<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Mosca sul cappello &#187; Featured</title>
	<atom:link href="http://moscasulcappello.com/category/featured/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://moscasulcappello.com</link>
	<description>Rivista tecnica di avanguardia nel diritto, nella politica, nelle arti</description>
	<lastBuildDate>Tue, 27 Jul 2010 07:50:10 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.0</generator>
<xhtml:meta xmlns:xhtml="http://www.w3.org/1999/xhtml" name="robots" content="noindex" />
		<item>
		<title>Staglieno o dell&#8217;industrializzazione della profanazione &#8211; di P. Becchi</title>
		<link>http://moscasulcappello.com/staglieno-o-dellindustrializzazione-della-profanazione-di-p-becchi/580/</link>
		<comments>http://moscasulcappello.com/staglieno-o-dellindustrializzazione-della-profanazione-di-p-becchi/580/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 15:07:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia e Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[genova; staglieno; tombe; profanazione; Comune; morti; Becchi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://moscasulcappello.com/?p=580</guid>
		<description><![CDATA[Staglieno o dell’industrializzazione della profanazione. Nel 1899, il becchino di Staglieno ebbe probabilmente modo di veder piangere Oscar Wilde davanti alla tomba della moglie, mentre copriva di rose scarlatte il sepolcro sul quale ancora oggi si può leggere il nome di Constance Lloyd. Mi piace pensare  che quel becchino, allora, si commosse, davanti a quella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Staglieno o dell’industrializzazione della profanazione.</em></strong></p>
<p><img class="aligncenter" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/e/ea/Genova_-_Cimitero_di_Staglieno_-_Statua_della_Fede_e_Pantheon.jpg/250px-Genova_-_Cimitero_di_Staglieno_-_Statua_della_Fede_e_Pantheon.jpg" alt="" width="250" height="333" /></p>
<p>Nel 1899, il becchino di Staglieno ebbe probabilmente modo di veder piangere Oscar Wilde davanti alla tomba della moglie, mentre copriva di rose scarlatte il sepolcro sul quale ancora oggi si può leggere il nome di Constance Lloyd. Mi piace pensare  che quel becchino, allora, si commosse, davanti a quella “<em>livella</em>” che rende tutti uguali e soli gli uomini. Oggi quelle rose non ci sono più: proprio in questi giorni, Staglieno è salito agli onori della cronaca per una serie di delitti atroci commessi da parte di sette dipendenti dell’Amministrazione Comunale in servizio al cimitero: forse già in vita volevano riservarsi quella <em>vanga d’oro</em> che Fabrizio De André avrebbe amato lasciar loro con il suo <em>Testamento</em>. Ma, credo, avrà cura &#8211; anche perché anche lui riposa qui, a Staglieno &#8211; di revocare l’annunciata disposizione.</p>
<p>Vediamo, però, di ricordare un poco i fatti. Il primo obiettivo della “<em>banda delle salme</em>”, come è stata definita, era quello di recuperare protesi dentali, anche non d’oro, e protesi ortopediche in acciaio, titanio ed altre leghe leggere pregiate, nonché di sottrarre ai cadaveri esumati anelli, collanine, monili, oggetti comunque di valore, lasciati loro addosso per ricordo dai parenti all’epoca della sepoltura. Il materiale così rimosso veniva suddiviso in bacinelle e stoccato all’interno degli armadietti degli “addetti ai lavori”. Le protesi dentarie veniva acquistate in blocco da un ex dipendente dei servizi cimiteriali del Comune, mentre, per le protesi ortopediche, ciascuno “badava al caso suo”. Quello che restava dei defunti depredati, le ossa umane spolpate, veniva poi gettato in un cassonetto della spazzatura nei pressi del Cimitero. Per secondo obiettivo, invece, i nostri si erano prefissi il recupero delle casse in legno pregiato prima della cremazione (pratica ormai molto diffusa dopo l’esumazione e largamente favorita dalle nostre leggi), in modo da rivenderle sul mercato dell’usato. Terzo obiettivo, furto di arredi di interesse storico e artistico: le lapidi più preziose venivano intenzionalmente rovinate per poterle rimuovere e rivendere i marmi pregiati sottratti. Infine, l’ operazione “<em>sogliola</em>”, ossia  la riduzione delle bare originarie in loculi di forma più contenuta, senza attendere la scheletrizzazione del cadavere, in modo da ricavare maggior spazio da vendere “<em>in nero</em>”.</p>
<p>Un’attività pianificata con tanta cura, effettuata ormai da anni, non credo neppure possa dirsi rientrante nelle fattispecie delittuose dei nostri articoli 407 ss. c.p. (i delitti contro la pietà dei defunti). Ricordo che un grande maestro del diritto criminale, il Carmignani, nel 1808 spiegava come “diversi motivi possono indurre una persona a commettere violazioni di sepolcri”: odio verso la religione “pubblica”, “fine di sortilegio”, animo di commettere privata ingiuria, “isfogo di libidine” e, infine, come ultima ragione, il fine di lucrare. Ma questa piccola impresa della profanazione agiva davvero per scopo di lucro o c’è qualcosa d’altro, di più inconsapevole, di più profondo? Non siamo certo di fronte al tipico caso di “furto” al cadavere, peccato d’umana debolezza, mi sia concesso dire pure “veniale”, se non altro perché, perlomeno, nobilitato dalla letteratura (si pensi soltanto all’ Andreuccio da Perugia del Boccaccio). Questi sciacalli pagati dal Comune (come sono tutt’ora, seppure destinati a nuove mansioni…) si erano trovati un modo di arrotondare lo stipendio non soltanto rubando, ma saccheggiando resti mortali e profanando tombe con una precisione ed un’indifferenza per i morti senza precedenti.  Si resta scossi di fronte a quello che è successo, perché la pietà verso i defunti è qualcosa che ci accomuna nella nostra appartenenza di specie. Onorare la loro memoria rientra in quelle forme di rispetto che gli uomini da sempre si riconoscono reciprocamente.</p>
<p>Ecco perché di fronte ai fatti di Staglieno ci  sarebbe da rimanere quanto meno indignati. Lasciano, pertanto, basiti le reazioni del Direttore Generale del Comune di Genova, Signora Maddalena Danzì, come riportate dalla stampa locale: «Le presunte razzie non mi colgono di sorpresa. Questi lavoratori, sempre a contatto con la morte, e addetti ad un’attività ritenuta socialmente poco qualificante, sono soggetti ad un abbruttimento psicologico». Per questa ragione c’è bisogno di una «vigilanza sanitaria del loro stato psicologico». <em>Dulcis in fundo</em>: «Personalmente comunque mi fa più orrore una turbativa d’asta, l’omissione di atti dovuti, o chi utilizza una carica pubblica per l’interesse dei terzi». Questa è la persona che sta mettendo mano alla riorganizzazione dei servizi cimiteriali genovesi?</p>
<p>Non so, sinceramente, se sia più socialmente qualificante del lavorare in un cimitero il pulire cessi in ospedali schifosi o il raccattare la <em>monnezza</em> sulle strade: sono tutte attività socialmente indispensabili, e chi le esercita va trattato con il rispetto che si deve a ciascuna persona indipendentemente dall’attività che svolga. Ma se il netturbino, invece di raccogliere la spazzatura, la gettasse per le vie? Sedute psicoanalitiche per tutti? Insomma, alla Direttrice Generale fa molto più orrore, tanto per fare un esempio concreto, la mancata contestazione di una contravvenzione stradale da parte di un vigile urbano ad un suo conoscente! Ma come è possibile – mi chiedo – che si possa considerare “<em>bagatellare</em>” la profanazione sistematica di tombe e resti mortali? Non si tratta più dell’umana, troppo umana, tentazione di sfilare il rolex d’oro che il defunto orologiaio tiene ancora al polso, compagno prediletto anche nell’eterno riposo. Siamo di fronte, come già ricordato, ad una vera e propria industria della profanazione.</p>
<p>Forse una spiegazione c’è, e si ricollega proprio a questa inedita forma di delitti. Vediamo se mi riesce in due parole di renderla comprensibile. È la nostra attuale comprensione del corpo vivo come insieme di parti scollegate tra loro, <em>Körper</em> e non <em>Leib</em>, pura materia strumento di fini a lui estrinseci, ad aver mutato anche le nostra percezione del corpo morto. Un corpo umano viene oggi programmato, già in un caso su cento, in provetta, spesso con sperma e ovuli comperati in qualche supermercato e la gravidanza viene portata avanti in un utero preso in affitto. Questa è la nascita. Poi, durante la vita, ci si ammala, è normale e la medicina postippocratica se ne fotte di guarirti. Spesso, il medico non risolve i problemi che il paziente gli pone, ma quelli che egli stesso si pone. Ai medici del Terzo Millennio interessano più le malattie che i corpi malati, i quali sono soltanto gli oggetti delle loro sperimentazioni. Tutt’al più, dietro lauto compenso, ti potranno impiantare un rene messo in vendita da qualche “buon samaritano”. Quando infine sei lì lì per tirare le cuoia e vorresti almeno andartene in santa pace, alcuni avvoltoi sono pronti a svuotarti quando sei ancora caldo di tutti i tuoi organi e tessuti ancora riciclabili. Ah, sì, cara Direttrice, se è così allora non c’è affatto di che sorprendersi per quello che è successo al cimitero: è solo il capolinea della nostra disumanizzazione.</p>
<p>Paolo Becchi</p>
<p>Università degli Studi di Genova</p>
<p>* Il presente testo costituisce la versione integrale dell&#8217;articolo apparso oggi 14 Luglio 2010 sulle pagine de &#8220;Il Riformista&#8221;.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://moscasulcappello.com/staglieno-o-dellindustrializzazione-della-profanazione-di-p-becchi/580/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Attenti al Lupo! &#8211; di Paolo Becchi</title>
		<link>http://moscasulcappello.com/attenti-al-lupo-di-paolo-becchi/563/</link>
		<comments>http://moscasulcappello.com/attenti-al-lupo-di-paolo-becchi/563/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 16 May 2010 10:35:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Becchi; crisi; finanza; speculazione; Grecia; Germania; Euro; Europa; moneta unica; mercato; piccole patrie; futures;]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://moscasulcappello.com/?p=563</guid>
		<description><![CDATA[Attenti al lupo! di Paolo Becchi Molti commentatori danno la colpa di ciò che è accaduto la settimana scorsa ai lupi della speculazione finanziaria. È una diagnosi del tutto errata, a mio avviso, che scambia l’effetto con la causa. Non è stata la speculazione a generare la crisi: al limite, ne ha semplicemente approfittato. Con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Attenti al lupo!</em></p>
<p>di Paolo Becchi</p>
<p><a href="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2009/12/PaoloBecchi-1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-478" title="PaoloBecchi proposta" src="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2009/12/PaoloBecchi-1-300x116.jpg" alt="PaoloBecchi proposta" width="300" height="116" /></a></p>
<p>Molti commentatori danno la colpa di ciò che è accaduto la settimana scorsa ai lupi della speculazione finanziaria. È una diagnosi del tutto errata, a mio avviso, che scambia l’effetto con la causa. Non è stata la speculazione a generare la crisi: al limite, ne ha semplicemente approfittato. Con strumenti finanziari come i nuovi derivati sarebbe stato sufficiente, nel giorno del tracollo delle borse, <em>shortare</em> una diecina di <em>futures</em>, per trovasi nel giro di poche ore ricchi quanto con una vincita al Totocalcio. Dalla vendita si sarebbe potuto passare all’acquisto il giorno in cui il mercato è stato “drogato” con una quantità enorme di liquidità immessa dalla BCE sul mercato: chiudendo <em>intraday</em> l’operazione si sarebbe “portato in cascina un bel po’ di fieno”, come si usa dire in borsa. Certo, bisogna avere del fegato per fare tutto quello che ho appena descritto, ma in ciò risiede l’abilità &#8211; e anche il compito stesso &#8211; dello speculatore. Si potrà, al limite, biasimare il suo comportamento (perché si è arricchito sull’impoverimento altrui) ma non accusarlo di essere all’origine di quel male. E poi, non facciamo troppo i moralisti! A far guadagni d’oro non sono solo gli speculatori, ma tutti quegli imprenditori che con un Euro sceso di valore hanno finalmente trovato una boccata d’ossigeno per l’esportazione delle loro merci. Del resto, è forse opportuno ricordare che l’Euro era stata introdotta proprio per questa ragione. La moneta unica era stata voluta soprattutto dalla Germania di Kohl, perché con il “supermarco” di allora le imprese tedesche non riuscivano ad esportare più nulla. Per questo si sono imbarcati sulla stessa barca Paesi virtuosi e meno virtuosi, solidi e meno solidi … e ora questi ultimi hanno semplicemente presentato il conto alla riluttante “Cancelliera di latta”. Tutto qui. Ma si replicherà, tornando alla speculazione: come è possibile che io possa, da casa mia e con il mio portatile, dare ordini di acquisti e di vendita sui mercati e ritrovarmi d’improvviso ricco (o in mutande …) senza avere, in definitiva, fatto niente? Basta un <em>clic</em>! Beh, sì è (più o meno) così. Questo è il capitale finanziario: il capitale ormai giunto ad un tal sviluppo che non ha neppure più bisogno del lavoro per valorizzarsi. È l’attuale <em>Weltgeist</em> del capitalismo. Ci vorrebbe forse un nuovo “spirito del capitalismo” o qualcosa di meglio del capitalismo. Ma non vedo all’orizzonte nuovi Marx. Forse basterebbe anche un Hilferding, Ministro socialdemocratico delle Finanze nella Repubblica di Weimar, autore, all’inizio del secolo scorso, di un mirabile<em> Das Finanzkapital </em>(1910). Ma noi abbiamo soltanto un branco di idioti che brancolano nel buio: i ministri finanziari europei. Prenderli tutti (compreso il nostro, e non ci venga a dire che lui, la sindrome greca, l’aveva prevista) e metterli su un treno italiano (di quelli, insomma, che non sai mai se e quando arrivano) per la Siberia e lasciarli crepare – ammesso che ci arrivino – in qualche gulag ristrutturato. Niente di tutto questo: i ministri si riuniscono in qualche casino di Bruxelles e tra un viagra e l’altro elaborano una nuova strategia che sarà “durissima” (e ti credo, a suon di pasticche di quel genere…). Insomma, con il patto di stabilità di Maastricht si era ancora fatto uso della vaselina, ma domani l’inculata sarà paragonabile a quella violenta e senza pietà di Dolmancé nei confronti di Madame de Mistival. Ma cosa c’entra il Marchese De Sade, si tratta in fondo di salvare l’Euro! Ecco, proprio qui sta il <em>busillis</em><strong>.