gegenrevolution</em>, in «Archiv für Rechts– und Wirtschaftsphilosophie», 1922, pp. 121-131; Id.,  <em>Donoso Cortés in Berlin (1849)</em>, in<em> </em>«Wiederbegegnung von Kirche und Kultur in Deutschland &#8211; Eine Gabe für Karl Muth», München, Kösel und Pustet, 1927, pp. 338-73; Id., <em>Der unbekannte Donoso Cortés</em>, in «Hochland. &#8211; Monatschrift für alle Gebiete des Wissens, der Literatur und Kunst», 1929, pp. 491-96; Id., <em>Donoso Cortés in gesamteuropäischer Interpretation, </em>in «Die neue Ordnung» 1949, pp. 1-15. I saggi sono poi stati raccolti nel volume C. Schmitt, <em>Donoso Cortés in gesamteuropäischer Interpretation – Vier Aufsätze</em>, Köln, Greven Verlag, 1950; trad. it. <em>Donoso Cortés interpretato in una prospettiva paneuropea</em>, a cura di Petra Del Santo, Adelphi, Milano, 1996. Su Vitoria, cfr. C. Schmitt,<em> Francisco de Vitoria und die Geschichte seines Ruhmes, </em>in «Die neue Ordnung», 1949, pp. 289-313 [N.d.T.].</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref7" rel="nofollow" >[vii]</a> Platone, <em>Leggi</em>, 636 a.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref8" rel="nofollow" >[viii]</a> C. Schmitt, <em>Über Schuld und Schuldarten &#8211; Eine terminologische Untersuchung</em>, Breslau, Schletter, 1910 [N.d.T.].</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref9" rel="nofollow" >[ix]</a> I versi in spagnolo sono: “«Tasqué el freno a montura del destino./ Victorias y derrotas, revoluciones y restauraciones, / Inflaciones, deflaciones, bombardeos, / Denuncias, crisis, ruinas y milagros económicos. /Hambres y fríos, campos de concentración y automación; / Todo lo atiavesé. Todo me ha atravesado. / Conozco los muchos estilos del terror&#8230;»”. I versi originali in tedesco del <em>Gesang des Sechzigjährigen</em> recitano: “Ich habe die Escavessaden des Shicksals erfahren, / Siege und Niederlagen, Revolutionen und Restaurationen / Inflationen und Deflationen, Ausbombungen, / Diffamierungen, Regimewechsel und Rohrbrüche, / Hunger und Kälte, Lager und Einzelhaft. / Durch alles das bin ich hindurchgegangen, / Und alles ist durch mich hindurchgegangen. / Ich kenne die vielen Arten des Terrors …”; trad. it. di Carlo Mainoldi, in C. Schmitt,  <em>Ex captivitate salus. Esperienze degli anni 1945-1947</em>, Milano, Adelphi, 2005³, p. 97: “Ho conosciuto le escavazioni del destino, / vittorie e sconfitte, rivoluzioni e restaurazioni, / inflazioni, deflazioni, bombardamenti, / diffamazioni, mutamenti di regime e scoppi di tubazioni, / fame e freddo, campo di concentramento e cella d’isolamento, / e tutto ho attraversato da parte a parte, / e tutto mi ha attraversato da parte a parte. Conosco i molti volti del terrore…”.  [N.d.T.].</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref10" rel="nofollow" >[x]</a> C. Schmitt, <em>Ex captivitate salus. </em><em>Experiencias de los años 1945-1947</em>, Santiago de Compostela. 1950, pp. 9-12. Titolo originale: Carl Schmitt, <em>Ex Captivitate Sa</em><em>lus – Erfahrungen der Zeit 1945-47, </em>Köln, Greven, 1950<em> </em>(trad. it. Ex Captivitate Salus. Esperienze degli anni 1945-1947, trad. di C. Mainoldi, con un saggio di F. Mercadante, Adelphi, Milano, 1987).</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref11" rel="nofollow" >[xi]</a> <em>Ibidem</em></p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref12" rel="nofollow" >[xii]</a> Cfr. D. Panofsky &#8211; E. Panofsky, <em>Pandora’s Box. </em><em>The changing aspects of a mithycal symbol</em>, London, 1956.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref13" rel="nofollow" >[xiii]</a> Cfr. C. Schmitt, <em>Hamlet y Jacob I de Inglaterra (Polìtica y Literatura), </em>en <em>Revista de Estudios Políticos</em>, núm. 85 (1956), p. 59 ss. Titolo originale: C. Schmitt, prefazione a L. Winstanley, <em>Hamlet, Sohn der Maria Stuart</em>, Pfullingen, Günther Neske, 1952, pp. 7-25.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref14" rel="nofollow" >[xiv]</a> C. Schmitt, <em>La unidad del mundo</em>, Madrid, 1951, pp. 36-37.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref15" rel="nofollow" >[xv]</a> Cicerone, <em>De legibus</em>, 37.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref16" rel="nofollow" >[xvi]</a> C. Schmitt, <em>La tirania de los valores</em>, in <em>Revista de Estudios politicos</em>, numero 115, 1961, pagine 65 e seg. Titolo originale: C. Schmitt, <em>Die Tyrannei der Werte, </em>in<em> Säkularisation und Utopie. – Ebracher Studien. </em><em>Ernst Forsthoff zum 65. Geburtstag, </em>Stuttgart-Berlin-Köln-Mainz, W. Kohhammer, 1967, pp. 37-62 (trad.it. <em>La tirannia dei valori. Riflessioni di un giurista sulla filosofia dei valori</em>, a cura di G. Gurisatti, con un saggio di F. Volpi, Adelphi, Milano, 2008).</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref17" rel="nofollow" >[xvii]</a> C. Schmitt, <em>La tensión planetaria entre Oriente y Occidente y la oposición entre tierra y mar</em>,in<em> Revista de Estudios Políticos</em>, numero 81, 1955, p. 3 e seg. Titolo originale: C. Schmitt, <em>Die geschichtliche Struktur des heutigen Weltgegensatzes von Ost und West, </em>Frankfurt a.M., Vittorio Klostermann, 1955, pp. 135-67 (trad.it.  E. Jünger &#8211; C. Schmitt, <em>Il nodo di Gordio. Dialogo su Oriente e Occidente nella storia del mondo</em>, Bologna, Il Mulino, 1987).</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref18" rel="nofollow" >[xviii]</a> C. Schmitt, <em>Coloquio sobre el poder y sobre el acceso al poderoso</em>, in <em>Revista de Estudios Políticos</em>, numero 78, 1954, p. 3 e seg. Titolo originale: C. Schmitt, <em>Gespräch über die Macht und den Zugang zum Machthaber, </em>Pfullinge, Günther Neske, 1954<em> (</em>trad. it. <em>Colloquio sul potere e sull’accesso presso il potente</em>, traduzione di A. Caracciolo, in <em>Behemoth</em>, 2, fasc.1, Aprile-Giugno 1987, pp. 47-57<em>)</em></p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref19" rel="nofollow" >[xix]</a> Si veda il mio libro <em>La crisi dello Stato</em>, 2^ ed., Madrid 1958.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref20" rel="nofollow" >[xx]</a> <em>Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, </em>Köln, Greven, 1950; trad. it. <em>Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «Jus Publicum Europaeum»</em>, trad. e postfazione di E. Castrucci, cura ed. di F. Volpi, Adelphi, Milano, 1991)<em>.</em></p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref21" rel="nofollow" >[xxi]</a> C. Schmitt, <em>Tierra y Mar. </em><em>Consideraciones sobre la Historia Universal</em>, Madrid, La Colección Civitas, Instituto de Estudios Políticos, 1952, p.111. Titolo originale: C. Schmitt, <em>Land und Meer – Eine weltgeschichtliche Betrachtung,</em> Leipzig, o.J. &#8211; Reclam 1942<em> </em>(trad. it. <em>Terra e Mare</em>, a cura di A. Bolaffi, Giuffrè, Milano, 1986).</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref22" rel="nofollow" >[xxii]</a> C. Schmitt, <em>Donoso Cortés in gesamteuropaischen Interpretation, </em>4^ ed., Colonia, 1950.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref23" rel="nofollow" >[xxiii]</a> <em>La unidad del mundo</em>, cit., p. 16</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref24" rel="nofollow" >[xxiv]</a> C. Schmitt, <em>La tensión planetaria entre Oriente y Occidente y la oposición entre tierra y mar</em>, cit.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref25" rel="nofollow" >[xxv]</a> C. Schmitt, <em>El Concepto de Imperio en el Derecho Internacional</em>, in <em>Revista de Estudios Políticos</em>, num. 1, 1941, p. 83 e seg. Titolo originale: C. Schmitt,<em> Völkerrechtliche Großraumordnung mit Interventionsverbot für raumfremde Mächte – Ein Beitrag zum Reichsbegriff im Völkerrecht, </em>Berlin-Wien-Leipzig, Deutscher Rechtsverlag, 1941 (trad.it. <em>Il concetto di impero nel diritto internazionale</em>, Settimo Sigillo, Roma, 1996).</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref26" rel="nofollow" >[xxvi]</a> Già Hegel disse che questa era un’opera «di cattiva reputazione». Vedi C. Schmitt, <em>El “Leviathan” en la teoría del Estado de Tomás Hobbes</em>, Madrid, Haz, 1941. Titolo originale: Carl Schmitt, <em>Der Leviathan in der Staatslehre des Thomas Hobbes – Sinn und Fehlschlag eines politischen Symbols, </em>Hamburg, Hanseatische Verlagsanstalt, 1938 (trad. it. <em>Il Leviatano nella dottrina dello Stato di Thomas Hobbes. Senso e fallimento di un simbolo politico, </em>in Id.,<em> Scritti su Thomas Hobbes</em>, a cura di C. Galli, Giuffrè, Milano, 1986)</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref27" rel="nofollow" >[xxvii]</a> J. Caamaño Marìnez, <em>El pensamiento juridico-politico de Carl Schmitt, </em>Santiago de Compostela, 1950, p.169.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref28" rel="nofollow" >[xxviii]</a> C. Schmitt, <em>Historiografia in Nuce. Alexis de Tocqueville</em>, in<em> Revista de Estudios Políticos</em>, Nr. 43, 1949, p. 109 e seg. (da <em>Ex Captivitate Salus – Erfahrungen der Zeit 1945-47</em>).<em> </em></p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref29" rel="nofollow" >[xxix]</a> C. Schmitt, <em>Ex captivitate salus</em>, p. 24</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Compaq/Desktop/CARL%20SCHMITT/Carl%20Schmitt%20-%20El%20hombre%20y%20la%20obra.doc#_ednref30" rel="nofollow" >[xxx]</a> C. Schmitt, <em>Ex captivitate salus</em>, p. 60</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://1.bp.blogspot.com/_4KXfWAeYK2A/RngENneo-JI/AAAAAAAAA90/aSElkb4Ixb4/s400/1.Anziano.jpg" alt="" width="345" height="283" />Carl Schmitt</p>
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		<title>Capriole progressiste sulla morte cerebrale &#8211; di Paolo Becchi</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 14:49:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Filosofia e Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Becchi; trapianti; morire dopo Harvard; Marino; PD; progressisti; morte cerebrale; organi; morcelliana]]></category>

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		<description><![CDATA[da: Il Giornale, 4 Novembre 2009 &#8220;Il tema delle morte cerebrale è tornato di recente alla ribalta nel corso di un panel internazionale svoltosi al Festival della Salute di Viareggio. Al convegno, organizzato dal senatore Pd Ignazio Marino, hanno partecipato alcuni esperti internazionali di riconosciuta fama, i quali, in sostanza, non hanno che semplicemente ribadito quanto, sulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">da: Il Giornale, 4 Novembre 2009</p>
<p>&#8220;Il tema delle morte cerebrale è tornato di recente alla ribalta nel corso di un panel internazionale svoltosi al Festival della Salute di Viareggio. Al convegno, organizzato dal senatore Pd Ignazio Marino, hanno partecipato alcuni esperti internazionali di riconosciuta fama, i quali, in sostanza, non hanno che semplicemente ribadito quanto, sulla base del mio libro Morte cerebrale e trapianto di organi(Brescia, Morcelliana, 2008), dovrebbe essere anche in Italia chiaro da tempo, e cioè l’inattendibilità del criterio cerebrale di morte. Ciò che, in relazione a questa recente vicenda, desta maggiori perplessità è che l’anno scorso, quando il mio libro si trovò &#8211; causa una benevola recensione di Lucetta Scaraffia dalle colonne deL’Osservatore Romano - al centro di un dibattito pubblico, il senatore del Pd intervenne dalla prima pagina di Repubblica con un articolo il cui titolo era tutto un programma: «Atto irresponsabile». Sarebbe stato, insomma, «irresponsabile» criticare la nozione di morte cerebrale, dal momento &#8211; a suo dire &#8211; che si trattava di un criterio ormai scientificamente acquisito e definito.</p>
<p>Che Marino sia stato folgorato sulla via di Damasco, dal momento che, oggi, sostiene la tesi esattamente opposta?<br style="padding: 0px; margin: 0px;" />Sulle ragioni di questa conversione sospendo il giudizio. Ma, ai molti lettori di Repubblica, va, tuttavia, segnalata l’incoerenza di un giornale che, prima interviene con una durissima reazione &#8211; Marino, Veronesi e, alla fine, persino il direttore Mauro &#8211; per soffocare sul nascere il dibattito che si stava aprendo sul mio libro, e ora, invece, sponsorizza Marino e la sua repentina conversione. A criticare il senatore è rimasta (ovviamente) la «Società italiana trapianti di organo» e Nanni Costa, direttore del «Centro nazionale dei trapianti», il quale, sulle pagine (non a caso) dell’Avvenire, ha ribadito l’assoluta attendibilità del criterio neurologico di morte e della celebre definizione di Harvard, coniata nel 1968: se si dichiara morto il paziente senza attività cerebrale tenuto in vita dai respiratori, sino ad allora ritenuto ancora vivo, allora tanto lo scollegarlo dal respiratore, quanto il prelevargli il cuore ancora pulsante, sono condotte egualmente lecite e giustificabili tanto sotto il profilo giuridico, quanto sotto quello morale. Con una &#8211; apparentemente &#8211; abilissima mossa la Commissione di Harvard aveva preso «due piccioni con una fava». Una volta dichiarati morti tutti quei pazienti che si trovavano in coma apneico irreversibile, spegnere il respiratore, oppure tenerlo ancora acceso ai fini del trapianto, non costituiva più un problema, dal momento che il paziente era dichiarato morto.</p>
<p>Ma una ragione scientificamente valida per ritenere che la morte di un organo, sia pure importante come il cervello, equivalga alla morte di fatto, in realtà, non c’è mai stata. Tutto ciò lo intuì, da subito, un grande filosofo, Hans Jonas, in un saggio &#8211; la cui traduzione italiana è stata da me curata con il titolo Morire dopo Harvard - i cui argomenti, oggi, sono divenuti a tal punto ineludibili che persino il senatore Marino è stato costretto a prenderne atto.<br style="padding: 0px; margin: 0px;" />Solo che da questa constatazione, invece di assumere un atteggiamento quantomeno di prudenza nei confronti dei trapianti, il senatore trae ben più radicali conseguenze: gli attuali criteri sarebbero, a suo dire, troppo rigidi e, pertanto, essi andrebbero rivisti per facilitare ulteriormente i trapianti&#8221;.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2009/11/PaoloBecchi-COL.jpg" alt="" width="426" height="384" /></p>
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		<title>La critica schmittiana alla filosofia dei valori e il dibattito giusfilosofico italiano nell&#8217;immediato dopoguerra &#8211; di Paolo Becchi</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Sep 2009 10:57:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia e Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Becchi; Schmitt; filosofia politica; tirannia dei valori; giusfilosofico; Bobbio: dopoguerra; valori; Drittwirkung; Bonn; Forsthoff; Zarka]]></category>

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		<description><![CDATA[LA CRITICA SCHMITTIANA  ALLA FILOSOFIA  DEI VALORI E IL DIBATTITO  GIUSFILOSOFICO ITALIANO NELL&#8217;IMMEDIATO DOPOGUERRA Paolo Becchi 1. Premessa La fortuna che Carl Schmitt ha incontrato in Italia a partire dall&#8217;inizio degli anni Settanta pare oggi in parte incrinata dalla riproposizione del tema della sua adesione al nazismo. È questa una tendenza presente non solo nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">LA CRITICA SCHMITTIANA  ALLA FILOSOFIA  DEI VALORI E IL DIBATTITO  GIUSFILOSOFICO ITALIANO NELL&#8217;IMMEDIATO DOPOGUERRA</p>
<p align="center">Paolo Becchi</p>
<p>1. <em>Premessa</em></p>
<p>La fortuna che Carl Schmitt ha incontrato in Italia a partire dall&#8217;inizio degli anni Settanta pare oggi in parte incrinata dalla riproposizione del tema della sua adesione al nazismo. È questa una tendenza presente non solo nel nostro paese, ma anche in Francia, ed è un <em>pamphlet </em>di Yves Charles Zarka, subito tradotto in lingua italiana, che sta all&#8217;origine della nuova campagna denigratoria contro Schmitt (1 ). Beninteso, la questione del «nazismo» di Schmitt non è certo nuova e le critiche più recenti si vanno ad aggiungere alla già lunga schiera di coloro che hanno preteso di liquidare uno dei più originali pensatori del Novecento con la sua adesione al nazismo. Anche se limitata agli anni 1933-37 tale adesione non è sicuramente un «dettaglio» nella vita di Schmitt, ma appartiene  più alla sua biografia che non allo sviluppo del suo pensiero. Come ho cercato di mostrare altrove, Schmitt &#8211; allo stesso modo della madre di Amleto &#8211; voleva (e doveva) «essere lasciato esclusivamente ai propri rimorsi di coscienza» ( 2 ). Mai comunque Schmitt è stato l&#8217;ideologo del regime nazista, e spiegare, ad esempio, il criterio dell&#8217;amico-nemico come una dottrina che serviva a giustificare l&#8217;annientamento degli ebrei significa confondere il piano dei valori (nelle fattispecie quelli assolutamente più aberranti) con quello scientifico, descrittivo, quale nelle inten- zioni di Schmitt vuole esser (ed è) le distinzione amico-nemico.</p>
<p>Anche per contrastare questa ultima demonizzazione di Schmitt (fatta soprattutto  alla luce di scritti che restano del tutto  marginali nella multiforme produzione  dell&#8217;autore) vorrei soffermarmi su un suo breve scritto, ma pernulla marginale e di notevole interesse sotto il profilo squisitamente filosofico: <em>Die Tyrannei der Werte</em>, un saggio in cui Schmitt si confronta criticamente con la cosiddetta «filosofia dei valori».</p>
<p>Fornirò anzitutto qualche notizia sul testo, mi concentrerò poi sugli obiettivi polemici che stanno alla base delle riflessioni schmittiane e, dopo aver aperto un piccolo squarcio sulla filosofia del diritto italiana dell&#8217;immediato dopoguerra, tenterò di enucleare il senso profondo della critica schmittiana.</p>
<p>2. <em>La genesi del testo</em></p>
<p>Il contributo  di Schmitt apparve originariamente nel 1960 in una stampa privata di sedici pagine ed una tiratura di duecento esemplari, e raccoglieva le sue riflessioni, esposte l&#8217;anno precedente,  ad un Seminario svoltosi a Ebrach. Tali riflessioni traevano spunto da un contributo presentato in quella occasione da uno dei suoi migliori allievi: Ernst Forsthoff ( 3 ). Tra i partecipanti figurano anche filosofi di grande prestigio come, ad esempio, Joachim Ritter. Con un&#8217;ampia introduzione,  l&#8217;intervento di Schmitt fu reso pubblico solo alcuni anni dopo, nel 1967, in un volume di scritti in onore di Ernst Forsthoff ( 4 ), e nel 1979 raccolto insieme ad altri due contributi (di Eberhard  Jüngel, un importante  teologo protestante, e di Sepp Schelz, un pubblicista che è altresì curatore del volume) in un volumetto da tempo esaurito ( 5 ). Non mi risulta che il testo di Schmitt sia stato in seguito ristampato, né singolarmente, né in raccolte antologiche.</p>
<p>La traduzione italiana di questo testo sta all&#8217;origine delle recezione di Schmitt in Italia: esso apparve, infatti, nel 1970 ( 6 ), e solo due anni dopo fu pubblicata, presso il Mulino, un&#8217;importante  raccolta di scritti schmittiani, curata da Gianfranco Miglio e Pierangelo Schiera ( 7 ). Ma quella prima traduzione italiana della <em>Tirannia dei valori</em>, oltre a contenere non poche imperfezioni, non ebbe larga diffusione: pubblicata  su una rivista specialistica, la sua conoscenza non oltrepassò la ristretta cerchia degli specialisti. Una traduzione riveduta e corretta è in seguito apparsa presso l&#8217;editore Pellicani ( 8 ), ma anch&#8217;essa risulta da tempo esaurita ed una nuova traduzione, da me curata, è stata pubblicata  presso Morcelliana ( 9 ).</p>
<p>3. <em>Gli obiettivi polemici</em></p>
<p>3.1. <em>L&#8217;economicismo</em></p>
<p>Due sono gli obiettivi polemici della <em>Tirannia dei valori</em>. Il primo è l&#8217;economicismo, il secondo quell&#8217;interpretazione della Legge Fondamentale  di Bonn, come ordinamento  di valori, che si era andata formando e consolidando durante gli anni seguenti il secondo dopoguerra nella Repubblica Federale Tedesca. Cominciamo anzitutto  dal primo aspetto. Le considerazioni schmittiane del 1959 si aprono  in modo provocatorio  con una critica radicale di quello che spesso oggi nel dibattito politico viene indicato come il «pensiero unico» dell&#8217;economia di mercato.</p>
<p>Secondo la dottrina marxista, in effetti, l&#8217;intera società borghese è una società di proprietari  di denaro e merci, nelle mani dei quali tutto, uomini e oggetti, persone e cose, si trasformano  in denaro  e merce. Tutto  viene ricondotto  al mercato, dove hanno valore solamente le categorie economiche, ovvero valore [monetario],  prezzo e denaro. Tuttavia nella produzione  vi è in gioco il plus- valore. In pochi si impossessano del plus-valore, che molti altri producono  lavorando, e questi molti altri vengono frodati del plus-valore che spetta loro. V&#8217;è sempre in gioco il valore. Nessuno stupore, dirà il marxista, se la realtà di tali condizioni si riflette nelle teste degli ideologi come una filosofia dei valori ( 10 ).</p>
<p>Un  richiamo  così esplicito  al marxismo,  ribadito  nell&#8217;<em>Introduzione </em>del 1967 ( 11 ), non poteva passare inosservato, come pure la critica che in quel contesto Schmitt avanzava nei confronti del rapporto  tra struttura  economica e sovrastruttura ideologica: il modo di impostare quel rapporto era troppo semplice e, in fondo, rimaneva intrappolato  in quella stessa dimensione economicistica che il marxismo aveva preteso di criticare. Pareva quasi che Schmitt inviasse messaggi alla Sinistra e tali messaggi furono ascoltati forse in Italia ancora più che in Germania. La parola chiave fu «autonomia del politico» e nel corso degli anni Settanta autori come Johannes Agnoli, Jürgen Seifert, Ulrich K. Preuss in Germania ( 12 ), e Massimo Cacciari, Giuseppe Duso, Giacomo Marramao e Mario Tronti in Italia ( 13 )  non potevano non incontrare Carl Schmitt. Non deve dunque sorprendere  se è proprio  uno di questi autori, Giuseppe  Duso, ad occuparsi per la prima volta in Italia della <em>Tirannia dei valori</em>; ma se per questo autore «la forza del pensiero schmittiano consiste nell&#8217;indicare l&#8217;incapacità del pensiero «economicistico» di comprendere la dimensione della politica» ( 14 ),  oggi ci si potrebbe domandare se Schmitt non resti in qualche modo prigioniero della sua stessa critica quando pretende di circoscrivere l&#8217;ambito del valore alla dimensione economica. Per Schmitt il termine ha infatti assunto nella lingua tedesca una connotazione così fortemente economicistica da rendere ormai incancellabile una tale «impregnazione»: Un secolo di rapida industrializzazione ha reso il «valore» <em>(Wert</em>), nel lessico tedesco, una categoria essenzialmente economica. Nella coscienza collettiva <em>Wert </em>è oggi talmente assimilato a una accezione economica e commerciale, che questa assimilazione non si può più revocare, men che mai in un&#8217;epoca di sviluppo industriale, di incremento della ricchezza e di permanente ridistribuzione. Una teoria scientifica del valore compete alle scienze economiche. Qui ha il proprio posto una logica del valore ( 15 ).</p>
<p>Ora, nonostante  il capitalismo abbia trasformato  tutto  in merce, valore, prezzo e (soprattutto)  plusvalore, questo non ha fatto venir meno un altro uso del vocabolo «Wert» (valore). Proprio la filosofia dei valori &#8211; un orientamento di pensiero peculiarmente tedesco &#8211; dimostra che il valore è un concetto che non  conduce  inevitabilmente  all&#8217;economizzazione, e ciò indipendentemente dal giudizio che di essa si voglia dare. Almeno in parte, credo che questa critica sia legittima, anche se non coglie complessivamente nel segno. Schmitt è ben consapevole del fatto che non si possa liquidare così facilmente la filosofia dei valori. In realtà quei riferimenti iniziali a Marx erano &#8211; come bene ha colto Giano Accame nella sua presentazione &#8211; «esche abilmente gettate oltre la cerchia dei fedelissimi» ( 16 ), e non vi è dubbio che la sinistra marxista abboccò. E certo non solo per questi riferimenti. Tanto la feroce critica schmittiana del parlamentarismo, quanto la sua <em>Teoria del partigiano </em>(pubblicata nel 1963), non potevano non trovare consensi nella estrema sinistra degli anni Settanta, sia in Italia sia in Germania. Il principale obiettivo polemico della <em>Tirannia dei valori </em>non era comunque il «mercatismo» dei valori, ma la critica &#8211; tutta giuridica &#8211; di quel modo di interpretare  la  Legge Fondamentale  di Bonn che mirava alla sua applicazione diretta  da parte dei giudici. È di questa che dobbiamo  ora occuparci.</p>
<p>3.2. <em>L&#8217;applicazione diretta delle norme costituzionali</em></p>
<p>Secondo la concezione tradizionale, liberale-classica (tipica dello Stato legislativo ottocentesco), la costituzione disciplina l&#8217;organizzazione giuridica dello Stato e le relazioni di questo con i cittadini, ma non è direttamente  applicabile dai giudici nelle controversie che oppongono i cittadini fra di loro. In altri termini, anche i diritti soggettivi garantiti dalla costituzione sono «diritti pubblici», applicabili cioè dal giudice solo nei casi che oppongono un cittadino ad un potere dello Stato e non nelle controversie fra privati. Il giudice è chiamato a risolvere queste ultime applicando la legge ordinaria e non la costituzione, la quale semmai costituisce un limite al potere legislativo. Il cosiddetto «neocostituzionalismo» dei nostri giorni &#8211; si pensi esemplarmente a Robert Alexy, per rimanere nell&#8217;area culturale germanica, ma si tratta di un orientamento diffuso anche in altre aree culturali ( 17 )   &#8211; ragiona diversamente: la costituzione acquista un ruolo pervasivo nell&#8217;intera dinamica sociale e ciò significa che i «principi fondamentali», le «clausole generali», le «norme programmatiche», quelle che al tempo di Schmitt, ma anche oggi, si chiamano i «valori fondamentali», acqui- stano efficacia diretta e possono essere applicati immediatamente dai giudici per risolvere qualsiasi controversia tra i privati. Si tratta  di quella che nella cultura giuridica tedesca viene detta  <em>Drittwirkung </em>dei diritti fondamentali  e che, più in generale, ha a che fare con il processo di costituzionalizzazione delle attuali organizzazioni giuridiche. Se questo è uno dei possibili approdi dell&#8217;attuale discussione giusfilosofica, allora il discorso di Schmitt sembrerebbe <em>prima facie</em>, almeno da questo punto  di vista, aver perso di mordente.  Si potrebbe d&#8217;altro canto osservare che l&#8217;applicazione diretta della costituzione da parte di giudici comuni, strettamente intesa, è più problematica di quanto certa dottrina non pensi, ma non è su questo che intendo qui soffermarmi ( 18 ). Le riflessioni di Schmitt sulla filosofia dei valori ci fanno meglio comprendere quale sia (perlomeno nell&#8217;Europa continentale) il retroterra culturale di quel modo di pensare (il neocostituzionalismo) che sta oggi incontrando molta fortuna. Esso infatti va individuato in quelle dottrine giuridiche che nell&#8217;immediato secondo dopoguerra avevano trovato nel riferimento ai valori un modo per prendere le distanze dal giuspositivismo senza ricadere puramente  e semplicemente nelle braccia del giusnaturalismo (e che altro vorrebbe l&#8217;odierno «neocostituzionalismo»?).</p>
<p>4. <em>Il richiamo ai valori nella filosofia del diritto italiana dell&#8217;immediato secondo dopoguerra</em></p>
<p>Orbene, il punto particolarmente  interessante nel saggio di Schmitt consiste nell&#8217;aver portato alle luce il <em>background </em>filosofico che sta alle base di quelle dottrine  - vale a dire la filosofia dei valori. Una filosofia, aggiunge Schmitt, che già aveva cercato di imporsi nella cultura giuridica dopo la fine della prima guerra mondiale e nel periodo  della Repubblica  di Weimar (il pensiero non può non correre a Rudolf Smend anche se il nome non è menzionato da Schmitt), ma con scarso successo (19 ). La penetrazione dei valori nella cultura giuridica tedesca avviene solo dopo la seconda guerra mondiale; solo allora Max Scheler &#8211; per dirlo con una formula &#8211; ottenne il suo tardivo successo su Max Weber. Il problema del diritto come valore fu allora un modo per distaccarsi dal giuspositivismo senza per questo ritornare al giusnaturalismo. Se infatti in quel periodo molti autori si convertirono al giusnaturalismo &#8211; basti pensare in Germania al caso eclatante di Gustav Radbruch e in Italia ad autori come Del Vecchio, Carnelutti e Battaglia -, altri autori cercarono di rifiutare il giuspositivismo senza aderire al giusnaturalismo. Ernst-Wolfgang Böckenförde in un articolo, non ancora tradotto nel nostro paese, ha ricostruito questo aspetto per quel che riguarda la filosofia del diritto tedesca osservando come il richiamo ai valori sia da allora diventato in Germania un «locus communis» ( 20 ). Niente di paragonabile è avvenuto nel nostro paese, ma questo ha fatto dimenticare che perlomeno  sino all&#8217;inizio degli anni Cinquanta  il dibattito  sul problema  dei valori nel diritto fosse ricchissimo in Italia. Certo, all&#8217;impostazione assiologica è rimasto in seguito fedele, pur svolgendola in modo originalissimo, soprattutto Enrico Opocher, un grande maestro della filosofia del diritto italiana ( 21 ); ma prima della «svolta» analitica e realistica di una consistente parte della filosofia del diritto italiana era la filosofia dei valori ad essere vista, anche da autori che in seguito hanno avuto grande importanza per quella svolta, come una possibile risposta alla crisi del positivismo giuridico.</p>
<p>Esemplare a tale proposito è il caso di Norberto Bobbio, il padre nobile di tutta la filosofia del diritto italiana del secondo dopoguerra.  Ebbene, nella sua <em>Introduzione alla filosofia del diritto </em>del 1948, Bobbio scrive: «la filosofia è una dottrina dei valori [...] la giustizia è un valore [...] in quanto è un criterio di valutazione in base al quale noi valutiamo certi atti chiamando giusti quelli che si adeguano al valore, e ingiusti quelli che non vi si adeguano [...] La giustizia come valore è oggetto di studio di una parte delle filosofia. Questa parte della filosofia che si occupa del valore della giustizia è la filosofia del diritto» ( 22 ).  Il problema  dei valori è qui ancora così pervasivo che, secondo Bobbio, tutta la filosofia si risolve in una dottrina  dei valori. E non si può in questo contesto neppure  trascurare  di menzionare il fatto che è proprio  con Bobbio che l&#8217;approccio della filosofia dei valori penetra già negli anni Trenta nella cultura giuridica italiana attraverso un libro, <em>L&#8217;indirizzo fenomenologico nella filosofia sociale e giuridica</em>, in cui, non a caso, Bobbio prende le difese di Smend contro il «vuoto formalismo kelseniano»(!) ( 23 ).</p>
<p>Al di là di Bobbio, verrebbe da dire che per la filosofia del diritto italiana, come per quella germanica, l&#8217;appello ai valori nell&#8217;immediato secondo dopo- guerra fu un modo per uscire dalla crisi del giuspositivismo senza ricadere nel giusnaturalismo. Il problema dei valori era allora centrale non solo per Bobbio, ma anche per altri autori, che pur muovevano da orientamenti diversi, come ad esempio, Enrico Opocher ( 24 ) e il suo primo allievo, Luigi Caiani ( 25 ), Giuseppe Marchello e Luigi Bagolini (questi ultimi due, va pure ricordato, in precedenza del tutto allineati con il regime fascista) ( 26 ). Si trattò certo di una breve stagione, dal momento che già a partire dall&#8217;inizio degli anni Cinquanta Bobbio, con i suoi studi sulla scienza giuridica, cominciò a maturare una posizione che lo portò ad accettare le filosofia analitica nella sua versione neopositivistica, e debbo apertamente confessare che non risultano obiettivamente affatto chiari i motivi che, in tempi così rapidi, e soprattutto in contrasto  con le posizioni fino poco prima sostenute, lo hanno spinto ad abbracciare quel tipo di filosofia, determinando  la sua successiva decisa virata kelseniana ( 27 ). Il successivo decennio segna l&#8217;imporsi di questo orientamento di pensiero e il suo progressivo diffondersi in gran parte dell&#8217;Italia settentrionale, ad esclusione del Veneto, dove la Scuola patavina continua a seguire le orme del maestro Enrico Opocher.  Non è certo questo il luogo per ricostruire nel dettaglio la storia della filosofia del diritto di quegli anni ( 28 ); si è voluto accennare ad essa poiché oggi si continua ancora a discutere di giuspositivismo e di giusnaturalismo senza mai soffermarsi sull&#8217;esistenza di questa terza posizione- la filosofia dei valori &#8211; che non è riconducibile  né al primo né al secondo orientamento.</p>