</strong> Ci avessero chiesto di versare lacrime e sangue per i valori cristiani dell’Occidente, per la difesa della patria o dell’ambiente o persino per il comunismo (qualche nostalgico, ancora oggi, si trova sempre), insomma, se ci avessero fatto almeno balenare qualche ideale per cui valesse la pena di lottare, i sacrifici saremmo anche stati disposti a farli. Ma qui dobbiamo immolarci sull’altare dell’Euro. “E no, Signori” &#8211; risponderebbe lo speculatore &#8211; “chiedete troppo e offrite troppo poco. Non ci sto”. Certo, mi si potrebbe replicare che i sacrifici non sono per una moneta, ma per alcuni Stati che stanno rischiando il <em>default</em>. Non è bastato socializzare le perdite delle banche, di cui siamo pagando ancora il conto, che già ce ne presentano un altro, ancora più salato: il debito di alcuni Stati dell’Unione poco virtuosi sarà ripartito fra tutti i cittadini europei. Questa è sembrata la cosa più ovvia: per i nostri Ministri non ci sono alternative. Già lo si è fatto per le Banche, ora lo faremo per gli Stati. Ma è veramente così naturale questa soluzione? Immaginate che d’improvviso qualcuno ci bussi alla porta di casa e ci faccia il seguente ragionamento: “Scusa se ti disturbo, ma sono nelle canne. Ho voluto vivere al di sopra delle mie possibilità, ma ora sono nella merda fino al collo. Potresti pagarmi tutti i debiti che ho accumulato nel corso degli anni?”. Io non so voi cosa fareste. Per parte mia gli rifilerei un calcio nel sedere. Fosse un familiare, un parente, un amico o persino il mio vicino di casa, agirei diversamente, ma non mi si può chiedere di essere solidale nei verso dei completi estranei. Ebbene, è questa cosa del tutto innaturale che oggi ci viene richiesta come la cosa più normale di questo mondo. Ne va dell’Europa, ne va dell’Euro … Prima di tutto ne va di me e di chi mi sta vicino, poi di quelli a cui vorrei stare vicino. Ma allora, qual è l’alternativa? Frammentare l’Euro, frammentare l’Europa, e, perché no, frammentare l’Italia. L’unico principio attraverso il quale possiamo stringere legami, infatti, non può che essere, una volta detronizzati gli Stati Nazionali, che quello delle Piccole Patrie, fondate su quella che potrà essere una nuova massima di diritto naturale: “<em>stare con chi si vuole, stare con chi ci vuole</em>”. Ma di questa Europa evanescente e della sua moneta, ormai, ne abbiamo piena (<em>aihmè</em>! vuote …) le tasche.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://moscasulcappello.com/attenti-al-lupo-di-paolo-becchi/563/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La criminalità dei colletti bianchi &#8211; di Chiara Mirabella</title>
		<link>http://moscasulcappello.com/la-criminalita-dei-colletti-bianchi-di-chiara-mirabella/463/</link>
		<comments>http://moscasulcappello.com/la-criminalita-dei-colletti-bianchi-di-chiara-mirabella/463/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 16:37:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità; colletti bianchi; Sutherland; White-collar; criminologia; sociologia; devianza; diritto penale; chiara mirabella;]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://moscasulcappello.com/?p=463</guid>
		<description><![CDATA[L&#8217;espressione criminalità dei colletti bianchi diventò celebre grazie a E. H. Sutherland, negli Stati Uniti, nel 1939. Il capo della General Motors aveva scritto Autobiografia di un colletto bianco, dove riprendeva la distinzione tipicamente americana tra colletti bianchi e colletti blu, dando ad intendere di essere un operaio col colletto bianco. Sutherland tratta di tale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">L&#8217;espressione criminalità dei colletti bianchi diventò celebre grazie a E. H. Sutherland, negli Stati Uniti, nel 1939. Il capo della General Motors aveva scritto Autobiografia di un colletto bianco, dove riprendeva la distinzione tipicamente americana tra colletti bianchi e colletti blu, dando ad intendere di essere un operaio col colletto bianco. Sutherland tratta di tale dicotomia, rovesciando l&#8217;immagine fino ad allora prevalente e secondo la quale la criminalità era una caratteristica dei ceti popolari. Rovesciando questo stereotipo, Sutherland scrive White-collar crime, un classico della letteratura scientifica per il quale, si dice spesso, avrebbe ricevuto il Nobel della criminologia se fosse esistito un tale tipo di riconoscimento. In brevissimo tempo le analisi di Sutherland acquistano fama rilevante e danno vita ad una scuola1.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">La definizione criminalità dei colletti bianchi è riferita prevalentemente alle impunità delle alte sfere dell’economia, accusati di compiere crimini che sfuggono facilmente ai rigori della legge: nell&#8217;esercizio di molte attività tipiche dei colletti bianchi, parecchi comportamenti sarebbero oggetto di valutazioni erroneamente clementi, comprensive, innocentiste. Reati tipici della criminalità dei colletti bianchi sono la frode fiscale, la frode commerciale, la corruzione, etc. Spesso, la mancanza di un rapporto diretto tra l’autore del reato e la vittima e la difficoltà, a volte, di individuare una vittima specifica, sono fattori importanti nella valutazione sociale del reato. Un aspetto rivelatore del basso livello di reazione e censura sociale è l’uso frequente dell’aggettivo disonesto, invece che criminale, nei confronti degli autori di questi reati: il loro comportamento non viene considerato delinquenziale dalla collettività e loro stessi non si considerano delinquenti. Il diritto, in questo ambito, comporta una sorta di incertezza sul piano morale, rispetto a quei settori più tipici del diritto penale, un’incertezza che fa sorgere importanti e a volte irrisolte questioni sulla legittimazione del diritto, la sua coerenza e la sua autorità. Questi i temi che verranno affrontati nel primo capitolo2.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Nel secondo capitolo, verranno analizzate nel dettaglio, tre tipologie di reati, frequentemente commessi dagli uomini d’affari: infrazioni fiscali, corruzione, frode in danno dei consumatori. Forme criminose gravi e difficili da contestare, casi clamorosi che hanno focalizzato l’interesse dell’ opinione pubblica. Si manifesta una tendenza al traffico illecito e riprovevole delle pubbliche funzioni in cambio di vantaggi personali o di partito, con la disponibilità degli imprenditori a «soddisfare richieste per garantirsi sovvenzioni, posizioni di monopolio, aree di mercato protette». Scandali finanziari di enorme portata, che rivelano un perverso legame tra la sfera imprenditoriale e il mondo politico e il coinvolgimento di migliaia di investitori nelle vesti di parti lese. I casi successivi al crack della statunitense</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">1 E. H. Sutherland, White-collar crime, 1983, trad. it. Il crimine dei colletti bianchi a cura di Gabrio Forti, Giuffrè Editore, Milano, 1987, pp. XIII-XIX.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">2 S. P. Green, Lying, Cheating, and Stealing. A moral Theory of White-Collar Crime, 2006, trad. it. I crimini dei colletti bianchi. Mentire e rubare tra diritto e morale a cura di E. Basile, Università Bocconi Editore, Milano, 2008, pp. XV-XXI.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">3</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Enron hanno innescato un’aspra critica circa la validità e l’efficacia dei modelli di corporate governance e dei controlli da parte dei revisori contabili3.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Più recentemente la criminalità negli affari si è legata operativamente con altre forme, quali i sequestri di persona e il traffico di stupefacenti, nella gestione degli enormi capitali derivanti dalle illecite attività di organizzazioni criminali4. E’ emersa una zona grigia in cui il crimine organizzato e il crimine economico si intrecciano. Un’area in cui è molto difficile riuscire a distinguere le attività criminali e i loro autori, dalle attività legali, imprese e professionisti che operano nell’ambito della legalità. L&#8217;espansione di tale area aumenta il tasso di corruzione e sporca le economie nazionali. Ciò fa emergere il problema dell’inadeguatezza degli strumenti che normalmente vengono usati per reprimere tale criminalità e pone l’esigenza di adottare strategie e politiche adeguate a questi fenomeni e alle loro trasformazioni5. Questi argomenti verranno trattati nello svolgimento del terzo capitolo.</div>
<div>L&#8217;espressione criminalità dei colletti bianchi diventò celebre grazie a E. H. Sutherland, negli Stati Uniti, nel 1939. Il capo della General Motors aveva scritto Autobiografia di un colletto bianco, dove riprendeva la distinzione tipicamente americana tra colletti bianchi e colletti blu, dando ad intendere di essere un operaio col colletto bianco. Sutherland tratta di tale dicotomia, rovesciando l&#8217;immagine fino ad allora prevalente e secondo la quale la criminalità era una caratteristica dei ceti popolari. Rovesciando questo stereotipo, Sutherland scrive White-collar crime, un classico della letteratura scientifica per il quale, si dice spesso, avrebbe ricevuto il Nobel della criminologia se fosse esistito un tale tipo di riconoscimento. In brevissimo tempo le analisi di Sutherland acquistano fama rilevante e danno vita ad una scuola.</div>
<div>La definizione criminalità dei colletti bianchi è riferita prevalentemente alle impunità delle alte sfere dell’economia, accusati di compiere crimini che sfuggono facilmente ai rigori della legge: nell&#8217;esercizio di molte attività tipiche dei colletti bianchi, parecchi comportamenti sarebbero oggetto di valutazioni erroneamente clementi, comprensive, innocentiste. Reati tipici della criminalità dei colletti bianchi sono la frode fiscale, la frode commerciale, la corruzione, etc. Spesso, la mancanza di un rapporto diretto tra l’autore del reato e la vittima e la difficoltà, a volte, di individuare una vittima specifica, sono fattori importanti nella valutazione sociale del reato. Un aspetto rivelatore del basso livello di reazione e censura sociale è l’uso frequente dell’aggettivo disonesto, invece che criminale, nei confronti degli autori di questi reati: il loro comportamento non viene considerato delinquenziale dalla collettività e loro stessi non si considerano delinquenti. Il diritto, in questo ambito, comporta una sorta di incertezza sul piano morale, rispetto a quei settori più tipici del diritto penale, un’incertezza che fa sorgere importanti e a volte irrisolte questioni sulla legittimazione del diritto, la sua coerenza e la sua autorità. Questi i temi che verranno affrontati nel primo capitolo.</div>
<div>Nel secondo capitolo, verranno analizzate nel dettaglio, tre tipologie di reati, frequentemente commessi dagli uomini d’affari: infrazioni fiscali, corruzione, frode in danno dei consumatori. Forme criminose gravi e difficili da contestare, casi clamorosi che hanno focalizzato l’interesse dell’ opinione pubblica. Si manifesta una tendenza al traffico illecito e riprovevole delle pubbliche funzioni in cambio di vantaggi personali o di partito, con la disponibilità degli imprenditori a «soddisfare richieste per garantirsi sovvenzioni, posizioni di monopolio, aree di mercato protette». Scandali finanziari di enorme portata, che rivelano un perverso legame tra la sfera imprenditoriale e il mondo politico e il coinvolgimento di migliaia di investitori nelle vesti di parti lese. I casi successivi al crack della statunitense Enron hanno innescato un’aspra critica circa la validità e l’efficacia dei modelli di corporate governance e dei controlli da parte dei revisori contabili.</div>
<div>Più recentemente la criminalità negli affari si è legata operativamente con altre forme, quali i sequestri di persona e il traffico di stupefacenti, nella gestione degli enormi capitali derivanti dalle illecite attività di organizzazioni criminali. E’ emersa una zona grigia in cui il crimine organizzato e il crimine economico si intrecciano. Un’area in cui è molto difficile riuscire a distinguere le attività criminali e i loro autori, dalle attività legali, imprese e professionisti che operano nell’ambito della legalità. L&#8217;espansione di tale area aumenta il tasso di corruzione e sporca le economie nazionali. Ciò fa emergere il problema dell’inadeguatezza degli strumenti che normalmente vengono usati per reprimere tale criminalità e pone l’esigenza di adottare strategie e politiche adeguate a questi fenomeni e alle loro trasformazioni. Questi argomenti verranno trattati nello svolgimento del terzo capitolo.</div>
<div>Per la lettura integrale del saggio, clicca QUI: <a href="http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2009/11/Mirabella.pdf">La criminalità dei colletti bianchi.</a></div>
<div style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.libera.it/flex/images/D.88e99b94166cc2d0a788/colletti_bianchi.JPG" alt="" width="211" height="211" />***</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://moscasulcappello.com/la-criminalita-dei-colletti-bianchi-di-chiara-mirabella/463/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La critica schmittiana alla filosofia dei valori e il dibattito giusfilosofico italiano nell&#8217;immediato dopoguerra &#8211; di Paolo Becchi</title>
		<link>http://moscasulcappello.com/la-critica-schmittiana-alla-fillsofia-dei-valori-e-il-dibattito-giusfilosofico-italiano-nellimmediato-dopoguerra-di-paolo-becchi/371/</link>
		<comments>http://moscasulcappello.com/la-critica-schmittiana-alla-fillsofia-dei-valori-e-il-dibattito-giusfilosofico-italiano-nellimmediato-dopoguerra-di-paolo-becchi/371/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 05 Sep 2009 10:57:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia e Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Becchi; Schmitt; filosofia politica; tirannia dei valori; giusfilosofico; Bobbio: dopoguerra; valori; Drittwirkung; Bonn; Forsthoff; Zarka]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://moscasulcappello.com/?p=371</guid>
		<description><![CDATA[LA CRITICA SCHMITTIANA  ALLA FILOSOFIA  DEI VALORI E IL DIBATTITO  GIUSFILOSOFICO ITALIANO NELL&#8217;IMMEDIATO DOPOGUERRA Paolo Becchi 1. Premessa La fortuna che Carl Schmitt ha incontrato in Italia a partire dall&#8217;inizio degli anni Settanta pare oggi in parte incrinata dalla riproposizione del tema della sua adesione al nazismo. È questa una tendenza presente non solo nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">LA CRITICA SCHMITTIANA  ALLA FILOSOFIA  DEI VALORI E IL DIBATTITO  GIUSFILOSOFICO ITALIANO NELL&#8217;IMMEDIATO DOPOGUERRA</p>
<p align="center">Paolo Becchi</p>
<p>1. <em>Premessa</em></p>
<p>La fortuna che Carl Schmitt ha incontrato in Italia a partire dall&#8217;inizio degli anni Settanta pare oggi in parte incrinata dalla riproposizione del tema della sua adesione al nazismo. È questa una tendenza presente non solo nel nostro paese, ma anche in Francia, ed è un <em>pamphlet </em>di Yves Charles Zarka, subito tradotto in lingua italiana, che sta all&#8217;origine della nuova campagna denigratoria contro Schmitt (1 ). Beninteso, la questione del «nazismo» di Schmitt non è certo nuova e le critiche più recenti si vanno ad aggiungere alla già lunga schiera di coloro che hanno preteso di liquidare uno dei più originali pensatori del Novecento con la sua adesione al nazismo. Anche se limitata agli anni 1933-37 tale adesione non è sicuramente un «dettaglio» nella vita di Schmitt, ma appartiene  più alla sua biografia che non allo sviluppo del suo pensiero. Come ho cercato di mostrare altrove, Schmitt &#8211; allo stesso modo della madre di Amleto &#8211; voleva (e doveva) «essere lasciato esclusivamente ai propri rimorsi di coscienza» ( 2 ). Mai comunque Schmitt è stato l&#8217;ideologo del regime nazista, e spiegare, ad esempio, il criterio dell&#8217;amico-nemico come una dottrina che serviva a giustificare l&#8217;annientamento degli ebrei significa confondere il piano dei valori (nelle fattispecie quelli assolutamente più aberranti) con quello scientifico, descrittivo, quale nelle inten- zioni di Schmitt vuole esser (ed è) le distinzione amico-nemico.</p>
<p>Anche per contrastare questa ultima demonizzazione di Schmitt (fatta soprattutto  alla luce di scritti che restano del tutto  marginali nella multiforme produzione  dell&#8217;autore) vorrei soffermarmi su un suo breve scritto, ma pernulla marginale e di notevole interesse sotto il profilo squisitamente filosofico: <em>Die Tyrannei der Werte</em>, un saggio in cui Schmitt si confronta criticamente con la cosiddetta «filosofia dei valori».</p>
<p>Fornirò anzitutto qualche notizia sul testo, mi concentrerò poi sugli obiettivi polemici che stanno alla base delle riflessioni schmittiane e, dopo aver aperto un piccolo squarcio sulla filosofia del diritto italiana dell&#8217;immediato dopoguerra, tenterò di enucleare il senso profondo della critica schmittiana.</p>
<p>2. <em>La genesi del testo</em></p>
<p>Il contributo  di Schmitt apparve originariamente nel 1960 in una stampa privata di sedici pagine ed una tiratura di duecento esemplari, e raccoglieva le sue riflessioni, esposte l&#8217;anno precedente,  ad un Seminario svoltosi a Ebrach. Tali riflessioni traevano spunto da un contributo presentato in quella occasione da uno dei suoi migliori allievi: Ernst Forsthoff ( 3 ). Tra i partecipanti figurano anche filosofi di grande prestigio come, ad esempio, Joachim Ritter. Con un&#8217;ampia introduzione,  l&#8217;intervento di Schmitt fu reso pubblico solo alcuni anni dopo, nel 1967, in un volume di scritti in onore di Ernst Forsthoff ( 4 ), e nel 1979 raccolto insieme ad altri due contributi (di Eberhard  Jüngel, un importante  teologo protestante, e di Sepp Schelz, un pubblicista che è altresì curatore del volume) in un volumetto da tempo esaurito ( 5 ). Non mi risulta che il testo di Schmitt sia stato in seguito ristampato, né singolarmente, né in raccolte antologiche.</p>
<p>La traduzione italiana di questo testo sta all&#8217;origine delle recezione di Schmitt in Italia: esso apparve, infatti, nel 1970 ( 6 ), e solo due anni dopo fu pubblicata, presso il Mulino, un&#8217;importante  raccolta di scritti schmittiani, curata da Gianfranco Miglio e Pierangelo Schiera ( 7 ). Ma quella prima traduzione italiana della <em>Tirannia dei valori</em>, oltre a contenere non poche imperfezioni, non ebbe larga diffusione: pubblicata  su una rivista specialistica, la sua conoscenza non oltrepassò la ristretta cerchia degli specialisti. Una traduzione riveduta e corretta è in seguito apparsa presso l&#8217;editore Pellicani ( 8 ), ma anch&#8217;essa risulta da tempo esaurita ed una nuova traduzione, da me curata, è stata pubblicata  presso Morcelliana ( 9 ).</p>
<p>3. <em>Gli obiettivi polemici</em></p>
<p>3.1. <em>L&#8217;economicismo</em></p>
<p>Due sono gli obiettivi polemici della <em>Tirannia dei valori</em>. Il primo è l&#8217;economicismo, il secondo quell&#8217;interpretazione della Legge Fondamentale  di Bonn, come ordinamento  di valori, che si era andata formando e consolidando durante gli anni seguenti il secondo dopoguerra nella Repubblica Federale Tedesca. Cominciamo anzitutto  dal primo aspetto. Le considerazioni schmittiane del 1959 si aprono  in modo provocatorio  con una critica radicale di quello che spesso oggi nel dibattito politico viene indicato come il «pensiero unico» dell&#8217;economia di mercato.</p>
<p>Secondo la dottrina marxista, in effetti, l&#8217;intera società borghese è una società di proprietari  di denaro e merci, nelle mani dei quali tutto, uomini e oggetti, persone e cose, si trasformano  in denaro  e merce. Tutto  viene ricondotto  al mercato, dove hanno valore solamente le categorie economiche, ovvero valore [monetario],  prezzo e denaro. Tuttavia nella produzione  vi è in gioco il plus- valore. In pochi si impossessano del plus-valore, che molti altri producono  lavorando, e questi molti altri vengono frodati del plus-valore che spetta loro. V&#8217;è sempre in gioco il valore. Nessuno stupore, dirà il marxista, se la realtà di tali condizioni si riflette nelle teste degli ideologi come una filosofia dei valori ( 10 ).</p>
<p>Un  richiamo  così esplicito  al marxismo,  ribadito  nell&#8217;<em>Introduzione </em>del 1967 ( 11 ), non poteva passare inosservato, come pure la critica che in quel contesto Schmitt avanzava nei confronti del rapporto  tra struttura  economica e sovrastruttura ideologica: il modo di impostare quel rapporto era troppo semplice e, in fondo, rimaneva intrappolato  in quella stessa dimensione economicistica che il marxismo aveva preteso di criticare. Pareva quasi che Schmitt inviasse messaggi alla Sinistra e tali messaggi furono ascoltati forse in Italia ancora più che in Germania. La parola chiave fu «autonomia del politico» e nel corso degli anni Settanta autori come Johannes Agnoli, Jürgen Seifert, Ulrich K. Preuss in Germania ( 12 ), e Massimo Cacciari, Giuseppe Duso, Giacomo Marramao e Mario Tronti in Italia ( 13 )  non potevano non incontrare Carl Schmitt. Non deve dunque sorprendere  se è proprio  uno di questi autori, Giuseppe  Duso, ad occuparsi per la prima volta in Italia della <em>Tirannia dei valori</em>; ma se per questo autore «la forza del pensiero schmittiano consiste nell&#8217;indicare l&#8217;incapacità del pensiero «economicistico» di comprendere la dimensione della politica» ( 14 ),  oggi ci si potrebbe domandare se Schmitt non resti in qualche modo prigioniero della sua stessa critica quando pretende di circoscrivere l&#8217;ambito del valore alla dimensione economica. Per Schmitt il termine ha infatti assunto nella lingua tedesca una connotazione così fortemente economicistica da rendere ormai incancellabile una tale «impregnazione»: Un secolo di rapida industrializzazione ha reso il «valore» <em>(Wert</em>), nel lessico tedesco, una categoria essenzialmente economica. Nella coscienza collettiva <em>Wert </em>è oggi talmente assimilato a una accezione economica e commerciale, che questa assimilazione non si può più revocare, men che mai in un&#8217;epoca di sviluppo industriale, di incremento della ricchezza e di permanente ridistribuzione. Una teoria scientifica del valore compete alle scienze economiche. Qui ha il proprio posto una logica del valore ( 15 ).</p>
<p>Ora, nonostante  il capitalismo abbia trasformato  tutto  in merce, valore, prezzo e (soprattutto)  plusvalore, questo non ha fatto venir meno un altro uso del vocabolo «Wert» (valore). Proprio la filosofia dei valori &#8211; un orientamento di pensiero peculiarmente tedesco &#8211; dimostra che il valore è un concetto che non  conduce  inevitabilmente  all&#8217;economizzazione, e ciò indipendentemente dal giudizio che di essa si voglia dare. Almeno in parte, credo che questa critica sia legittima, anche se non coglie complessivamente nel segno. Schmitt è ben consapevole del fatto che non si possa liquidare così facilmente la filosofia dei valori. In realtà quei riferimenti iniziali a Marx erano &#8211; come bene ha colto Giano Accame nella sua presentazione &#8211; «esche abilmente gettate oltre la cerchia dei fedelissimi» ( 16 ), e non vi è dubbio che la sinistra marxista abboccò. E certo non solo per questi riferimenti. Tanto la feroce critica schmittiana del parlamentarismo, quanto la sua <em>Teoria del partigiano </em>(pubblicata nel 1963), non potevano non trovare consensi nella estrema sinistra degli anni Settanta, sia in Italia sia in Germania. Il principale obiettivo polemico della <em>Tirannia dei valori </em>non era comunque il «mercatismo» dei valori, ma la critica &#8211; tutta giuridica &#8211; di quel modo di interpretare  la  Legge Fondamentale  di Bonn che mirava alla sua applicazione diretta  da parte dei giudici. È di questa che dobbiamo  ora occuparci.</p>
<p>3.2. <em>L&#8217;applicazione diretta delle norme costituzionali</em></p>
<p>Secondo la concezione tradizionale, liberale-classica (tipica dello Stato legislativo ottocentesco), la costituzione disciplina l&#8217;organizzazione giuridica dello Stato e le relazioni di questo con i cittadini, ma non è direttamente  applicabile dai giudici nelle controversie che oppongono i cittadini fra di loro. In altri termini, anche i diritti soggettivi garantiti dalla costituzione sono «diritti pubblici», applicabili cioè dal giudice solo nei casi che oppongono un cittadino ad un potere dello Stato e non nelle controversie fra privati. Il giudice è chiamato a risolvere queste ultime applicando la legge ordinaria e non la costituzione, la quale semmai costituisce un limite al potere legislativo. Il cosiddetto «neocostituzionalismo» dei nostri giorni &#8211; si pensi esemplarmente a Robert Alexy, per rimanere nell&#8217;area culturale germanica, ma si tratta di un orientamento diffuso anche in altre aree culturali ( 17 )   &#8211; ragiona diversamente: la costituzione acquista un ruolo pervasivo nell&#8217;intera dinamica sociale e ciò significa che i «principi fondamentali», le «clausole generali», le «norme programmatiche», quelle che al tempo di Schmitt, ma anche oggi, si chiamano i «valori fondamentali», acqui- stano efficacia diretta e possono essere applicati immediatamente dai giudici per risolvere qualsiasi controversia tra i privati. Si tratta  di quella che nella cultura giuridica tedesca viene detta  <em>Drittwirkung </em>dei diritti fondamentali  e che, più in generale, ha a che fare con il processo di costituzionalizzazione delle attuali organizzazioni giuridiche. Se questo è uno dei possibili approdi dell&#8217;attuale discussione giusfilosofica, allora il discorso di Schmitt sembrerebbe <em>prima facie</em>, almeno da questo punto  di vista, aver perso di mordente.  Si potrebbe d&#8217;altro canto osservare che l&#8217;applicazione diretta della costituzione da parte di giudici comuni, strettamente intesa, è più problematica di quanto certa dottrina non pensi, ma non è su questo che intendo qui soffermarmi ( 18 ). Le riflessioni di Schmitt sulla filosofia dei valori ci fanno meglio comprendere quale sia (perlomeno nell&#8217;Europa continentale) il retroterra culturale di quel modo di pensare (il neocostituzionalismo) che sta oggi incontrando molta fortuna. Esso infatti va individuato in quelle dottrine giuridiche che nell&#8217;immediato secondo dopoguerra avevano trovato nel riferimento ai valori un modo per prendere le distanze dal giuspositivismo senza ricadere puramente  e semplicemente nelle braccia del giusnaturalismo (e che altro vorrebbe l&#8217;odierno «neocostituzionalismo»?).</p>