<p>Come mai &#8211; ci si può chiedere &#8211; la critica schmittiana ai valori non ha avuto alcuna influenza sul dibattito  svoltosi in quegli anni tra i filosofi del diritto italiani? La risposta è più semplice di quanto non si creda: sull&#8217;orientamento filosofico analitico abbracciato da Bobbio si è innestata la recezione del positivismo normativistico di tipo kelseniano. Non c&#8217;era dunque alcun bisogno di ricorrere ad un pensatore così pericoloso e compromettente come Carl Schmitt per sostenere la tesi della relatività dei valori. Ma in Schmitt c&#8217;era qualcosa d&#8217;altro e di diverso, che ora cercherò di enucleare, sia pure consapevole del fatto che il discorso meriterebbe un supplemento di analisi.</p>
<p>5. <em>Il senso profondo della critica schmittiana</em></p>
<p>Il fatto che Schmitt si confronti criticamente con autori come Max Scheler e Nicolai Hartmann  - in questo in fondo consiste l&#8217;originalità del contributo schmittiano qui discusso &#8211; non significa che egli accetti la posizione weberiana. Egli ritiene però che la filosofia dei valori non rappresenti  una risposta adeguata alla teoria weberiana della relatività dei valori, secondo la quale i valori altro non sarebbero che il frutto di scelte soggettive e come tali generatori di conflitti. Max Scheler e Nicolai Hartmann  hanno cercato di sfuggire a questa soggettivizzazione, propugnando una filosofia dei valori oggettivi, ma in questo modo &#8211; secondo Schmitt &#8211; non hanno fatto altro che avviare una nuova fase dell&#8217;auto-corazzarsi nel conflitto delle valutazioni, un nuovo mezzo per aver ragione, che di certo non fa che sollevare e accrescere il conflitto. La teoria soggettiva dei valori non è superata e i valori oggettivi non sono già raggiunti solo camuffando i soggetti e occultando i titolari dei valori ( 29 ).</p>
<p>I valori, siano essi soggettivi od oggettivi, non possono essere una risposta al relativismo poiché, a ben vedere, sono essi stessi a circoscriverne lo spazio vitale. I valori non possono costituire una risposta al nichilismo poiché è dal loro inevitabile conflitto che esso si alimenta. Il valore che chiede di essere immediatamente attuato sopprime tutto ciò che gli si pone come ostacolo. Fanatismo e terrore sono l&#8217;esito inevitabile, perché ogni mezzo &#8211; e le potenzialità distruttrici offerte dalla tecnica sono oggi enormi &#8211; è legittimo per l&#8217;attuazione di un più alto valore. Schmitt può allora concludere che «è un errore rovinoso ritenere che beni e interessi, scopi e ideali [...] possano essere messi in salvo dalla ava- lutatività delle moderne scienze naturali, attraverso la loro valorizzazione» ( 30 ).</p>
<p>Spunti di notevole interesse che certo avrebbero  richiesto un approfon- dimento; ma Schmitt si limita ad esemplificare le conseguenze pratiche della logica dei valori citando  un libro che in apparenza  sembra avere ben poco a che fare con il tema e che invece, sin dal titolo, meglio di ogni altra cosa dovrebbe spiegare il senso della sua critica alla filosofia dei valori: <em>Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens </em>(<em>L&#8217;autorizzazione </em><em>all&#8217;annientamento delle forme di vita prive di valore vitale</em>)<em>, </em>un libro scritto nel 1920 da un noto giurista (Karl Binding) con un medico (Alfred Hoche) ( 31 ). E si tratta di un&#8217;opera che è ritornata  d&#8217;attualità qualche tempo  fa in Germania  nell&#8217;ambito di un accesso dibattito sulla liceità dell&#8217;eutanasia nei confronti dei neonati gravemen- te malformati e che, di recente, è stata molto opportunamente ristampata da Wolfgang Naucke ( 32 ). Già all&#8217;inizio degli anni Cinquanta quel titolo era rimasto impresso nella mente di Schmitt, come ora risulta dal suo <em>Glossarium</em>, in cui, dopo  averlo citato, aggiunge: «in esso ogni parola è totalitaria: fin da allora Orwell avrebbe dovuto accorgersi di dove viviamo, noi, ma anche lui. <em>Autorizzazione </em>all&#8217;annientamento! Forme di vita prive di valore vitale» ( 33 ).</p>
<p>Sorprende un po&#8217; sentire parlare in questo modo di totalitarismo da parte di Schmitt ed il tono nella <em>Tirannia dei valori </em>è sicuramente più pacato: il giurista e il medico non erano certo gli aguzzini di Hitler, ma anzi erano spinti da «ragioni umanitarie» (come oggi molti bioeticisti laici difensori della «qualità della vita»&#8230;), ma proprio il titolo di quel libro, al di là delle buone intenzioni dei loro autori, esemplificava perfettamente la logica micidiale del valore quando fuoriesce dall&#8217;economia e viene applicata al campo etico, politico e giuridico: la realizzazione di valori è potenzialmente distruttrice di altri valori.</p>
<p>Ma allora, se la soluzione del problema non poteva essere trovata nel richiamo ai valori, neppure a quelli oggettivi, quale alternativa ci offre lo Schmitt di quegli anni?</p>
<p>Una prima risposta &#8211; strettamente legata all&#8217;occasione da cui era scaturita la riflessione schmittiana &#8211; consiste nel contrapporre all&#8217;attuazione immediata dei valori la necessità di una loro mediazione: L&#8217;idea necessita della mediazione; e se essa compare nella nuda immediatezza o nell&#8217;auto-attuazione automatica, allora sopravviene lo sgomento, e l&#8217;infelicità è tremenda. [...] L&#8217;idea ha bisogno di mediazione, ma il valore ne ha bisogno assai più ( 34 ).</p>
<p>Se si vuole oltrepassare l&#8217;immediatezza del conflitto tra valori e tradurli in positivo non si può che percorrere la via della mediazione ( 35 ), ed è compito del legislatore stabilire «la mediazione mediante regole», mentre ciò che va evitato è «il terrore  dell&#8217;attuazione immediata ed automatica  del valore» affidata al potere dei giudici.</p>
<p>Questa sembrerebbe la conclusione, ma lo Schmitt di quegli anni sa benis- simo che la mediazione è ormai entrata in crisi, ed ecco che allora tra le righe di queste fitte pagine compare anche un altro più profondo messaggio, in parte cripticamente  affidato ad una lunga citazione di Heidegger, tratta dal saggio <em>Nietsches Wort «Gott ist tot», </em>in cui il valore viene visto come «il surrogato positivistico del metafisico» ( 36 ).</p>
<p>Un&#8217;altra frase di Heidegger &#8211; non citata da Schmitt, ma ancora più signi- ficativa per il nostro  discorso &#8211; merita qui di essere ricordata.  Essa è tratta dall&#8217;<em>Humanismusbrief </em>e riguarda proprio la filosofia dei valori: «ciò che è valutato è privato della sua dignità» ( 37 ). Ora, anche la critica di Schmitt alla filosofia dei valori comincia proprio  con un riferimento alla dignità: «vi sono uomini e oggetti, persone e cose [...] le cose hanno un valore, le persone hanno una dignità» ( 38 ). Certo, anche la dignità per Schmitt è diventata un valore &#8211; e molto tempo prima di quanto egli mostri di ritenere, del momento che, a ben vedere, è già con Kant che compare quell&#8217;accostamento -, ma per Schmitt bisogna pensare a prima, «quando la dignità non era ancora un valore, ma qualcosa di essenzialmente diverso» ( 39 ). Prima, quando?  E in che cosa consiste quella «es- senziale diversità»? Forse la risposta sta nel far riferimento al tema specifico del seminario di Ebrach, voluto da Forsthoff: «Tugend und Wert in der Staatslehre». Accostando il concetto di dignità a quello della virtù proprio  del mondo antico egli pare assumerlo come concetto ontologico e non come valore assiologico, quale sarebbe poi in seguito diventato per i moderni. Forse la risposta è da cercare in quella apertura  alla trascendenza  &#8211; resistente al processo di secolarizzazione &#8211; a cui Schmitt, non a caso proprio in quegli anni, comincia a pensare, reinterpretando con il suo celebre «cristallo» il pensiero di Hobbes ( 40 ). Come che sia è ora la <em>dignitas </em>l&#8217;ultimo possibile appiglio in una mare di valori in tempesta.</p>
<p>L&#8217;articolo è pubblicato su <strong>FILOSOFIA POLITICA </strong><strong>/ a. XXIII, n. 2, agosto 2009, pp. 253-264.</strong></p>
<p>Note:</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Una versione diversa di questo lavoro è in corso di pubblicazione in una raccolta di studi in onore di Gaetano Carcaterra. Sono grato a Emanuele Castrucci per l&#8217;attenta lettura e per i molti consigli.</em></p>
<p>1 Cfr. Y.C. Zarka, <em>Un détail nazi dans la pensée de Carl Schmitt</em>, Paris, PUF, 2005 (trad. it. a cura di S. Regazzoni, <em>Un dettaglio nazi nel pensiero di Carl Schmitt</em>, Genova, il Melangolo, 2005). Su questo libro vi è stato un vivace dibattito  che ha spinto Carlo Angelino a rincarare la dose in un libretto che raccoglie alcuni scritti antisemiti di Schmitt. Cfr. C. Angelino, <em>Carl Schmitt sommo giurista del Führer. Testi antisemiti (1933-1936)</em>, Genova, il Melangolo, 2006. Vanno peraltro qui segnalati alcuni lucidissimi scritti critici di Alain de Benoist, tra i quali <em>Carl Schmitt e la nuova caccia alle streghe</em>, in «Trasgressioni», XXII, 2007, 2, pp. 85-112 e già prima <em>L&#8217;affaire Carl Schmitt. Carl Schmitt et les sagouins. L&#8217;ahurissante campagne de diffamation</em>, in <em>L&#8217;affaire Carl Schmitt</em>, dossier spécial de la revue «Elément pour la civilisation européenne», 2003, 110, pp. 23-34.</p>
<p>2 Cfr. P. Becchi, <em>Carl Schmitt e il «tabù della regina», </em>in «nuova corrente», 119, 1997, pp. 55-80 e, più succintamente, P. Becchi, <em>Amleto. L&#8217;irruzione del dramma nella vita di Schmitt</em>, in «Diorama», n. 234, 2000, pp. 44-46.</p>
<p>3  In quell&#8217;occasione la discussione verteva intorno  al tema «Tugend  und Wert  in der Sta- atslehre». L&#8217;intervento di Schmitt fu stampato l&#8217;anno seguente con il titolo: <em>Die Tyrannei der Werte. Überlegungen eines Juristen zur Wert-Philosophie (Den Ebrachern des Jahres 1959 gewidmet von Carl Schmitt</em>, Stuttgart, W. Kohlhammer, 1960. Sull&#8217;importanza e il significato di questi seminari, in larga parta organizzati da Ernst Forsthoff, cfr. D. van Laak, <em>Gespräche in der Sicherheit des Schwei- gens</em>. <em>Carl Schmitt in der politischen Geistesgeschichte der frühen Bundesrepublik</em>, Berlin, Akademie Verlag, 1993, pp. 200-208.</p>
<p>4 Cfr. C. Schmitt, <em>Die Tyrannei der Werte</em>, in <em>Säkularisation und Utopie. Ebracher Studien. Ernst <span style="font-style: normal;"><em>Forsthoff zum 65. Geburtstag</em>, Stuttgart-Berlin-Köln-Mainz, W. Kohlhammer, 1967, pp. 37-62.</span></em></p>
<p>5  Cfr. C. Schmitt &#8211; E. Jüngel &#8211; S. Schelz, <em>Die Tyrannei der Werte</em>, hrsg. von S. Schelz, Hamburg, Lutherarisches Verlagshaus, 1979 (il testo di Schmitt è riprodotto  alle pagine 9-43).</p>
<p>6  Cfr. C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, in «Rassegna di diritto  pubblico»,  n. 1, 1970, pp. 1-28</p>
<p>7  Cfr. C. Schmitt, <em>Le categorie del &#8216;politico&#8217;</em>, a cura di G. Miglio e P. Schiera, Bologna, Il Mulino, 1972.</p>
<p>8 Cfr. C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, Roma, Antonio Pellicani, 1987, 19882, 1996 (ristampa).</p>
<p>9  Cfr. C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, a cura di P. Becchi, Brescia, Morcelliana, 2008. Le citazioni che seguono del testo schmittiano provengono da questa edizione. Contemporaneamente è uscita un&#8217;altra traduzione presso Adelphi, curata da Giovanni Gurisatti, con un saggio di Franco Volpi.</p>
<p>10 C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, cit., pp. 4950.</p>
<p>11 C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, cit., pp. 26-27: «economia, mercato e borsa sono diventati il terreno  di tutto  ciò che v i e n e  d e t t o  i n  m o d o  s p e c i f i c o  u n  v a l o r e .  S u  q u e s t o  terreno economico, ogni &#8220;valore&#8221; extra-economico, per elevato che sia, vale solo come una sovrastruttura, che viene contemplata dalla legge del suolo. <em>Superficies solo cedit. </em>Questo non è marxismo, ma soltanto un dato di fatto, al quale il marxismo può allacciarsi con successo». Che il marxismo si sia attaccato con successo a questa realtà non impedisce però di osservare che qui Schmitt sta indub- biamente civettando con il marxismo.</p>
<p>12  J. Agnoli, <em>Die Transformation der Demokratie</em>, Berlin, Voltaire Verlag, 1967 (trad. it. <em>La trasformazione della democrazia</em>, Milano, Feltrinelli, 1969; J. Agnoli, <em>Der Staat des Kapitals</em>, in <em>Überlegungen zum bürgerlichen Staat</em>, Berlin, K. Wagenbach, 1975 (trad. it. <em>Lo stato del capitale</em>, Milano, Feltrinelli, 1978); U.K. Preuss, <em>Legalität und Pluralismus. Beiträge zum Verfassungsrecht der Bundesrepublik Deutschland</em>, Frankfurt  a.M., Suhrkamp, 1973; e, con riferimento alla Scuola di Francoforte,  l&#8217;ampio dibattito  suscitato dalle tesi di E. Kennedy, <em>Carl Schmitt und die «Frank- furter Schule». Deutsche Liberalismuskritik im 20. Jahrhundert</em>, in «Geschichte und Gesellschaft»,1986, 12, pp. 380-419. Ma Schmitt influenzò anche la socialdemocrazia tedesca attraverso autori, ad esempio, come Ernst-Wolfgang  Böckenförde e Karl-Heinz Ilting. Su quest&#8217;ultimo si veda P. Becchi, <em>Paradigmi perduti: Karl-Heinz Ilting in dialogo con i suoi autori</em>, Napoli, Bibliopolis, 2005, pp. 21-74.</p>
<p>13  Cfr. M. Cacciari, <em>Dialettica e critica del Politico. Saggio su Hegel</em>, Milano, Feltrinelli, 1978; G. Marramao, <em>Il Politico e le trasformazioni</em>, Bari, De Donato, 1979; M. Tronti, <em>Sull&#8217;autonomia del politico</em>, Milano, Feltrinelli, 1977. Fondamentale è poi un libro che raccoglie gli Atti di un Conve- gno tenutosi nel 1980, curato da Giuseppe Duso, <em>La politica oltre lo stato: Carl Schmitt</em>, Venezia, Arsenale Cooperativa Editrice, 1981 (con contributi di P. Schiera, M. Tronti, G. Miglio, G. Duso, G. Marramao, A. Brandalise, A. Biral, C. Galli, G. Zaccaria e M. Montanari). Notizie più precise e dettagliate in C. Galli, <em>Carl Schmitt nella cultura italiana (1924-1978): storia, bilancio, prospettive di una presenza problematica</em>, in «Materiali per una storia della cultura giuridica», 1979, n. 1, pp. 81-160. Il tempo del flirt della sinistra con Carl Schmitt è certo da tempo finito, soppiantato in parte dall&#8217;odierno «neocostituzionalismo» e dalla connessa retorica sui diritti umani: Habermas <em>docet</em>!</p>
<p>14 Cfr. G. Duso, <em>Tirannia dei valori e forma politica in C. Schmitt</em>, in «Il Centauro», n. 2, 1981, pp. 157-165. La stessa rivista ha ospitato in seguito sul tema pure un contributo  di R. Racinaro, <em>Esistenza e decisione in Carl Schmitt </em>(1986), in <em>La crisi del politico. Antologia de «Il Centauro», </em>a cura di D. Gentili, Napoli, Guida, 2007, pp. 377-416.</p>
<p>15 C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, cit., p.26.</p>
<p>16 C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, cit., pp. 12-13.</p>
<p>17  Secondo Alexy non si potrebbe  giustificare alcuna decisione giuridica se non facendo ri- corso in ultima istanza a valori morali, poiché tra diritto  e morale vi sarebbe  una connessione necessaria sia sul piano concettuale che su quello normativo. Cfr. <em>Begriff und Geltung des Rechts </em>(1992), trad. it. <em>Concetto e validità del diritto</em>, introduzione  di G. Zagrebelsky, Torino, Einaudi,1997. Per la recezione di Alexy in Italia cfr. G. Bongiovanni, <em>Teorie «costituzionalistiche» del diritto. Morale, diritto e interpretazione in R. Alexy e R. Dworkin</em>, Bologna, Clueb, 2001. Il dibattito  sul neocostituzionalismo è amplissimo. Nel nostro paese l&#8217;autore, tra i giuristi, forse più rappresenta- tivo di questo orientamento  è Gustavo Zagrebelsky, <em>Manuale di diritto costituzionale I</em>: <em>Il sistema delle fonti del diritto</em>, Torino, UTET, 1991, p. 105: «Dove la struttura  della norma costituzionale è sufficientemente completa per poter valere come regola di casi concreti, essa deve essere uti- lizzata direttamente  da tutti i soggetti dell&#8217;ordinamento giuridico, siano essi giudici, la pubblica amministrazione, i privati». Per una prima caratterizzazione del neocostituzionalismo in generale cfr. P. Comanducci, <em>Forme di (neo)costituzionalismo</em>: <em>una ricognizione metateorica</em>, in AA.VV., <em>Neo- costituzionalismo e tutela (sovra)nazionale e diritti fondamentali</em>, a cura di T. Mazzarese, Torino, Giappichelli, 2002, pp. 71-94</p>
<p>18  Osservazioni interessanti in merito si trovano in R. Guastini, <em>Lezioni di teoria del diritto e dello Stato</em>, Torino,  Giappichelli,  2006, che giunge alla seguente conclusione: «l&#8217;applicazione diretta della costituzione costituisce, banalmente, <em>disapplicazione </em>(omessa applicazione) della legge regolatrice della fattispecie. E la disapplicazione della legge costituisce violazione di legge, ai sensi dell&#8217;art. 111, comma 7, cost., ed è motivo di ricorso per cassazione» (p. 279). Sull&#8217;argomento qui discusso si vedano le pp. 239-279. Da vedere anche la dispensa universitaria di E. Castrucci, <em>Per una critica del potere giudiziario: sugli articoli 101 e 104/1 della Costituzione</em>, Firenze, Editing, 2007, in cui apertamente  si sostiene che non è compito della magistratura, nei nostri sistemi giuridici, l&#8217;attuazione diretta della costituzione. Nella letteratura  internazionale si veda almeno R. Hirschl, <em>Towards Juristocracy</em>. <em>The Origins and Consequences of the New  Constitutionalism</em>, Cambridge (Mass.-London), Harvard University Press, 2004.</p>
<p>19   C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, cit., p. 21: «Già nel periodo precedente alla Prima guerra mondiale si era tentata una «Riabilitazione della virtù» nella cosiddetta «filosofia dei valori» (Max Scheler 1913). Dopo di essa, concetti e ragionamenti propri della filosofia dei valori penetrarono nella dottrina  dello Stato e del diritto  costituzionale della costituzione di Weimar (1919-1933), nel tentativo di reinterpretare  la costituzione e i suoi diritti fondamentali facendoli rientrare in un sistema di valori. Tuttavia all&#8217;epoca la giurisprudenza aveva ancora qualche riserva. Solo dopo la Seconda guerra mondiale i tribunali tedeschi hanno fondato ampiamente le loro sentenze su pro- spettive proprie della filosofia dei valori».</p>
<p>20  Cfr. E.-W. Böckenförde, <em>Zur Kritik der Wertbegründung des Rechts </em>(1987), ora in E.-W. Böckenförde, <em>Recht, Staat, Freiheit. Studien zur Rechtsphilosophie, Staatstheorie und Verfassungs- geschichte</em>, Frankfurt  a.M., Suhrkamp,  1991, pp. 67-91. È abbastanza  sorprendente  che questo articolo non sia stato ancora tradotto in italiano, nonostante la fortuna che questo autore sta attual- mente incontrando anche nel nostro paese. Qui ci si riferisce a opere di Helmut Coing, Karl Brin- kmann, Erich Fechner, H. Henkel e all&#8217;imprescindibile interpretazione  del primo articolo della Legge Fondamentale di Bonn data da Günter Dürig e da altri autori (<em>op. cit.</em>, p. 68).</p>
<p>21 Cfr. E. Opocher, <em>Lezioni di filosofia del diritto</em>, Padova, Cedam, 1993 (ma la prima edizione risale al 1949). All&#8217;approfondimento del diritto come valore Opocher  non è mai venuto meno. Di particolare rilievo al riguardo sono le sue <em>Lezioni metafisiche sul diritto</em>, risalenti agli anni 1966-1967 e 1967-1968, e recentemente  pubblicate  da uno dei suoi allievi, Franco Todescan (Padova, Cedam, 2005). A p. 38, significativamente, si legge: «Noi non possiamo vivere senza dare un signi- ficato all&#8217;esistenza: questo è il punto fondamentale e questa è la radice fondamentale dei valori. Che poi questi valori si possano rappresentare nei più diversi modi come idee, come concetti, addirittu- ra come entità platoniche, questo attiene ai vari modi attraverso i quali noi possiamo rappresentarci questa particolare esperienza e questa particolare situazione; quello che conta è tener presente che non è possibile vivere senza attribuire un significato alla vita, non è possibile esistere senza dare un senso oggettivo all&#8217;esistenza. La radice prima dei valori è proprio  l&#8217;esigenza di dare questo senso all&#8217;esistenza. Il diritto in quanto valore esprime quest&#8217;esigenza&#8230;».</p>
<p>22 N. Bobbio, <em>Introduzione alla filosofia del diritto</em>, Torino, Giappichelli, 1948, pp. 50-51. Cfr. già prima <em>Lezioni di filosofia del diritto</em>, Torino, Giappichelli, 1945, pp. 66-67. Si veda anche N. Bobbio, <em>Filosofia del decadentismo</em>, Torino, Chiantore, 1944, pp. 107-124.</p>
<p>23 Cfr. N. Bobbio, <em>L&#8217;indirizzo fenomenologico nella filosofia sociale e giuridica</em>, Torino, Istituto Giuridico  della R. Università, 1934, p. 63: «lo storico, anziché indignarsi col Kelsen contro  lo Smend, non può non intendere e giustificare il valore storico di una reazione al vuoto formalismo kelseniano, reazione compiuta attraverso una previa accettazione della realtà spirituale che sola dà vita e significato alle pure forme del dovere astratto». Nel 1937 Bobbio è a Berlino, dove conclude uno studio, che apparirà l&#8217;anno seguente, dedicato a Max Scheler, <em>La personalità di Max Scheler</em>, in«Rivista di Filosofia», XXIX, 1938, pp. 97-126. Per uno sguardo d&#8217;insieme su questa fase del pen- siero bobbiano cfr. E. Lanfranchi, <em>Un filosofo militante</em>. <em>Politica e cultura nel pensiero di Norberto Bobbio</em>, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, pp. 25-54.</p>
<p>24 Merita in questo contesto ricordare che Opocher nel 1951 scriveva: «il problema del valore giuridico&#8230;è sempre in prima linea nella speculazione filosofico-giuridica italiana», anche se ormai era evidente la frattura che si andava consumando (con la svolta in senso relativistico di Bobbio) e di cui proprio Opocher  fu il primo a rendersi conto. Cfr. E. Opocher,  <em>Considerazioni sugli ultimi sviluppi della Filosofia del diritto italiana</em>, in «Rivista internazionale di filosofia del diritto», XX- XIII, 1951, pp. 40-57. Nel 1955 Opocher  dedicherà largo spazio ad un confronto critico con le posizioni di Bobbio nelle sue <em>Lezioni di filosofia del diritto</em>, raccolte da L. Caiani e R. Piovesan, Pa- dova, Cedam, 1955, pp. 79-100, una critica che poi sarà in seguito sempre ripresa (cfr. E. Opocher, <em>Lezioni di filosofia del diritto</em>, Padova, Cedam, 1983, in particolare pp. 251-254). Illuminante sulla prospettiva filosofica di Opocher il saggio di M.A. Cattaneo, <em>Verità e valori nell&#8217;esperienza giuridica</em>, in «Sociologia del diritto», n. 2, 1984, pp. 79-90.</p>
<p>25  Due volumi di Luigi Caiani, che restano ancora oggi fondamentali per la ricostruzione di quel periodo devono qui essere menzionati: <em>I giudizi di valore nell&#8217;interpretazione  giuridica</em>, Pado- va, Cedam, 1954 e <em>La filosofia dei giuristi italiani</em>, Padova, Cedam, 1955.</p>
<p>26  Cfr. L. Bagolini, <em>Problema del valore in alcuni recenti scritti filosofici e giuridici</em>, in «Rivista internazionale di filosofia del diritto», XXVI, 1949, pp. 465-475; <em>Aspetti della critica dei valori eti- co-giuridici nel pensiero contemporaneo</em>, in «Rivista internazionale di filosofia del diritto», XXVII,1950, pp. 235-267; <em>Giustizia e visioni del mondo</em>, in «Rivista internazionale di filosofia del diritto», XXX, 1953, pp. 404-409. L&#8217;importanza di Bagolini non era sfuggita a Corrado Rosso in un&#8217;opera che apparve litografata nel 1949 e a stampa nel 1973 e che resta ancora oggi fondamentale: C. Rosso, <em>Figure e dottrine della filosofia dei valori</em>, Napoli, Guida, 1973, pp. 364-377 (la discussione di Bagolini). Interessante  anche il dibattito  sui valori tra Augusto Guzzo e Uberto  Scarpelli in«Filosofia», 1962, 13, pp. 107-131. Di Marchello cfr. <em>L&#8217;utilitarismo simpatetico di Adam Smith e il fondamento della ragione pratica</em>, Torino, 1953 e <em>Sul diritto naturale vigente</em>, Milano, 1953.</p>
<p>27 Anche la recente bella monografia di Portinaro non mi sembra offrire una risposta esaustiva in merito. Cfr. P.P. Portinaro, <em>Introduzione a Bobbio</em>, Roma-Bari, Laterza, 2008, pp. 40-53.</p>
<p>28  Un&#8217;impostazione assiologica ai problemi della filosofia del diritto è certo anche presente nell&#8217;approccio onto-fenomenologico di Sergio Cotta e di molti suoi allievi (a cominciare da Bruno Romano) e non è forse un caso se una delle monografie dedicate a Max Scheler sia scaturita pro- prio dai loro insegnamenti. Cfr. C. Menghi, <em>Valore e diritto nel pensiero di Max Scheler</em>, Milano, Giuffrè, 1979.</p>
<p>29 C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, cit., p.59.</p>
<p>30 Ivi, p.36.</p>
<p>31  Qualche anno dopo, nella <em>Theorie der Partisanen</em>, dopo aver nuovamente citato l&#8217;opera di Binding e Hoche, Schmitt prosegue osservando come quella applicazione pratica «già si annuncia contemporaneamente, e con lo stesso candore, nel punto  di partenza teorico di H. Rickert» (C. Schmitt, <em>Theorie der Partisanen </em>(1963), trad. it. <em>Teoria del partigiano</em>, a cura di A. De Martinis, Milano, il Saggiatore, 1981; il riferimento alla <em>Tirannia dei valori </em>è a p. 85). La <em>Teoria</em><em> del partigiano </em>è stata di recente ripubblicata per i tipi di Milano, Adelphi, 2005, a cura di F. Volpi.</p>
<p>32 Cfr. K. Binding &#8211; A. Hoche, <em>Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens. Ihr Mass und ihr Ziel </em>(1920), Neuausgabe mit einer Einführung  von W. Naucke, Berlin, Berliner Wissen- schaftsverlag, 2006.</p>
<p>33  C. Schmitt, <em>Glossarium. Aufzeichnungen der Jahre 1947-1951 </em>(1991), trad. it. <em>Glossario</em>, a cura di P. Dal Santo, Milano, Giuffrè, 1991, p. 418 (la glossa è datata 2 maggio 1950).</p>
<p>34 C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, cit., p. 67.</p>
<p>35  Cfr. C. Galli, <em>Genealogia della politica: Carl Schmitt e la crisi del pensiero politico moderno</em>, Bologna, Il Mulino, 1996, pp. 3-175.</p>
<p>36 M. Heidegger, <em>Nietsches Wort «Gott ist tot», </em>in <em>Holzwege</em>, Frankfurt a.M., V. Klostermann, 1950, p. 210 (trad. it. <em>Sentieri interrotti</em>, a cura di P. Chiodi, Firenze, La Nuova Italia, 1968, p. 208).</p>
<p>37 M. Heidegger, <em>Über den «Humanismus», </em>in <em>Platons Lehre von der Wahrheit</em>, Bern, Francke, 1947, 19542, p. 99 (trad. it. <em>La dottrina di Platone sulla verità</em>, a cura di A. Bixio e G. Vattimo, To-rino, SEI, 1975, pp. 116-117). E Heidegger, molto incisamente, prosegue: «qualcosa che è stimato come valore è valorizzato e ammesso solo come oggetto della valutazione dell&#8217;uomo [...]. Ogni valorizzare è una soggettivizzazione, anche quando valorizza positivamente. Esso non lascia essere l&#8217;essente, ma prendendolo  solo come oggetto della propria attività, lo fa «valere». La strana preoc- cupazione di provare l&#8217;oggettività dei valori, invero non sa quel che fa. E proclamare «Dio» come il «valore più alto», significa degradare la sua essenza. Pensare in termini di valori, è, in questo caso e in ogni altro, la maggior bestemmia che si possa pensare contro l&#8217;Essere». La critica alla filosofia dei valori è già presente nelle ultime pagine di un corso di lezioni risalente al 1935, ma pubblicato nel 1953: <em>Einführung in die Metaphysik</em>, Tübingen,  Max Niemeyer, 1953, pp. 151-152 (trad. it. <em>Introduzione alla metafisica</em>, a cura di G. Masi, presentazione di G. Vattimo, Milano, Mursia, 1968, 1972, pp. 203-204).</p>
<p>38 C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, cit., p. 48.</p>
<p>39 Ivi, p. 71.</p>
<p>40  Cfr. C. Schmitt, <em>Die vollendete Reformation. Bemerkungen und Hinweise zu neuen Levia- than-Interpretationen</em>, in «Der Staat», 1965, n. 1, pp. 51-69; trad. it. <em>Il compimento della riforma</em>, in C. Schmitt, <em>Scritti su Thomas Hobbes</em>, Milano, Giuffrè, 1986, pp. 159-190.</p>
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		<title>Anatomia del dolore &#8211; di Paolo Becchi</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Aug 2009 09:21:26 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Filosofia e Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[anatomia; dolore; emorroidi; culo; ospedale; Becchi; dignità umana; Paolo Becchi; filosofia; bioetica; paziente; medico; infermiere; malato]]></category>

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		<description><![CDATA[Sala 21, stanza 3, letto 11 Anatomia del dolore Paolo Becchi Soffro da un paio di giorni di un dolore acuto e persistente in una regione del corpo umano di cui di solito non si parla volentieri: il culo. Beninteso di “culo” si parla spesso, ma per lo più metaforicamente: “Luigi è culo e camicia [...]]]></description>
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<p style="text-align: center;">
<p class="MsoNormal" align="center">
<p class="MsoNormal" align="center"><em><span>Sala 21, stanza 3, letto 11</span></em></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><em><span>Anatomia del dolore<span style="font-style: normal;"> </span></span></em></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><span>Paolo Becchi</span></p>