<p>4. <em>Il richiamo ai valori nella filosofia del diritto italiana dell&#8217;immediato secondo dopoguerra</em></p>
<p>Orbene, il punto particolarmente  interessante nel saggio di Schmitt consiste nell&#8217;aver portato alle luce il <em>background </em>filosofico che sta alle base di quelle dottrine  - vale a dire la filosofia dei valori. Una filosofia, aggiunge Schmitt, che già aveva cercato di imporsi nella cultura giuridica dopo la fine della prima guerra mondiale e nel periodo  della Repubblica  di Weimar (il pensiero non può non correre a Rudolf Smend anche se il nome non è menzionato da Schmitt), ma con scarso successo (19 ). La penetrazione dei valori nella cultura giuridica tedesca avviene solo dopo la seconda guerra mondiale; solo allora Max Scheler &#8211; per dirlo con una formula &#8211; ottenne il suo tardivo successo su Max Weber. Il problema del diritto come valore fu allora un modo per distaccarsi dal giuspositivismo senza per questo ritornare al giusnaturalismo. Se infatti in quel periodo molti autori si convertirono al giusnaturalismo &#8211; basti pensare in Germania al caso eclatante di Gustav Radbruch e in Italia ad autori come Del Vecchio, Carnelutti e Battaglia -, altri autori cercarono di rifiutare il giuspositivismo senza aderire al giusnaturalismo. Ernst-Wolfgang Böckenförde in un articolo, non ancora tradotto nel nostro paese, ha ricostruito questo aspetto per quel che riguarda la filosofia del diritto tedesca osservando come il richiamo ai valori sia da allora diventato in Germania un «locus communis» ( 20 ). Niente di paragonabile è avvenuto nel nostro paese, ma questo ha fatto dimenticare che perlomeno  sino all&#8217;inizio degli anni Cinquanta  il dibattito  sul problema  dei valori nel diritto fosse ricchissimo in Italia. Certo, all&#8217;impostazione assiologica è rimasto in seguito fedele, pur svolgendola in modo originalissimo, soprattutto Enrico Opocher, un grande maestro della filosofia del diritto italiana ( 21 ); ma prima della «svolta» analitica e realistica di una consistente parte della filosofia del diritto italiana era la filosofia dei valori ad essere vista, anche da autori che in seguito hanno avuto grande importanza per quella svolta, come una possibile risposta alla crisi del positivismo giuridico.</p>
<p>Esemplare a tale proposito è il caso di Norberto Bobbio, il padre nobile di tutta la filosofia del diritto italiana del secondo dopoguerra.  Ebbene, nella sua <em>Introduzione alla filosofia del diritto </em>del 1948, Bobbio scrive: «la filosofia è una dottrina dei valori [...] la giustizia è un valore [...] in quanto è un criterio di valutazione in base al quale noi valutiamo certi atti chiamando giusti quelli che si adeguano al valore, e ingiusti quelli che non vi si adeguano [...] La giustizia come valore è oggetto di studio di una parte delle filosofia. Questa parte della filosofia che si occupa del valore della giustizia è la filosofia del diritto» ( 22 ).  Il problema  dei valori è qui ancora così pervasivo che, secondo Bobbio, tutta la filosofia si risolve in una dottrina  dei valori. E non si può in questo contesto neppure  trascurare  di menzionare il fatto che è proprio  con Bobbio che l&#8217;approccio della filosofia dei valori penetra già negli anni Trenta nella cultura giuridica italiana attraverso un libro, <em>L&#8217;indirizzo fenomenologico nella filosofia sociale e giuridica</em>, in cui, non a caso, Bobbio prende le difese di Smend contro il «vuoto formalismo kelseniano»(!) ( 23 ).</p>
<p>Al di là di Bobbio, verrebbe da dire che per la filosofia del diritto italiana, come per quella germanica, l&#8217;appello ai valori nell&#8217;immediato secondo dopo- guerra fu un modo per uscire dalla crisi del giuspositivismo senza ricadere nel giusnaturalismo. Il problema dei valori era allora centrale non solo per Bobbio, ma anche per altri autori, che pur muovevano da orientamenti diversi, come ad esempio, Enrico Opocher ( 24 ) e il suo primo allievo, Luigi Caiani ( 25 ), Giuseppe Marchello e Luigi Bagolini (questi ultimi due, va pure ricordato, in precedenza del tutto allineati con il regime fascista) ( 26 ). Si trattò certo di una breve stagione, dal momento che già a partire dall&#8217;inizio degli anni Cinquanta Bobbio, con i suoi studi sulla scienza giuridica, cominciò a maturare una posizione che lo portò ad accettare le filosofia analitica nella sua versione neopositivistica, e debbo apertamente confessare che non risultano obiettivamente affatto chiari i motivi che, in tempi così rapidi, e soprattutto in contrasto  con le posizioni fino poco prima sostenute, lo hanno spinto ad abbracciare quel tipo di filosofia, determinando  la sua successiva decisa virata kelseniana ( 27 ). Il successivo decennio segna l&#8217;imporsi di questo orientamento di pensiero e il suo progressivo diffondersi in gran parte dell&#8217;Italia settentrionale, ad esclusione del Veneto, dove la Scuola patavina continua a seguire le orme del maestro Enrico Opocher.  Non è certo questo il luogo per ricostruire nel dettaglio la storia della filosofia del diritto di quegli anni ( 28 ); si è voluto accennare ad essa poiché oggi si continua ancora a discutere di giuspositivismo e di giusnaturalismo senza mai soffermarsi sull&#8217;esistenza di questa terza posizione- la filosofia dei valori &#8211; che non è riconducibile  né al primo né al secondo orientamento.</p>
<p>Come mai &#8211; ci si può chiedere &#8211; la critica schmittiana ai valori non ha avuto alcuna influenza sul dibattito  svoltosi in quegli anni tra i filosofi del diritto italiani? La risposta è più semplice di quanto non si creda: sull&#8217;orientamento filosofico analitico abbracciato da Bobbio si è innestata la recezione del positivismo normativistico di tipo kelseniano. Non c&#8217;era dunque alcun bisogno di ricorrere ad un pensatore così pericoloso e compromettente come Carl Schmitt per sostenere la tesi della relatività dei valori. Ma in Schmitt c&#8217;era qualcosa d&#8217;altro e di diverso, che ora cercherò di enucleare, sia pure consapevole del fatto che il discorso meriterebbe un supplemento di analisi.</p>
<p>5. <em>Il senso profondo della critica schmittiana</em></p>
<p>Il fatto che Schmitt si confronti criticamente con autori come Max Scheler e Nicolai Hartmann  - in questo in fondo consiste l&#8217;originalità del contributo schmittiano qui discusso &#8211; non significa che egli accetti la posizione weberiana. Egli ritiene però che la filosofia dei valori non rappresenti  una risposta adeguata alla teoria weberiana della relatività dei valori, secondo la quale i valori altro non sarebbero che il frutto di scelte soggettive e come tali generatori di conflitti. Max Scheler e Nicolai Hartmann  hanno cercato di sfuggire a questa soggettivizzazione, propugnando una filosofia dei valori oggettivi, ma in questo modo &#8211; secondo Schmitt &#8211; non hanno fatto altro che avviare una nuova fase dell&#8217;auto-corazzarsi nel conflitto delle valutazioni, un nuovo mezzo per aver ragione, che di certo non fa che sollevare e accrescere il conflitto. La teoria soggettiva dei valori non è superata e i valori oggettivi non sono già raggiunti solo camuffando i soggetti e occultando i titolari dei valori ( 29 ).</p>
<p>I valori, siano essi soggettivi od oggettivi, non possono essere una risposta al relativismo poiché, a ben vedere, sono essi stessi a circoscriverne lo spazio vitale. I valori non possono costituire una risposta al nichilismo poiché è dal loro inevitabile conflitto che esso si alimenta. Il valore che chiede di essere immediatamente attuato sopprime tutto ciò che gli si pone come ostacolo. Fanatismo e terrore sono l&#8217;esito inevitabile, perché ogni mezzo &#8211; e le potenzialità distruttrici offerte dalla tecnica sono oggi enormi &#8211; è legittimo per l&#8217;attuazione di un più alto valore. Schmitt può allora concludere che «è un errore rovinoso ritenere che beni e interessi, scopi e ideali [...] possano essere messi in salvo dalla ava- lutatività delle moderne scienze naturali, attraverso la loro valorizzazione» ( 30 ).</p>
<p>Spunti di notevole interesse che certo avrebbero  richiesto un approfon- dimento; ma Schmitt si limita ad esemplificare le conseguenze pratiche della logica dei valori citando  un libro che in apparenza  sembra avere ben poco a che fare con il tema e che invece, sin dal titolo, meglio di ogni altra cosa dovrebbe spiegare il senso della sua critica alla filosofia dei valori: <em>Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens </em>(<em>L&#8217;autorizzazione </em><em>all&#8217;annientamento delle forme di vita prive di valore vitale</em>)<em>, </em>un libro scritto nel 1920 da un noto giurista (Karl Binding) con un medico (Alfred Hoche) ( 31 ). E si tratta di un&#8217;opera che è ritornata  d&#8217;attualità qualche tempo  fa in Germania  nell&#8217;ambito di un accesso dibattito sulla liceità dell&#8217;eutanasia nei confronti dei neonati gravemen- te malformati e che, di recente, è stata molto opportunamente ristampata da Wolfgang Naucke ( 32 ). Già all&#8217;inizio degli anni Cinquanta quel titolo era rimasto impresso nella mente di Schmitt, come ora risulta dal suo <em>Glossarium</em>, in cui, dopo  averlo citato, aggiunge: «in esso ogni parola è totalitaria: fin da allora Orwell avrebbe dovuto accorgersi di dove viviamo, noi, ma anche lui. <em>Autorizzazione </em>all&#8217;annientamento! Forme di vita prive di valore vitale» ( 33 ).</p>
<p>Sorprende un po&#8217; sentire parlare in questo modo di totalitarismo da parte di Schmitt ed il tono nella <em>Tirannia dei valori </em>è sicuramente più pacato: il giurista e il medico non erano certo gli aguzzini di Hitler, ma anzi erano spinti da «ragioni umanitarie» (come oggi molti bioeticisti laici difensori della «qualità della vita»&#8230;), ma proprio il titolo di quel libro, al di là delle buone intenzioni dei loro autori, esemplificava perfettamente la logica micidiale del valore quando fuoriesce dall&#8217;economia e viene applicata al campo etico, politico e giuridico: la realizzazione di valori è potenzialmente distruttrice di altri valori.</p>
<p>Ma allora, se la soluzione del problema non poteva essere trovata nel richiamo ai valori, neppure a quelli oggettivi, quale alternativa ci offre lo Schmitt di quegli anni?</p>
<p>Una prima risposta &#8211; strettamente legata all&#8217;occasione da cui era scaturita la riflessione schmittiana &#8211; consiste nel contrapporre all&#8217;attuazione immediata dei valori la necessità di una loro mediazione: L&#8217;idea necessita della mediazione; e se essa compare nella nuda immediatezza o nell&#8217;auto-attuazione automatica, allora sopravviene lo sgomento, e l&#8217;infelicità è tremenda. [...] L&#8217;idea ha bisogno di mediazione, ma il valore ne ha bisogno assai più ( 34 ).</p>
<p>Se si vuole oltrepassare l&#8217;immediatezza del conflitto tra valori e tradurli in positivo non si può che percorrere la via della mediazione ( 35 ), ed è compito del legislatore stabilire «la mediazione mediante regole», mentre ciò che va evitato è «il terrore  dell&#8217;attuazione immediata ed automatica  del valore» affidata al potere dei giudici.</p>
<p>Questa sembrerebbe la conclusione, ma lo Schmitt di quegli anni sa benis- simo che la mediazione è ormai entrata in crisi, ed ecco che allora tra le righe di queste fitte pagine compare anche un altro più profondo messaggio, in parte cripticamente  affidato ad una lunga citazione di Heidegger, tratta dal saggio <em>Nietsches Wort «Gott ist tot», </em>in cui il valore viene visto come «il surrogato positivistico del metafisico» ( 36 ).</p>
<p>Un&#8217;altra frase di Heidegger &#8211; non citata da Schmitt, ma ancora più signi- ficativa per il nostro  discorso &#8211; merita qui di essere ricordata.  Essa è tratta dall&#8217;<em>Humanismusbrief </em>e riguarda proprio la filosofia dei valori: «ciò che è valutato è privato della sua dignità» ( 37 ). Ora, anche la critica di Schmitt alla filosofia dei valori comincia proprio  con un riferimento alla dignità: «vi sono uomini e oggetti, persone e cose [...] le cose hanno un valore, le persone hanno una dignità» ( 38 ). Certo, anche la dignità per Schmitt è diventata un valore &#8211; e molto tempo prima di quanto egli mostri di ritenere, del momento che, a ben vedere, è già con Kant che compare quell&#8217;accostamento -, ma per Schmitt bisogna pensare a prima, «quando la dignità non era ancora un valore, ma qualcosa di essenzialmente diverso» ( 39 ). Prima, quando?  E in che cosa consiste quella «es- senziale diversità»? Forse la risposta sta nel far riferimento al tema specifico del seminario di Ebrach, voluto da Forsthoff: «Tugend und Wert in der Staatslehre». Accostando il concetto di dignità a quello della virtù proprio  del mondo antico egli pare assumerlo come concetto ontologico e non come valore assiologico, quale sarebbe poi in seguito diventato per i moderni. Forse la risposta è da cercare in quella apertura  alla trascendenza  &#8211; resistente al processo di secolarizzazione &#8211; a cui Schmitt, non a caso proprio in quegli anni, comincia a pensare, reinterpretando con il suo celebre «cristallo» il pensiero di Hobbes ( 40 ). Come che sia è ora la <em>dignitas </em>l&#8217;ultimo possibile appiglio in una mare di valori in tempesta.</p>
<p>L&#8217;articolo è pubblicato su <strong>FILOSOFIA POLITICA </strong><strong>/ a. XXIII, n. 2, agosto 2009, pp. 253-264.</strong></p>
<p>Note:</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Una versione diversa di questo lavoro è in corso di pubblicazione in una raccolta di studi in onore di Gaetano Carcaterra. Sono grato a Emanuele Castrucci per l&#8217;attenta lettura e per i molti consigli.</em></p>
<p>1 Cfr. Y.C. Zarka, <em>Un détail nazi dans la pensée de Carl Schmitt</em>, Paris, PUF, 2005 (trad. it. a cura di S. Regazzoni, <em>Un dettaglio nazi nel pensiero di Carl Schmitt</em>, Genova, il Melangolo, 2005). Su questo libro vi è stato un vivace dibattito  che ha spinto Carlo Angelino a rincarare la dose in un libretto che raccoglie alcuni scritti antisemiti di Schmitt. Cfr. C. Angelino, <em>Carl Schmitt sommo giurista del Führer. Testi antisemiti (1933-1936)</em>, Genova, il Melangolo, 2006. Vanno peraltro qui segnalati alcuni lucidissimi scritti critici di Alain de Benoist, tra i quali <em>Carl Schmitt e la nuova caccia alle streghe</em>, in «Trasgressioni», XXII, 2007, 2, pp. 85-112 e già prima <em>L&#8217;affaire Carl Schmitt. Carl Schmitt et les sagouins. L&#8217;ahurissante campagne de diffamation</em>, in <em>L&#8217;affaire Carl Schmitt</em>, dossier spécial de la revue «Elément pour la civilisation européenne», 2003, 110, pp. 23-34.</p>
<p>2 Cfr. P. Becchi, <em>Carl Schmitt e il «tabù della regina», </em>in «nuova corrente», 119, 1997, pp. 55-80 e, più succintamente, P. Becchi, <em>Amleto. L&#8217;irruzione del dramma nella vita di Schmitt</em>, in «Diorama», n. 234, 2000, pp. 44-46.</p>
<p>3  In quell&#8217;occasione la discussione verteva intorno  al tema «Tugend  und Wert  in der Sta- atslehre». L&#8217;intervento di Schmitt fu stampato l&#8217;anno seguente con il titolo: <em>Die Tyrannei der Werte. Überlegungen eines Juristen zur Wert-Philosophie (Den Ebrachern des Jahres 1959 gewidmet von Carl Schmitt</em>, Stuttgart, W. Kohlhammer, 1960. Sull&#8217;importanza e il significato di questi seminari, in larga parta organizzati da Ernst Forsthoff, cfr. D. van Laak, <em>Gespräche in der Sicherheit des Schwei- gens</em>. <em>Carl Schmitt in der politischen Geistesgeschichte der frühen Bundesrepublik</em>, Berlin, Akademie Verlag, 1993, pp. 200-208.</p>
<p>4 Cfr. C. Schmitt, <em>Die Tyrannei der Werte</em>, in <em>Säkularisation und Utopie. Ebracher Studien. Ernst <span style="font-style: normal;"><em>Forsthoff zum 65. Geburtstag</em>, Stuttgart-Berlin-Köln-Mainz, W. Kohlhammer, 1967, pp. 37-62.</span></em></p>
<p>5  Cfr. C. Schmitt &#8211; E. Jüngel &#8211; S. Schelz, <em>Die Tyrannei der Werte</em>, hrsg. von S. Schelz, Hamburg, Lutherarisches Verlagshaus, 1979 (il testo di Schmitt è riprodotto  alle pagine 9-43).</p>
<p>6  Cfr. C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, in «Rassegna di diritto  pubblico»,  n. 1, 1970, pp. 1-28</p>
<p>7  Cfr. C. Schmitt, <em>Le categorie del &#8216;politico&#8217;</em>, a cura di G. Miglio e P. Schiera, Bologna, Il Mulino, 1972.</p>
<p>8 Cfr. C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, Roma, Antonio Pellicani, 1987, 19882, 1996 (ristampa).</p>
<p>9  Cfr. C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, a cura di P. Becchi, Brescia, Morcelliana, 2008. Le citazioni che seguono del testo schmittiano provengono da questa edizione. Contemporaneamente è uscita un&#8217;altra traduzione presso Adelphi, curata da Giovanni Gurisatti, con un saggio di Franco Volpi.</p>
<p>10 C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, cit., pp. 4950.</p>
<p>11 C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, cit., pp. 26-27: «economia, mercato e borsa sono diventati il terreno  di tutto  ciò che v i e n e  d e t t o  i n  m o d o  s p e c i f i c o  u n  v a l o r e .  S u  q u e s t o  terreno economico, ogni &#8220;valore&#8221; extra-economico, per elevato che sia, vale solo come una sovrastruttura, che viene contemplata dalla legge del suolo. <em>Superficies solo cedit. </em>Questo non è marxismo, ma soltanto un dato di fatto, al quale il marxismo può allacciarsi con successo». Che il marxismo si sia attaccato con successo a questa realtà non impedisce però di osservare che qui Schmitt sta indub- biamente civettando con il marxismo.</p>
<p>12  J. Agnoli, <em>Die Transformation der Demokratie</em>, Berlin, Voltaire Verlag, 1967 (trad. it. <em>La trasformazione della democrazia</em>, Milano, Feltrinelli, 1969; J. Agnoli, <em>Der Staat des Kapitals</em>, in <em>Überlegungen zum bürgerlichen Staat</em>, Berlin, K. Wagenbach, 1975 (trad. it. <em>Lo stato del capitale</em>, Milano, Feltrinelli, 1978); U.K. Preuss, <em>Legalität und Pluralismus. Beiträge zum Verfassungsrecht der Bundesrepublik Deutschland</em>, Frankfurt  a.M., Suhrkamp, 1973; e, con riferimento alla Scuola di Francoforte,  l&#8217;ampio dibattito  suscitato dalle tesi di E. Kennedy, <em>Carl Schmitt und die «Frank- furter Schule». Deutsche Liberalismuskritik im 20. Jahrhundert</em>, in «Geschichte und Gesellschaft»,1986, 12, pp. 380-419. Ma Schmitt influenzò anche la socialdemocrazia tedesca attraverso autori, ad esempio, come Ernst-Wolfgang  Böckenförde e Karl-Heinz Ilting. Su quest&#8217;ultimo si veda P. Becchi, <em>Paradigmi perduti: Karl-Heinz Ilting in dialogo con i suoi autori</em>, Napoli, Bibliopolis, 2005, pp. 21-74.</p>
<p>13  Cfr. M. Cacciari, <em>Dialettica e critica del Politico. Saggio su Hegel</em>, Milano, Feltrinelli, 1978; G. Marramao, <em>Il Politico e le trasformazioni</em>, Bari, De Donato, 1979; M. Tronti, <em>Sull&#8217;autonomia del politico</em>, Milano, Feltrinelli, 1977. Fondamentale è poi un libro che raccoglie gli Atti di un Conve- gno tenutosi nel 1980, curato da Giuseppe Duso, <em>La politica oltre lo stato: Carl Schmitt</em>, Venezia, Arsenale Cooperativa Editrice, 1981 (con contributi di P. Schiera, M. Tronti, G. Miglio, G. Duso, G. Marramao, A. Brandalise, A. Biral, C. Galli, G. Zaccaria e M. Montanari). Notizie più precise e dettagliate in C. Galli, <em>Carl Schmitt nella cultura italiana (1924-1978): storia, bilancio, prospettive di una presenza problematica</em>, in «Materiali per una storia della cultura giuridica», 1979, n. 1, pp. 81-160. Il tempo del flirt della sinistra con Carl Schmitt è certo da tempo finito, soppiantato in parte dall&#8217;odierno «neocostituzionalismo» e dalla connessa retorica sui diritti umani: Habermas <em>docet</em>!</p>
<p>14 Cfr. G. Duso, <em>Tirannia dei valori e forma politica in C. Schmitt</em>, in «Il Centauro», n. 2, 1981, pp. 157-165. La stessa rivista ha ospitato in seguito sul tema pure un contributo  di R. Racinaro, <em>Esistenza e decisione in Carl Schmitt </em>(1986), in <em>La crisi del politico. Antologia de «Il Centauro», </em>a cura di D. Gentili, Napoli, Guida, 2007, pp. 377-416.</p>
<p>15 C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, cit., p.26.</p>
<p>16 C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, cit., pp. 12-13.</p>
<p>17  Secondo Alexy non si potrebbe  giustificare alcuna decisione giuridica se non facendo ri- corso in ultima istanza a valori morali, poiché tra diritto  e morale vi sarebbe  una connessione necessaria sia sul piano concettuale che su quello normativo. Cfr. <em>Begriff und Geltung des Rechts </em>(1992), trad. it. <em>Concetto e validità del diritto</em>, introduzione  di G. Zagrebelsky, Torino, Einaudi,1997. Per la recezione di Alexy in Italia cfr. G. Bongiovanni, <em>Teorie «costituzionalistiche» del diritto. Morale, diritto e interpretazione in R. Alexy e R. Dworkin</em>, Bologna, Clueb, 2001. Il dibattito  sul neocostituzionalismo è amplissimo. Nel nostro paese l&#8217;autore, tra i giuristi, forse più rappresenta- tivo di questo orientamento  è Gustavo Zagrebelsky, <em>Manuale di diritto costituzionale I</em>: <em>Il sistema delle fonti del diritto</em>, Torino, UTET, 1991, p. 105: «Dove la struttura  della norma costituzionale è sufficientemente completa per poter valere come regola di casi concreti, essa deve essere uti- lizzata direttamente  da tutti i soggetti dell&#8217;ordinamento giuridico, siano essi giudici, la pubblica amministrazione, i privati». Per una prima caratterizzazione del neocostituzionalismo in generale cfr. P. Comanducci, <em>Forme di (neo)costituzionalismo</em>: <em>una ricognizione metateorica</em>, in AA.VV., <em>Neo- costituzionalismo e tutela (sovra)nazionale e diritti fondamentali</em>, a cura di T. Mazzarese, Torino, Giappichelli, 2002, pp. 71-94</p>
<p>18  Osservazioni interessanti in merito si trovano in R. Guastini, <em>Lezioni di teoria del diritto e dello Stato</em>, Torino,  Giappichelli,  2006, che giunge alla seguente conclusione: «l&#8217;applicazione diretta della costituzione costituisce, banalmente, <em>disapplicazione </em>(omessa applicazione) della legge regolatrice della fattispecie. E la disapplicazione della legge costituisce violazione di legge, ai sensi dell&#8217;art. 111, comma 7, cost., ed è motivo di ricorso per cassazione» (p. 279). Sull&#8217;argomento qui discusso si vedano le pp. 239-279. Da vedere anche la dispensa universitaria di E. Castrucci, <em>Per una critica del potere giudiziario: sugli articoli 101 e 104/1 della Costituzione</em>, Firenze, Editing, 2007, in cui apertamente  si sostiene che non è compito della magistratura, nei nostri sistemi giuridici, l&#8217;attuazione diretta della costituzione. Nella letteratura  internazionale si veda almeno R. Hirschl, <em>Towards Juristocracy</em>. <em>The Origins and Consequences of the New  Constitutionalism</em>, Cambridge (Mass.-London), Harvard University Press, 2004.</p>
<p>19   C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, cit., p. 21: «Già nel periodo precedente alla Prima guerra mondiale si era tentata una «Riabilitazione della virtù» nella cosiddetta «filosofia dei valori» (Max Scheler 1913). Dopo di essa, concetti e ragionamenti propri della filosofia dei valori penetrarono nella dottrina  dello Stato e del diritto  costituzionale della costituzione di Weimar (1919-1933), nel tentativo di reinterpretare  la costituzione e i suoi diritti fondamentali facendoli rientrare in un sistema di valori. Tuttavia all&#8217;epoca la giurisprudenza aveva ancora qualche riserva. Solo dopo la Seconda guerra mondiale i tribunali tedeschi hanno fondato ampiamente le loro sentenze su pro- spettive proprie della filosofia dei valori».</p>
<p>20  Cfr. E.-W. Böckenförde, <em>Zur Kritik der Wertbegründung des Rechts </em>(1987), ora in E.-W. Böckenförde, <em>Recht, Staat, Freiheit. Studien zur Rechtsphilosophie, Staatstheorie und Verfassungs- geschichte</em>, Frankfurt  a.M., Suhrkamp,  1991, pp. 67-91. È abbastanza  sorprendente  che questo articolo non sia stato ancora tradotto in italiano, nonostante la fortuna che questo autore sta attual- mente incontrando anche nel nostro paese. Qui ci si riferisce a opere di Helmut Coing, Karl Brin- kmann, Erich Fechner, H. Henkel e all&#8217;imprescindibile interpretazione  del primo articolo della Legge Fondamentale di Bonn data da Günter Dürig e da altri autori (<em>op. cit.</em>, p. 68).</p>
<p>21 Cfr. E. Opocher, <em>Lezioni di filosofia del diritto</em>, Padova, Cedam, 1993 (ma la prima edizione risale al 1949). All&#8217;approfondimento del diritto come valore Opocher  non è mai venuto meno. Di particolare rilievo al riguardo sono le sue <em>Lezioni metafisiche sul diritto</em>, risalenti agli anni 1966-1967 e 1967-1968, e recentemente  pubblicate  da uno dei suoi allievi, Franco Todescan (Padova, Cedam, 2005). A p. 38, significativamente, si legge: «Noi non possiamo vivere senza dare un signi- ficato all&#8217;esistenza: questo è il punto fondamentale e questa è la radice fondamentale dei valori. Che poi questi valori si possano rappresentare nei più diversi modi come idee, come concetti, addirittu- ra come entità platoniche, questo attiene ai vari modi attraverso i quali noi possiamo rappresentarci questa particolare esperienza e questa particolare situazione; quello che conta è tener presente che non è possibile vivere senza attribuire un significato alla vita, non è possibile esistere senza dare un senso oggettivo all&#8217;esistenza. La radice prima dei valori è proprio  l&#8217;esigenza di dare questo senso all&#8217;esistenza. Il diritto in quanto valore esprime quest&#8217;esigenza&#8230;».</p>