<p class="MsoNormal"><em><span> </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><span><span> </span>Soffro da un paio di giorni di un dolore acuto e persistente in una regione del corpo umano di cui di solito non si parla volentieri: il culo. Beninteso di “culo” si parla spesso, ma per lo più metaforicamente: “Luigi è culo e camicia con Giovanni” si dice per indicare una grande amicizia, “aver culo” o “un colpo di culo” vuol dire avere fortuna. Non sempre tuttavia il “culo” è associato a situazioni positive, molto spesso anzi indica situazioni negative, come ad esempio quando lo “hai preso nel culo”, e cioè sei stato fregato. Si può, anche senza giungere a questi estremi, “prendere per il culo” qualcuno, nel senso di prenderlo in giro o “fargli il culo”, quando lo vuoi rimproverare di qualcosa. Si può inoltre essere disposti “a dare il culo” per ottenere un determinato risultato o “a leccare il culo”, e cioè ad adulare sfacciatamente qualcuno. Fino ad una delle espressioni più liberatorie che esistono nel linguaggio popolare, il “va a fa’ in culo”, che oggi può però costare persino l’espulsione da scuola di uno studente. Credo che si potrebbe scrivere una metafisica, o quanto meno una metaforologia del culo, ma non è mia intenzione farlo. Molto più banalmente, ma anche molto più dolorosamente, la storia seguente nasce da un ascesso nel mio culo.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Quando uno ha un ascesso nel culo la prima cosa che prova è la difficoltà a comunicarlo, quasi che parlandone<span> </span>si vadano a toccare chissà quali meccanismi della <em>privacy</em>. Qualcosa di analogo accade per la malattia del secolo: il cancro. È sempre più diffuso, nelle molteplici forme in cui ti può aggredire, e tuttavia guai a nominarlo.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>“Formazione neoplastica”, “neoformazione”, “neoplasia” (hai avuto culo), “displasia” (ce l’hai nel culo), fino alla formula più recente “lesione produttiva vegetante”, dove resti basìto. Ne ho le palle piene del politicamente corretto. E la sua attuale riproposizione in termini etici è ancora più insidiosa. Tutto è cancro, fino a prova contraria. Nuda e cruda vi esporrò la storia del tormento del mio culo.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La prima diagnosi è che si tratti di emorroidi ma, quando la febbre sale a 39° e persiste, cominci a preoccuparti e ti appare evidente che emorroidi non sono. Che fare? A questo punto c’è sicuramente bisogno di un proctologo. La trafila normale sarebbe quella di rivolgerti al tuo medico di famiglia, lui ti prescrive una visita specialistica, ma ammesso che le cose di vadano bene ti ci vorranno almeno due mesi di attesa. Nel frattempo il tuo culo potrebbe essere anche esploso e tu con lui, perché scordatela la separazione tra <em>res cogitans</em> e <em>res extensa</em>: se sta male il tuo culo stai male anche tu. Provare per credere. Meglio chiamare un medico ospedaliero amico, uno di quelli sempre disposti, anche di sabato, se in servizio, a infilarti un dito su per il culo. Mi precipito all’ospedale e si scopre una “ragadina” che potrebbe essersi infettata e avere provocato un ascesso perianale (e cioè un ascesso nel culo). Una malattia non più di moda, ma molto diffusa nell’Ottocento. La cosa in qualche modo mi rallegra: persino Carlo Marx era stato con il culo a bagno per un sacco di tempo con dolori sicuramente più forti dei miei, perché<span> </span>allora non esistevano le medicine che ci sono oggi. Posso contare su un precedente storico di una certa importanza.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Fanno male gli ascessi nei denti, immaginatevi quelli nel culo! La febbre sale, c’è bisogno di un antibiotico e di una visita medica specialistica che il mio amico medico, non senza difficoltà, riesce a procurarmi ambulatorialmente per lunedì mattina. Passo la domenica in casa poggiando il culo da un divano all’altro, da un letto all’altro, cercando un po’ di refrigerio – che non arriva. Trascorro una nottata d’inferno a rigirarmi nel letto, nel tentativo di trovare una posizione che mi consenta di non sentire il mio culo, e invece tutto il mio essere si concentra proprio su quell’orifizio e sulla carne tumefatta intorno ad esso. Resisto, lunedì dolorante vado nell’ambulatorio e ne esce confermata la diagnosi dell’ascesso: bisognerebbe inciderlo, ma non si vede il “punto d’attacco” per effettuare l’incisione. L’incisione viene rinviata a mercoledì. “Qualora però la febbre salga oltre i 38 e mezzo si rechi subito al pronto soccorso e si faccia ricoverare”, sentenzia il medico. Il rischio infatti in questi casi è che l’infezione si estenda al sangue e allora sì che la situazione diventa rischiosa, maledettamente pericolosa.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Martedì sera, dopo una giornata di passione, quella soglia è raggiunta e sarebbe stata di molto oltrepassata se non avessi deciso di andare al pronto soccorso. Comincia così il mio percorso ospedaliero di cui vorrei narrare la storia, perché quanto<span> </span>mi è accaduto è sicuramente simile a quanto altri<span> </span>avranno provato, ma è d’altro canto unico: unico non tanto per i medici (e gli infermieri), quelli non cambiano, ma per me e i pazienti con i quali ho condiviso nella stanza di un ospedale una settimana di disperazione e<span> </span>speranza, di<span> </span>timore e sfrontatezza, di fiducia e sfiducia, di rassegnazionee ribellione, ma soprattutto di intenso dolore.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Al pronto soccorso mi fanno una flebo di Tachipirina (credo) e poi, ancora dolorante, dopo alcune domande sui farmaci che assumo normalmente , mi portano in barella a fare una radiografia al torace. Chiedo: “Ma cosa c’entra il torace con il dolore terribile che ho nel culo?”, risposta di un giovane medico del pronto soccorso: “è la prassi, anche se vai al pronto soccorso perché sospetti di esserti fratturato un dito, la prima cosa è l’esame al torace”. Non ho voglia di discutere, il dolore sale e ora non solo il culo brucia, non riesco quasi neppure più a pisciare … “attento a dirlo, trattieniti se puoi, resisti, altrimenti ti infilano subito un catetere e – mi dice il medico – non è un’esperienza piacevole”. Dopo la radiografia, mi portano a dormire in Divisione chirurgica vascolare, poiché nel reparto di cui dovrei finire non c’è posto: lì un infermiere mi sottopone ad un <span> </span>nuovo<span> </span>interrogatorio sui farmaci che assumo e poiché di uno non ricordo bene il nome (Aprovel) non lo trascrive tra le medicine che adopero abitualmente per l&#8217; ipertensione e questo come vedremo in seguito avrà delle conseguenze; esegue un prelievo di sangue ed io sofferente ma intontito mi addormentosubito dopo.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Mi risveglio con lo stesso dolore con cui mi ero addormentato: nella stanza tre letti, un solo paziente oltre a me. Attendo irrequieto la visita di un medico, dopo aver bevuto un goccio di the per colazione, mangiato due biscotti e assunto un antibiotico per bocca. Ad un certo punto passa il primario (immagino) accompagnato da un codazzo di una decina di altri medici. Si sofferma sul primo paziente e quando sta per uscire dalla stanza un membro dello staff gli fa osservare (con un cenno della testa) che c’è un altro paziente. Sento come risposta: “No, lui è un deposito”. Avvolto dalla penombra e dal dolore che non mi dà tregua, alzo la voce rivolgendomi al primario: “Io non sono un deposito, ma un paziente”. Silenzio tombale nella stanza. Il primario si avvicina al mio letto e mi spiega che quello era solo un termine tecnico per indicare che non appartenevo a quel reparto. Gli faccio notare tuttavia che uno sguardo pure ad un paziente di serie B – quale al momento sono – poteva pure gettarlo e chiedo di essere visto da un medico del dipartimento in cui dovrò finire. In effetti un medico poco dopo arriva e prescrive impacchi umidi, ma<span> </span>in quel reparto non sanno evidentemente di cosa si tratta,<span> </span>mi danno un panno<span> </span>tiepido da tenere nel culo: meglio di niente. Il dolore però cresce, ed io protesto veemente, chiedo che sia fatto subito qualcosa perché non riesco più a sopportarlo, altrimenti intendo dimettermi per andare in un altro ospedale. Qualcosa si muove. Alle 11 in barella mi portano dallo specialista. Bisogna incidere, ma dove? Cercano un ecografo, lo trovano, e con precisione incidono, dopo un’anestesia locale che – ahimè – lascia il tempo che trova. Mentre i due medici stanno facendo<span> </span>il loro lavoro, due donne intorno, non mi è chiaro se medici o infermieri, se la ridono allegramente, mentre io mi lamento per il dolore e chiedo che mi tengano le gambe ferme se no il medico non può operare come dovrebbe. Quel ridacchiare sullo sfondo di due donne<span> </span>impermeabili alle mie sofferenze, mi offende, mentre i due medici stanno facendo del loro meglio per spurgare l’ascesso.<span> </span>Con la speranza di aver superato il peggio, mi illudo che mi portino nel nuovo reparto e invece mi ritrovo nella Divisione di chirurgia vascolare. “Solo per poche ore”, mi conforta qualcuno: un barelliere alle tre dovrebbe trasferirmi nel mio reparto. Aspetto, ma sono impaziente. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Mi dibatto tra mille tormenti, sento la febbre salire ogni minuto che passa, chiamo un’infermiera e<span> </span>le chiedo di guardarmi la ferita lasciata dall’incisione, sta sanguinando un poco. Loro non sono responsabili del mio culo, devo attendere a letto il trasferimento. Sul muro, alla mia sinistra, batte il sole del pomeriggio. E mi sembra che ci siano delle figure che volano nel cielo. Sto ormai delirando per via della febbre alta e sono completamente disidratato. “Acqua, per favore, un sorso d’acqua”, chiedo all’infermiera. “No, deve avere l’autorizzazione poiché non è del reparto”, mi dicono; “Ma, insomma , la chieda” rispondo irritato, “un goccio d’acqua non si nega a nessuno”. Ritorna l’infermiera,<span> </span>il medico ha detto che poiché ho subito un’anestesia locale non posso neppure bere un sorso d’acqua. Le labbra sono ormai arse e screpolate, perdo sangue e pus dal culo, la febbre continua a salire, il cuore batte troppo accelerato, me lo sento in gola, la testa gira. Ho paura di non farcela. Ormai non è solo il culo a fare male, è l’intero organismo che sta andando a pezzi. Lo so, a ripensarci è assurdo, ma in quel momento credo veramente di morire. Detto, tra le lacrime, le mie ultime volontà con il Black Berry ad un amico, sono le quattro: il barelliere non arriva, ho l’impressione che mi vogliano far morire ma no, è impossibile! Sono in un ospedale, mica a Guantanamo. Mi sforzo di stare immobile, ma il dolore non trattato non dà tregua: “acqua, un sorso d’acqua”, la voce è troppo rauca nessuno mi sente, ed io non ho più la forza per raggiungere con la mano il campanello. Rannicchiato nel letto ormai bagnato di pus, sangue e sudore, tremante, sì, affido la mia anima a Dio. Prego, se gli uomini non sentono, sentirà almeno lui? Dopo pochi minuti (miracolo!?) arriva il barelliere: sono quasi le cinque, credo. Sono troppo debole per<span> </span>trasferirmi dal letto alla barella, mi aiuto con il bastone. Arrivo nel mio reparto, sala 21, stanza 3, letto 11, proprio nel momento in cui passa la visita medica. Ma io non ricordo nulla, mi pare di avere chiesto un sorso d’acqua, o quanto meno ricordo che mi danno una bottiglietta, devo però bere sorso a sorso. Mi iniettano in vena una flebo di antibiotico e poi qualcos’altro. Per un attimo credo di essere passato dall’inferno al paradiso.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span><span> </span>Mi sto riprendendo, sento ora anche il bisogno di mangiare qualcosa, dopo aver bevuto. Infatti non tocco cibo dalla sera precedente. Con il giro della cena delle sei, mi portano una ciotola di pastina in brodo. Ingenuo, chiedo all’infermiera se mi può imboccare; non riesco a stare seduto dal dolore e temo nelle condizioni in cui sono<span> </span>di versarmi tutto addosso. Non mi risponde neppure, dal suo sguardo capisco che ho chiesto l’impossibile. Eppure un po’ di brodo mi farebbe bene, cerco di avvicinare alla bocca il cucchiaio di plastica, riempiendolo un po’: ci riesco, con fatica, ma ci riesco. Arriva l’orario delle visite: mia moglie mi trova in uno stato “da Conte di Montecristo”, barba lunga, del resto la porto da anni, e i capelli arruffati<span> </span>unti e bisunti, sguardo assente nel vuoto. “Sei dimagrito”, dice; non credo, ho solo sofferto<span> </span>tutto il giorno”, rispondo. “E come stai ora?” “Meglio, ma sono molto stanco e ho la febbre alta”. “Ma non ti danno l’antibiotico?” “Sì, ma non fa ancora effetto” (in realtà non era quello giusto).<span> </span>La febbre continua a salire, per bloccarla ci vuole un’altra flebo di Tachipirina. Mia moglie va via ed io mi addormento, sudando come se avessi fatto il bagno dentro il letto, ma non ho la forza di alzarmi, né di chiamare l’infermiera di turno. Mi risveglio all’albeggiare di giovedì. Dai finestroni dell’ospedale penetra la fioca luce del nuovo giorno. Sarà di nuovo un giorno di tormento? Passano alle sei a misurare la temperatura: è certo che non sono sfebbrato, ma fra Tachipirina e antibiotico a gogò non supero i trentotto. Comincio lentamente a prendere coscienza della stanza in cui sono stato catapultato: quattro letti, quattro comodini, un lavandino, un tavolino, qualche stipetto in cui deporre gli oggetti personali con cui sei arrivato. In hotel non accetteresti mai di dormire con persone che non conosci. Ebbene, gli ospedali italiani, non sono hotel, e io non ho i soldi per trasferirmi in<span> </span>una clinica privata.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Proprio di fronte al mio letto, appesa al muro, una Madonna con il bambino e sulla porta un crocefisso. Sono in un ospedale cattolico. Ma della <em>pietas</em> cristiana sinora non ho trovato traccia. Sono ansioso di vedere come stanno i miei compagni di sventura, alla mia sinistra due letti: il primo è occupato da un uomo completamente giallo, il secondo è stato da poco operato ma è già in netta ripresa, alla mia destra un altro paziente che è stato invece operato d’urgenza la notte prima. Mi rendo conto di stare tutto sommato meglio di loro. Al momento sono soltanto io, assieme al paziente giallo, ad alzarmi per fare un po’ di colazione: caffelatte e biscotti. Butto giù tutto e ritorno a letto, non riesco a stare seduto. Cerco, con prudenza, di farmi un quadro della biografia delle persone in stanza: tutte più anziane di me. Gandolfo, l’uomo giallo, è un siciliano di sessantasette<span> </span>anni originario di Palermo, un emigrante che minava le pietre grosse, quelle che non si possono muovere con la scavatrice, per le strade e che poi sarà assunto come guardiano all’Italsider. Tamagno, non ricordo il nome, mi è rimasto impresso il cognome che credo sia quello di un cantante lirico, di anni ne ha<span> </span>settantasette ed era un ferroviere addetto alla manutenzione dei binari, ma di fatto un contadino di una piccola frazione di Ronco; alla mia destra Pino, un uomo di sessantacinque anni, che da sempre fa il pescatore ad Arenzano con una barca di 22 metri. Ma lui è ancora immobile, apprendo che gli hanno asportato un pezzo di intestino per via del morbo di Cron. Insomma sono l’unico “intellettuale” del gruppo, ma vorrei entrare in contatto con loro. Rispolvero con Tamagno il “genovese” che parlavo con mia nonna, e lo stesso farò qualche giorno dopo con Pino. La cosa funziona. Allora chiedo in dialetto “come vi sentite?”, anche il siciliano ormai un po’ di genovese dopo tanti anni lo mastica. Si lamentano dei medici che parlano poco con i pazienti e degli infermieri che si fanno i cazzi loro. Non posso che condividere. I medici del reparto sono dei chirurghi e si sa quelli sono di per sé di poche parole: tagliano e cuciono, e ho l’impressione che lo sappiano fare bene. Tamagno si sta riprendendo benissimo dopo una operazione non facile e l’intervento su Pino, alle quattro di notte, d’urgenza, è perfettamente riuscito. Solo Gandolfo non migliora, ma lì la chirurgia aiuta poco. Il mio culo è ancora in fiamme, ma se dopo l’incisione non hanno deciso di operare una ragione sicuramente c’è. E gli infermieri?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Suggestionato dalla lettura di alcuni scritti di infermiere americane<span> </span>mi ero fatto catturare dalla distinzione tra curare (compito dei medici) e prendersi cura (compito degli infermieri), ed anzi avevo idealizzato il ruolo femminile dell’infermiera contro quello maschile del medico. Non ero mai stato evidentemente in un ospedale e dunque non mi ero mai reso conto dell&#8217; abisso che a volte separa l&#8217;idea dalla realtà. “All’infermiere del paziente – come dice Gandolfo – non gliene frega proprio un cazzo”. “Qui mi sembra che esegui soltanto le volontà dei medici” – aggiungo ora io, c disincantato. Non c’è però nei miei compagni di sventura, ribellione, ma rassegnazione e paura, come avrò subito modo di sperimentare. Alla sera, dopo la frugale cena, passa un infermiere e noi già tutti a letto, ognuno occupato dal proprio dolore, vorremmo spegnere le luci al neon che dal soffitto ci abbagliano. Chiamo l’infermiere e glielo dico, lui replica che andrebbero tenute accese sino alle dieci, quando passa l’ultima terapia se no i pazienti si svegliano durante la notte e disturbano. Ma replico “non si possono accendere le luci nel momento dell’ultima terapia, lasciandoci in pace nelle ore precedenti?” L’infermiere si incavola, come si permette un paziente di chiedere qualcosa e gli altri poi sono veramente d’accordo? Ed è qui che resto sorpreso: gli altri interrogati, non parlano proprio. L’infermiere esce ma ha capito e spegne la luce; Gandolfo però – appena uscito l’infermiere – mi riprende: “tra di noi possiamo parlare male degli infermieri, ma non bisogna farli incazzare, perché se no quelli poi si vendicano. Domani spegniamo noi la luce, senza chiederlo ed abbiamo risolto il problema senza danni”. Acconsento, ma mi rendo conto di quanta paura ci sia nei confronti degli infermieri. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Mi sono ormai ripreso da una delle giornate più brutte della mia vita quando sta per finire. Ma c’è ancora la finale di Coppa Italia: gioca la Samp contro la Lazio. Partita che vale una stagione. Convinto di morire ho dimenticato persino che alla sera giocava la mia squadra. In un’altra stanza sento gracchiare una radiolina. Ma sono troppo stanco per stare in piedi e sedermi è impossibile. Qualcosa non va: perdiamo uno a zero. Poi d’improvviso un sussulto: Pazzini pareggia. Un sospiro di sollievo si leva dal reparto. D’improvviso, potenza taumaturgica del calcio, ci sentiamo tutti (o quasi) meglio. Non ci sono genoani: non siamo in clinica. La Samp è proletaria. Ma ormai non resisto più, le cose vanno per le lunghe, i tempi supplementari e forse i rigori. Mi riverso sul letto sperando di essere svegliato dai caroselli di macchina. Ma il silenzio è tombale. A volte basta poco a farti cambiare d’umore, una buona notizia può sedare un po’ il dolore (quando non è troppo forte), una cattiva lo accresce subito.<span> </span>Tamagno<span> </span>russa e, di tanto in tanto, si lamenta anche Gandolfo, Pino è ancora silenzioso sotto l’effetto dell’anestesia o di qualche antidolorifico. Sento i rumori provenienti dalle altre stanze: rantolii di dolore, una vecchia ripete ossessionatamente quasi fosse una litania “dottore, mi fa male la pancia”, finché un’infermiera provvede a sedarla. Mi sembra di peggiorare, il letto è di nuovo bagnato del mio sudore, e sento la temperatura salire, chiamo un’infermiera, ma inutilmente. Dopo un quarto d’ora<span> </span>che mi sembra un secolo arriva e io grido con voce rabbiosa: “potrei essere morto nel frattempo, è da tempo che chiamo”. “C’era un paziente grave, il numero 6, lei è l’11, viene dopo”. “Aggiungiamo il 17 e facciamo un terno secco sulla ruota della morte”. Replico a male parole: “ma che cavolo d’ospedale è questo, cosa fate se due pazienti stanno contemporaneamente male?” “Facciamo il possibile, ne salviamo uno.” “E l’altro?” “Siamo solo due infermieri per notte in reparto, facciamo quello che possiamo.” “Dunque uno dei due è destinato a morire.” “E no”, mi risponde “quello me lo ha messo in bocca Lei”. Te lo avrò anche messo in bocca, bella figa, ma è la logica conseguenza del tuo ragionamento. L’infermiera è stizzita, non lo dice, ma sicuramente deve averlo pensato “ma chi sarà mai questo rompicoglioni?”. Tra me e me penso: sono in un ospedale cattolico, dove non si pratica la fecondazione assistita ma si lasciano potenzialmente morire i pazienti. Mi appisolo per un paio d&#8217;ore. Mi risveglia il chiarore del mattino e mi assale una cupa malinconia. Il caffelatte tiepido è imbevibile e in più apprendo che abbiamo perso ai rigori. Cominciamo proprio male. Il culo è di nuovo in fiamme e la febbre ha ripreso a salire. Il “penso dunque sono” di cartesiana memoria, mi sembra la più grande cazzata che un filosofo potesse scrivere. Io sono ora il mio culo ed è il dolore del mio culo a dettare il mio pensiero. Sto combattendo contro qualcosa che è più forte di me, non posso bloccare la febbre che sta di nuovo salendo. Vorrei affrontare il male con dignità, non lasciandomi andare, riprendendo a lavarmi il viso, i denti, ma con la flebo attaccata è un’impresa. Ti ci devi abituare. Mi guardo allo specchio. Gandolfo è giallo come un limone, ma il mio viso è più bianco del latte. I miei occhi sono spenti, le mani esangui e fredde, se non fosse perché si muovono direi le mani di un morto. Vorrei pettinarmi, ma non riesco bene a muovere la spalla destra, alzo con fatica il braccio dolorante. Provo a sedermi al tavolino. È incredibile come le cose che normalmente facevo prima, alzarmi, sedermi, muovermi, oggi richiedono tanto tempo e tante energie. La visita medica si risolve in uno sguardo veloce al mio culo. Tutto procede bene, mi hanno cambiato l’antibiotico e stanno finalmente bloccando l’infezione. Devo avere pazienza. Io però sto peggio di prima. A Tamagno danno delle indicazioni precise da seguire, e lui, senza alcuna ironia, risponde: “Agli ordini, dottore”, alla faccia dell’alleanza terapeutica, sembra quasi di essere in caserma. Sono le due e mezza di pomeriggio sto visibilmente peggiorando. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span><span> </span>Chiedo se non sia il caso di fare una medicazione. Medicazione o meno con una forbicina, credo, non vedo ma sento, mi riaprono l’incisione. Esce del pus, insomma c’è ancora in parte l’ascesso che mi divora. Il dottore suggerisce dei bidè tiepidi con una medicina: bisogna far defluire il pus. I bidè sono tuttavia tutti senza tappo;<span> </span>quella che mi era parsa una salvezza svanisce<span> </span>subito. Mi accorgo che gli infermieri hanno ben altro da pensare che al mio tappo. Ma non demordo: qualcuno consiglia di comprare una bottiglia di vino e di utilizzare il tappo; già ma chi può uscire ora a comprare una bottiglia di vino, e poi il diametro del buco del bidè mi sembra troppo grande per il tappo di una bottiglia di vino. Ci vorrebbero quei tappi da champagne, che si aprono quando stappi la bottiglia. Alla fine, di fronte ad un lavandino, trovo un tappo, forse andrà bene anche per il bidè. Faccio una corsa (si fa per dire) disperata in bagno (tre gabinetti per 22 letti, maschi e femmine indistintamente) e il tappo funziona. Con la medicina consigliata<span> </span>inizio a premere nel punto in cui è avvenuta l’incisione; sento un dolore lancinante, ma qualcosa esce. Troppo poco. Sono sfinito, torno a letto (chissà, sarà servito a qualcosa?), ma la febbre continua a salire, mi fanno una flebo di Tachipirina. Come dice un mio amico, “Non siamo in Uganda”, “non ti faranno certo morire di setticemia in ospedale”. Attendo come un drogato il suo effetto, ma questa volta non arriva, sono disperato. La febbre sale! Cribbio, neppure la Tachipirina per flebo la blocca, è impossibile! Chiamo l’infermiere: “Datemi della morfina”, urlo, non resisto più”. L’infermiere guarda la flebo e<span> </span>sorride, si erano solo dimenticati di aprirla… Alla sera mangio qualcosa. Pino vorrebbe già camminare, fa progressi da gigante, Tamagno pure, e presto sarà dimesso, per Gandolfo invece non ci sono cambiamenti. Sul tardi Pino riceve una visita commovente: uno dei medici che l’ha operato, (forse un conoscente?) passa a salutarlo e a consolarlo. Uno dei rari gesti di umanità a cui<span> </span>mi sia capitato di assistere. </span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Le notti in ospedale sono un capitolo a sé. Quando alle dieci è passata l’ultima visita degli infermieri, si spengono le luci, anche quelle del corridoio. Senti il respiro, a volte il russare rumoroso dei tuoi vicini, che ti impediscono di addormentarti, e lo stesso sarò certamente io per loro. Ti accorgi di stare in un luogo di dolore: il tuo e quello degli altri. Di tanto in tanto suona qualche campanello, un infermiere arriva, nel mezzo della notte e parla ad altra voce con l’altro infermiere dei cavoli suoi, gettando quasi uno sguardo di rimprovero sul paziente che l’ha disturbato. Non si accorgono neppure che qualcuno vorrebbe cercare di dormire, dimenticando per un attimo di essere in un letto d’ospedale e sognando di essere in quello della propria casa.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Eppure ci vorrebbe tanto poco a diminuire il tono della voce, a rispettare il silenzio di corpi martoriati dalle ferite, e gettare uno sguardo misericordioso sul mare della sofferenza che ti sta di fronte.</span></p>
<p><span style="font-weight: normal;">La notte per i malati è più lunga del giorno: se il giorno ha il suo ritmo, scandito dagli orari del reparto, nella notte sei raggomitolato nel tuo letto, nella tua solitudine impotente. Tu con il tuo male, i tuoi timori, le tue speranze. Quando esausto chiami, è perché – a parte il dolore – vorresti incontrare lo sguardo di un altro. E invece ti appare un’infermiera infastidita: “Ancora tu”. Non ho niente in contrario che tu mi dia del tu; ma allora vuol dire che condividi il mio dolore, o mi dai del tu come lo dai al marocchino, di cui ti vuoi liberare, che ti lava i vetri al semaforo? “E adesso cosa c’è?” C’è che avrei bisogno di te, di una parola di conforto, di un sorriso, di una carezza. Ma quali carezze? Un’infermiera non tocca mai il suo paziente, non lo sfiora neppure, se non dopo essersi messa i guanti di lattice. Lo so, potrei avere l’AIDS o qualche altra malattia infettiva, ma quanto avrei desiderato che un’infermiera mi asciugasse la fronte dal sudore, ed io incontrando il suo volto amico, potessi percepire nel buio della notte il senso di un contatto umano. Chiudo gli occhi e sfinito mi addormento.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Quando mi risveglio capisco che è sabato, perché la vita del reparto procede a ritmi rallentati. Ho sudato tutta la notte, ma mi ero studiato una strategia difensiva. Dormire senza pigiama e con lenzuolo. Un po’ di scottex sul comodino per asciugarmi il sudore. Quando di notte ero sudato marcio mi sono tolto il pigiama e le lenzuola bagnate, rimettendomi a letto in canottiera e con coperta. Guarda a quali cose ti fa pensare un culo in fiamme. È l’ora dei termometri, la febbre c’è, ma sta calando, almeno al mattino presto; in compenso ho un dolore costante alla cervicale e al braccio destro, forse perché mi ostino a prendere appunti (questi appunti) da una posizione innaturale. Faccio colazione, ma non riesco ad andare di corpo, in più sento nel culo tormentato uno grossa palla di carne fuoriuscita (emorroide trombizzata, dirà poi il medico). Per il resto il dolore è sopportabile. Gli infermieri passano con la terapia, ma si dimenticano delle mie pillole per l&#8217; ipertensione. (Me ne accorgo perché la pressione sale). Eppure oggi mi sembrano tutti più gentili: forse, pensando, con il mio culo ho esagerato nei miei giudizi nei loro confronti? </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Mi viene voglia di andare in bagno, ma ho la flebo attaccata. Me la porto dietro – si può. “Stai attento a non ubriacarti”, scherzando mi dice un paziente che vorrebbe regalarmi un momento di allegria. “Sono sfinito”, rispondo con un filo di voce. “Sono gli antibiotici”, replica, “te li danno a forti dosi per bloccare l’infezione”. Andare in bagno con le mie gambe è un’impresa, ma non voglio fare i miei bisogni in stanza, di fronte ad altri pazienti. Già mi disturba l’emissione rumorosa di gas intestinali (ma come trattenerla?) in stanza, ma pisciare e cacare di fronte a persone con le quali non ho alcuna<span> </span>intimità mi ripugna, non ce la faccio proprio. Sarò troppo schizzinoso.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Mentre mi sforzo di andare in bagno, Pino è in stanza sulla “comoda”: ma è dignitoso far cacare un uomo di fronte agli altri, privandolo di ogni intimità, con il pene scoperto cateterizzato? Suvvia, non siamo mica in clinica, con bagno personale, e infermieri pronti a muovere il culo ad ogni tuo respiro.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La mattinata trascorre fiaccamente, anche la vecchia della stanza accanto non si lamenta più, stesa da qualche forte calmante, sembra quasi che il reparto abbia deciso di prendersi un giorno di riposo. Mi rifanno il letto, come ogni mattino, ma lo sento più fresco, passano le donne della pulizia, cambiano l’aria e puliscono pavimento e suppellettili varie. Passa anche – se non ricordo male, o forse era un altro giorno? – una operatrice socio-sanitaria e mi lancia un sorriso di compassione. Devo farle proprio pena alla Sabrina se si avvicina al mio letto per scambiare due parole con me. Ma il bello, si fa per dire, deve ancora venire. Alle dieci c’è la visita medica. Faccio osservare che dopo l’incisione pochi medici si sono presi cura del mio culo. Solo la sera prima avevo avuto una medicazione, ma io avevo l’impressione che ci fosse ancora del pus. Il dottore si avvicina, guarda e “sì, c’è del pus”, e “c’è anche una grossa emorroide trombizzata”. Non riesco ad andare di corpo, ed ecco il risultato delle mie spinte. Ma il dottore si concentra sull’incisione, chiede un catetere all’infermiera e l’aiuto di un infermiere. Cosa diavolo vogliono farmi? “Tenga le gambe ferme”, mi dice il medico. Senza preavviso sento come un ago attraversarmi il buco del culo proprio nel punto in cui era stato inciso: lancio per un paio di secondi, un minuto, qualche minuto, un attimo destinato a diventare eterno, un urlo disperato che attraversa tutto il reparto, come poi mi racconteranno altri malati. Questa volta esce molto liquido, e un po’ di sangue. “Suvvia, è niente”, esclama il medico, “ho fatto solo una pulizia”. Vaglielo a dire al mio culo che si è trattato di una pulizia. Sono privo di forze nel letto, ma mi sento d’improvviso meglio, nonostante il dolore persista. E dire che doveva essere una giornata tranquilla. Arriva nell’orario dei parenti mia sorella, è il suo compleanno, ma quasi me lo sono dimenticato. Mi asciuga la fronte dal sudore, mi accompagna in bagno e mi lava i capelli. Mi sembra di rinascere. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il ritmo ospedaliero è segnato dagli orari giornalieri prestabiliti sempre uguali. Visite mediche, terapie, pulizie, colazione, pranzo e cena. Al posto dell’ora d’aria la visita dei parenti. Anche questa ad orari prestabiliti: dopo il pranzo e la cena. Orari più lunghi la domenica. E lì ti accorgi di quanta distanza ci sia nel modo di affrontare la malattia tra gli “intellettuali” e la gente del popolo. Certo, mi faceva piacere che mia moglie mi venisse a trovare una volta al giorno (se non altro era indispensabile per portarmi biancheria pulita e ritirare quella sporca) e non nascondo l’incontenibile emozione quando, inaspettatamente, nel fine settimana si sono presentati i miei figli e le mie sorelle. Ma la loro presenza non mi era indispensabile, anche se con i capelli lavati era un’altra vita; non voglio dire che non<span> </span>sentissi la loro mancanza, ma mi bastava una telefonata per scacciare la tristezza. Solo nel momento del più acuto dolore ho pensato per un attimo che non li avrei più visti per sempre. Ma la malattia è mia, loro la percepiscono indirettamente. Gandolfo e Pino invece hanno ogni giorno un’intera truppa di persone (mogli, figli, cognati, nipoti, amici intimi), una famiglia allargata che ricostruisce al letto del paziente sempre e di nuovo il suo legame.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La pesca ieri è stata ottima,gli raccontano, e Pino si rallegra. La prima comunione del nipote di Gandolfo è stata una festa bellissima, con un menù da far venire l’acquolina in bocca.( Non ne posso più di brodini e stracchino). La presenza costante, mezzogiorno e sera, le telefonate mattutine e serali sono il segno di un vincolo ancestrale profondo: Pino e Gandolfo non sono due individui malati, ma due membri di una comunità che con trepidazione aspetta il loro ritorno.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Pino ormai può parlare e ci fa una bella lezione di pesca. Un tempo, quando lui era ancora giovane, era il suo occhio a scrutare il mare alla ricerca di acciughe e calamari, oggi invece è il computer che ti indirizza dove devi andare. Da aprile ad agosto acciughe, acciughe e acciughe, da agosto a ottobre calamari. Le acciughe – mi<span> </span>dice – le puoi mangiare come vuoi. Ma la ricetta più buona è quella più semplice: pulire il pesce di testa ed interiora, olio, sale e limone in un tegamino: cinque minuti a fuoco lento da una parte, cinque minuti dall’altra. Pino è un genovese puro sangue: di poche parole, ma di grandi sentimenti. Solo Gandolfo è oggi veramente incazzato: “Mi sono ricoverato per guarire, non per morire”. Continua ad essere giallo come un limone della sua Sicilia. Tamagno si prepara ad uscire: voglio una bottiglia del suo vino, come souvenir. Alle due del pomeriggio non c’è quasi più febbre: il tormento della mattinata sta dando i suoi frutti. Il dolore però cresce ed in più se ne è aggiunto un altro alla cervicale. Il letto è comodo, di quelli che puoi regolare come vuoi, ma sono da troppi giorni <span> </span>coricato e tutto il corpo comincia a risentirne. Giri e rigiri le tue povere ossa sentendo il crack delle giunture; finché arriva l’antidolorifico che ti brucia lo stomaco, ma ti fa tirare un sospiro di sollievo. Ascolto su Radio Nostalgia <em>Emozioni</em> di Lucio Battisti e mi vengono le lacrime agli occhi pensando alla mia giovinezza e alle mie emozioni. Il letto è caldo e umido: vorrei sedermi ma è impossibile. In piedi sono troppo debole per poter stare. Vorrei potermi librare nello spazio vuoto. Il dolore cresce. È normale dopo l’intervento del mattino, ho bisogno di un antidolorifico subito; chiamo<span> </span>Fabrizio (un infermiere che conosco dai tempi dell’Università) ma il suo turno è finito. Domando ad altri ma nessuno mi accontenta. Me lo daranno più tardi, dopo l’ultima dose di antibiotico. In serata squilla il cellulare di Pino, una nipotina vuol dare la buonanotte al suo nonno. Mi addormento dolcemente pensando al bene che vogliono a quel pescatore.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span><span> </span>È domenica. L’antidolorifico ha fatto il suo effetto, poco dolore e, finalmente!,<span> </span>niente febbre: è il primo giorno da quando sono entrato all’ospedale. Oggi esce Tamagno, non si è dimenticato di portarmi la bottiglia del suo vino! La berrò alla sua salute, appena finirà questo tormento. Ci lascia con l’ultima saggezza popolare sugli infermieri: “van a lune”, dice in genovese, insomma sono lunatici. Mi dispiace che se ne sia andato (lo so, non lo dovrei dire), ma a parte tutto mi lasciava utilizzare metà del suo comodino, essendo il mio messo in una posizione troppo scomoda. La stanza era pensata per tre letti, mettendocene quattro tutto lo spazio si restringe. Eppure è importante per un malato avere a disposizione su un comodino, facilmente raggiungibile con la mano, l’acqua, le medicine, un libro. La stanza senza Tamagno è vuota, manca il suo volto burbero e un po’ scontroso da contadino, dall’animo buono. Non riesco ad andare di corpo. Il medico prescrive un clistere. Mi portano in una saletta attigua al bagno e dopo avermi fatto quello che dovevano farmi,<span> </span>con fatica, mi libero. Sono debole, ma leggero. Torno a letto, chiudo gli occhi e per pochi minuti: nessun dolore. Nirvana. Un anziano prete entra in stanza: due parole di routine ma non c’è autentico coinvolgimento; sono convinto che ad un moribondo direbbe che domani andrà sicuramente meglio. Solo con Tamagno c’è un minimo di dialogo, ma perché sono conterranei. Mi dicono che forse don Davide, il parroco del Carmine, verrà a trovarmi. Mi farebbe piacere, avrei bisogno di parlare con qualcuno del mio dolore in un ospedale “cattolico”, ma il parroco non arriva. D’altra parte io non sono un cattolico praticante, cosa pretendo dunque?