<p>22 N. Bobbio, <em>Introduzione alla filosofia del diritto</em>, Torino, Giappichelli, 1948, pp. 50-51. Cfr. già prima <em>Lezioni di filosofia del diritto</em>, Torino, Giappichelli, 1945, pp. 66-67. Si veda anche N. Bobbio, <em>Filosofia del decadentismo</em>, Torino, Chiantore, 1944, pp. 107-124.</p>
<p>23 Cfr. N. Bobbio, <em>L&#8217;indirizzo fenomenologico nella filosofia sociale e giuridica</em>, Torino, Istituto Giuridico  della R. Università, 1934, p. 63: «lo storico, anziché indignarsi col Kelsen contro  lo Smend, non può non intendere e giustificare il valore storico di una reazione al vuoto formalismo kelseniano, reazione compiuta attraverso una previa accettazione della realtà spirituale che sola dà vita e significato alle pure forme del dovere astratto». Nel 1937 Bobbio è a Berlino, dove conclude uno studio, che apparirà l&#8217;anno seguente, dedicato a Max Scheler, <em>La personalità di Max Scheler</em>, in«Rivista di Filosofia», XXIX, 1938, pp. 97-126. Per uno sguardo d&#8217;insieme su questa fase del pen- siero bobbiano cfr. E. Lanfranchi, <em>Un filosofo militante</em>. <em>Politica e cultura nel pensiero di Norberto Bobbio</em>, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, pp. 25-54.</p>
<p>24 Merita in questo contesto ricordare che Opocher nel 1951 scriveva: «il problema del valore giuridico&#8230;è sempre in prima linea nella speculazione filosofico-giuridica italiana», anche se ormai era evidente la frattura che si andava consumando (con la svolta in senso relativistico di Bobbio) e di cui proprio Opocher  fu il primo a rendersi conto. Cfr. E. Opocher,  <em>Considerazioni sugli ultimi sviluppi della Filosofia del diritto italiana</em>, in «Rivista internazionale di filosofia del diritto», XX- XIII, 1951, pp. 40-57. Nel 1955 Opocher  dedicherà largo spazio ad un confronto critico con le posizioni di Bobbio nelle sue <em>Lezioni di filosofia del diritto</em>, raccolte da L. Caiani e R. Piovesan, Pa- dova, Cedam, 1955, pp. 79-100, una critica che poi sarà in seguito sempre ripresa (cfr. E. Opocher, <em>Lezioni di filosofia del diritto</em>, Padova, Cedam, 1983, in particolare pp. 251-254). Illuminante sulla prospettiva filosofica di Opocher il saggio di M.A. Cattaneo, <em>Verità e valori nell&#8217;esperienza giuridica</em>, in «Sociologia del diritto», n. 2, 1984, pp. 79-90.</p>
<p>25  Due volumi di Luigi Caiani, che restano ancora oggi fondamentali per la ricostruzione di quel periodo devono qui essere menzionati: <em>I giudizi di valore nell&#8217;interpretazione  giuridica</em>, Pado- va, Cedam, 1954 e <em>La filosofia dei giuristi italiani</em>, Padova, Cedam, 1955.</p>
<p>26  Cfr. L. Bagolini, <em>Problema del valore in alcuni recenti scritti filosofici e giuridici</em>, in «Rivista internazionale di filosofia del diritto», XXVI, 1949, pp. 465-475; <em>Aspetti della critica dei valori eti- co-giuridici nel pensiero contemporaneo</em>, in «Rivista internazionale di filosofia del diritto», XXVII,1950, pp. 235-267; <em>Giustizia e visioni del mondo</em>, in «Rivista internazionale di filosofia del diritto», XXX, 1953, pp. 404-409. L&#8217;importanza di Bagolini non era sfuggita a Corrado Rosso in un&#8217;opera che apparve litografata nel 1949 e a stampa nel 1973 e che resta ancora oggi fondamentale: C. Rosso, <em>Figure e dottrine della filosofia dei valori</em>, Napoli, Guida, 1973, pp. 364-377 (la discussione di Bagolini). Interessante  anche il dibattito  sui valori tra Augusto Guzzo e Uberto  Scarpelli in«Filosofia», 1962, 13, pp. 107-131. Di Marchello cfr. <em>L&#8217;utilitarismo simpatetico di Adam Smith e il fondamento della ragione pratica</em>, Torino, 1953 e <em>Sul diritto naturale vigente</em>, Milano, 1953.</p>
<p>27 Anche la recente bella monografia di Portinaro non mi sembra offrire una risposta esaustiva in merito. Cfr. P.P. Portinaro, <em>Introduzione a Bobbio</em>, Roma-Bari, Laterza, 2008, pp. 40-53.</p>
<p>28  Un&#8217;impostazione assiologica ai problemi della filosofia del diritto è certo anche presente nell&#8217;approccio onto-fenomenologico di Sergio Cotta e di molti suoi allievi (a cominciare da Bruno Romano) e non è forse un caso se una delle monografie dedicate a Max Scheler sia scaturita pro- prio dai loro insegnamenti. Cfr. C. Menghi, <em>Valore e diritto nel pensiero di Max Scheler</em>, Milano, Giuffrè, 1979.</p>
<p>29 C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, cit., p.59.</p>
<p>30 Ivi, p.36.</p>
<p>31  Qualche anno dopo, nella <em>Theorie der Partisanen</em>, dopo aver nuovamente citato l&#8217;opera di Binding e Hoche, Schmitt prosegue osservando come quella applicazione pratica «già si annuncia contemporaneamente, e con lo stesso candore, nel punto  di partenza teorico di H. Rickert» (C. Schmitt, <em>Theorie der Partisanen </em>(1963), trad. it. <em>Teoria del partigiano</em>, a cura di A. De Martinis, Milano, il Saggiatore, 1981; il riferimento alla <em>Tirannia dei valori </em>è a p. 85). La <em>Teoria</em><em> del partigiano </em>è stata di recente ripubblicata per i tipi di Milano, Adelphi, 2005, a cura di F. Volpi.</p>
<p>32 Cfr. K. Binding &#8211; A. Hoche, <em>Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens. Ihr Mass und ihr Ziel </em>(1920), Neuausgabe mit einer Einführung  von W. Naucke, Berlin, Berliner Wissen- schaftsverlag, 2006.</p>
<p>33  C. Schmitt, <em>Glossarium. Aufzeichnungen der Jahre 1947-1951 </em>(1991), trad. it. <em>Glossario</em>, a cura di P. Dal Santo, Milano, Giuffrè, 1991, p. 418 (la glossa è datata 2 maggio 1950).</p>
<p>34 C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, cit., p. 67.</p>
<p>35  Cfr. C. Galli, <em>Genealogia della politica: Carl Schmitt e la crisi del pensiero politico moderno</em>, Bologna, Il Mulino, 1996, pp. 3-175.</p>
<p>36 M. Heidegger, <em>Nietsches Wort «Gott ist tot», </em>in <em>Holzwege</em>, Frankfurt a.M., V. Klostermann, 1950, p. 210 (trad. it. <em>Sentieri interrotti</em>, a cura di P. Chiodi, Firenze, La Nuova Italia, 1968, p. 208).</p>
<p>37 M. Heidegger, <em>Über den «Humanismus», </em>in <em>Platons Lehre von der Wahrheit</em>, Bern, Francke, 1947, 19542, p. 99 (trad. it. <em>La dottrina di Platone sulla verità</em>, a cura di A. Bixio e G. Vattimo, To-rino, SEI, 1975, pp. 116-117). E Heidegger, molto incisamente, prosegue: «qualcosa che è stimato come valore è valorizzato e ammesso solo come oggetto della valutazione dell&#8217;uomo [...]. Ogni valorizzare è una soggettivizzazione, anche quando valorizza positivamente. Esso non lascia essere l&#8217;essente, ma prendendolo  solo come oggetto della propria attività, lo fa «valere». La strana preoc- cupazione di provare l&#8217;oggettività dei valori, invero non sa quel che fa. E proclamare «Dio» come il «valore più alto», significa degradare la sua essenza. Pensare in termini di valori, è, in questo caso e in ogni altro, la maggior bestemmia che si possa pensare contro l&#8217;Essere». La critica alla filosofia dei valori è già presente nelle ultime pagine di un corso di lezioni risalente al 1935, ma pubblicato nel 1953: <em>Einführung in die Metaphysik</em>, Tübingen,  Max Niemeyer, 1953, pp. 151-152 (trad. it. <em>Introduzione alla metafisica</em>, a cura di G. Masi, presentazione di G. Vattimo, Milano, Mursia, 1968, 1972, pp. 203-204).</p>
<p>38 C. Schmitt, <em>La tirannia dei valori</em>, cit., p. 48.</p>
<p>39 Ivi, p. 71.</p>
<p>40  Cfr. C. Schmitt, <em>Die vollendete Reformation. Bemerkungen und Hinweise zu neuen Levia- than-Interpretationen</em>, in «Der Staat», 1965, n. 1, pp. 51-69; trad. it. <em>Il compimento della riforma</em>, in C. Schmitt, <em>Scritti su Thomas Hobbes</em>, Milano, Giuffrè, 1986, pp. 159-190.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://moscasulcappello.com/la-critica-schmittiana-alla-fillsofia-dei-valori-e-il-dibattito-giusfilosofico-italiano-nellimmediato-dopoguerra-di-paolo-becchi/371/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Paolo Becchi l’etica alla prova</title>
		<link>http://moscasulcappello.com/paolo-becchi-l%e2%80%99etica-alla-prova/347/</link>
		<comments>http://moscasulcappello.com/paolo-becchi-l%e2%80%99etica-alla-prova/347/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2009 07:49:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Becchi; dignità umana; Morcelliana; Galletta; Volti&risvolti; Il Secolo XIX; bioetica; Jonas; katéchon; DI.GI.TA; testamento biologico]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://moscasulcappello.com/?p=347</guid>
		<description><![CDATA[Paolo Becchi l’etica alla prova da &#8220;Il Secolo XIX&#8221;, 30 luglio 2009, p. 15 Intervista di&#124; Giuliano Galletta. LA BIOETICA è una frontiera in cui si incontrano e si scontrano visioni del mondo, interessi politici ed economici, passioni e sentimenti fra i più profondi. E’ un territorio reso sempre più strategico dallo sviluppo di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Paolo Becchi l’etica alla prova</h1>
<p><span class="date">da &#8220;Il Secolo XIX&#8221;, 30 luglio 2009, p. 15</span></p>
<div>Intervista di| Giuliano Galletta.</div>
<div id="articolo_artcontent">
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.morcelliana.it/esy/objects/images/b_36921.jpg" alt="" /></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;">LA BIOETICA è una frontiera in cui si incontrano e si scontrano visioni del mondo, interessi politici ed economici, passioni e sentimenti fra i più profondi. E’ un territorio reso sempre più strategico dallo sviluppo di un sistema tecnologico-scientifico che ha messo le mani dentro l’uomo, per salvarlo, ma anche per manipolarlo. Una situazione che fa nascere interrogativi del tutto inediti a cui spesso gli strumenti della cultura stentano a dare risposte convincenti.</p>
<div id="banner_little_box"><a href="http://adv.ilsole24ore.it/5c/ilsecoloxix.ilsole24ore.com/08/ros/5938842/VideoBox_180x150/OasDefault/default/empty.gif/39373432613562623439636238646130" rel="nofollow"  target="_top"><img src="http://adv.ilsole24ore.it/5/ilsecoloxix.ilsole24ore.com/08/ros/5938842/VideoBox_180x150/OasDefault/default/empty.gif/39373432613562623439636238646130" border="0" alt="" width="2" height="2" /></a></div>
<p><span class="highlight">Paolo</span> <span class="highlight">Becchi</span>, 54 anni, filosofo del Diritto, docente all’Università di Genova nel dipartimento di cultura giuridica che porta il nome di Giovanni Tarello, studioso e traduttore di Hans Jonas, cerca di trovare qualcuna di queste risposte. Lo ha fatto qualche mese fa con il libro “Morte cerebrale e trapianto di organi” (Morcelliana, pagine 200, euro 12,50) che, recensito in prima pagina dall’Osservatore Romano, ha dato origine ad un acceso dibattito in ambito cattolico, e adesso lo fa con “Il principio dignità umana” (Morcelliana editore, 123 pagine, 12 euro).</p>
<p>Nel volume, <span class="highlight">Becchi</span> ricostruisce in modo chiaro e sintetico la storia di un concetto che ha le sue origini nel mondo romano ma che ha trovato la sua più ampia applicazione nella seconda metà del XX secolo quando diventa uno dei cardini giuridici di molte costituzioni, tra cui quella tedesca, nata dalla tragedia della Seconda guerra mondiale e dall’orrore dell’Olocausto, ma anche nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Ma l’idea di dignità umana è tutt’altro che scontata, in continua evoluzione e ben lontana dall’essere condivisa e meno che mai praticata.</p>
<p><strong>Il “principio dignità umana” presuppone necessariamente una nozione di natura umana?</strong></p>
<p>«Dipende dalla nozione di dignità umana che si sostiene. Come ho infatti cercato di mostrare nel mio libro l’idea di dignità umana presenta molteplici aspetti € c’è oggi persino chi afferma che l’uomo è antiquato &#8211; e non con l’angoscia disperante di Günther Anders &#8211; e difende una dignità postumana. Non vi è dubbio che stiamo avanzando sempre di più verso modelli di esistenza postumana &#8211; postorganico. cyborg, bionico &#8211; che stanno fortemente erodendo il concetto stesso di natura umana. Ecco perché la “questione antropologica” è ritornata prepotentemente alla ribalta. Ritengo che sia necessario frenare, trattenere, arginare questo movimento di dissoluzione dell’<span>humanitas</span> e vedo, per certi versi, proprio nel principio della dignità umana una ritraduzione in termini laici del <span>katéchon</span>, ciò che trattiene, di cui parlava San <span class="highlight">Paolo</span> nella “Lettera ai Tessalonicesi”. Salvaguardare la dignità umana nell’epoca postmoderna significa opporsi all’avvento del “paradiso artificiale” prodotto dalla manipolazione genetica dell’uomo».</p>
<p><strong>Che differenza c’è fra l’uso giuridico del concetto di dignità umana e quello di diritti umani?</strong></p>