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Alle cinque di pomeriggio il dolore riprende la sua intensità, passa il medico, lo stesso della medicazione del sabato, glielo dico. Ho bisogno di un “Toradol” in flebo, come ieri sera. “Della Tachipirina dovrebbe bastare” replica. Ma la Tachipirina è per la febbre, io al momento ho un dolore di nuovo intenso. “Anche la Tachipirina è un antidolorifico”, risponde il medico un po’ stizzito. Lo voglio provocare: “Ma sì, scelga Lei”, dico. “Ah, siamo a questi punti, e chi se non io dovrebbe scegliere?” dice. Non replico, ma tra me e me penso: è a me – testa di cazzo – che spetta di decidere sul dolore del mio culo e non a te! E poi perché devo aspettare l’ora della terapia. Il dolore ce l’ho adesso dannazione, devo tenermelo fino alle nove di sera? Resisto, silenziosamente. Cerco di leggere <em>Nudi e crudi</em> di Alan Bennett. E mi faccio ogni tanto due risate. Anche se la <em>Sovrana lettrice</em> mi era piaciuto di più, nonostante la mia ignoranza sui molti libri citati. E dire che avrei voluto rileggere <em>Umiliati ed offesi</em> di Dostoevskij. Masochismo puro, mi sforzo di prendere appunti, ma<span> </span>ho la spalla destra anchilosata.<span> </span>Vinto dalla stanchezza mi addormento. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È lunedì, la nuova settimana non comincia bene. Non tanto per il mio culo, mi sento la pressione alta. E in effetti ce l’ho. Mi accorgo d’improvviso che dalla terapia non risulta una delle due medicine che assumo regolarmente per l’ipertensione. Gli infermieri confermano. Tutto dipende da quell’errore iniziale; quando non mi ricordavo il nome preciso della pastiglia. Dico che ho con me il farmaco portato da casa, ma mi impediscono di prenderlo: hanno paura che faccia un cocktail di farmaci. Devo aspettare un medico che confermi l’aggiunta dell’Aprovel nella mia terapia. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Gandolfo sta leggermente meglio e ha deciso di farsi bello. Barba e capelli con il barbiere in stanza. Avrei timore di farmi tagliare i capelli: saranno sterilizzati forbici e lame, dopo ogni servizio? Non mi sembra proprio. Il barbiere, dopo aver insaponato il viso di Gandolfo, gli taglia la barba non fatta da qualche giorno poi bagna con una spugnetta inumidita i capelli (lo shampoo non è incluso!) e si sentono le lame delle forbici con quel rumore inconfondibile. Un odore rinfrescante penetra nella stanza, sarà il talco sul collo di Gandolfo ora pronto ad affrontare una nuova settimana con i suoi capelli lucenti. La visita medica comincia con quasi tutto lo staff<span> </span>guidato dal primario. Ma è un passaggio sfuggente: devo avere pazienza -mi dicono- hanno fatto tecnicamente tutto quello che bisognava fare.<span> </span>Non ne dubito; ma io non sono una macchina da riparare, io sono il mio corpo: il mio culo non è un ingranaggio, smontabile a piacere, ma un pezzo di carne dolente di me. Rifletto tra me stesso: possibile che nessuno – a parte i pazienti – si accorga del mio dolore? Quando non c’è dolore la vita risorge: tutto ti sembra diverso. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Dopo Tamagno, anche Pino si prepara ad uscire, martedì, il letto resterà vuoto. Felice come una pasqua di ritornare al suo mare, in barca non potrà ancora andare, ma nei suoi occhi neri vedo già l’azzurro del mare. Senza Tamagno e senza Pino, la stanza è ormai destinata ad assumere una nuova conformazione. Quali saranno alla mia destra e alla mia sinistra i miei compagni? Arriva un uomo, con un addome prominente, dai libri che posa sul comodino (ormai è finita la pacchia di utilizzarlo), Stendahl e Thomas Mann, capisco che la frangia intellettuale minoritaria viene rafforzata. Lui vede l’Adelphi sul mio comodino, scruta la mia barba ottocentesca e i capelli lunghi ed esclama: “Professore?” “Sì, rispondo, ma anche Lei ne ha tutta l’aria”, rispondo. È un professore di licei di storia e filosofia in pensione da tempo, deve essere domani (martedì) operato di un tumore benigno. Il <em>Doctor Faustus</em> di Mann si spiega con la sua passione per la musica, lo ha già letto, ma ce la farà a rileggerlo in ospedale? Ho dei dubbi … Discutiamo, lui che si è laureato con Sciacca, di Hegel e di Heidegger: abbiamo visioni opposte. Per lui sono entrambi dei fanfaroni, per me due grandi maestri del pensiero. Lui non può soffrire il loro linguaggio, io credo invece, che bisogna penetrarlo, e allora tutto diventa più semplice. Abbandono il mio genovese arrugginito e subito si capisce che la stanza ha assunto una nuova fisionomia. Gandolfo è preoccupato di quei discorsi che non riesce a seguire, lo rassicuro: non ci saranno strani dibattiti filosofici in stanza su Trendelenburg e la logica hegeliana, in effetti io e Bruno ci stavamo incamminando su sentieri sempre più impervi. Passa il dottore per fargli firmare il foglio del consenso informato all’operazione. Non un cenno sui rischi dell’operazione, anche se il chirurgo cerca di spiegare cosa gli faranno domani: un intervento non difficile, che non desta alcuna preoccupazione, del resto tutto è già programmato da tempo. Sul volto di Bruno non c’è timore, tutto andrà bene ed in un paio di giorni sarà di nuovo fuori come Tamagno che prima occupava il suo letto.<span> </span>Arrivano i suoi due figli a fargli compagnia: quanta<span> </span>tenerezza tra il padre e la figlia che gli tiene la mano … un padre che al di là del male che lo ha colpito, lo intuisco non deve avere avuto una vita facile. Serenità. Lunedì sera terapia. Mi hanno aggiunto una pastiglia. Chiedo lumi.<span> </span>È solo il Lansox, qualcosa per proteggere stomaco, fegato, intestino, dalle dosi micidiali di antibiotico e di antidolorifici cui sono stato sottoposto nell’ultima settimana. Rispondo: “Me lo sto già prendendo da solo tutte le mattine”. L’infermiera comincia a strillare come una gallina: “Ma dove crede di essere?”. “Le medicine le decidono i medici e noi ve le diamo: Lei da solo non è autorizzato a prendere nulla”. “E già – replico – se aspettavo voi i miei organi sarebbero già stati belli fottuti, ho soltanto anticipato quello che subito qualsiasi medico avrebbe dovuto prescrivermi”. Ah sì, io ne saprei più dei medici: domani la cosa sarà segnalata; non avevano mai avuto un paziente come me, che si autogestisce la cura e se la modifica come meglio crede. Chiedo, di grazia, cosa prevede la terapia per stasera, a parte il Lansox che continuerò a prendere alla mattina. L’infermiera scruta i fogli: Aulin, granulato per sospensione orale. “E va bene, me lo dia!”. Ma non c’è l’Aulin, neppure<span> </span>il Nimesulide, che potrebbe sostituirlo. Insomma, mi fanno un cazzettone sui farmaci e poi non hanno neppure quelli che mi devono, per terapia, somministrare. Ilarità in stanza, la gallina se ne esce silenziosa, con la cresta abbassata. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Domani Bruno deve essere operato. Cerchiamo di rendergli la notte più tranquilla possibile: russa, senza sosta, e tanto forte, che si sente persino nel corridoio, mentre vado in bagno. Gandolfo vorrebbe farlo girare, ma io consiglio di lasciarlo dormire: domani è il suo giorno. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È martedì abbiamo passato la notte in bianco, ma Bruno si alza in perfette condizioni: “ho dormito quasi come a casa” dice. Ne siamo felici e gli raccontiamo dei suoi rumori notturni, ma senza farglielo pesare. Io mi risveglio con un mal di testa insopportabile, ma non mi immagino neppure quello che sta per accadere: non ho febbre e ho sudato meno del solito, eppure sento che qualcosa non va, non è tanto il mio culo, ma la mia pancia a dolermi. Faccio colazione e mi viene di andare di corpo, vado in bagno, ma niente, nonostante spinga a tal punto da farmi male. Sono assalito da un dolore violento, un blocco intestinale? O che altro? Sono le otto, chiamo un infermiere. Devo aspettare la visita del medico, ma io ho dolore acuto, insopportabile, alla pancia adesso. Vado disperato alla ricerca di un dottore. Lo trovo. “Stia calmo. Arriviamo anche da Lei, quando sarà il suo turno. Insomma è l’11, non il 22 resista!” Questo dei numeri dei letti proprio non lo comprendo. Sto malissimo ora, sono piegato dal dolore, non posso attendere il mio numero. Mi danno una pastiglia<span> </span>di Toradol che dovrebbe calmare il dolore, ma sembra che tutti non vogliano capire che non riesco a cacare. Arriva finalmente il medico e mi infila un dito su per il culo: fecaloma. Una massa di feci dense impedisce l’evacuazione. Ordina subito una peretta ma ormai è troppo tardi. Mi riportano nella stanza vicino al bagno. Un’infermiera prova e riprova con la peretta, ma l’acqua non passa, sono come un lavandino tappato. Urlo, chiedo che facciano qualcosa, l’infermiera mi rimprovera<span> </span>di disturbare tutta la corsia, non mi sto comportando dignitosamente, dice lei, dovrei andarmene a letto e smetterla di lamentarmi. Ci manca poco che non la mandi a fare in culo. Ma non si accorge della<span> </span>mia disperazione,<span> </span>del mio totale smarrimento. Nel suo volto non c&#8217;è traccia di compassione. Ritorna il medico, bisognerebbe togliere manualmente il fecaloma, ma l’infermiera non ha nessuna voglia di farlo. Posso anche capirlo, insomma devo arrangiarmi da solo. Vado in bagno e tra dolori laceranti faccio, quello che credo un medico o un’infermiera avrebbero dovuto fare. Una donna delle pulizie<span> </span>mi trova semisvenuto rantolante, non voglio che chiami nessuno ormai il peggio è passato. Mi lavo accuratamente, togliendo tracce di sangue e cacca dalle mani e persino dal gabinetto, che voglio lasciare pulito. Cerco di raggiungere la stanza stordito, asciugandomi la fronte dal sudore. Mi lascio andare nel letto e mi addormento. Arriva il pranzo. Rifiuto di mangiare, per protesta vorrei quasi iniziare uno sciopero della fame, ma ho già perso troppi chili in pochi giorni. Mi vengono a parlare di dignità e mi abbandonano in un cesso d’ospedale, prendendosela con me solo perché ho dato sfogo al mio dolore. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Portano via Bruno per l’intervento, sono le due e mezza del pomeriggio ed io mi sento molto meglio. Gli auguro “in bocca al lupo”. Lo fanno vestire con un camice verde trasparente usa e getta. A tal punto trasparente che è come se non avesse nulla addosso, alla faccia della dignità e della riservatezza. Parte tranquillo con il sorriso sulle labbra. Ma non è il suo giorno fortunato. Dopo alcune ore lo riportano, non ha però tutte quelle flebo e sondini che di solito ha un paziente operato. Un po’ intontito, mi guarda e sussurra: “Non hanno fatto niente!” Guardo sbigottito la figlia :”Sì, è vero, non sono riusciti ad intubare papà”. Bruno è stanco e amareggiato,<span> </span>la preoccupazione dei figli palpabile.. Un difetto tecnico, inspiegabile, o che altro? Tre anestesisti non sono riusciti ad intubarlo: gli hanno mezzo massacrato la gola, ma il tubo non riusciva a scendere.<span> </span>Tutto da rifare. Domani una TAC<span> </span>chiarirà che cosa è successo. Lui, il professore, così calmo e pieno di riguardi per<span> </span>tutti, comincia a perdere le staffe. “Caro Paolo, mi dice, sei mai stato in una sala operatoria?” “No –<span> </span>rispondo –<span> </span>ma forse mi toccherà a breve, per via della fistola”. “Ebbene, sappi, lì non c’è proprio più alcun rispetto della tua dignità. Sei una bambola nelle mani di altri”. Resti almeno mezzora vigile, con un sacco di persone che ti armeggiano intorno senza che neppure scambino una parola con te, che vedi tutto e sei un mero oggetto nelle loro mani. Il giorno prima avevo litigato con Bruno, perché aveva detto che quando entri in ospedale sai già che rinunci alla tua dignità. E invece no! Rispondo: “Io non rinuncio alla mia dignità, anche se la stanno calpestando”: “io rivendico la mia umanità ed il diritto a che mi sia riconosciuta anche qui”. “Mio caro, replica, vedrai in sala operatoria, dove finisce la tua dignità”. Ho l’impressione che dovrei riscrivere il mio libro uscito in questi giorni sulla dignità umana insistendo sulla sua costante violazione nei nostri ospedali.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Nel frattempo abbiamo un nuovo ospite: il letto di Pino è ora occupato da Ambrogio, una nobile e signorile presenza della bella età di novantadue anni. Sarà operato domani, mercoledì, quando io sarò dimesso. Ambrogio era un ufficiale della Marina Militare che lavorava all’Istituto Idrografico. Un sacco di domande mi frullano in testa. Chissà chi prenderà il mio posto? Bruno riuscirà ad essere operato? E Gandolfo guarirà? Di una cosa soltanto sono certo, Ambrogio supererà brillantemente l’intervento: il letto numero 12 è un letto fortunato per gli uomini di mare.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Sono quasi le undici di mercoledì mattina, giacché nessuno me lo porta vado alla ricerca del foglio di dimissioni. L’infermiera è occupata al telefono, ma trova il modo di allungarmelo. Mi prescrivono alcune medicine: di queste una la posso ritirare direttamente dalla farmacia dell’ospedale. Il medico mi fa la ricetta. Dimentico il mio bastone e esco alla ricerca della farmacia. Mi illudo di essere tornato in possesso delle mie forze. Ma sono invece ancora troppo debole, sto barcollando, mi appoggio al muro, un angelo di volontaria mi si avvicina: “Ha bisogno di aiuto?”, “Credevo di farcela, rispondo, ma le gambe non reggono”. Anche la vista è debole e nelle orecchie sento strani ronzii. “Non si preoccupi, l’accompagno io”, mi dice prendendomi per mano. Mentre a passi lenti raggiungiamo la farmacia mi chiede della mia degenza e osserva: “La malattia qualche volta è un segno da decifrare”. Credo che abbia ragione, la sofferenza, pur nel suo senso ultimo umanamente inspiegabile, non sarà stata vana se la mia vita ne verrà arricchita. L’esperienza del dolore – come mi scrive anche una mia cara amica – dovrebbe spingermi a interrogarmi sul senso della mia vita e su come la sto vivendo. Eterogenesi dei fini: la fortuna ha baciato il mio culo? La dea bendata mi ha forse lanciato un messaggio? Sono pieno di buoni propositi salutistici, fumerò un toscano alla settimana e la pipa ogni tanto, non più di uno (due) bicchieri di vino a pasto. Ma la malattia mi ha insegnato molto di più; mi ha trasformato interiormente.<span> </span>Passare attraverso la sofferenza non è stato inutile. Non so ancora come ne uscirò –<span> </span>un nuovo intervento si profila all’orizzonte – ma sicuramente diverso.<span> </span><em>Die Krankheit – ein Weg zu mich selbst</em>, mi viene in mente questa espressione tedesca che esprime<span> </span>quello che provo e che non saprei come rendere adeguatamente in italiano. Ho capito tante cose di cui da sano avevo solo una vaga e astratta percezione. Ci sono mondi che scorrono accanto a noi, di cui non sappiamo niente, finché non andiamo a caderci dentro. Il mondo della malattia è sicuramente uno di questi.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Stoicamente penso di fare ritorno a casa in bus. Vorrei riprendere da subito le redini della mia vita, quelle redini che mi sono state strappate all’improvviso entrando all’ospedale. Bruno mi ha regalato un biglietto: lo saluto con uno sguardo pieno di speranza e incontro il suo sorriso.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span><span> </span>È una giornata calda e umida ed io ho ancora un gilet di lana addosso. Alla fermata del 35 un ragazzo vorrebbe intervistare gli astanti sulla qualità del servizio pubblico. Un signore si scalda subito: “Il 34 che va al cimitero lo trovi sempre, per venire all’ospedale col 35 è invece un’impresa”. “Ma non dovrebbero essere più importanti i vivi dei morti?” Me ne sto zitto, ma sono mosso da sentimenti contrastanti. Anche i morti , penso,<span> </span>hanno diritto ad essere visitati dai vivi. Più che degli orari del bus che ti porta all’ospedale – mio caro, mi verrebbe di rispondergli – dovremmo cominciare a rendere più umana la vita nei nostri ospedali pubblici. Ma sono troppo stanco per discutere. Arriva il bus e non lo aspetto neppure tanto. Mi aggrappo ad una maniglia di sostegno con la mano sinistra, mentre con la destra mi appoggio sul bastone. È un equilibrio precario, messo in pericolo ad ogni scossone. Ma resto in piedi. Tra poco potrò riabbracciare mia moglie e i bambini e vedere se il gatto si è nel frattempo dimenticato di me.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p><span><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Nota dell’autore</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il racconto narra una mia recente dolorosa esperienza. L’ho scritto di getto, debilitato da una settimana d’ospedale, sulla base di appunti che cercavo di annotare giorno per giorno a penna o digitando le notizie su un Black Berry regalatomi da un caro amico. Può essere che la mia ipersensibilità mi abbia fatto esagerare nella crudezza di alcune descrizioni, eppure rileggendo queste pagine anche a distanza di qualche tempo mi pare restituiscano fedelmente il mio vissuto.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal" align="right"><span>Paolo Becchi</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Genova</span></p>
<p class="MsoNormal"><span><span> </span>Agosto 2009</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal">
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		<title>La giurisdizionalizzazione della cittadinanza. Nota sull’immigrato clandestino.</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2009 13:24:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Filosofia e Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Headline]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[cittadino; cittadinanza; giurisdizionalizzazione; Carl Schmitt; sovranità; Rivoluzione Francese; Terrore; Saint-Just; immigrato; immigrazione; clandestina; ddl sicurezza; Senato; reato; Quadri; Besta;]]></category>

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		<description><![CDATA[  di T.G. *** La nozione di “cittadino” non è, storicamente, coeva ed essenziale alla formazione dello Stato moderno, intesa come uscita, attraverso la neutralizzazione del conflitto interno e l’espropriazione dei ceti, dalle guerre civili del Cinquecento. Essa è posteriore, è una costruzione successiva. Il meccanismo che sta alla base della costruzione della sovranità nei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"><span><img class="aligncenter" src="http://www.gennarocarotenuto.it/public/immi2.jpg" alt="" /></span></p>
<p><span>di T.G.</span></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><span>***</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La nozione di “<em>cittadino</em>” non è, storicamente, coeva ed <em>essenziale</em> alla formazione dello Stato moderno, intesa come uscita, attraverso la <em>neutralizzazione</em> del conflitto interno e l’<em>espropriazione dei ceti, </em>dalle guerre civili del Cinquecento. Essa è posteriore, è una costruzione successiva. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il meccanismo che sta alla base della costruzione della sovranità nei secoli XVI-XVII risiede, sotto il profilo strettamente normativo, nella cosiddetta <em>reductio ad unum</em> delle fonti del diritto: il <em>cristallo </em>“<em>Auctoritas non veritas facit legem</em>”[1] rende la <em>moltitudine</em> un <em>popolo</em> con il solo <em>pactum</em>, con la sola sottomissione alla volontà del Sovrano. Non il cittadino, perciò, ma il suddito [2]. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Soltanto a partire dalla Rivoluzione francese, la <em>sovranità</em> viene pensata<em> in senso personale</em> (<em>Personalhoheit</em>)[3] e, pertanto, solo attraverso la separazione tra aspetto <em>politico</em> (partecipazione alla sovranità) e aspetto <em>civile</em> diviene possibile distinguere, all’<em>interno</em> dello Stato, la cittadinanza (<em>citoyenneté</em>, <em>Staatsbürgerschaft</em>; <em>Citizenship</em>), da ciò che è mera nazionalità (<em>nationalité</em>; <em>nationality</em>; <em>nationalität</em>) o “appartenenza allo Stato” (<em>Staatsangehörigkeit</em>)[4]. <span> </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La reale dialettica propria del concetto di cittadino è, in tal senso, costruita non tanto sull’opposizione rispetto a chi si trova <em>al di</em> <em>fuori</em> della sovranità dello Stato (es: lo straniero, in quanto cittadino di un altro Stato), quanto sull’opposizione rispetto ad altre categorie di persone <em>presenti</em> sul territorio dello Stato e <em>appartenenti</em> allo Stato stesso, ma escluse dalla partecipazione all’esercizio della sovranità[5]. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ma quanto detto, non risolve ancora la struttura dialettica del “cittadino”, se non previa la identificazione di ciò per cittadino deve intendersi. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ebbene, detta identificazione è, certamente, qualcosa che nulla ha a che vedere con il diritto inteso come legalità, come costruzione dell’ordine attraverso un sistema di norme giuridiche.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>A riprova, sembra sufficiente rilevare come la legge costituisca la fonte dello <em>status</em> di cittadino indicando i <em>modi d’acquisto</em> della cittadinanza (<em>ius sanguinis</em>, <em>ius soli</em>, etc.), senza, tuttavia, contemplare o prevedere<em> criteri distintivi di tipo giuridico</em> (ossia legati alla diversa <em>titolarità di diritti e doveri</em>) del cittadino rispetto all’estraneo. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Posto che la legge determini con chiarezza chi sia un cittadino e chi non lo sia, essa, in altre parole, lascia del tutto <em>indeterminata</em> la posizione giuridica che differenzia i due soggetti[6]. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ad avviso di chi scrive, ciò significa, in definitiva, che quello di cittadino non è uno <em>status giuridico</em> (come può esserlo quello di interdetto, di coniuge, di figlio, tutte posizioni che costruiscono un dato soggetto come titolare, <em>in quanto</em> possiede quello <em>status</em>, di <em>determinati diritti e doveri giuridici</em>), bensì uno <em>status politico</em>, ovvero una posizione soggettiva che non ruota intorno all’imputazione di un <em>fascio di situazioni giuridiche</em> in capo al soggetto che ne è titolare, bensì intorno <em>all’appartenenza politica alla comunità statale</em>.<span>  </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il cittadino non si distingue dall’estraneo per una diversa titolarità di posizioni giuridico-soggettive: <em>è ben possibile (e forse anche auspicabile), infatti, che entrambi godano dei medesimi diritti civili, politici e sociali</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La cittadinanza non è, pertanto, <em>condizione essenziale</em> neppure per il godimento dei <em>diritti politici</em>: rispetto a questi ultimi, essa non è che uno dei possibili criteri di attribuzione degli stessi, potendone, tuttavia, figurare ben altri, non soltanto alternativi ma anche combinati tra loro (il <em>domicilio</em>, ad esempio, ma anche le già citate condizioni di <em>nazionalità</em>, o di <em>sudditanza</em>). </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È ben possibile, infatti, che il diritto <em>politico</em> non spetti esclusivamente al <em>cittadino</em> (ma spetti anche al suddito delle colonie, all’immigrato regolare, al rifugiato, all’apolide, etc.): si pensi al diritto di voto, ad esempio, alla protezione diplomatica, all’obbligo di prestare servizio militare, o all’ obbligo di pagare le tasse[7]. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È del tutto improprio, pertanto, pensare alla cittadinanza come <em>fascio di diritti</em>, magari “<em>in espansione”[8]</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ciò che distingue il cittadino dall’estraneo è, allora, non tanto la titolarità di un <em>rapporto</em> pubblicistico con lo Stato, quanto l’<em>appartenenza politica </em>alla <em>comunità</em>.<span>   </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È detta <em>appartenenza politica</em> che distingue il cittadino da colui che “<em>appartiene allo Stato</em>” in senso meramente <em>passivo</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Cittadino non è colui che <em>appartiene</em> allo Stato (inteso come <em>dominio su un territorio attraverso le leggi),</em> ma, più propriamente, colui che <em>fa parte</em> dello Stato come <em>unità politica pacificata al suo interno</em>, ove con “<em>politica”</em> s’intende, appunto, l’unità di una <em>comunità</em>, cristallizzata nella <em>decisione costituente</em> e nella <em>costituzione</em>, in cui è stato <em>neutralizzato</em> e risolto il conflitto <em>interno</em> (tra <em>Freund</em> e <em>Feind</em>, per ricorrere al lessico schmittiano[9]).<span>      </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La cittadinanza, in questo significato, non è altro che la neutralizzazione di un conflitto attraverso la creazione costituzionale di <em>un’unità politica interna</em>.<span>    </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È significativo, in tal senso, che la nozione di cittadinanza si radichi nella costituzione degli Stati solo con la Rivoluzione francese. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Soltanto con l’età delle Rivoluzioni, con la democratizzazione e la nazionalizzazione delle masse, la <em>volontà</em> del Sovrano appare non più sufficiente, di per sé sola, a cristallizzare l’unità politica dello Stato. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Se la Rivoluzione si apre all’ “<em>uomo</em>” come soggetto di diritto, la <em>comunità politica</em> rischia, universalizzandosi, la <em>dissoluzione</em>. <span> </span><span> </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La nozione di cittadinanza &#8211; progressivamente affinata e <em>ristretta</em> nelle costituzioni del 1791, del 1793, del fruttidoro anno III, del frimaio anno VIII &#8211; <span> </span>svolge, in tal senso, un ruolo <em>frenante</em> di questa torsione democratico-universalistica propria di uno dei tanti volti della Rivoluzione francese. Come l’<em>auctoritas </em>sovrana nelle guerre di religione, così il <em>cittadino</em> nella rivoluzione costituisce un momento di <em>limitazione (Hegung)</em>, <em>mediazione</em> e neutralizzazione dei conflitti interni[10].<span>  </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La cittadinanza è la <em>negazione della comunità universale</em>, infatti: non vi può essere alcun <em>civis mundi</em>, a meno di non dissolvere la stessa idea di <em>civis</em>. Ciò che, pertanto, contraddistingue, rispetto agli <em>status civitatis</em> della città-Stato romana, la cittadinanza in chiave moderna (dal XIX secolo), è la <em>fondazione politica della stessa, intesa non come attribuzione di diritti e doveri, quanto come decisione fondamentale e costituzionale sull’unità dell’ordinamento, attraverso la separazione della comunità dai suoi nemici pubblici e interni</em>.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Tale separazione, che non è in alcun modo aggressiva, ma sempre <em>difensiva</em>, in quanto tesa a neutralizzare e limitare lo scontro interno, è separazione <em>costituzionale</em>, nel senso che attiene all’esercizio del potere costituente e sovrano, ponendo in una determinata forma storica l’unità politica[11]. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Per tale ragione ogni “<em>legge sulla cittadinanza</em>” è, in realtà, materia <em>costituzionale</em>: affidarne la regolamentazione al potere legislativo, è segno, in tal senso, di indebolimento dell’unità politica. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ma, in ogni caso, <em>ciò che davvero è inseparabile ed inscindibile è la relazione tra costruzione del cittadino e funzione di neutralizzazione dei conflitti interni</em>, che è funzione che attiene al piano politico, e non al piano giuridico (inteso, in senso moderno, come piano <em>normativo</em>, della legalità). </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La norma giuridica, infatti, non svolge alcun ruolo di neutralizzazione del conflitto, per il fatto che essa <em>nasce dopo</em>, nasce soltanto una volta posta l’unità politica, ossia risolto e neutralizzato il conflitto, una volta <em>costituito l’ordinamento</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Già in senso logico, non vi è <em>norma</em> (giuridica) su diritti e doveri del cittadino, se non dopo che sia stata presa la <em>decisione</em> (politica) su chi sia un cittadino. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La cittadinanza è uno <em>status</em> che insiste sulla <em>comunità politica</em>, e non sulla <em>comunità giuridica</em>, ed è <em>status</em> che attiene all’unità interna dello Stato[12]. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Soltanto se si tiene presente questa distinzione, non si rischia di incorrere nella distorsione di ridurre la cittadinanza ad una nozione <em>giuridica</em>.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La confusione, nell’ambito della Costituzione di uno Stato, tra <em>piano politico e piano giuridico</em>, propria delle tendenze alla <em>giurisdizio-nalizzazione</em> della Costituzione, è epifenomeno della attuale condizione spirituale del nostro Paese, i cui corollari sono la criminalizzazione dell’estraneo e lo slittamento della decisione politica in quella giudiziaria. Tutto ciò porta al pervertimento tanto degli ideali della politica quanto di quelli di giustizia.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La decisione sulla cittadinanza è un <em>atto politico</em>, e non giuridico – attinente, pertanto, <em>alla rivendicazione di un monopolio ed uso legittimo della violenza e alla forza, e non al giudizio imparziale su interessi contrapposti</em>.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span><span> </span>Tale decisione riguarda, ovviamente, tanto il trattamento dell’estraneo alla frontiera, sul <em>limes</em> <span> </span>(ossia il problema dell’ingresso nello Stato), quanto il trattamento dell’estraneo <em>entro</em> il territorio dello Stato. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ci limiteremo, in questa sede, a considerare la seconda delle questioni, quella attinente alla presenza dell’estraneo entro il territorio, chiuso, dello Stato come unità politica organizzata.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Come già ricordato, la torsione universalistica del 1789 (dichiarazione dei diritti dell’uomo <em>e</em> del cittadino) subì, almeno con il “Terrore”, una <em>neutralizzazione</em> proprio attraverso la costruzione della cittadinanza come concetto politico: non soltanto la Costituzione del 1793 ha chiara, in sé, l’idea che quella di cittadinanza sia una nozione attinente all’<em>unità</em> <em>politica</em> e <em>non alla risoluzione giurisdizionale di conflitti inerenti l’esercizio di diritti</em>, ma la stessa prassi giacobina era consapevole del fatto che la distinzione cittadino-straniero non risiedesse in un procedimento <em>per via di iudicio</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>L’estraneo entro lo Stato (come unità politica) non va <em>condannato</em>, ma dichiarato <em>hors la loi</em>: non la sentenza, ma la spada. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Sono persuaso che, se il periodo 1790-1792 fu, in linea con la Dichiarazione del 1789, un biennio di guerra civile fondata su un diritto delle genti rivoluzionario (<em>sovranità del genere umano</em>), la costituzione dell’opposizione cittadino/estraneo a partire dal 1793 fu, invece, orientata a neutralizzare e limitare la pretesa universalistica attraverso la costruzione di un’unità politica democratica e chiusa (<em>ius soli</em>, ex art. 4 della Costituzione del ’93). </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È in questa linea che deve leggersi il celebre passo di Saint Just: “<em>dopo che il popolo francese ha manifestato la sua volontà, tutto ciò che le si oppone è fuori del corpo sovrano, e tutto ciò che è fuori del corpo sovrano è nemico</em><span>”[13]. </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È evidente come la distinzione cittadino/estraneo non abbia carattere giuridico, ma politico. L’estraneo non va processato, ma ghigliottinato. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Mentre la discriminazione giuridica ha sempre la forma della </span><em><span>ragione/torto</span></em><span>, condanna/assoluzione, la discriminazione politica conosce strumenti ad essa propri, che prescindono dal diritto, dal processo, ossia dalla rivendicazione di una ragione, verità, giustizia come fonte dell’atto coercitivo imposto: è la <em>necessità</em>, l’<em>occasione</em>, semplicemente, a reggere le varie forme storicamente succedutesi storicamente quali la messa al bando, la lista di proscrizione della Repubblica romana (<em>hostis rei publicae</em>), la dichiarazione annuale di guerra degli efori contro gli iloti abitanti entro la città-Stato spartana, etc. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La cittadinanza è, pertanto, una nozione <em>costituzionale</em>, introdotta sullo scorcio del XIX Secolo, a valenza esclusivamente <em>politica</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La sua natura è stata, con tutta evidenza, snaturata dalla <em>giurisdizionalizzazione</em> delle Costituzioni[14] e dallo spirito <em>universalistico-umanitario </em>che, dopo il 1945, il piano internazionale ha conosciuto. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Non ci soffermeremo sulla Dichiarazione dei diritti del 10 Dicembre 1948, su cui già è stato scritto a sufficienza. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Piuttosto, è interessante analizzare la tendenza legislativa odierna, in Italia, nella disciplina dei flussi migratori clandestini. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Nel cosiddetto <em>testo unico sull’immigrazione</em> (<span>Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 e successive modifiche) si distinguono due fattispecie, differenti, già ricordate: l’estraneo (i.e., per la legge, lo straniero e l’apolide) presente alla frontiera, sul <em>limes</em>, e l’estraneo che si trova all’interno del territorio dello Stato. </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La prima fattispecie appare senza dubbio inscritta nella repressione attraverso lo strumento politico: il <em>respingimento</em> (art. 10) non è disposto dal giudice, ma dal <em>questore</em> (o dalla stessa polizia di frontiera). L’estraneo viene <em>respinto sul limes</em>,<span>  </span>in nome della <em>salus publica</em>, protetta e garantita dal governo (ministero degli Interni), in modo <em>unilaterale</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il diritto non entra nel gioco, in alcun modo (e, possiamo dire, i due piani non si toccano, tanto che all’estraneo viene <em>comunque</em> riconosciuta la tutela dei “diritti fondamentali della persona umana”).</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il discorso non pare, fondamentalmente, invertirsi, neppure di fronte alla seconda fattispecie: l’<em>espulsione</em> (misura politica, amministrativa, disposta dal prefetto), prevista dall’art. 13 è del tutto corrispondente al respingimento. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Detta impostazione, tuttavia, è in procinto d’esser rovesciata (alcuni partiti hanno già parlato di “<em>rivoluzione culturale</em>”, ed avrebbero, nel senso che vedremo, del tutto ragione). </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il dibattito legislativo non ha ancora avuto termine, ma è ormai un anno che il cosiddetto reato di immigrazione clandestina viene svolazzato sui quotidiani e nel dibattito politico (tanto televisivo quanto parlamentare, nella misura in cui detta distinzione possa significare qualcosa). </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il Disegno di Legge n. 733/2008, comunicato alla presidenza del Senato il 3 giugno 2008, ha, all’articolo 9 previsto la fattispecie penale dell’</span><em><span>ingresso illegale nel territorio dello Stato</span></em><span>. In particolare viene sanzionato penalmente colui che si introduce in Italia violando la normativa contenuta nel testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286. La norma prevede la sanzione della </span><em><span>reclusione da sei mesi a quattro anni</span></em><span> e l’obbligatorietà dell’arresto dell’autore del reato che sara` giudicato con rito direttissimo. Viene previsto, inoltre, che il giudice, nel pronunciare sentenza di condanna, ordini l’espulsione dello straniero.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Al giro dell’anno, il testo proposto ha subito diversi emendamenti ed oggi si prevede, dopo l’approvazione del Senato e le successive modifiche della Camera, che la </span><em><span>navette</span></em><span>, con tutta probabilità, potrebbe concludersi con l’approvazione di una serie di modifiche al T.U. sull’immigrazione, che coinvolgono tanto l’ingresso quanto la permanenza dello straniero irregolare sul nostro territorio, attraverso una completa </span><em><span>giurisdizionalizzazione</span></em><span> delle fattispecie. In particolare, viene previsto:</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>- che “lo straniero che, a richiesta degli ufficiali e agenti di pubblica sicurezza, non ottempera, senza giustificato motivo, all’ordine di esibizione del passaporto o di altro documento di identificazione e del permesso di soggiorno o di altro documento attestante la regolare presenza nel territorio dello Stato è punito con </span><em><span>l’arresto fino ad un anno e con l’ammenda fino ad euro 2.000</span></em><span>”;</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>- che “</span><span>Salvo che il fatto costituisca piu` grave reato, <em>lo straniero che fa ingresso ovvero si trattiene nel territorio dello Stato</em>, in violazione delle disposizioni del presente testo unico nonchè di quelle di cui all’articolo 1 della legge 28 maggio 2007, n. 68, <em>e` punito con l’ammenda da 5.000 a 10.000 euro</em>. Al reato di cui al presente comma non si applica l’articolo 162 del codice penale”.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La discriminazione dell’estraneo viene, così, passata al giudice, al diritto. Senza alcun falso moralismo, conviene evidenziare alcune conseguenze di non poco conto. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La Costituzione, in quanto decisione politica, perde una delle sue meccaniche fondamentali: perde quel <em>ius belli</em> che è possibilità reale e concreta di determinare il nemico pubblico e combatterlo, di rivendicare per sé – per la dimensione politica, per il piano della forza – il compito di <em>pacificazione</em> all’interno della comunità. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Confusa da un appiattimento moralistico diffuso negli ultimi trent’anni in questo Paese, solitamente l’opinione pubblica è portata a sostenere che lo slittamento di una discriminazione dal piano politico a quello giuridisdizionale rappresenti sempre una vittoria del diritto sulla forza, della ragione garantista sull’arbitrio. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Sul <em>clandestino</em>, stavolta, parrebbe aver cambiato rotta ma, certamente, non per amore del <em>politico</em>. Eppure anche noi, oggi, non possiamo non vedere i perniciosi corollari che detto slittamento porta con sé.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La <em>riduzione dell’estraneo a delinquente</em>, epifenomeno della tendenza internazionalistica alla cosiddetta <em>criminalizzazione del nemico,</em> suona al giurista falso e ipocrita omaggio formalistico della violenza, della forza della discriminazione al diritto. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ma è proprio in quanto fatto, seppur moralmente spiacevole, storicamente attuale, che l’ opporsi ad un nemico, all’estraneo,<span>  </span>deve essere un atto politico, legato alla comunità e alla sua esigenza di pacificazione interna: la violenza, qui, risponde alla necessità pubblica. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Così nel respingimento, così nell’espulsione: l’estraneo è cacciato, senza motivazione e senza ragione, ma solo con un atto di forza, valutato discrezionalmente in base alla <em>salus publicae</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Rendere, al contrario, la discriminazione un <em>atto di giustizia</em>, significa nascondere la violenza nel diritto, significa pretendere di avere una ragione e di imputare all’estraneo un <em>torto, </em>un comportamento <em>contra ius</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ma è lo stesso <em>diritto</em> a venire svilito e degradato a mera giustificazione artificiale della violenza, poiché, se si considera la fattispecie in questione nella sua veste concreta e non astratta, si vedrà che si è di fronte, né più né meno, ad una norma penale vicina ad una vera e propria <em>legge di persecuzione giudiziaria</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È noto lo spregiudicato istituto anglosassone del <em>bill of attainder</em> (basti, in tal sede, l’esecuzione capitale di Thomas Wentorth, ministro del Re): una nuova fattispecie penale viene introdotta, con efficacia <em>retroattiva</em> (<em>pro re nata</em>) al fine di punire un nemico pubblico. Non si uccide con un atto politico, ma con un vuoto processo, con un farisaico (<em>cant</em>) omaggio al diritto[15].</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È evidente che, nel reato di soggiorno illegale all’interno dello Stato, il “clandestino” non perda la sua natura di nemico pubblico (perché <em>lo è alla radice, in quanto non cittadino</em>). </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Tuttavia il politico, ormai ridotto – dalla moralizzazione di questo Paese &#8211; a fantasma, per colpirlo deve </span><em><span>fingere di rendergli una giustizia</span></em><span>, attraverso la norma penale. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Che, poi, detta norma sia del tutto svincolata, in concreto, dai secolari principi generali del diritto penale, non sembra importare granchè. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È chiaro, infatti, che si tratterà, in sostanza, di una finzione di colpevolezza e di una applicazione somigliante all’istituto dell’<em>attainder</em>. Non viene in giuoco la retroattività, ma un approccio puramente formale al principio <em>ignorantia legis non excusat</em>: l’estraneo non può conoscere la legge penale dello Stato in cui, illegalmente, entra. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>E, <em>a fortiori</em>, proprio in quanto vi entra illegalmente, ossia al di fuori di ogni suo porsi in contatto con il diritto. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Egli si attenderà di essere respinto, se scovato alla frontiera, o espulso, se scoperto nel territorio dello Stato. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ma quale forzatura psicologistica dovremmo tirar fuori per pensarlo <span> </span>inescusabilmente colpevole d’aver ignorato che, entrando illegalmente, non si esponeva <em>all’ostilità dello Stato, ma alla sua giustizia</em>?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Paradossi: il clandestino entra consapevole, al più, d’esser trattato da nemico, e si ritrova, invece, delinquente. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Entra <em>temendo la violenza e la forza, e si ritrova onorato della considerazione del diritto[16]</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Né si potrà ricorrere alla capziosa distinzione tra delitto naturale e delitto artificiale, rientrando l’immigrazione illegale certamente in quest’ultima categoria[17]. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Lo slittamento dal <em>politico</em> al <em>diritto</em> presenta, così, più conseguenze preoccupanti: sintomo di una crisi politica delle costituzioni, del loro piegarsi sulla <em>giurisdizionalizzazione</em> e la logica dell’individuo come <em>valore</em>, <em>moralizzazione della stessa idea della cittadinanza</em>, che pretende, oggi, non più d’essere la chiave politica di un’unità pacificata e chiusa territorialmente, ma d’essere la fonte della ragione e del torto, del fare giustizia. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Che questo disegno di legge provenga dalla coalizione che più ha denunziato e patito la rivendicazione di <em>superiorità morale</em> da parte degli avversari politici, è, certamente, segno di debolezza. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Non in grado d’imporre la necessità politica, di dichiarare, in quanto governo, le misure &#8211; politiche e non giuridiche – necessarie a far fronte ad una situazione di fatto considerata pericolosa per la <em>salus</em> della Repubblica, essa è stata costretta a porsi sul piano dei propri avversari, nascondendo il <em>gubernaculum</em> nella <em>iurisdictio</em>, ossia chiamando in proprio soccorso l’immagine del diritto.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Sarebbe stato più onesto imporre la ghigliottina immediata per tutti coloro che si trovino illegalmente nel nostro territorio, che non il loro sacrificio ad un diritto distorto e formalisticamente applicato.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ma, pur di non osare rivendicare la decisione politica, questo Paese sembra ormai disposto, in una </span><em><span>iper-moralizzazione </span></em><span>diffusa, a svuotare dall’interno la propria civiltà giuridica.</span></p>
<div>
<hr size="1" />               </p>
<div id="edn1">
<p class="MsoEndnoteText"><span lang="EN-US">1 Cfr. C. SCHMITT, <em>Der Begriff des Politischen</em> (1927), München-Leipzig, Dunker&amp;Humblot, 1932, trad. it. </span><em><span>Il concetto di politico</span></em><span>, in <em>Le categorie del politico</em>, Il Mulino, Bologna, 1972<em>, </em>pp. 150-152, nota 53. </span></p>
</div>
<div id="edn2">
<p class="MsoEndnoteText"><span lang="EN-US">2 Cfr. T. HOBBES, <em>De Cive</em>; trad. </span><span>It. <em>Elementi filosofici del cittadino </em>(1642), in T. HOBBES, <em>Opere politiche</em>, I, a cura di N. Bobbio, Torino, 1959, p. 55 ss.; Id., <em>Leviathan</em> (1651); trad. it. <em>Leviatano</em>, Bompiani, Milano, 2001. </span></p>
</div>
<div id="edn3">
<p class="MsoEndnoteText"><span>3 Nel modello del cd. <em>Stato territorialistico</em> non ha senso parlare di cittadinanza, in quanto vale la regola: “<em>Quisquis in territorio meo est, meus subditus est; quisquis est in territorio, est de territorio</em>”. </span></p>
</div>
<div id="edn4">
<p class="MsoEndnoteText"><span>4 R. QUADRI, <em>La sudditanza nel diritto internazionale</em>, Padova, 1936.</span></p>
</div>
<div id="edn5">
<p class="MsoEndnoteText"><span>5 Esemplicativa, in tal senso – in quanto rappresenta, forse, il caso più estremo di separazione discriminatoria basata sulla cittadinanza avvenuto in Europa nel nostro secolo &#8211; è la legge tedesca sulla cittadinanza del 15 Settembre 1935: in essa non si distingue tra il cittadino e lo straniero, ma tra <em>Staatsangehöriger</em> (§ 1 1. “È <em>appartenente allo Stato</em> chi appartiene all’unione per la difesa del Reich”) e <em>Reichsbürger</em> (“§ 2 1. <em>È cittadino del Reich</em> solo l’appartenente allo Stato di sangue tedesco o affine, il quale dimostri con la sua condotta la volontà e la capacità di servire fedelmente il Popolo tedesco e il Reich tedesco e in virtù di ciò ha specifici obblighi verso di esso”. È su detta distinzione, del tutto <em>interna</em>, che va letto il testo, spesso impropriamente citato, di C. SCHMITT, </span><em><span>Die nationalsozialistische Gesetzgebung und der Vorbehalt des “ordre public” im Internationalen Privatrecht, </span></em><span>in<em> Zeitschrift der Akademie für Deutsches Recht, </em>1936; trad. it. <em>La legislazione nazionalsocialista e la riserva dell’</em>ordre public <em>nel diritto internazionale privato</em>, in Y. C. ZARKA, <em>Un dettaglio nazi nel pensiero di Carl Schmitt</em>, Il melangolo, Genova, 2005, p. 67 ss.</span></p>
</div>
<div id="edn6">
<p class="MsoEndnoteText"><span>6 I tentativi posti in essere in tal senso sono stati costantemente smentiti già dalla dottrina più risalente. Cfr. R. QUADRI, <em>Cittadinanza</em>, in <em>Nuovissimo Digesto Italiano, </em>III, Utet, Torino, 1967, p. 308, a proposito del <em>ius honorum</em>, del diritto di incolato, del dovere di fedeltà, del diritto alla protezione diplomatica.<span>  </span></span></p>
</div>
<div id="edn7">
<p class="MsoEndnoteText"><span>7 È per tale motivo che, in fondo, è impropria e fonte di confusione la nozione “<em>diritto politico</em>”. Si legga, ad esempio, la pagina di E. BESTA, <em>Le persone nella storia del diritto italiano</em>, Padova, 1931, p. 27: “il <em>citoyen</em> si può dire una creazione della Rivoluzione francese, che ne definì i caratteri staccandoli da quelli dell’uomo. La Rivoluzione francese, considerando la cittadinanza come partecipazione alla sovranità, fece d’altra parte una netta distinzione fra i diritti politici che da essa dipendono e i diritti civili che dipendevano invece dalla qualità di «uomo»”. In realtà, se tale distinzione ha senso in via del tutto astratta, perde di significato, se riferita al piano giuridico, in cui non si è mai data la definizione di obblighi e diritti distintamente e peculiarmente attribuiti in via esclusiva al cittadino in quanto tale. Per l’Italia, si veda l’art. 51 c.2 Cost. (“<em>italiani non appartenenti alla Repubblica</em>”) la disciplina delle colonie (Libia ed Egeo in particolare).<span>  </span></span></p>
</div>
<div id="edn8">
<p class="MsoEndnoteText"><span>8 A meno di non portare ad esempio almeno un diritto che sia del tutto peculiare e strutturale allo <em>status</em> di cittadino (o meglio, almeno <em>due</em> diritti, altrimenti si darebbe la prova che la cittadinanza è un diritto particolare, e non un insieme di diritti). Questa prova, fino ad oggi, non è ancora stata data. </span><span lang="EN-US">Cfr. T.H. MARSHALL, <em>Citizenship and Social Class</em>, Chicago, 1964; trad. it. </span><em><span>Cittadinanza e classe sociale</span></em><span>, Einaudi, Torino 1976; L. FERRAJOLI, <em>Dai diritti del cittadino ai diritti della persona</em>, in D. ZOLO (a cura di) <em>La cittadinanza. Appartenenza, identità, diritti</em>, Laterza, Roma-Bari, 1994, pp. 263-292</span></p>
</div>
<div id="edn9">
<p class="MsoEndnoteText"><span>9 Cfr. C. SCHMITT,<em> Il concetto di politico</em>, <em>cit., </em>p. 108 ss.</span></p>
</div>
<div id="edn10">
<p class="MsoEndnoteText"><span>10 Così la Costituzione del 24 Giugno 1793 contiene già una inversione, una limitazione, della tendenza universalistica degli anni 1791-1792 (cfr. R. SCHNUR, <em>Weltfriedensidee und Weltbürgerkrieg 1791/92</em>, in <em>Der Staat</em>, 2 (1963), pp. 297-317, poi in ID., <em>Revolution und Weltbürgerkrieg. Studien zur Overture nach 1789</em>, Berlin, 1983; trad. it. <em>Idea della pace mondiale e guerra civile mondiale 1791/92, </em>in<em> Rivoluzione e guerra civile</em>, a cura di P.P. PORTINARO, Giuffrè, Milano, 1986). L’art. 4 dell’atto costituzionale, infatti, esclude dalla cittadinanza francese i figli di cittadini francesi nati all’estero. Per la costituzione del 1793, è cittadino francese “<span> </span>Ogni uomo nato e domiciliato in Francia, in età di ventun anni compiuti, che, domiciliato in Francia da un anno, – vi vive del suo lavoro; – o acquista una proprietà; – o sposa una francese; – o adotta un fanciullo; – o mantiene un vecchio; – ogni straniero infine, che il Corpo legislativo giudicherà di aver ben meritato dell’umanità; è ammesso all’esercizio dei diritti di cittadino francese”. </span></p>
</div>
<div id="edn11">
<p class="MsoEndnoteText"><span lang="EN-US">11 C. SCHMITT, </span><em><span lang="EN-US">Verfassungslehre</span></em><span lang="EN-US">, München und Leipzig, Duncker &amp; Humblot, 1928; trad. it. </span><em><span>Dottrina della costituzione</span></em><span>, Giuffrè, Milano, 1984. </span></p>
</div>
<div id="edn12">
<p class="MsoEndnoteText"><span>12 Per inciso, si nota soltanto come la nostra Unione Europea si sia posta, a partire perlomeno dalla sentenza CG 19 Ottobre 2004 (Chen), esattamente nell’ottica contraria. </span></p>
</div>
<div id="edn13">
<p class="MsoEndnoteText"><span lang="EN-US">13 L. DE SAINT-JUST, <em>Terrore e libertà. </em></span><em><span>Discorsi e rapporti</span></em><span>, a cura di Albert Soboul, Editori Riuniti, Roma, 1971, p. 118. Cfr. M. ROBESPIERRE, <em>Sui principi di morale e politica che devono guidare la Convenzione nazionale nell’Amministrazione interna della Repubblica</em>, 17 piovoso Anno II (5 Febbraio 1794), in <em>La rivoluzione giacobina</em>, Editori Riuniti, Roma, 1984, pp. 168: “<em>La protezione sociale è dovuta solo ai cittadini pacifici e nella Repubblica non vi sono altri cittadini se non i repubblicani. I realisti, i cospiratori, non sono che stranieri, per essa, o piuttosto dei nemici”.</em></span></p>
</div>
<div id="edn14">
<p class="MsoEndnoteText"><span lang="EN-US">14 Cfr. C. SCHMITT, <em>Die Tyrannei der Werte. Überlegungen eines Juristen zur Wert-Philososophie,</em> 1960; trad. it. </span><em><span>La tirannia dei valori. Riflessioni di un giurista sulla filosofia dei valori</span></em><span>, Adelphi, Milano, 2008.<span>  </span></span></p>
</div>
<div id="edn15">
<p class="MsoEndnoteText"><span lang="EN-US">15 Cfr. E. BETTI, <em>Il bill of attainder. </em></span><em><span>Nota critica sulla retroattività</span></em><span>, in <em>Rivista del Diritto Commerciale e del Diritto Generale delle Obbligazioni</em>, 44, 1946, pp. 34-48.</span></p>
</div>
<div id="edn16">
<p class="MsoEndnoteText"><span>16 Evidente che, sul punto della relazione tra straniero e ignoranza della legge, non ha cambiato le carte in tavola la sentenza Corte Cost. 364/1988, in <em>Foro it</em>., 1988, I, 1385.<span>  </span></span></p>
</div>
<div id="edn17">
<p class="MsoEndnoteText"><span>17 Cfr. CALABRIA, <em>Delitti naturali, delitti artificiali e ignoranza della legge penale</em>, in <em>Indice pen.</em>, 1991, p. 35.</span></p>
</div>
</div>
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		<title>Due annotazioni sull’eutanasia (l’una logica, l’altra morale). Ovvero: come imparai a soccorrere gli ammalati e sfamare gli assassini (quando il calcolo e la bontà miracolosamente coincidono). La tirannia dei valori.</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Mar 2009 23:17:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Alessandro Aranda   “Ma per lo più si faceva una distinzione affermando: le cose hanno un valore, le persone hanno una dignità. Si riteneva indegno ridurre la dignità a valore. Oggi invece anche la dignità si trasforma in valore. Il che significa un vistoso innalzamento di rango del valore. Il valore si è per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 10pt; text-align: left;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">di Alessandro Aranda </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 10pt; text-align: justify;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 7cm; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: ">“Ma per lo più si faceva una distinzione affermando: le cose hanno un valore, le persone hanno una dignità. Si riteneva indegno ridurre la dignità a valore. Oggi invece anche la dignità si trasforma in valore. Il che significa un vistoso innalzamento di rango del valore. Il valore si è per così dire rivalutato</span><span style="font-family: ">” </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 7cm; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: ">(</span><span style="font-family: ">C. SCHMITT,<em style="mso-bidi-font-style: normal;"> </em></span><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-family: ">Die Tyrannei der Werte</span></em><span style="font-family: ">)</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 7cm; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 7cm; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">“…la nostra Costituzione, la quale vede nella persona umana un valore etico in sé”</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 7cm; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">(Cassazione, 16 Ottobre 2008, n. 21748)</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 7cm; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></strong></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-family: " lang="EN-US">A</span></strong><span style="font-family: " lang="EN-US">. <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">Dal 1984: James William Forrester</strong></span></span><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_edn1"style="mso-endnote-id: edn1;" name="_ednref1" ><span class="MsoEndnoteReference"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-family: "><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 12pt; color: #000000; line-height: 115%;">[i]</span></strong></span></span></span></strong></span></a><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-family: " lang="EN-US"><span style="font-size: small;">, ed il “<em style="mso-bidi-font-style: normal;">Gentle Murder</em>”. </span></span></strong></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">La premessa è del tutto ragionevole e verosimile:</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: " lang="EN-US"><span style="font-size: small;">“<em style="mso-bidi-font-style: normal;">Here is the problem: Let us suppose a legal system which forbids all kinds of murder, but which considers murdering violently to be a worse crime than murdering gently</em> (…)”</span><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_edn2"style="mso-endnote-id: edn2;" name="_ednref2" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 12pt; color: #000000; line-height: 115%;">[ii]</span></span></span></span></a></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Ecco qui. Il paradosso di Forrester sembra ipotizzare (<em style="mso-bidi-font-style: normal;">fantascientificamente</em>?), un sistema normativo ragionevolmente simile al nostro e ad esempi che presentano una certa analogia con recenti casi di cronaca giudiziaria, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">biopolitica</em> giornalistica (<em style="mso-bidi-font-style: normal;">barocco è il mondo, davvero</em>. E forse anche un poco idiota). </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Si supponga, pertanto, un dato sistema normativo N che contenga, al suo interno, le due norme (presumibilmente e del tutto verosimilmente di natura penale):</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">N1. E’ vietato uccidere</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">N2. E’ obbligatorio che se si uccide, allora si uccida senza far soffrire la vittima</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Questo è il sistema normativo del <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Gentle murder</em>.</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Dato U per l’azione di uccidere e G per l’azione di uccidere gentilmente</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">N1. (x)VUx [che può scriversi tranquillamente come (x) O ~Ux]<span style="mso-spacerun: yes;">  </span></span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">N2. (x) O (Ux→Gx) </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Accade ora quel che, non essendo gli uomini angeli, può accadere</span><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_edn3"style="mso-endnote-id: edn3;" name="_ednref3" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 12pt; color: #000000; line-height: 115%;">[iii]</span></span></span></span></a><span style="font-size: small;">: si decide di togliere la vita ad E., che è in coma profondo da anni, decidendo però di non farla soffrire:</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">F1. Ue</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Pertanto, attraverso una variante medico-tecnica, le si toglie con dolcezza estrema il senso della sete, per poi non darle più da bere. È scientificamente provato: nessuna sofferenza.</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">F2. Ge</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Qualche zelante procuratore, avvertendo il contrasto con N1, denunzia il fatto: è stato commesso un assassino, va punito.</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Come <em style="mso-bidi-font-style: normal;">opera morta</em>, direbbe un grande logico</span><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_edn4"style="mso-endnote-id: edn4;" name="_ednref4" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 12pt; color: #000000; line-height: 115%;">[iv]</span></span></span></span></a><span style="font-size: small;">, certo varrebbe la pena assumere la difesa dell’imputato. Ed il ragionamento non sarebbe che lo svolgimento del Forrester:</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">N1. O~u</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">N2. O (u→g)</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Data la norma N2, per il principio deontico O (p→q) <span style="mso-spacerun: yes;"> </span>p→Oq</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">N3. u→Og</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Poiché non <em style="mso-bidi-font-style: normal;">gli uomini non sono angeli</em>, lo ammetto, Signor Giudice:</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">F1. u</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span></span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Per semplice <em style="mso-bidi-font-style: normal;">modus ponens</em>,</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">N4. Og </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: ">Se quel procuratore, dandosi la zappa sui piedi, protesterà: “<em style="mso-bidi-font-style: normal;">Ma uccidere gentilmente è comunque uccidere!</em>” </span><span style="font-family: " lang="EN-US">(Forrester direbbe: “<em style="mso-bidi-font-style: normal;">But when all is said and done, even the gentlest of murders must count as a murder</em>”).</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Allora gli daremo ragione:</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">F2. g→u</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Ma per la regola (p→q) (Op→Oq), da N4 e F2 si ottiene la norma implicita nel sistema normativo:</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">N5.<span style="mso-spacerun: yes;">   </span>Ou</span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span></span></span></p>
<p class="Default" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 115%; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Ero obbligato ad uccidere E., gentilmente o no. Il sistema normativo si è trasformato: ora è un vero e proprio “<em style="mso-bidi-font-style: normal;">ordinamento assassino</em>”.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Che invenzione, la logica deontica.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">B. Far saltare in aria gli ammalati.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-bidi-font-size: 11.0pt;"><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://1.bp.blogspot.com/_pN_tO4R-lZI/SW9pgARf5kI/AAAAAAAAES8/alpfTsvGIlE/s320/peste+di+manzoni.jpg" alt="" /></span>Il morto è il miglior amico del vivo<a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_edn5"style="mso-endnote-id: edn5;" name="_ednref5" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">[v]</span></span></span></span></a>. Su questo, non ho mai avuto dubbi. Recentemente, le luci della ribalta si riaccendono sui <em style="mso-bidi-font-style: normal;">diritti dell’uomo</em>, sul diritto alla vita e alla morte. Non ho intenzione di scivolare su questa buccia di banana.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Peraltro, la nostra Cassazione mi consente di evitare la strada della questione etica, in quanto, con la pronunzia che accoglie il ricorso di un tutore per l’autorizzazione a “disattivare il presidio sanitario” che “tiene in vita” un malato in stato vegetativo permanente, essa ha del tutto <em style="mso-bidi-font-style: normal;">giuridicizzato</em> la vicenda: essa diviene una mera <em style="mso-bidi-font-style: normal;">quaestio facti,</em> che viaggia sul doppio binario della valutazione medica e della ricostruzione della volontà del rappresentato<a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_edn6"style="mso-endnote-id: edn6;" name="_ednref6" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">[vi]</span></span></span></span></a>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Un’applicazione del <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">dogma della volontà</strong>, non soltanto in barba e capelli alla funzione sociale del diritto, quanto, piuttosto, costretto a presunzioni di una <em style="mso-bidi-font-style: normal;">ridicolaggine ermeneutica</em> che si fa beffe della morte. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">La valutazione medica è semplice: si tratta di applicare parametri di legge, sulla <em style="mso-bidi-font-style: normal;">finzione</em> giuridica della morte cerebrale. Finzione logica: <em style="mso-bidi-font-style: normal;">non è morta, se può essere uccisa</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Il capolavoro esegetico è la ricostruzione della volontà presunta: <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">poiché il malato, oltre 20 anni fa, esrpimendosi su un caso simile a quello che sarebbe stato il suo, disse una frase del tipo “<em style="mso-bidi-font-style: normal;">meglio morire che vivere così</em>”, ecco la prova (per <em style="mso-bidi-font-style: normal;">testi</em>) chiesta dalla Cassazione<a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_edn7"style="mso-endnote-id: edn7;" name="_ednref7" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">[vii]</span></strong></span></span></span></a></strong>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Neppure i contratti che superino i 2,58 Euro di valore, a rigore, dovrebbero potersi provare per testi, secondo il nostro diritto civile (art. 2721 c. 1 c.c.).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Un piccolo contrasto con le 50 pagine precedenti di sentenza, di inchiostro moralistico sul “valore della vita”?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Io non vorrei dilungarmi in considerazioni talmente ovvie e idiote come il fatto che neppure una fattucchiera, convinta della sua pseudo-scienza, sosterrebbe che una frase detta a proposito della morte <em style="mso-bidi-font-style: normal;">altrui</em>, non soltanto rimanga valevole come un marchio <em style="mso-bidi-font-style: normal;">per vent’anni</em>, ma sia valevole anche per la <em style="mso-bidi-font-style: normal;">propria</em> morte. Io stesso credo di essermi espresso in questo stesso modo, credo almeno tutte le volte in cui ho avuto amici, conoscenti e parenti in stati comatosi. Ma di fronte alla <em style="mso-bidi-font-style: normal;">loro</em> morte, e magari mentre gustavo un pollo in tavola, con patate arrosto. Quanto alla <em style="mso-bidi-font-style: normal;">mia</em> <em style="mso-bidi-font-style: normal;">cura</em> personale per la <em style="mso-bidi-font-style: normal;">mia</em> morte, se permettete, mi sarei riservato di pensarci un po’ più a lungo, magari dopo aver mangiato il dolce.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Ma, come dicevo, non vorrei dilungarmi sulla questione. Trovo molto interessante, invece, il “trattamento terapeutico”, ancora a pugni con la premessa moralistica, l’enfatica costituzionalità di parole come “bilanciamento”, “equo contemperamento”, “diritti della persona”, e poi quella riduzione alla volontà presunta. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">In fase attuativa, scrive <span style="mso-spacerun: yes;"> </span>il giudice del rinvio attenendosi al <em style="mso-bidi-font-style: normal;">dictum</em> della Cassazione, sarà necessario che l’interruzione del trattamento avvenga con “modalità tali da garantire un adeguato e dignitoso accadimento accompagnatorio della persona” (dove persona non significa altro che volontà+valore). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Si raccomanda l’ “<strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">umidificazione frequente delle mucose, cura dell’igiene del corpo e dell’abbigliamento</strong>”.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Sarà che faccio parte di un altro secolo, ma trovo un poco <em style="mso-bidi-font-style: normal;">aberrante</em> la raccomandazione <em style="mso-bidi-font-style: normal;">umanitaria</em> di uccidere una persona, ma conservandone con cura l’abbigliamento. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">È come vestire una bambolina, o come rivedere un’immagine che credevamo perduta nei tempi della storia, nella peste nera di città secentesche, sprofondate nell’arretratezza: La Cecilia del Manzoni (“…<em style="mso-bidi-font-style: normal;">Portava essa in collo una bambina di forse nov&#8217;anni, morta; ma tutta ben accomodata, co&#8217; capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l&#8217;avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio</em>”).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Ma qui è peggio: <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">è la persona come valore costituzionale, ma senza più dignità</strong>. Se questa è l’umanità, se questi sono i diritti umani, preferisco di gran lunga calpestarli.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Tutto ciò, se guardiamo con attenzione, è ancora iscritto in una logica perversa, che perde se stessa affermandosi. Tutta le due sentenze sono un continuo mordersi la coda: proclamazione santissima della persona come valore (umanitarismo, diritti universali dell’uomo, civiltà, principi di diritto) e applicazioni meccaniche e sillogistiche tipiche della <em style="mso-bidi-font-style: normal;">giurisdizionalizzazione</em>.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Infatti trasformare la persona in un valore significa <em style="mso-bidi-font-style: normal;">giurisdizionalizzarla</em>, significa trattarla come <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">petitum</strong> (oggetto-richiesta-pretesa) del giudizio. La persona è diventata un <em style="mso-bidi-font-style: normal;">petitum</em>.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Di fronte a tutto questo, la stampa è, ovviamente, ignara. Ma non ha rinunciato a svolazzare, per giorni e giorni sul tema della “morte dolce”: come non far soffrire una persona che si uccide.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Povero Forrester, che architettò il paradosso dell’assassino delicato solo come un giochetto di logica. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Assillante la domanda amletica (cui non hanno mancato di azzuffarsi per rispondere neurologi, psichiatri, qualche esistenzialista): <em style="mso-bidi-font-style: normal;">soffrirà o non soffrirà</em>? Morirà soffrendo o morirà come in un dolce sogno? (<strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">tipico interrogativo della <em style="mso-bidi-font-style: normal;">tecnica</em>, per la quale tutto si riduce al <em style="mso-bidi-font-style: normal;">mezzo</em>, senza che il fine interessi</strong>)</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Se davvero era solo questa la domanda chiave per la nostra <em style="mso-bidi-font-style: normal;">civiltà giuridica</em>, allora non comprendo più il senso della pronunzia e delle relative preoccupazioni. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Sembra che ormai la <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">tecnica</strong> abbia neutralizzato la questione (che solo una filosofia della storia può risolvere), poiché “<em style="mso-bidi-font-style: normal;">apparentemente non vi è nulla di più neutrale della tecnica. Essa serve a tutti allo stesso modo</em>” (il mio, C.S.), allora non capisco più il problema discusso.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Anziché umiliare il malato, prescrivendo il cambio dei vestitini della festa per ogni fase del sopravvenire angosciante della morte, perché il giudice non ha disposto, assumendosi il compito di <em style="mso-bidi-font-style: normal;">mero tecnico</em> quale, in realtà, fino a quel momento aveva tacitamente rivestito, che il malato non fosse portato, a bordo del suo lettino ospedaliero e con la testa poggiata su un chilo di dinamite, in un piccolo cortiletto e lì fatto brillare dagli artificieri?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Perché non farlo esplodere per aria? </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Tanto ormai non abbiamo più alcuna idea dello Spirito: si è perduto, tutto è soltanto <em style="mso-bidi-font-style: normal;">materia tecnica e valori</em>.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Sotto il profilo <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">del “dramma del dolore” (che altro non è che la versione tecnica e valoriale di quello che, in tempi migliori, fu il problema della dignità della morte</strong>), sarebbe stata, tecnicamente, un’ottima soluzione: nessuna sofferenza, è scientifico. Bum! <span style="mso-spacerun: yes;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 6cm; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">“L’agricoltura è attualmente una industria elementare meccanizzata; quanto alla sua essenza, la stessa cosa che la produzione di cadaveri nelle camere a gas e i campi di sterminio, la stessa cosa che il blocco e la riduzione del paese alla fame, la stessa cosa che la produzione di bombe ad idrogeno”</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 6cm; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: ">(M. Heidegger, <cite><span style="font-family: ">L’impianto, </span></cite><cite><span style="font-style: normal; font-family: ">in</span></cite><cite><span style="font-family: "> Conferenze di Brema e Friburgo)</span></cite></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<div style="mso-element: endnote-list;">
<hr size="1" />
<div id="edn1" style="mso-element: endnote;">
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ednref1"style="mso-endnote-id: edn1;" name="_edn1" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: "><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; line-height: 115%; font-family: ">[i]</span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 11pt; font-family: " lang="EN-US"> J. W. FORRESTER, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Gentle Murder, or the Adverbial Samaritan</em>, in <em style="mso-bidi-font-style: normal;">The Journal of Philosophy</em>, Vol. 81, No. 4 (Apr., 1984), pp. 193-197</span></p>
</div>
<div id="edn2" style="mso-element: endnote;">
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ednref2"style="mso-endnote-id: edn2;" name="_edn2" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: "><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; line-height: 115%; font-family: ">[ii]</span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 11pt; font-family: "> J. W. FORRESTER, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">cit., </em>p. 194</span></p>
</div>
<div id="edn3" style="mso-element: endnote;">
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ednref3"style="mso-endnote-id: edn3;" name="_edn3" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: "><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; line-height: 115%; font-family: ">[iii]</span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 11pt; font-family: " lang="EN-US"> In effetti, come si legge nel <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Federalist</em>, LI: “<em style="mso-bidi-font-style: normal;">If men were angels, no government would be necessary. If angels were to govern men, neither external nor internal controls on government would be necessary</em>”.</span></p>
</div>
<div id="edn4" style="mso-element: endnote;">
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ednref4"style="mso-endnote-id: edn4;" name="_edn4" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: "><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; line-height: 115%; font-family: ">[iv]</span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 11pt; font-family: "> A. G. CONTE, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Opera morta: tre temi emergenti in deontica filosofica</em>, in <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Filosofia del linguaggio normativo III. Studi 1995-2001</em>, Giappichelli, Torino, 2001, p. XXV-XLI </span></p>
</div>
<div id="edn5" style="mso-element: endnote;">
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ednref5"style="mso-endnote-id: edn5;" name="_edn5" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: "><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; line-height: 115%; font-family: ">[v]</span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 11pt; font-family: "> P. BECCHI, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">La morte nell’età della tecnica</em>, p. 15</span></p>
</div>
<div id="edn6" style="mso-element: endnote;">
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ednref6"style="mso-endnote-id: edn6;" name="_edn6" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 10pt; line-height: 115%; font-family: ">[vi]</span></span></span></span></a><span style="font-size: x-small; font-family: Calibri;"> </span><span style="font-size: 11pt; font-family: ">Così la sentenza: “(…) Piuttosto, l’intervento del giudice esprime una forma di controllo della legittimità della scelta nell’interesse dell’incapace; e, all’esito di un giudizio effettuato secondo la logica orizzontale compositiva della ragionevolezza, la quale postula un ineliminabile riferimento alle circostanze del caso concreto, si estrinseca nell’autorizzare o meno la scelta compiuta dal tutore.Sulla base delle considerazioni che precedono, la decisione del giudice, dato il coinvolgimento nella vicenda del diritto alla vita come bene supremo, può essere nel senso dell’autorizzazione soltanto (a) quando la condizione di stato vegetativo sia, in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile e non vi sia alcun fondamento medico, secondo gli standard scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci supporre che la persona abbia la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno; e (b) sempre che tale istanza sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, concordanti e convincenti, della voce del rappresentato, tratta dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona. Allorché l’una o l’altra condizione manchi, il giudice deve negare l’autorizzazione, dovendo allora essere data incondizionata prevalenza al diritto alla vita, indipendentemente dal grado di salute, di autonomia e di capacità di intendere e di volere del soggetto interessato, dalla percezione, che altri possano avere, della qualità della vita stessa, nonché dalla mera logica utilitaristica dei costi e dei benefici”.</span></p>
</div>
<div id="edn7" style="mso-element: endnote;">
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ednref7"style="mso-endnote-id: edn7;" name="_edn7" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: "><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; line-height: 115%; font-family: ">[vii]</span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 11pt; font-family: "> Noto che la sentenza si dilunga su altri “indizi” particolarmente probanti. Vi basti il fatto che, quello qui riportato, è il più convincente. A meno che non vogliate considerare il passaggio dalla facoltà di Giurisprudenza a quella di Lingue-turismo come l’indizio di una personalità libera, indipendente, “irrefrenabilmente” esplosiva, da cui concludere per la volontà di morire. Sono avvertiti i giovani di ultimo anno di liceo che frequentano i saloni dell’orientamento.</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"> </p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">***</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"><span style="font-size: 11pt; font-family: ">Nota: l&#8217;immagine raffigura Cecilia, da i promessi sposi. E&#8217; stata preferita, contro la volontà dell&#8217;autore dell&#8217;articolo, a quella proposta di un forno crematorio di un lager tedesco. . </span></p>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>I quadri di Hitler, bottino di guerra</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Dec 2008 13:02:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[   “Pochissimi esseri umani popolano i suoi paesaggi urbani, a volte rimarchevolmente disegnati o dipinti, che molto rassomigliano a quelli del paesaggista austriaco Rudolf von Alt, morto nel 1905. Tutti i personaggi, comunque, assumono soltanto un ruolo puramente decorativo, non sono protagonisti. Si mantengono compassati, rigidi e impettiti, più simili a manichini che si trovino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="mso-element: footnote;">
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: left;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%;"><span style="font-family: Calibri;"><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://www.mninter.net/~hedwards/bush/Image07.jpg" alt="" width="376" height="182" /> </span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> </span><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">“Pochissimi esseri umani popolano i suoi paesaggi urbani, a volte rimarchevolmente disegnati o dipinti, che molto rassomigliano a quelli del paesaggista austriaco Rudolf von Alt, morto nel 1905. Tutti i personaggi, comunque, assumono soltanto un ruolo puramente decorativo, non sono protagonisti. Si mantengono compassati, rigidi e impettiti, più simili a manichini che si trovino per puro miracolo in mezzo alle strade. Mentre il primo piano delle composizioni architetturali e urbane di Rudolf von Alt è sempre animato da personaggi umani dal portamento solenne, da cani e carrozze, Hitler praticamente si limita alla rappresentazione degli edifici”<a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftn1"style="mso-footnote-id: ftn1;" name="_ftnref1" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="color: #0000ff;">[1]</span></span></span></span></span></a>.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Note sui dipinti di Adolf Hitler (1908-1914)</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: right;" align="right"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: right;" align="right"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">“Avevo 12 anni. Come la cosa avvenne, non lo so neppure oggi;</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: right;" align="right"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">ma un bel giorno capii chiaramente, </span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: right;" align="right"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">che volevo diventare un pittore”<a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftn2"style="mso-footnote-id: ftn2;" name="_ftnref2" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="color: #0000ff;">[2]</span></span></strong></span></span></span></a></span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: right;" align="right"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Tessere il filo della <em style="mso-bidi-font-style: normal;">vita</em> di Adolf Hitler ha significato, in un lavoro spesso fragile e frammentario, durato almeno mezzo secolo, riportare alla luce materiali e documenti – in quel ramo di studi biografici che, oggi, hanno esaurito, con tutta probabilità, il filone d’oro che le rovine della Germania aveva aperto alla ricerca -. I quadri che Hitler dipinse, si inseriscono con prepotenza icastica in questa miniera in ricostruzione. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Così, anche la giovinezza del <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Führer</em> è caduta nella ragnatela della storia, e del <em style="mso-bidi-font-style: normal;">discorso sopra la storia</em>.<span style="mso-spacerun: yes;">  </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Non è questa la sede per presentare lo stato delle ricerche o glossare le sfumature, dalle più preziose e serie indagini storiografiche sino alla <em style="mso-bidi-font-style: normal;">vulgata</em> – nelle sue varianti pruriginosa, psicoanalitica, ideologica o religiosa &#8211; che sul giovane Hitler la letteratura ha tramandato sino ad oggi<a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftn3"style="mso-footnote-id: ftn3;" name="_ftnref3" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="color: #0000ff;">[3]</span></span></span></span></span></a>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Trovo soltanto particolarmente utile ricordare, come chiave critica della tentazione a cadere in quella che ho già definito cd. <em style="mso-bidi-font-style: normal;">fallacia ad Schicklgruberum<a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftn4"style="mso-footnote-id: ftn4;" name="_ftnref4" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="color: #0000ff;">[4]</span></span></strong></span></span></span></a></em> , l’efficace passo di Wehler:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">“Ma davvero la nostra comprensione della politica nazionalsocialista dipende dal sapere se Hitler avesse oppure no un solo testicolo? (…) Forse il Führer ne aveva tre, e questo gli creava qualche difficoltà –chi lo sa? (…) Anche se sapessimo in maniera inconfutabile che Hitler era un sadomasochista, quale sarebbe l’utilità scientifica di questa conoscenza? (…) Forse che la «soluzione finale del problema ebraico» diventa più facilmente comprensibile, o la «tortuosa via che porta ad Auschwitz» diventa il cammino rettilineo di uno psicopatico al potere?”</span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> <a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftn5"style="mso-footnote-id: ftn5;" name="_ftnref5" ><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="color: #0000ff;">[5]</span></span></span></span></a></span></span><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Diversa dall’indagine psico-storica è l’analisi della vicenda biografica di Hitler, della sua giovinezza sottilmente <em style="mso-bidi-font-style: normal;">biedermaier e bohemien</em>, dei suoi soggiorni a Vienna e Monaco tra il 1908 e il 1914. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">È in questo arco di tempo, che è venuta alla luce la produzione pittorica del futuro <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Führer</em>.<span style="mso-spacerun: yes;">  </span><span style="mso-spacerun: yes;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">La Vienna dell’<em style="mso-bidi-font-style: normal;">indolenza esistenziale </em>di Hitler, degli “<em style="mso-bidi-font-style: normal;">anni più infelici della mia vita</em>”, è lo sfondo principale dei quadri con cui l’artista si guadagnò, almeno in parte, da vivere<a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftn6"style="mso-footnote-id: ftn6;" name="_ftnref6" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="color: #0000ff;">[6]</span></span></span></span></span></a>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Nella presente rassegna, non ci soffermiamo sullo studio dei dipinti di Hitler, sulla sua successiva politica in campo artistico, sui suoi gusti e sul suo complesso rapporto con l’arte e l’architettura. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">È la cronaca giudiziaria, nella quaestio sollevata a proposito del diritto di proprietà su alcuni quadri del Führer, a rivestire il presente articolo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Piccola nota su Heinrich Hoffmann<a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftn7"style="mso-footnote-id: ftn7;" name="_ftnref7" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="color: #0000ff;">[7]</span></span></strong></span></span></span></a>. </span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Heinrich Hoffmann (1885-1957) è stato, per tutto il periodo del Terzo Reich, il “<em style="mso-bidi-font-style: normal;">fotografo di Hitler</em>”. Aprì nel 1909 il proprio studio fotografico a Monaco, dopo un soggiorno londinese di apprendistato presso E.O. Hoppè: la famiglia reale bavarese e lo Zar furono tra i suoi clienti illustri, i suoi servizi sulla <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Raterepublik</em> e il suo passaggio alla cd. <em style="mso-bidi-font-style: normal;">controrivoluzione</em> tedesca ne fecero uno dei più noti fotografi ed editori del periodo di Weimar.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Attraverso il profeta <em style="mso-bidi-font-style: normal;">volkisch</em> Dietrich Eckart, nel 1920 Hoffmann conobbe Adolf Hitler: i due scoprirono il giovane Hitler in una fotografia che Hoffman aveva scattato nel ’14, quando l’ingresso in guerra della Germania aveva sollevato la folla entusiasta sull’Odeonsplatz.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Da quel momento, l’amicizia tra i due attraverso gli anni della lotta si fuse nell’incarico officioso di Hoffmann quale unico fotografo del Führer.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">I servizi e i volumi fotografici di Hoffmann sono rimasti tra le grandi opere di creazione del consenso del nazismo tra i tedeschi: il suo “<em style="mso-bidi-font-style: normal;">Hitler, wie ihn keiner kennt”</em> (1932), che gettava artificialmente lo sguardo su un “Hitler privato”, visto da vicino, “<em style="mso-bidi-font-style: normal;">come nessuno lo conosce</em>”, è l’efficace sottofondo propagandistico della campagna presidenziale del ’32, corollario perfetto della operazione elettorale <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Hitler über Deutschland</em>. <span style="mso-spacerun: yes;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Con la presa del potere, il contributo fotografico alla cristallizzazione del culto del Führer – coordinata da Goebbels e che poteva vantare, tra i suoi creatori, l’opera registica di Leni Riefensthal ed il talento architettonico di Albert Speer – venne principalmente dai lavori “<em style="mso-bidi-font-style: normal;">Jugend um Adolf Hitler</em>”, “<em style="mso-bidi-font-style: normal;">Hitler in Seinen Bergen</em>”, “<em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="color: #000000;">Hitler in seiner Heimat</span></em><span style="color: #000000;">,</span> “<em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="color: #000000;">Hitler in Böhmen-Mähren-Memel</span></em><span style="color: #000000;">”, <span style="mso-spacerun: yes;"> </span>“<em style="mso-bidi-font-style: normal;">Hitler in Italien</em>”, “<em style="mso-bidi-font-style: normal;">Hitler befreit Sudetenland</em>”,</span> “<em style="mso-bidi-font-style: normal;">Mit Hitler im Western</em>”.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Sotto il profilo economico, i ricavi, per Hoffmann, furono immensi: la ditta di “<em style="mso-bidi-font-style: normal;">Editoria fotografica nazionalsocialista Heinrich Hoffmann</em>” aveva sedi e uffici a Berlino, Vienna, Praga, Strasburgo, L’Aia. Nel 1944, il reddito annuo lordo di Hoffmann si aggirava sui 3,5 milioni di marchi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Il rapporto tra Hitler e Hoffmann non deve, tuttavia, considerarsi limitato a quello tra fotografo e modello: incaricato, nel 1937, per la ricerca delle opere d’arte da esporre alla <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Grosse Deutsche Kunstausstellung</em> di Monaco,<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>mercante delle opere d’ “arte degenerata” sequestrate dal Reich, abituale commensale nelle giornate sull’ <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Obersalzberg</em>, destino volle fosse lui a far incontrare, per caso, Hitler ed Eva Braun nell’Ottobre 1927, nel suo studio fotografico, nel quale la ragazza lavorava. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Nel 1945, Hoffmann venne catturato dagli americani: condannato nel 1947 ai lavori forzati, al sequestro dei beni e al divieto di lavorare, uscì di prigione nel 1950, quando la cassazione tedesca riconobbe i vizi della sentenza di primo grado. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Alcool, quadri e automobili le passioni del fotografo del Reich: Hitler condivideva con lui le ultime due. Forse da questa cortese affinità, forse dallo spirito di adulazione con il quale Hoffmann, nel ’37, raccolse le copie degli acquerelli di Hitler, nasce il regalo che il Führer fece al suo fotografo: alcuni suoi dipinti di gioventù, oggi divenuti “bottino di guerra” americano.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">È proprio la vicenda di questi quadri, che si presenta in questa rassegna.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Nel 1945, gli Alleati sequestrarono, tra i beni di Hoffmann, i dipinti donatigli da Hitler: i quadri dipinti dal Führer furono considerati dagli americani “bottino di guerra”.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">A partire dagli anni ’50, una battaglia legale è stata portata avanti dagli eredi del fotografo, e continua ancora oggi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Attraverso la stampa americana e le sentenze, tentiamo di darne conto anche al lettore italiano.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<div style="mso-element: footnote-list;">
<hr size="1" />
<div id="ftn1" style="mso-element: footnote;">
<p class="MsoFootnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftnref1"style="mso-footnote-id: ftn1;" name="_ftn1" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: "><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="color: #0000ff;">[1]</span></span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 12pt; font-family: " lang="EN-US"> W. MASER, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Adolf Hitler</em>, München, 1971; trad.it. <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Adolf Hitler</em>, Roma, Ciarrapico, 1978, p. 69</span></p>
</div>
<div id="ftn2" style="mso-element: footnote;">
<p class="MsoFootnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftnref2"style="mso-footnote-id: ftn2;" name="_ftn2" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: "><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="color: #0000ff;">[2]</span></span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 12pt; font-family: " lang="EN-US"> A. HITLER, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Mein Leben</em>, 1925; trad. it. </span><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: ">La mia vita</span></em><span style="font-size: 12pt; font-family: ">, Milano, Bompiani, 1941, p. 9 </span></p>
</div>
<div id="ftn3" style="mso-element: footnote;">
<p class="MsoFootnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftnref3"style="mso-footnote-id: ftn3;" name="_ftn3" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: "><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="color: #0000ff;">[3]</span></span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 12pt; font-family: "> Per una rassegna di questo meschino e povero filone, si vedano perlomeno R. <span style="mso-bidi-font-weight: bold;">ROSENBAUM,</span><em style="mso-bidi-font-style: normal;"> Explaining Hitler</em>, 1998; trad. it. </span><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: " lang="EN-US">Il mistero Hitler</span></em><span style="font-size: 12pt; font-family: " lang="EN-US">, Milano, Mondadori, 2000<em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="mso-bidi-font-weight: bold;">;</span></em><span style="mso-bidi-font-weight: bold;"> H.W. GATZKE, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Hitler and Psychohistory</em>, in </span><cite>The American Historical Review</cite><span style="mso-bidi-font-weight: bold;">, 78, 1973, pp. 394-401. Nel circuito psicoanalitico, tra i lavori più celebri si ricordano W. C. LANGER, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">The Mind of Adolf Hitler: The Secret Wartime Report</em>, New York, 1972; R. C. L. WAITE, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">The Psycopathic God: Adolf Hitler</em>, New York, 1977; R. BINION, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Hitler and the Germans</em>, New York, 1976; E. FROMM,</span> <em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="mso-bidi-font-weight: bold;">The Anatomy of Human Destructiveness</span></em><span style="mso-bidi-font-weight: bold;">, New York, 1973; trad. it. </span></span><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: ">Anatomia della distruttività umana</span></em><span style="font-size: 12pt; font-family: ">, Milano, Mondadori, 1975.</span></p>
</div>
<div id="ftn4" style="mso-element: footnote;">
<p class="MsoFootnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftnref4"style="mso-footnote-id: ftn4;" name="_ftn4" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: "><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="color: #0000ff;">[4]</span></span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 12pt; font-family: "> In questa rivista, all’indirizzo &lt;<a href="http://moscasulcappello.com/neologismi-la-fallacia-ad-schicklgruberum/62/">http://moscasulcappello.com/neologismi-la-fallacia-ad-schicklgruberum/62/</a>&gt;&gt;</span></p>
</div>
<div id="ftn5" style="mso-element: footnote;">