<p>«La categoria dei diritti umani viene oggi spesso utilizzata in ambito laico, mentre l’idea di dignità umana &#8211; perlomeno nel nostro Paese &#8211; è ancora in larga parte appannaggio della Chiesa cattolica. Il laico preferisce ragionare in termini di diritti, ma i diritti umani privati del principio della dignità umana non hanno alcun fondamento. Questo risulta particolarmente evidente nella Costituzione della Repubblica federale tedesca, per la quale la dignità costituisce una sorta di<span>Grundnorm <span>(norma fondamentale) posta al vertice dell’intero ordinamento. La Costituzione italiana è invece fondata sul lavoro. Non è pertanto casuale che la Corte Costituzionale abbia fatto sinora un uso piuttosto prudente della nozione di dignità umana. Al contrario nella giurisprudenza ordinaria sono molteplici le pronunce in cui si fa riferimento alla dignità umana, ma i giudici, in sintonia con la Corte che insiste sulla dimensione sociale della dignità, si sono, fino a poco tempo fa, si sono preoccupati soprattutto di garantire la dignità del lavoratore. E’ solo di recente che l’attenzione si è spostata in altri ambiti, come ad esempio sul diritto del paziente alla libertà di cura, includendo in questa anche la possibilità di chieder l’interruzione di trattamenti salvavita nel rispetto appunto della dignità del paziente. Ma come si sa su questo il dibattito è aperto e molto ci sarebbe da dire sul disegno di legge sul testamento biologico &#8211; di cui oggi quasi nessuno più parla &#8211; in discussione alla Camera».</span></span></p>
<p><strong>Ritiene che sul “principio dignità umana” sia possibile una convergenza etica fra credenti e non credenti?</strong></p>
<p>«Lo auspico, poiché sono convinto che la religione non riguardi soltanto la coscienza privata degli individui ma possa offrire un valido contributo allo sviluppo della società civile. Bisogna tuttavia sciogliere il nodo della dignità umana. Sin dalle origini si fronteggiano due diverse accezioni. Da un lato la dignità come “dote” di ciascun essere umano &#8211; dal concepimento persino oltre la morte naturale &#8211; dall’altro la dignità è connessa al dispiegarsi delle capacità di ogni individuo e alla rappresentazione che ciascuno intende dare di sé nella società. Un’idea, quest’ultima, che ha a che fare con l’autonomia, l’autodeterminazione degli individui. Alla prima accezione si aggrappano i credenti, alla seconda i non credenti, non vedendo né gli uni né gli altri, che c’è bisogno di un’idea di dignità umana che sappia integrare le due concezioni».</p>
<p><strong>Qualche esempio?</strong></p>
<p>«Una difesa integrale della sacralità della vita umana lega troppo strettamente la dignità al diritto alla vita, ma la dignità è un principio superiore alla vita stessa; d’altronde se si insiste esclusivamente sull’autonomia degli individui c’è il rischio di trascurare tutte quelle situazioni in cui l’essere umano non è ancora o non è più in grado di esprimere le proprie capacità. È questo il nodo da sciogliere e non si tratta certo di un’impresa facile».</p>
<p><strong>Pensa che le biotecnologie e anche la robotica stiano mettendo in discussione la stessa idea di umano che ci ha accompagnato da Greci fino ad oggi?</strong></p>
<p>«Come ho detto all’inizio temo di sì. Beninteso non si possono condannare e biotecnologie se ci aiutano a sconfiggere le malattie o a vivere meglio con l’aiuto di organi artificiali, l’imporrtante è che non ci trasformino in animali da allevamento. Noi, soprattutto, non abbiamo il diritto di privare le generazioni future della conditio humana creando, attraverso le manipolazioni dell’ingegneria genetica, una nuova specie, postumana. Per contrastare il rischio della dissoluzione della specie umana, la religione, anche nella forma della teologia negativa, diventa nuovamente rilevante. Come ci ammonisce Hans Jonas, anche se Dio è morto dobbiamo continuare a concepire l’uomo “a sua immagine e somiglianza”».</p>
<p><span>galletta@ilsecoloxix.it</span></p>
<p><span><br />
</span></div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://moscasulcappello.com/paolo-becchi-l%e2%80%99etica-alla-prova/347/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il diario intimo di Sally Mara &#8211; C. Montanari</title>
		<link>http://moscasulcappello.com/il-diario-intimo-di-sally-mara-c-montanari/339/</link>
		<comments>http://moscasulcappello.com/il-diario-intimo-di-sally-mara-c-montanari/339/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2009 18:07:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Queneau; il diario intimo di Sally Mara; Sally Mara; Irlanda; Raymond]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://moscasulcappello.com/?p=339</guid>
		<description><![CDATA[Recensione a R. QUENEAU Il diario intimo di Sally Mara di Caterina Montanari Non si perda tempo indugiando nel dubbio se Sally sia una mente infantile o un’esperta conoscitrice del mondo, se sia demente o geniale, buona o cattiva; si approfitti del miscuglio che, pur così eterogeneo e contrastante, la rende unica, senza troppi approfondimenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://img2.libreriauniversitaria.it/BIT/232/9788807812323g.jpg" alt="" /></p>
<p class="MsoNormal" align="center">Recensione a R. QUENEAU</p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong>Il diario intimo di Sally Mara</strong></p>
<p class="MsoNormal" align="center">di Caterina Montanari</p>
<p class="MsoNormal">Non si perda tempo indugiando nel dubbio se Sally sia una mente infantile o un’esperta conoscitrice del mondo, se sia demente o geniale, buona o cattiva; si approfitti del miscuglio che, pur così eterogeneo e contrastante, la rende unica, senza troppi approfondimenti psicologici, ( almeno apparentemente ) il che<span> </span>non costituisce impedimento per l’analisi socio-culturale messa ironicamente in atto dall’autore, del cui modus scribendi, Italo Calvino ha scritto: “in Queneau anche le cose più calcolate hanno l’aria d’esser buttate lì sbadatamente.”</p>
<p class="MsoNormal">Sono veramente così gli Irlandesi? Il loro sistema digestivo è così diverso dal nostro, il loro fegato e le loro viscere hanno davvero un che di extraterrestre per poter assumere tali quantità di “uischi, aringhe, formaggio e torte di alghe? Inutile chiederselo, meglio senz’altro godersi la grottesca descrizione parodistica di questo scenario squallido, traboccante di nonsense, dove i personaggi oscillano tra il comportamento animalesco e la disinvoltura di dialoghi quasi filosofici.</p>
<p class="MsoBodyText">I classici retaggi sociali non sembrano valere in quest’Irlanda degli anni Trenta, almeno non per più del tempo necessario a smascherarli; situazioni comunemente intese come imbarazzanti vengono gestite in maniera spontanea; comportamenti deplorevoli e crimini di gravissima entità si risolvono attraverso reazioni semplici, incuranti, al limite dell’assurdo.</p>
<p class="MsoNormal"><em><span>”- Ah! -<span> </span>ho esclamato.<span> </span>– Allora non ci credi neanche tu che Joël sia un vampiro? </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Sono degli incapaci. Non arrestare nessuno, lo capirei, ma arrestare un innocente! </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Sei sicuro che sia innocente? </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Supersicuro. </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>Brani dell’</span></em><span>Odissea</span><em><span>, dell’</span></em><span>Edipo re</span><em><span>, della</span></em><span> Canzone di Orlando</span><em><span> e degli altri </span></em><strong><span>romanzi gialli</span></strong><em><span> che avevo letto mi affollavano il cervello e mi permettevano di issarmi all’altezza della situazione.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Papà, puoi procurargli un alibi? </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- No davvero. </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Come provare la sua innocenza? </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Ah, ecco, &#8211; ha risposto, &#8211; è proprio quello che mi chiedo. </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Sai chi è il colpevole? </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Certo, sono io. </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>[…]</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Però non crediate che abbia ucciso la ragazza<span> </span>.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Non l’ ha neppure uccisa! – ha pigolato la mamma.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- No. Ora vi dico cos’è successo.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Ecco, bravo, racconta. </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Ebbene, da un bel po’ mi dispiaceva che Bess aveva paura di me, infatti non so se l’avevate notato, ma tremava a vedermi.<span> </span>Allora, l’altro giorno,<span> </span>per ammansirla, le ho promesso un giro sui cavalli della giostra. </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Un’idea carina,<span> </span>-<span> </span>ha detto la mamma.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Solo che, non so come sia successo, senza volere, lo giuro, ci siamo ritrovati vicino a East Wall. I terreni incolti, i cani randagi, il crepuscolo, i lampioni spenti, la mancanza di giostre, l’hanno talmente colpita che le è venuta una sincope.<span> </span></span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Poverina. </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- E’ caduta così: ploff. Mi sono chinato su di lei: era morta. </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Misericordia! </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>E la mamma ha fatto un gesto di devozione</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Ero maledettamente seccato. </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Ti capisco, &#8211; ha detto la mamma.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- L’ho trascinata in un angolo tranquillo. E lì… lì…</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>Si è stizzito:</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Avrei voluto veder voi, ecco! Io non ho resistito. Non si presenta tutti i giorni un’occasione simile. </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Capisco, – ha detto la mamma di nuovo.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Dopo, l’ ho nascosta in una botte. </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Piano, piano, &#8211; ha detto la mamma, &#8211; dicci tutti i particolari.<span> </span></span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Non esageriamo, &#8211; ha civettato papà, &#8211; non esageriamo. </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Invece sì. Non sarebbe carino nasconderceli. </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Comunque, vi giuro che l’ ho rispettata. </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Oh! –</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- La mamma aveva l’aria del tutto incredula. </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Ve lo assicuro. Mi sono concesso soltanto il vizio dell’antropofagia. Anzi, non ho mangiato niente, ho solo bevuto. </span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>E di seguito, con lo stesso tono:</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>- Dopo, l’ ho nascosta in una botte. Ecco tutto<span> </span>.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>Ci siamo raccolti in silenzio e ciò ha conferito solennità all’atmosfera. Cominciavo a provare una certa simpatia per papà, non era un cattivo diavolo, in fin dei conti, ma semplicemente un debole, un povero impulsivo. Joël gli assomigliava […] ”</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em> </em></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal">Può rivelarsi molto spesso esilarante, ma ancor più volte tragicomico, nella sua desolazione. I sentimenti trovano poco spazio per far largo agli istinti, e le apparenti sicurezze in cui verrebbe spontaneo rifugiarsi non offrono appiglio alcuno, a partire dal focolare domestico: il fratello di Sally Mara è raramente sobrio a tal punto da essere in grado di condurre una conversazione sensata, il padre è da anni in cerca di una fantomatica scatola di fiammiferi; perfino la madre non è che l’ombra di una donna, e solo la sorella offre talvolta una possibilità di scambio alla pari tra esseri umani “civilizzati”.</p>
<p class="MsoNormal">Sulla base di questo terreno, così duro e sterile, il diario intimo di Sally riesce a far crescere frutti di insolita, colorita bellezza. Destreggiandosi e dibattendosi nelle sue attitudini poliglotte, darà alla luce un linguaggio tutto suo, ingenuamente forbito, estremamente compiaciuto. Riguardo a ciò, è bene mettere in conto il fatto che l’edizione italiana del libro ( in questo caso l’Universale Economica Feltrinelli, traduzione a cura di Leonella Prato Caruso ) possa aver subito significativi cambiamenti rispetto all’originale, dato che lo stile<span> </span>di Queneau fa perno su espressioni ambivalenti, cambi di registro improvvisi, giochi di parole, allegorie, riferimenti; effetti, questi, difficili da “traslocare” da una lingua all’altra senza perdere niente per strada.</p>
<p class="MsoNormal">Ad ogni modo, le vicissitudini verranno diligentemente elencate, dettagliatamente descritte, e in più modi interpretate, per provocare lo spasso, la perplessità e lo sbigottimento del lettore, in un succedersi di quotidianità fuori dal comune.</p>