<p class="MsoFootnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftnref5"style="mso-footnote-id: ftn5;" name="_ftn5" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: "><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="color: #0000ff;">[5]</span></span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 12pt; font-family: "> <span style="mso-bidi-font-weight: bold;">H.U. WELHER, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Psycoanaliysis and History</em>, in <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Social Research</em>, XLVII, 1980, p.531; trad.it. in I. KERSHAW I., <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Che cos’è il nazismo?,</em> Torino, Bollati Boringhieri, 1995, p.96</span></span></p>
</div>
<div id="ftn6" style="mso-element: footnote;">
<p class="MsoFootnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftnref6"style="mso-footnote-id: ftn6;" name="_ftn6" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: "><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="color: #0000ff;">[6]</span></span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 12pt; font-family: "> Sul periodo di vita di Hitler a Vienna, si rimanda ai testi di B. HAMANN, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Hitlers Wien</em>, München, 1996; trad. it. <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Hitler: gli anni dell’apprendistato. </em></span><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: " lang="EN-US">Adolf Hitler a Vienna 1908-1913</span></em><span style="font-size: 12pt; font-family: " lang="EN-US">, Milano, TEA, 2001; J. FEST, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Hitler. Eine Biographie</em>, Berlin, 1973; trad. it. </span><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: ">Hitler</span></em><span style="font-size: 12pt; font-family: ">. <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Una biografia</em>, Milano, Rizzoli, 1974 (ristampa e ultima edizione Milano, Garzanti, 2005); W. MASER, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Adolf Hitler, cit.</em>; I. KERSHAW, </span><em><span style="font-size: 12pt; font-family: ">Hitler, 1889-1936: Hubris</span></em><span style="font-size: 12pt; font-family: ">, London, 1998; trad. it. <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Hitler. 1889-1936</em>, Milano, Bompiani, 1999.</span></p>
</div>
<div id="ftn7" style="mso-element: footnote;">
<p class="MsoFootnoteText" style="margin: 0cm 0cm 10pt; line-height: normal; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftnref7"style="mso-footnote-id: ftn7;" name="_ftn7" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: "><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="color: #0000ff;">[7]</span></span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 12pt; font-family: "> Su Heinrich Hoffmann, si leggano: R. HERZ, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Hoffmann und Hitler. </em></span><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: " lang="EN-US">Fotografie als Medium des Führer-Mythos</span></em><span style="font-size: 12pt; font-family: " lang="EN-US">, München, 1994; K. D. ABEL, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Presselenkung im NS-Staat. Eine Studie zur Geschichte der Publizistik in der nazionalsozialistichen Zeit</em>, Berlin, 1968; J. HABERMANN, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Die Presselenkung im Dritten Reich</em>, Bonn, 1970; A. M. SIGMUND, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Diktator, Dämon, Demagoge. </em></span><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: ">Fragen und Antworten zu Adolf Hitler</span></em><span style="font-size: 12pt; font-family: ">, Munich, 2006; trad. it. <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Dittatore, demone e demagogo. Domande e risposte su Adolf Hitler</em>, Milano, Corbaccio, 2008, pp. 86-116. Egli scrisse anche una sorta di autobiografia: H. HOFFMANN, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Hitler wie ich ihn sah. Aufzeichnungen seines Leibfotografe</em>, 1955; trad. inglese <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Hitler was my friend</em>. </span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="margin: 0cm 0cm 10pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="margin: 0cm 0cm 10pt; line-height: normal; text-align: center;"><span style="font-size: 12pt; font-family: ">***</span></p>
<div></div>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: "></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">INDICE (in aggiornamento):</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 36pt; text-indent: -18pt; mso-list: l0 level1 lfo1;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="mso-list: Ignore;">1.<span style="font: 7pt ">     </span></span></span><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">R. CORNWELL<strong>, </strong><em style="mso-bidi-font-style: normal;">Nazi&#8217;s heirs lose legal battle over Hitler watercolours</em><strong>, </strong>in </span><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">“<em style="mso-bidi-font-style: normal;">The Indipendent</em>”, 5 Luglio 2002 (Traduzione di <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">Franco Lizza</strong>)</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 36pt; text-indent: -18pt; mso-list: l0 level1 lfo1;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">2. Sentenza <em>Price Vs. United States</em>, 20 Novembre 1995 (Traduzione di <strong>Michele Curatola</strong>)</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 36pt; text-indent: -18pt; mso-list: l0 level1 lfo1;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 36pt; text-indent: -18pt; mso-list: l0 level1 lfo1;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">2.   Appendice 1: <em>I quadri di Hitler</em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 36pt; text-indent: -18pt; mso-list: l0 level1 lfo1;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "><em></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 36pt; text-indent: -18pt; mso-list: l0 level1 lfo1;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">3.   Appendice 2: <em>Un libro fotografico di Heinrich Hoffmann: Hitler in seinen Bergen</em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: " lang="EN-US">***</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: " lang="EN-US"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 10pt; line-height: normal; text-align: justify; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-outline-level: 1;"><strong><span style="font-size: 14pt; font-family: " lang="EN-US">R. CORNWELL, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Nazi&#8217;s heirs lose legal battle over Hitler watercolours</em>, in </span></strong><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 14pt; font-family: " lang="EN-US">“<em style="mso-bidi-font-style: normal;">The Indipendent</em>”, 5 Luglio 2002 </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 10pt; line-height: normal; text-align: justify; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-outline-level: 1;"><span style="font-size: 14pt; font-family: ">Traduzione di <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">Franco Lizza</strong></span><strong></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">«GLI EREDI DEI NAZISTI PERDONO LA LORO BATTAGLIA LEGALE SUGLI ACQUERELLI DI HITLER»</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">“Il destino di quattro acquerelli dipinti da Adolf Hitler è stata deciso dalla Suprema Corte degli Stati Uniti d’America 57 anni dopo la morte del fondatore del Terzo Reich. La Corte ha deciso che l’esercito americano è autorizzato a trattenere le opere presso di sé.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">I dipinti furono portati in America come bottino di guerra e da allora sono andati quasi decomponendosi in un deposito a Alexandria, nello stato della Virginia. Negli ultimi vent’anni sono stati oggetto di una battaglia legale che ha visto lo scontro tra la famiglia di Heinrich Hoffmann – uno dei principali fotografi del regime nazista al quale i dipinti furono donati dallo stesso Hitler nel 1936 – e il governo di Washington.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Hitler e Hoffmann erano buoni amici – addirittura si narra che il Führer incontrò la sua compagna, Eva Braun, nello studio berlinese di Hoffmann.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Durante il conflitto, Hoffmann depositò le opere, assieme alla sua collezione di due milioni e mezzo di fotografie, in un castello tedesco, dove furono scoperte dalle vincitrici truppe statunitensi nel 1945. Le fotografie furono usate come prova al processo di Norimberga, in cui Hoffmann fu giudicato colpevole di sciacallaggio in tempo di guerra. In seguito, i dipinti furono silenziosamente spediti<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>alla volta dei caveaux del Pentagono nei pressi di Washington.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Da un punto di vista artistico gli acquerelli appaino di scarsa qualità e, a detta di chi ha potuto osservarli,<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>rappresentano scene di strada e paesaggi di guerra. Tuttavia, come dimostra la divertente saga dei falsi diari di Hitler del 1983, qualunque artefatto che riporti la firma “A. Hitler” pare avere un valore “di curiosità” che trascende<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>il prezzo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Hoffmann morì nel 1957, e suo figlio cercò di rientrare in possesso tanto degli acquerelli quanto delle fotografie. Gli fu consigliato di passare attraverso “canali diplomatici”, ma questa strada si rivelò un buco nell’acqua. Nel frattempo, un collezionista texano, tale Billy F. Price, acquisì parte dei diritti sui dipinti, e nel 1983 instaurò il primo di numerosi giudizi per proprio conto e per conto degli eredi di Hoffmann.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Mentre la causa proseguiva il proprio cammino attraverso le Corti, nel 1983 un giudice federale del Texas condannò il governo a pagare 10 milioni di dollari di danni per essersi rifiutato di restituire le opere. Questo verdetto fu ribaltato dalla Corte d’Appello Federale, che statuì l’appartenenza dei dipinti in capo alle forza armate americane sulla base di un trattato successivo alla guerra.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Robert White, legale di Hoffmann, ha detto questa settimana, rivolgendosi alla Corte Suprema: “L’unica certezza di questo furto è che il colpevole è il governo statunitense”. Di contro, l’avvocato generale Theodore Olson, ha controbattuto insistendo che la confisca delle opere è stata una “fondamentale decisione di politica generale”, nonché parte della procedura di de-nazificazione della Germania.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">I nove giudici della Corte Suprema hanno aderito alla tesi di Olson e, così facendo, hanno arricchito le collezioni pubbliche americane di quattro acquerelli del più turpe artista del ventesimo secolo”.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> ***</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Corte d’Appello degli Stati Uniti,</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Quinto Distretto.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">No. 93-2564.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Billy F. PRICE, ed altri, Attore</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">v.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">STATI UNITI d’America, Convenuto</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">(<em style="mso-bidi-font-style: normal;">omissis</em>)</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">20 Novembre 1995</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Giudizio di Appello presso la Corte distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto Southern Texas.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Davanti a WOOD, JR.</span><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_edn1"style="mso-endnote-id: edn1;" name="_ednref1" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[i]</span></span></span></span></a><span style="font-size: small;">, JOLLY e DeMOSS, Giudici Distrettuali.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">E. GRADY JOLLY, Giudice distrettuale:</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Con questo appello si richiede di decidere se una corte federale possa garantire un risarcimento del danno contro gli Stati Uniti in relazione al rifiuto di questi di restituire opere d’arte e fotografie storiche prelevate dalla Germania durante l’occupazione degli alleati al termine della Seconda guerra mondiale. Billy Price, un uomo d’affari Texano, ha ottenuto circa 8 milioni di dollari di ristoro contro gli Stati Uniti in ragione del rifiuto di questi ultimi di restituire quattro acquarelli dipinti da Adolf Hitler e registri fotografici compilati dai fotografi personali di Hitler, Henrich Hoffman e suo figlio. Nei primi anni ottanta &#8211; quasi quattro decadi dopo che questi dipinti ed archivi furono ritrovati in alcuni lughi della Germania ed inviati negli Stati Uniti &#8211; Price, che è descritto nella copertina del suo libro come “proprietario di una delle più grandi collezioni dell’arte di Hitler ed acclamato esperto internazionale sulla materia”, ha acquistato i diritti sui dipinti e sugli archivi dagli eredi di Hoffman.<span style="mso-tab-count: 1;">   </span>Price richiese che gli Stati Uniti gli consegnassero tali opere e, dopo il rifiuto di questi ultimi, ha depositato il presente ricorso richiedendo che il predetto rifiuto fosse riconosciuto come una detenzione illecita.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Gli Stati Uniti sostengono ampiamente in appello che il giudizio della corte distrettuale non può trovare conferma. Così è. Per i motivi che seguono, questa corte ritiene che la corte distrettuale non avesse giurisdizione sulla materia. Conseguentemente, il giudizio della corte distrettuale viene cassato e ne viene istruito il rigetto.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">I</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Mettendo da parte gli aspetti storici, militari e di politica estera del caso, questa causa è semplicemente una richiesta di danni derivante da un illecito civile concernente un bene mobile. Il ricorso è formulato contro gli Stati Uniti, in ogni caso, ed i beni mobili consistono in oggetti prelevati dalla Germania durante gli anni di occupazione seguenti la fine della Seconda Guerra Mondiale: specificamente, quattro acquarelli di Adolf Hitler e gli archivi fotografici compilati da Heinrich Hoffman e suo figlio, Heinrich Hoffman, Jr.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Hoffamn ottenne gli acquarelli acquistati da Hitler come regalo.<span style="mso-tab-count: 1;">     </span>Il primo paio, intitolato “Old Vienna Ratzenstadl” e “Munich 1914 Alterhof”, raffigura scenari urbani ed è stato dipinto quando Hitler viveva in quelle città prima di arruolarsi nell’esercito tedesco durante la Prima Guerra Mondiale. Il secondo paio, intitolato “on the Railroad Line of Biache” e “Beclaire 1917”, è stato dipinto durante la Prima Guerra Mondiale e raffigura rispettivamente un terrapieno sulle rotaie ed un villaggio devastato dalla guerra</span><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_edn2"style="mso-endnote-id: edn2;" name="_ednref2" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[ii]</span></span></span></span></a><span style="font-size: small;">.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">I registri fotografici che furono compilati dagli Hoffman consistono in diverse centinaia di migliaia di stampati e <em style="mso-bidi-font-style: normal;">glass-plate negatives</em> the raffigurano immagini di significato politico, storico e culturale nell’Europa dal 1860, attraverso la nascita e la caduta del regime di Hitler.<span style="mso-tab-count: 1;">          </span>Questi archivi sono divisi in due parti. La più importante delle due parti è in possesso degli Stati Uniti dal momento del suo ritrovamento in Germania ad opera delle truppe americane. E’ conservata presso L’Archivio Nazionale di Washington D. C., in prosieguo l’“archivio di Washington”. La parte più ridotta è entrata in possesso degli Stati uniti nei primi anni ’80, quando la società Time-Life Inc. l’ha donata all’Istituto di Storia Militare in Carlisle, Pennsylvania, in prosieguo l’”archivio Carlisle”. I dipendenti della Time lo avevano prelevato dalla Germania durante gli anni quaranta.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Il coinvolgimento del sig. Price inizia nei primi anni ’80, quando, durante una visita in Germania alla ricerca di un testo sulla carriera di Hitler come artista, venne a conoscenza che Hoffman era stato il proprietario dei quattro acquarelli.</span><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_edn3"style="mso-endnote-id: edn3;" name="_ednref3" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[iii]</span></span></span></span></a><span style="font-size: small;"> Pagò una piccola somma agli eredi di Hoffman, cittadini e residenti in Germania, in cambio dei diritti sugli archivi e sugli acquarelli. Egli promise altresì di impegnarsi al fine di far rientrare gli eredi stessi in possesso di parte di ciò che egli fosse riuscito ad ottenere dagli Stati Uniti. Fece dunque richiesta per la restituzione ad opera degli Stati Uniti dei dipinti e degli archivi, depositando la prima istanza di questa causa il 9 Agosto 1983.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Nel febbraio 1989, la corte distrettuale respinse la declinatoria degli Stati Uniti, secondo le <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Rules</em> 12(b)(1) e 12(b)(6) delle <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Federal Rules of Civil Procedure</em>, e si pronunciò, a seguito di un giudizio parziale sul merito, in favore del sig. </span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-ansi-language: EN-GB;" lang="EN-GB">Price. Price v. U.S., 707 F.Supp. 1465 (S.D.Tex.1989). </span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">La corte distrettuale sembra aver determinato che gli Stati Uniti fossero meri depositari dei dipinti e degli archivi, e che il deposito fosse continuato fino alla violazione operata con il rifiuto degli stessi nei confronti del sig. Price nei primi anni ’80. Si osserva che “[d]urante i cinque anni in cui questa causa è stata pendente, il governo non ha contestato nessuna delle prove poste alla base del giudizio sommario dell’attore limitandosi a qualificarle come irrilevanti,” id. at 1469, la corte distrettuale ha castigato gli Stati Uniti per la loro strategia processuale difensiva. ”Invece di fornire argomenti di diritto civile, il governo continua a basarsi sulla denigrazione dell’artista e degli archivisti. Lo stesso grado di giustizia protegge ogni persona senza eccezione per coloro la cui politica dei padri fu errata.” Id. at 1473. “Dopo cinque anni di processo,” si conclude, “gli Stati Uniti non sono stati in gradi di contestare in fatto il titolo degli Hoffman ne la natura dell’acquisizione governativa di detta proprietà.” Id. La corte distrettuale decise che il sig. Price avesse diritto agli acquarelli ed agli archivi dei quali doveva sarebbe dovuto entrare in possesso.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Nonostante che gli Stati Uniti non avessero introdotto alcuna controprova in pendenza del giudizio, dopo il deposito della decisione parziale di merito, gli Stati Uniti avanzarono alcune obiezioni giurisdizionali ed altre difese, richiedendo alla corte distrettuale di riconsiderare la decisione. La corte distrettuale bocciò tali richieste ed anzi aprì un giudizio per il risarcimento del danno. La corte determinò che i danni causati dalla detenzione illecita degli acquarelli e degli archivi, inclusi i danni per il mancato uso a partire dal 1983, ammontavano a 7.949.907,69 dollari.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Entrambe le parti depositarono appello contro la suddetta decisione, gli Stati Uniti lamentando l’infondatezza del giudizio ed il sig. Price</span><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_edn4"style="mso-endnote-id: edn4;" name="_ednref4" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[iv]</span></span></span></span></a><span style="font-size: small;"> sostenendo che detta liquidazione fosse insufficiente in confronto ai 41 milioni di dollari richiesti.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">II</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Sin da principio, questo caso presenta delle questioni implicanti l’immunità sovrana degli Stati Uniti. Si è infatti guidati da due principi ben stabiliti: da un lato, gli Stati Uniti sono immuni da qualsivoglia procedimento a meno che essi stessi non abbiano acconsentito al venir meno di detto principio; dall’altro tale deroga di immunità vede un’interpretaione restrittiva. </span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-ansi-language: EN-GB;" lang="EN-GB">Ad es., Gregory v. Mitchell, 634 F.2d 199, 203 (5th Cir.1981); Loomis v. Priest, 274 F.2d 513, 518 (5<sup>th</sup> Cir.1960), cert. denied, 365 U.S.862, 81 S. Ct. 828, 5 l.Ed.d 824 (1961).</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">“La questione se [gli Stati Uniti] abbiano derogato all’immunità in relazione alla causa per danni è, in prima istanza, questione di giurisdizione che ciascuna corte d’appello federale ha lo specifico obbligo di soddisfare, anche qualora non riguardi la sua stessa giurisdizione ma quella della corte di primo grado la cui sentenza sia stata messa in discussione.” </span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-ansi-language: EN-GB;" lang="EN-GB">Mocklin v. Orleans Levee Dist., 877 f.2d 427, 428 n. 3 (5th Cir.1989). </span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Il punto di partenza per l’analisi è dunque se una giurisdizione federale esista sul caso. La questione, viene da se, è soggetta ad una valutazione <em style="mso-bidi-font-style: normal;">ex novo</em>. Più specificamente la questione è rimasta aperta dal momento in cui la materia è stata sottoposta al precedente appello. </span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-ansi-language: EN-GB;" lang="EN-GB">Vedasi <em style="mso-bidi-font-style: normal;">In Re Petition of Price</em>, 723 F.2d 1193, 1195 (5th Cir.1984).</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Nonostante che il sig. Price abbia introdotto diverse teorie nella sua istanza iniziale, la sua posizione davanti a questa cote è che gli Stati Uniti abbiano illecitamente detenuto i dipinti e gli archivi dal momento in cui si sono rifiutati di restituirli al richiedente nei primi anni ‘80. Le allegazioni del sig. Price attengono alla materia della responsabilità civile. Se la giurisdizione della corte distrettuale deve essere affermata questa causa cade nella materia (preliminare) relativa all’immunità dello stato, contenuta nel <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Federal Tort Claims Act</em>.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Le parti sostengono mutualmente che solo la sezione 28 U.S.C. § 1346(b) sarebbe idonea a fondare la giurisdizione nella presente causa. Così essa prevedendo:</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt 70.9pt; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Soggette alla previsione della [sezione 28 U.S.C. § 2671-2680], le corti distrettuali . . . hanno giurisdizione esclusiva su azione civili contro gli Stati Uniti, per risarcimento del danno a partire dal primo gennaio 1945, per danni o perdita di proprietà . . . causati per colpa od omissioni di alcuno degli impiegati del Governo nell’esercizio delle proprie funzioni o del proprio ufficio, in quelle circostanze per le quali gli Stati Uniti, come un soggetto privato siano responsabili nei confronti di un attore secondo la legge del luogo dove l’azione o l’omissione è avvenuta.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">28 U.S.C. § 1346(b) (1988). Si evidenzia che il § 1346(b) condiziona l’esistenza della giurisdizione in combinato disposto con altre previsioni del <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Federal Tort Claims Act</em>. Per questa ragione non è possibile assumere così semplicemente che la giurisdizione sia presente e permetta di traslare un giudizio sulla giurisdizione in un giudizio sul merito. </span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-ansi-language: EN-GB;" lang="EN-GB">Compare Sierra Club v. Shell Oil Co., 817 F2d 1169, 1172 (5th Cir.9, cert. denied, 484 U.S. 985, 108 S.Ct. 501, 98 L.Ed.2d 500 (1987). </span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Al contrario gli atti devono essere esaminati alla luce delle specifiche eccezioni e delle relative limitazioni al consenso che gli Stati Uniti possono prestare alla giurisdizione della corte distrettuale e garantire che i ricorsi della presente causa non ricadano entro quelle circostanze. Devono essere prese in considerazione, nell’ordine, le richieste relative (A) ai dipinti, (B) all’archivio di Washington e (C) all’archivio di Carlisle.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 200%; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">A</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="mso-tab-count: 1;">            </span>Si considerino dapprima i quattro dipinti e, specificamente, la questione se la causa su di quelli sia sorta negli Stati Uniti. Nonostante che il <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Federal Tort Claim Act</em> fornisca giurisdizione alla corte distrettuale sulla materia contro gli Stati Uniti “ove gli Stati Uniti, come un soggetto privato siano responsabili ne confronti di un attore secondo la legge del luogo dove l’azione o l’omissione è avvenuta,” 28 U.S.C. § 1346(b), la corte distrettuale non ha giurisdizione ex 28 U.S.C. § 2680(k) se il fatto è avvenuto in un paese straniero. </span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-ansi-language: EN-GB;" lang="EN-GB">Eaglin v. U.S., Dept. of Army, 794 F2d 981, 982 (5th Cir.1986). </span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">In relazione agli acquarelli, la questione iniziale è se il fatto illecito sia avvenuto. Qualora l’illecita detenzione sia iniziata in Germania, la corte distrettuale non ha ovviamente giurisdizione sul caso<a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_edn5"style="mso-endnote-id: edn5;" name="_ednref5" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[v]</span></span></span></span></a>. Il fatto che gli Stati Uniti non contestino le prove allegate dal sig. Price a fondamento delle sue pretese semplifica il compito di questa corte, potendosi assumere che tali elementi di provano stabiliscano gli elementi di fatto della causa.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"><span style="mso-tab-count: 1;">            </span>Ai fine della valutazione sulla giurisdizione, si sostiene che l’essenza dell’illecita detenzione tanto sotto la legge tedesca quanto sotto quella americana sia un atto compiuto da un soggetto diverso dal proprietario ed incompatibile con l’interesse di quest’ultimo. Vedasi anche §§ 858, 992 del Codice Civile Tedesco (Rothman ed 1994) in relazione al <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Restatement </em>(2d) <em style="mso-bidi-font-style: normal;">dei Torts</em>, §§ 222°, 234. Posta semplicemente, in fatto di giurisdizione: a che punto della detenzione dei dipinti gli Stati Uniti hanno compiuto un atto contrario all’interesse degli Hoffman?</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"><span style="mso-tab-count: 1;">            </span>Le prove raccolte nel giudizio del sig. Price dimostrano che i dipinti sono stati deposti in un castello in Germania durante la guerra, e che lì sono stati trovati e raccolti dalle truppe Americane. Dobbiamo dunque accettare le prove raccolte nel giudizio del sig. Price in quanto dimostrano che il ritrovamento ed il trasporto dei dipinti ad opera degli Stati Uniti dal castello al punto in cui sono stati ricollocati non era contrario agli interessi degli Hoffman e che per questo non costituisce una detenzione illecita. Da lì, come tutta l’arte scoperta nel teatro delle operazioni, i dipinti passarono dai punti di raccolta stabiliti dall’esercito degli Stati Uniti d’America. Ai punti di raccolta ciascun pezzo d’arte fu identificato, fotografato, catalogato e conservato finché i proprietari non fossero stati individuati e l’oggetto non fosse fatto tornare in loro proprietà. Si accetta l’argomento di Price che tali azioni compiute dall’esercito degli Stati Uniti non costituiscano completamente un atto di illecita detenzione.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">A questo punto, però, i fatti prendono una piega sfavorevole all’argomento di Price. Price ha allegato la deposizione di un cittadino tedesco che analizzava oggetti d’arte nel centro di raccolta centrale di Monaco nel quale i dipinti sono transitati. Basandosi su “certificati di proprietà”</span><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_edn6"style="mso-endnote-id: edn6;" name="_ednref6" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[vi]</span></span></span></span></a><span style="font-size: small;"> che le furono mostrati nel corso della deposizione, la depositaria testimoniò che gli acquarelli portavano il nome “Hoffman”, significando che Hoffman ne era il proprietario e che, a dispetto di questo fatto, le autorità militari degli Stati Uniti ordinarono la confisca</span><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_edn7"style="mso-endnote-id: edn7;" name="_ednref7" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[vii]</span></span></span></span></a><span style="font-size: small;"> e che gli acquerelli fossero trasferiti a Wiesbaden, punto da cui furono imbarcati per gli Stati Uniti. La deponente ha poi testimoniato che due dei dipinti furono “confiscati” in quanto “oggetti militari.”</span><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_edn8"style="mso-endnote-id: edn8;" name="_ednref8" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[viii]</span></span></span></span></a><span style="font-size: small;"> Il certificato di uno degli acquarelli specificamente lo descrive come un “oggetto miliare nazista.”</span><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_edn9"style="mso-endnote-id: edn9;" name="_ednref9" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[ix]</span></span></span></span></a><span style="font-size: small;"> Si noti, questa testimonianza riflette che altri oggetti d’arte della collezione artistica di Hoffman &#8211; arte non di Adolf Hitler, ma similarmente etichettata come “Hoffman”, trovata con gli acquarelli di Hitler ed inviata dal punto centrale di raccolta in Monaco &#8211; fu restituita al figlio di Hoffman più o meno quando gli acquarelli venivano confiscati. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">La differenza di trattamento accordata ai vari oggetti d’arte della collezione Hoffman chiaramente mostra che la detenzione degli acquarelli, atto contrario agli interessi della famiglia Hoffman su quelli, è occorsa quando le autorità militari degli Stati Uniti ordinavano il trasferimento di quelli da Wiesbaden ed il loro invio negli Stati Uniti.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"><span style="mso-tab-count: 1;">            </span>Price sostiene che le stesse regole dell’esercito degli Stati Uniti sui conflitti, incluse nelle Leggi sul <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Land Warfare</em> e nel Diritto Internazionale, così come nella Convenzione dell’Aia sulle Leggi ed Usi della Guerra Terrestre, non autorizzassero gli Stati Uniti a tenersi gli acquarelli una volta entrati in loro possesso; per questo motivo, avrebbero dovuto tenerli &#8211; non conoscendo l’identità del proprietario &#8211; in una sorta di detenzione, o simili. Come conseguenza, Price sostiene che gli Stati Uniti non avrebbero potuto detenere gli acquarelli illecitamente fino al rifiuto della sua domanda degli anni ’80. Ne segue, come sostenuto, che l’atto di detenzione illecita è stato perpetrato negli Stati Uniti quando la sua pretesa restitutoria fu respinta.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"><span style="mso-tab-count: 1;">            </span>Si deve rigettare la conclusione che Price deriva dalle regole di guerra dell’Esercito e dalla Convenzione dell’Aia. Nonostante non si sia affrontata la questione dell’applicabilità di tale norme alla condotta dell’Esercito degli Stati Uniti in Germania durante la guerra e l’occupazione, la determinazione che il sequestro e l’invio degli acquarelli dalla Germania fosse un atto di illecita detenzione è rafforzata nella misura in cui tali regole potessero trovare applicazione così da non permettere il legittimo prelievo di quegli acquerelli. In altre parole, una confisca illecita degli acquarelli si presta solo a supportare la nostra conclusione che un atto chiaramente contrario all’interesse degli Hoffman è avvenuto in Germania. Tutto sommato, anche se fossimo d’accordo con Price che l’iniziale recupero degli acquarelli avesse creato una specie di detenzione &#8211; od almeno che non si fosse già compiuta in maniera illecita &#8211; da questo non deriva che gli Stati Uniti abbiano continuato a detenerli in una specie detentiva fino agli anni ’80, quando Price ne ha chiesto la restituzione. La prova addotta alla corte distrettuale porta solo alla conclusione che l’Esercito degli Stati Uniti ha detenuto in maniera illecita gli acquarelli quando li ha “confiscati” in Germania ed inviati negli Stati Uniti.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"><span style="mso-tab-count: 1;">            </span>Prima di abbandonare la questione degli acquarelli, è necessario affrontare l’errore nella decisione della corte distrettuale sul punto. La corte distrettuale ha concluso che una sorta di detenzione sia esistita in relazione agli acquarelli e che la domanda di Price non avesse rilievo finché il dovere di restituzione derivante dalla detenzione non fosse violato dagli Stati Uniti. Vedasi 707 F.Supp. at 1469-70. La conclusione in diritto della corte distrettuale sembra derivare in parte dal suo considerare <em style="mso-bidi-font-style: normal;">in blocco</em> i tre gruppi di proprietà oggetto di questo caso<em style="mso-bidi-font-style: normal;">. Id.</em><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Nonostante non si sia giunti ad esaminare se una detenzione sia esistita nell’archivio di Washington, gli atti sembrano contenere prova che così fosse. Quella prova, comunque, non può supportare la conclusione che gli acquarelli fossero tenuti in detenzione. La prova concernente gli acquarelli alla quale la corte distrettuale si riferisce direttamene è semplicemente insufficiente a concludere che una detenzione fosse esistita. <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Id</em>. at 1476. La corte distrettuale sembra focalizzarsi quasi esclusivamente sulle azioni disposte nel 1945. <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Id</em>. Significativamente, la corte distrettuale né menziona né dispone sul fatto cruciale che opere d’arte non hitleriane e possedute dagli Hoffman furono trattate in maniera differente negli anni dopo il 1945.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"><span style="mso-tab-count: 1;">            </span>Il fatto che gli Hoffman non spesero il destino o la località degli acquarelli fino ai primi anni ’80 non modifica la natura delle azioni compiute dagli Stati Uniti in Germania dopo la guerra. Al contrario, la loro ignoranza supporta la questione sulla maturazione della domanda ai fini delle disposizioni limitative contenute nel 28 U.S.C. § 2401(b). Siccome la domanda sugli acquarelli deve essere rigettata sulla base dell’eccezione del “paese straniero”, non si affronta quest’ultimo problema.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"><span style="mso-tab-count: 1;">            </span>Essendo stato ampiamente rivisto il giudizio sopra menzionato dalla corte distrettuale, si conclude che esso non è sufficiente a dimostrare la conclusione che l’illecita detenzione non fosse sorta in Germania. Come conseguenza, la domanda di Price ricade entro l’eccezione del § 2680(k) di “domanda derivante da un paese straniero”. La domanda, per questi motivi, non concerne una deroga all’immunità e, conseguentemente, la corte distrettuale non aveva giurisdizione per esaminare la domanda relativa agli acquarelli.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 200%; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">B</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"><span style="mso-tab-count: 1;">            </span>E’ ora necessario esaminare l’archivio di Washington. Gli atti mostrano che l’archivio fu prodotto durante il processo di Norimberga con l’assistenza del sig. Hoffman e di suo figlio, e che gli Stati Uniti incaricarono Heinrich Hoffman Jr. di completare una storia pittorica della Germania. Il progetto fu, in ogni caso, reso conciso e gli archivi furono inviati negli Stati Uniti nei tempi del ponte aereo con Berlino. Il 25 giugno 1951 l’Avvocato Generale, promuovendo un’azione basata sul <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Trading with the Enemy Act</em> [Atto sul commercio con il Nemico], 50 U.S.C.App. § 1-33, investì se stesso di tutti i diritti sule fotografie ed immagini fotografiche “da, tenere, utilizzare, amministrare, liquidare, vendere o diversamente gestirle nell’interesse e per il beneficio degli Stati Uniti“ Vedasi il <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Vesting Order</em> 17952, 16 Fed.Reg. 6162.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Questo <em style="mso-bidi-font-style: normal;">vesting order</em>, ne si è convinti, sposta la domanda di Price relativa all’archivio di Washington fuori dall’indagine sulla giurisdizione della corte distrettuale. Secondo il § 2680(e), le domande che “scaturiscono da un’azione od un’omissione di un impiegato del Governo nell’adempimento degli obblighi dell’[Atto sul Commercio col Nemico]“ sono escluse dalla rinuncia all’immunità sovrana. 28 U.S.C.App. § 2680(e) (1988). In una veloce ma ben ragionata opinione, la corte distrettuale ha sollevato questa eccezione per prevenire gli sforzi dell’attore atti ad utilizzare il <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Federal Tort Claims Act</em> per evitare l’applicazione del <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Trading with the Enemy Act</em>. Gubbins v. Stati Uniti, 192 F.2d (D.C.Cir.1951) (ove si rigettava una causa di diffamazione basata sul fatto che l’attore era stato iscritto, in conformità al <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Trading with the Enemy Act</em>, in una lista di soggetti cui erano vietate un certo tipo di transazioni); vedasi anche Schilling v. Rogers, 363 U.S.A. 666, 674-76, 80 S.Ct. 1288, 1294-95, 4 L.Ed.2d. 1478 (1960) (ove si stabiliva che le norme per una revisione giudiziale con riferimento alle norme del <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Trading with the Enemy Act</em> fossero escluse da altri rimedi e si rigettava l’argomento secondo il quale la revisione giudiziale di azioni promosse secondo il suddetto atto fosse possibile anche attraverso l’<em style="mso-bidi-font-style: normal;">Administrative Procedure Act</em>). Il ragionamento in Gubbins è applicabile anche nel caso presente e similmente si ritiene che la domanda di Price con riguardo all’archivio di Washington non rientri nel <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Federal Tort Act</em> e sia interamente conoscibile attraverso il <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Trading with the Enemy Act</em>.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Price tenta di evitare l’applicazione di quest’eccezione contestando la validità dello stesso <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Vesting Order</em>. Il Collegio ritiene che questo non sia necessario, comunque, per considerare il merito della contestazione: è quindi chiaro che per il contenuto delle allegazioni avanzate sul merito della contestazione, avrebbe dovuto agire secondo il § 9 del <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Trading with the Enemy Act</em>. Per di più, secondo i termini del § 33 dello stesso, i termini per sollevare quell’eccezione sono scaduti. “Nessuna domanda relativa al § 9 . . . può essere promossa . . . dopo due anni dalla data del sequestro o dell’attribuzione nella <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Alien Property Custodian</em>, secondo il caso, della proprietà o dell’interesse secondo i quali una misura è richiesta.” 50 U.S.C.App. § 33 (1988). Secondo questi termini, Price avrebbe dovuto istruire la domanda non più tardi del 25 giugno 1953. La sua causa non è stata istruita, in ogni caso, dopo più di trent’anni da quella data.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Price sostiene che, siccome gli Stati Uniti non hanno sollevato il § 33 come difesa positiva prima che il giudizio parziale sommario fosse deciso, quello non può essere sollevato ora per prevenire la sua domanda. Price è in errore. Il <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Trading with the Enemy Act</em>, così come il <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Federal Tort Claims Act</em>, costituisce una deroga all’immunità sulla sovranità degli Stati Uniti. La lettera stessa del § 33 stabilisce che “nessuna azione . . . può essere promossa” a meno che certe condizioni non siano soddisfatte. Si è sostenuto che il § 33 costituisca una limitazione a quella rinuncia all’immunità sovrana e che il diritto di promuovere un’azione per contestarla sia precluso a meno che l’azione non sia istituita entro i termini previsti dalla normativa. </span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-ansi-language: EN-GB;" lang="EN-GB">Loomis, 274 F.2d at 518; vedasi anche Pass. McGrath, 192 F.2d at 415, 416 (D.C.Cir.1951), cert. denied, 342 U.S. 910, 72 S.Ct. 302, 96 L.Ed. 681 (1952). </span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Per il fatto che <em style="mso-bidi-font-style: normal;">nessuno</em> avrebbe potuto contestare il <em style="mso-bidi-font-style: normal;">vesting order</em> in questo caso, tale domanda non era più proponibile dal 25 giungo 1953, tre decadi sono interamente trascorse prima che tale allegazione domanda fosse introdotta.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Come alternativa, Price urge la corte di riconoscere un’eccezione ragionevole all’immunità sovrana degli Stati Uniti ed ammettere un attacco collaterale al <em style="mso-bidi-font-style: normal;">vesting order</em>. </span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-ansi-language: EN-GB;" lang="EN-GB">Price usa come analogia il caso <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Enochs v. Williams Packing and Navigation Co.,</em> 370 U.S. 1, 82 S.Ct. 1125, 8 L.Ed.2d 292 (1962). </span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">In <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Enochs</em> la Corte Suprema stabilì che un’ingiunzione può essere emessa contro l’accertamento o la raccolta delle tasse federali, nonostante esista una specifica proibizione contro tale tipo di ingiunzioni, se la valutazione o la raccolta non siano valide sotto qualsivoglia teoria. Price ne deduce che similmente il <em style="mso-bidi-font-style: normal;">vesting order</em> non sia valido e, come conseguenza, che la corte dovrebbe permettere la sua contestazione, nonostante il fatto che il § 33 <em style="mso-bidi-font-style: normal;">ritiri</em> la sola base per la giurisdizione su una contestazione al <em style="mso-bidi-font-style: normal;">vesting order</em>, e per questo revochi la limitata deroga degli Stati Uniti alla propria immunità sovrana. Price, in sostanza, legge la causa <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Enchs</em> così da permettere alla corte di dedurre una ragionevole limitazione all’immunità sovrana. Non si può essere d’accordo. <em style="mso-bidi-font-style: normal;">In primis</em>, il precedente impedisce qualsiasi possibilità che la regola del caso <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Enochs</em> possa essere utilizzata con riguardo alla giurisdizione della presente controversia. Si è riconosciuto che l’applicazione del caso <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Enochs</em> richiede due condizioni: “(1) è chiaro che sotto alcuna circostanza il governo possa prevalere alla fine sulla merito della sua causa, e (2) <em style="mso-bidi-font-style: normal;">una ragionevole giurisdizione esista</em>.” <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Lange v. Phinney</em> 507, F.2d 1000, 1003 (5th Cir.1975) (corsivo aggiunto). E’ chiaro che la regola del caso <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Enochs</em> possa applicarsi quando la giurisdizione sia fondata: <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Enochs</em>, tuttavia, non può fornire una base alla giurisdizione quando questa non esiste. Più nello specifico, comunque, l’immunità sovrana degli Stati Uniti è definita dal “linguaggio che il sovrano usa nel cedere parte della sua immunità, e [dal fatto che] <em style="mso-bidi-font-style: normal;">nessuna considerazione configgente di ragionevolezza possa essere discussa nel giudicare la questione</em>.” <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Loomis</em>, 274 F.2d at 518 (corsivo aggiunto). E’ chiaro, infine, che la corte distrettuale fosse priva di giurisdizione sulla domanda del sig. Price in relazione agli archivi di Washington.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 200%; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">C</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Da ultimo, si analizza la domanda relativa all’archivio Carlisle. Questo è molto meno sostanzioso di quello di Washington &#8211; la corte distrettuale ha determinato che il suo valore di mercato nel 1983 fosse di 9.000 dollari, una piccola frazione percentuale rispetto all’archivio di Washington del 1983 il cui prezzo di mercato è di 2,695 milioni di dollari. Le prove sono considerevolmente meno sviluppate per questo archivio. Sembra, ad esempio, che gli Sati Uniti abbiano ricevuto queste fotografie in lotti separati nel 1981 e 1983, ma le prove non specificano quali fossero e quando furono inviate. Senza considerare queste incertezze, comunque, non si hanno dubbi che la domanda sull’archivio Carlisle debba essere rigettata. La giurisdizione della corte è condizionata al 28 U.S.C. Sec. 2675(a), il quale stabilisce che “un’azione non può essere promossa” a meno che l’attore non abbia promosso un’azione amministrativa ed abbia ottenuto un rigetto scritto oppure abbia atteso per sei mesi. 28 U.S.C. Sec. 2675(a) (1988). Un’azione che sia promossa prima della scadenza del termine di sei mesi relativo al silenzio-diniego, e per questo motivo non tempestiva, non può diventarlo per il fatto che il tale termine sia trascorso dopo al deposito di suddetta domanda. </span><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-ansi-language: EN-GB;" lang="EN-GB">Vedasi McNeil v. United States</span></em><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-ansi-language: EN-GB;" lang="EN-GB">, &#8212; U.S. &#8212;-, &#8212;-, 113 S.Ct. 1980, 1983, 124 L.Ed.2d 21 (1993). Essendo questione di giurisdizione non può essere derogata. <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Gregory</em>, 634 F.2d at 203-204.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Price ammette di non aver soddisfatto questo requisito. Ad ogni modo solleva due questioni al fine di derogare alla sezione 2675(a). Per prima cosa, sostiene, il diniego orale della sua domanda in relazione all’archivio in parola ad opera dell’Avvocato Generale degli Stati Uniti soddisfa la sezione 2675(a). In secondo luogo, sostiene, il governo non avrebbe potuto sollevare la sua inadempienza con questo requisito in quanto egli seguiva la loro disposizione. Nessuno di questi argomenti è persuasivo perché le parole della norma sono chiaramente diverse: la sezione 2675(a) richiede, inequivocamente,<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>che “la domanda debba essere definitivamente rigettata per iscritto dall’agenzia e notificata a mezzo raccomandata.” Questa è “chiaramente una prescrizione inderogabile” <em style="mso-bidi-font-style: normal;">McNeil</em>, &#8212; U.S. at &#8212;-, 113 S.Ct. at 1984, e non può riscontrarsi una deroga all’immunità sovrana dove, come qui, l’attore ha proposto una domanda contro gli Stati Uniti senza rispettare questi termini.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 200%; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">III</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Al termine, per le ragioni stabilite sopra, la corte distrettuale non aveva giurisdizione sulla causa. Gli Stati Uniti possono disporre degli oggetti sequestrati durante l’occupazione degli alleati in Germania come ritengono adeguato; e così hanno fatto. <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Vedasi</em> l’<em style="mso-bidi-font-style: normal;">Act</em> del 17 marzo 1982, Pub.L. No. 97-155, 96 Stat. 14 (che autorizza il Segretario dell’Esercito a trasferire titolo e custodia di certi oggetti d’arte sequestrati al governo tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale). Senza giurisdizione le corti federali sono comunque sprovviste di poteri tali da ordinare il pagamento di danni in relazione alla decisione relativa ai menzionati acquarelli ed archivi fotografici. Si deve pertanto CASSARE il giudizio della corte distrettuale e RINVIARE per un ordine di rigetto. Le domande del sig. Price con riferimento agli acquarelli ed all’archivio di Whashington devono essere rigettati e l’attore non potrà promuovere nuova domanda. La domanda relativa all’archivio Carlisle, comunque, è rigettata senza che ciò rechi pregiudizio ad un’eventuale separata azione pendente davanti alla corte distrettuale. Non si esprimono posizioni su alcuno degli aspetti di quella causa, inclusi gli argomenti sollevati in appello e non posti a questa corte. Da ultimo, con riguardo alla determinazione relativa alla mancata giurisdizione della corte distrettuale, si RIGETTA il contro-appello del sig. Price sulla misura dei danni liquidati dalla corte stessa.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"><span style="mso-tab-count: 1;">            </span>CASSATA E RIMESSA in giudizio con istruzione di rigetto;</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 200%; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">Contro-appello RIGETTATO.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; line-height: 200%; text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">[<em style="mso-bidi-font-style: normal;">Omissis</em>]</span></span></p>
<div style="mso-element: endnote-list;">
<span style="font-size: small;"><br />
<hr size="1" /></span></p>
<div id="edn1" style="mso-element: endnote;">
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ednref1"style="mso-endnote-id: edn1;" name="_edn1" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[i]</span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"> Giudice del settimo distretto, nominato per designazione.</span></p>
</div>
<div id="edn2" style="mso-element: endnote;">
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ednref2"style="mso-endnote-id: edn2;" name="_edn2" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[ii]</span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"> Copie degli acquarelli è allegata come prova</span></p>
</div>
<div id="edn3" style="mso-element: endnote;">
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ednref3"style="mso-endnote-id: edn3;" name="_edn3" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[iii]</span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"> Nel 1983 e 1984 il sig. Price ha pubblicato in tedesco ed in inglese edizioni di un catalogo dei dipinti e schizzi di Hitler. Detto catalogo raffigura i dipinti oggetto della presente causa. </span><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-ansi-language: EN-GB;" lang="EN-GB">Vedasi Billy F. Price, Adolf Hitler: The Unknown Artist (England ed. 1984).</span></p>
</div>
<div id="edn4" style="mso-element: endnote;">
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ednref4"style="mso-endnote-id: edn4;" name="_edn4" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[iv]</span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"> Per “Price” si intendono anche gli eredi di Hoffman i quali intervennero nel giudizio in qualità di attori. La corte ha rigettato le loro domande in quanto irrilevanti ai fini della decisione.</span></p>
</div>
<div id="edn5" style="mso-element: endnote;">
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ednref5"style="mso-endnote-id: edn5;" name="_edn5" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[v]</span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"> Il fatto che la Germania fosse occupata, od anche se il diritto tedesco sia applicabile, non ha effetti per l’applicazione del § 2680(k). La Corte Suprema ha definito il termine “stato” come “una regione od una porzione di territorio.” Vedi Smith v. United States, &#8212; U.S. &#8211; &#8212;, &#8212;-, 114 S.Ct. 1178, 1181-83, 122 Led.2d 585 81993) (sostenendo che la questione, essendo cominciata in Antartide, che non ha né un’organizzazione governativa né un corpus di leggi, dovesse cadere sotto il § 2680(k)).</span></p>
</div>
<div id="edn6" style="mso-element: endnote;">
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ednref6"style="mso-endnote-id: edn6;" name="_edn6" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[vi]</span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"> Il punto di raccolta centrale di Monaco conservò una “Property Card Art” per ciascun pezzo d’arte che fosse transitato presso il centro, contenente informazioni sul pezzo e sulla gestione dello stesso fino alla sua collocazione definitiva.</span></p>
</div>
<div id="edn7" style="mso-element: endnote;">
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ednref7"style="mso-endnote-id: edn7;" name="_edn7" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[vii]</span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"> La deponente ha utilizzato i termini ”confiscato” o “confisca” svariate volte durante la testimonianza.</span></p>
</div>
<div id="edn8" style="mso-element: endnote;">
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ednref8"style="mso-endnote-id: edn8;" name="_edn8" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[viii]</span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"> Per esempio:</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt 35.4pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Domanda 87m: Perché questo dipinto fu trasferito dal “Punto di Raccola Wiesbaden” al Punto di raccolta di Monaco?</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt 35.4pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"> </span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt 35.4pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Risposta: Perché fu identificato come oggetto militare ed è stato confiscato.</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt 35.4pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"> </span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt 35.4pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Domanda 87n: Nell’altro lato di questo Certificato, c’è un’annotazione [sic] “29.6.50 a Washington, D. C.” Qual è stato il motivo di questa annotazione fatta sul “Certificato di Proprietà d’Arte” e che significa?</span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt 35.4pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"> </span></p>
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt 35.4pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Risposta: Significa che le autorità Americane hanno dato ordine al Punto di Raccolta di Wiesbaden. Sì, di trasferire questo dipinto confiscato come “oggetto militare” a Washington, D. C.</span></p>
</div>
<div id="edn9" style="mso-element: endnote;">
<p class="MsoEndnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ednref9"style="mso-endnote-id: edn9;" name="_edn9" ><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoEndnoteReference"><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[ix]</span></span></span></span></span></a><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"> La corte distrettuale sembra aver ignorato questa prova quando ha stabilito che gli acquarelli non furono “mai portati via dalla Germania nel processo di de-Nazificazione.” 707 F.Supp. at 1471. Ha così bocciato la possibilità che gli acquarelli “potessero essere un elemento di ripresa per una possibile reviviscenza del Nazismo” Id. at 1470-71. La loro caratterizzazione, comunque, non è oggetto di questa causa. </span></p>
</div>
</div>
<p></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> <strong>APPENDICE 1</strong>:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%;"><span style="font-family: Calibri;">Visualizza <a href="http://www.flickr.com/photos/27615928@N08/sets/72157611773398071/show/with/3147200118/" rel="nofollow" ><strong>I quadri di Hitler</strong></a></span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "><strong>APPENDICE 2:</strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: ">Visualizza <span style="font-size: 14pt; line-height: 115%;"><span style="font-family: Calibri;"><a href="http://www.flickr.com/photos/27615928@N08/sets/72157611820310866/show/" rel="nofollow" ><strong>Hitler in seinen Bergen &#8211; di H. Hoffmann</strong></a></span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 10pt;"><span style="font-family: Calibri;"> </span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="margin: 0cm 0cm 10pt; line-height: normal; text-align: center;"> </p>
<p class="MsoFootnoteText" style="margin: 0cm 0cm 10pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="margin: 0cm 0cm 10pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 16pt; font-family: "> </span></p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></span></div>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>Un settore problematico della logica: la logica deontica &#8211; di Alessandro Pizzo</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Nov 2008 22:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il dottor Alessandro Pizzo presenta in queste pagine una piccola ma preziosa meditazione sui problemi strutturali della logica deontica, intarsiando e limando i punti fondamentali del suo lavoro dottorale (svolto dal 2004 al 2007)  – nella vulgata, si parlerebbe di un abstract della tesi di dottorato, dal titolo Logica del linguaggio normativo &#8211; . Già [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://www.helsinki.fi/filosofia/VonWrightArchives/img001pieni.jpg" alt="Von Wright e Wittgenstein" width="322" height="264" />Il dottor Alessandro Pizzo presenta in queste pagine una piccola ma preziosa meditazione sui problemi strutturali della logica deontica, intarsiando e limando i punti fondamentali del suo lavoro dottorale (svolto dal 2004 al 2007) <span style="mso-spacerun: yes;"> </span>– nella vulgata, si parlerebbe di un <em style="mso-bidi-font-style: normal;">abstract </em>della tesi di dottorato, dal titolo <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Logica del linguaggio normativo</em> &#8211; .</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Già questa rivista ha pubblicato contributi di Alessandro Pizzo, note in contraddittorio con l’autore, discussioni aperte sul problema deontico. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Ora, con il presente intervento, Pizzo chiarisce con chiarezza analitica e precisione i termini del <em style="mso-bidi-font-style: normal;">dibattito sui fondamenti</em> <em style="mso-bidi-font-style: normal;">filosofici</em> della logica deontica: dal problema della definizione alla natura degli enunciati non apofantici, dalla questione sulla forza o debolezza della cd. <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Grande divisione</em>, <span style="mso-spacerun: yes;"> </span>dal cd. dilemma di Jørgensen al pluralismo deontico. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">L’articolo giunge così al tema dei cd. paradossi deontici: da qui, quell’ </span><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">‟</span><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">innegabile scarto tra il <em>formalismo </em>del linguaggio logico prescelto e le <em>intuizioni deontiche </em>che ciascuno di noi può provare. Proprio questo scarto, questa tensione può essere considerata causa delle difficoltà notazionali in logica deontica” (p. 12). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Le svolte degli anni ’80 sono figlie di questa <em style="mso-bidi-font-style: normal;">tensione irrisolta</em>: l’orizzonte nuovo della razionalità pratica, indica una nuova strada alla logica deontica. Nelle parole di Pizzo, L</span><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">‟</span><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">ipotesi di ricerca ha così trovato dimostrazione: la logica deontica <em>è </em>possibile nella forma di una <em>logica del linguaggio normativo</em>, la quale adopera sì ancora la comune logica enunciativa nell</span><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">‟</span><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">analisi del linguaggio normativo naturale, ma non ha una funzione «concreta» quanto «ideale». Ossia, la logica deontica così riformulata non produce più <em>obblighi reali</em>, ma solo <em>obblighi ideali</em>. In questo modo, suo compito è diventato ricercare la <em>razionalità </em>che <em>sistemi normativi ideali</em>, <em>non reali</em>, debbono possedere se vogliono avere un senso” (p.13). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Nelle curate note bibliografiche si scorrono così i principali protagonisti della rassegna novecentesca. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Ringrazio personalmente il dott. Pizzo per la disponibilità mostrata nel ri-costruire, in forma di articolo, il suo appassionato lavoro di ricerca. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Frutto più prezioso, è certamente la chiarezza nell’esposizione che dovrebbe finalmente essere alla base di una manualistica sulla logica deontica che, fino ad oggi, non ha trovato ancora, quanto a possibilità di grande diffusione a livello editoriale, lo spazio che meriterebbe. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Per leggere l&#8217;articolo, clicca qui: <span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Georgia','serif';"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2008/11/un-settore-problematico-della-logica-la-logica-deontica.pdf">UN SETTORE PROBLEMATICO DELLA LOGICA:LA LOGICA DEONTICA</a></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Georgia','serif';">***</span></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Sullo stato attuale delle Università. Per una chiusura costituzionale – di Anonimo</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Nov 2008 20:32:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[legge 133/2008]]></category>
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		<description><![CDATA[    A commento di tutte le questioni sollevate in relazione ai cd. tagli alla ricerca disposti dalla legge 133/2008, viene proposto questo “manifesto”, che riflette sul tema a partire dalla gestione della protesta, per insistere sulla necessità di portare alla luce la prospettiva costituzionale entro cui essa deve muoversi. L’autore considera che l’unico provvedimento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 10pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%;"><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://www.dti.unimi.it/immagini/campus/aula.jpg" alt="" width="304" height="310" /></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">A commento di tutte le questioni sollevate in relazione ai cd. tagli alla ricerca disposti dalla legge 133/2008, viene proposto questo “manifesto”, che riflette sul tema a partire dalla gestione della protesta, per insistere sulla necessità di portare alla luce la prospettiva costituzionale entro cui essa deve muoversi. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">L’autore considera che l’unico provvedimento che è in grado ad oggi di proteggere <em style="mso-bidi-font-style: normal;">costituzionalmente</em> l’Università è la sua <em style="mso-bidi-font-style: normal;">immediata chiusura</em>.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">Una provocazione?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: ">O una conclusione obbligata?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="mso-spacerun: yes;">Per leggere l&#8217;intervento, clicca qui: <span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Georgia','serif'; mso-bidi-font-size: 11.0pt;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2008/11/sullo-stato-attuale-delluniversita.pdf">SULLO STATO ATTUALE DELL\&#8217;UNIVERSITA\&#8217;</a></span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: "><span style="mso-spacerun: yes;">*** </span><span style="mso-spacerun: yes;"> </span></span></p>
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