<p class="MsoNormal"><em><span>“ Passa il tempo. Mi annoio e mi sento strana. Non è certo l’avvicinarsi della menopausa ( un’altra parola di cui devo controllare il significato nel vocabolario ) che mi tormenta ogni mese. Da questo punto di vista, non posso lamentarmi. Ma mi sento una bolla tra il duodeno e l’ileo che mi opprime al punto da farmi venir voglia di comprarmi un vestito nuovo, un bel vestito come quello della signora Baoghal, un vestito francese. A proposito, Michel non mi ha ancora scritto: che sia perito in mare? Non mi dispiacerebbe aver saputo apprezzare un uomo che si fosse </span></em><span>negativato</span><em><span> nell’acqua salata dell’oceano. Penso che la notte, nei giorni di bianche tempeste, vedrei il suo fantasma, tutto verde, come la frangia di un’ostrica. “</span></em></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://moscasulcappello.com/il-diario-intimo-di-sally-mara-c-montanari/339/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La casa degli Spiriti &#8211; di Caterina Montanari</title>
		<link>http://moscasulcappello.com/la-casa-degli-spiriti-di-caterina-montanari/326/</link>
		<comments>http://moscasulcappello.com/la-casa-degli-spiriti-di-caterina-montanari/326/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2009 10:51:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[allende; casa degli spiriti; Pinochet; terrore;Trueba; Del Valle; Satigny; Clara; Clarivedente                                                 generale;]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://moscasulcappello.com/?p=326</guid>
		<description><![CDATA[La casa de los espiritus Inizialmente svagato e iperuranico, acquisisce via via sempre maggiore consapevolezza e interesse per le “faccende terrene”, in sintonia coi suoi personaggi. Non a caso,la successione discendente (o ascendente, questione d’opinioni) dei fatti è “catalogata” in capitoli i cui titoli passano dall’essere spensierati, quasi zuccherini ( “Capìtulo primero: Rosa, la bella; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://donnaelavoro.inail.it/cpo/images/casa_degli_spiriti.jpg" alt="" /></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong><em><span lang="FR">La casa de los espiritus</span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong><em><span lang="FR"> </span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal">Inizialmente svagato e iperuranico, acquisisce via via sempre maggiore consapevolezza e interesse per le “faccende terrene”, in sintonia coi suoi personaggi. Non a caso,la successione discendente (o ascendente, questione d’opinioni) dei fatti è “catalogata” in capitoli i cui titoli passano dall’essere spensierati, quasi zuccherini ( “<em>Capìtulo primero: Rosa, la bella; Capìtulo IV: El tempo de los espìritus; Capìtulo V: Los amantes</em>” ), a minacciosi e incombenti ( “<em>Capìtulo X: La època del estropicio; Capìtulo XII: La conspiraciòn; Capìtulo XIII: El terror</em>” ).</p>
<p class="MsoNormal">Trattasi di un romanzo generazionale, privo di riferimenti cronologici e storici espliciti, e con pochi generici accenni geografici, ma che si sviluppa chiaramente a partire dai primi del Novecento fino ad arrivare agli anni Settanta, anni spaventosi per il Cile.</p>
<p class="MsoNormal">Il Golpe di Pinochet (che non viene mai nominato, se non attraverso appellativi quali “il generale”) viene descritto da più punti di vista differenti, in tutto il suo orrore ma con tratti rivestiti di splendore, così come lo svolgersi delle vicissitudini è narrato da diversi personaggi:</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoBodyText3"><span>“Le pidiò que me trajera a mi casa y asì es como lleguè aquì. Por el camino pude ver la ciudad en su terribile contraste, los ranchos cercados con panderetas para crear la ilusiòn de que no exìsten, el centro aglomerado y gris, y el Barrio Alto, con sus jardines ingleses, sus parques, sus rascacielos de cristal y sus infantes rubios paseando in bicicleta. Hasta los perros me parecieron felices, todo en orden, todo limpio, todo tranquillo, y aquella sòlida paz de las conciencias sin memoria. Este barrio es como otro paìs”.</span></p>
<p class="MsoBodyText3"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal">Si può, infatti, affermare che l’intera vicenda abbia svariati protagonisti ma, mentre l’unica figura costante ed onnipresente è quella del Senatore Esteban Trueba, estremamente maschile e concreta, è la “dinastia”quasi “matriarcale”, costituita da donne eteree e fortemente sensibili, a detenere l’effettivo potere di catturare l’attenzione del lettore.</p>
<p class="MsoNormal">Anche l’aspra durezza del terribile Senatore Trueba, pur determinata dal suo senso di giustizia e di logica, finisce per piegarsi alla volontà, talvolta irrazionale, delle madri, fidanzate, mogli, figlie e nipoti che l’accompagneranno per tutta la vita; a nulla vale la sua irosa fisicità, spesso culminante in gesti violenti e scoppi di collera: sono, tali reazioni, proprie di questa terra, motivo per cui sembrano appena sfiorare l’evanescente natura dei suoi familiari.</p>
<p class="MsoNormal">Un lungo racconto, ricco di avvenimenti che rispecchiano la Storia cilena del XX secolo, espresso attraverso atmosfere, accadimenti più o meno paranormali, punti di vista variegati e quasi barocchi nella loro intensità e particolarità.</p>
<p class="MsoNormal">I componenti delle famiglie Del Valle prima, Trueba e Satigny dopo, si distinguono per la loro peculiarità e danno sempre luogo a situazioni stravaganti.</p>
<p class="MsoNormal">La sfera del Metafisico viene continuamente evocata e addomesticata dai personaggi, fino a divenire un tutt’uno con ognuno di essi, anche coi più scettici; la pace di cui godono i frequentatori dell’ambiente della Gran casa de la esquina e del feudo de Las Tres Marias viene continuamente minata da accadimenti di varia gravità, dalle calamità naturali alle svolte politiche del paese, e gli stessi protagonisti, con il loro comportamento, portano sempre alla maturazione fatti irrorati di passione, rabbia o fervente idealismo.</p>
<p class="MsoBodyText">Più volte alle soglie della disperazione, ciascuno dei personaggi viene messo a dura prova dalla vita, fisicamente e psicologicamente, e quando tutto sembra perduto, spesso un lume di speranza rischiara almeno in parte, ma in maniera determinante, la loro esistenza.</p>
<p class="MsoNormal">C’è molta autobiografia nella penna di Allende, a partire dall’ambientazione socio-politica fino alla fitta ragnatela di relazioni familiari che impregna il tutto di un sapore agrodolce: la famiglia Trueba non è, infatti, inscrivibile all’interno di nessuna categoria, e, costantemente sottoposta a tensioni logoranti, si disintegra sempre più in un universo fatto di pianeti a sé stanti, anche in lotta fra loro, per poi talvolta tornare allo stato di unità compatta.</p>
<p class="MsoNormal">Nessuno sembra voler effettivamente ostacolare altri all’interno di queste complesse dinamiche ma, per forza di cose e secondo il corso naturale degli eventi, vengono inevitabilmente a formarsi attriti e collisioni che portano al deterioramento e all’esasperazione dei sentimenti:</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoBodyText2"><em><span>“Perdiò el control y descargò un puñetazo en la cara a su mujer, tirandola contra la pared. Clara se desplomò sin un grito. Estèban pareciò despertar de un trance, se hincò a su lado, llorando, balbuciendo disculpas y explicaciones, llamàndola por los nombres tiernos que sòlo usaba en la intimidad,sin comprender còmo habìa podido levantar la mano a ella, que era el ùnico ser que realmente le importaba y a quien jamàs, ni aun en los peores momentos de su vida en comùn, habìa dejado de respetar. [ … ] Clara no volviò a hablar a su marido nunca màs en su vida. Dejò de usar su apellido de casada y se quitò del dedo la fina alianza de oro que él le habìa colocado mas de veinte años atràs [ … ] Dos dìas después, Clara y Blanca abandonaron Las Tres Marìas y regresaron a la capital. Esteban quedò humillado y furioso, con la sensaciòn de que algo se habìa roto para siempre en su vida.” </span></em></p>
<p class="MsoBodyText2"><em><span> </span></em></p>
<p class="MsoNormal">Anche la principale mediatrice tra questi mondi diversi, Clara Clarivedente, elemento collante all’interno della famiglia, rimane pur sempre astratta dal pragmatismo di questo mondo e finisce per dedicarsi maggiormente all’ altro, fatta salva la sua inesaurabile opera di bene nei confronti dei bisognosi (estranei alla famiglia). Alla sua natura eterea va contrapponendosi la tangibile solidità di Esteban, con le sue convinzioni e imposizioni, col suo modo di agire politico e di difendere quello in cui crede, il che non gli impedirà di ricredersi a tempo debito:</p>
<p class="MsoNormal"><em> </em></p>
<p class="MsoNormal"><em>“ [ … ] Comprendo que al principio es necesario tener firmeza para imponer el orden, pero se les pasò la mano, estàn exageràndo las cosas y con el cuento de la seguridad interna y que hay que eliminar a los enemigos ideològicos, estàn acabando con todo el mundo, nadie puede estar de acuerdo con eso, ni yo mismo, que fui el primero en tirar plumas de gallinas a los cadetes y en propiciar el Golpe, antes que los demàs tuvieran la idea en la cabeza, fui el primero en applaudirlo, estuve presente en el Te Deum de la Catedral, y por lo mismo no puedo aceptar que estén ocurriendo estas cosas en mi patria, que desaparezca la gente, que sàquen a mi nieta de la casa a viva fuerza y yo no pueda impedirlo, nunca habìan pasado cosas asì aquì<span> </span>[ … ]” </em></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Da questo punto di vista, la filosofia del Senatore Esteban Trueba acquisisce un’accezione positiva e maggiormente degna di stima rispetto all’inconsistenza della moglie, delicata, sensibile e piena di amore per il prossimo, ma incapace di governare la casa, allevare i figli e di prendere nettamente posizione rispetto ad una causa politica. Ciò non di meno, per i modi grossolani e la scarsa elasticità che lo caratterizzano, il lavoro di una vita può risultare nullo,e i suoi sforzi vani. E’ la sua brutalità a ritorcerglisi contro e ad allontanarlo dai suoi propositi, la sua mancanza di sensibilità a remargli contro, a prescindere da quanto nobile possa essere la causa che lo spinge a inferocirsi.</p>
<p class="MsoNormal">Nessuno dei Trueba desidera il male altrui, e ognuno persegue i propri obiettivi e valori secondo il proprio criterio, a qualsiasi costo, ma è la diversità a minare l’equilibrio precario su cui sembra poggiarsi il loro sistema, e sarà il desiderio di male di altri a determinare la loro sofferenza, secondo un principio di fatalismo tinto di accenti biblici, secondo cui le colpe dei padri ricadono sui figli, e il danno arrecato dovrà presto o tardi esser restituito.</p>
<p class="MsoNormal">Le vite di Jaime, Clara, Blanca e Alba, pur finemente sfaccettate e caratterizzate da alcune incoerenze, sembrano prefiggersi l’unico scopo di vivere amori impossibili e alleviare le sofferenze altrui, ognuno a proprio modo e secondo le sue inclinazioni, ma il ruolo di veri eroi, di veri idealisti, intendibili secondo il senso comune, non spetta a loro bensì ai loro compagni ed amici coi quali faticheranno a raggiungere una quotidianità per le difficoltà di cui da sempre è disseminata la strada degli eroi:</p>
<p class="MsoNormal"><em> </em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span lang="FR">“Miguel hablaba de revluciòn. </span>Decìa que a la violencia del sistema habìa que oponer la violencia de la revoluciòn. Alba, sin embargo, no tenìa ningùn interés en la politica y sòlo querìa hablar de amor. </em><em><span lang="FR">Estaba harta de oìr los discursos de su abuelo, de asistir a sus peleas con su tìo Jaime,de vivir las campañas electorales. [ … ] Pero en la universidad la politica era ineludible. Como todos los jòvenes que entraron ese año, descubriò el atractivo de las noches insomnes en un cafè, hablando de los cambios que necesitaba el mundo y contagiàndose unos a otros con la pasiòn de las ideas. </span>Volvìa a su casa tarde en la noche, con la boca amarga y la rompa impregnada de olor a tabaco rancio, con la cabeza caliente de heroìsmos, segura de que, llegado el momento, podrìa dar su vida por una causa justa. Por amor a Miguel, y no por convicciòn ideologica, Alba se atrincherò en la universidad junto a los estudiantes que se tomaron el edificio en apoyo a una huelga de trabajadores.”</em></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Nonostante la schiacciante mole di complicazioni e di tragici avvenimenti, il conforto della speranza o per lo meno del ricordo resta sempre e giunge a tempo debito, servendosi degli spiriti che hanno abitato la Gran casa de la esquina come messaggeri e guide di un destino da compiersi, secondo piani più grandi dell’umana conoscenza:</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><em>“ Pero ahora dudo de mi odio. En pocas semanas, desde que estoy en esta casa, parece haberse diluido, haber perdido sus nìtidos contornos. Sospecho que todo lo ocurrido no es fortuito, sino que corrisponde a un destino dibujado antes de mi nacimiento y Esteban Garcìa es parte de ese dibujo. Es un trazo tosco i torcido, pero ninguna pincelada es inùtil. El dìa en que mi abuelo volteò entre</em> <em>los matorrales del rìo a su abuela, Pancha Garcìa, aggregò otro eslabòn en una cadena de hechos que debìan cumplirse. Despuès el nieto de la mujer violada repite el gesto con la nieta del violador y dentro de cuarenta años, tal vez, mi nieto tumbe entre las matas del rìo a la suya y asì, por los siglos venideros, en una historia inacabable de dolor, de sangre y de amor.”</em><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://moscasulcappello.com/la-casa-degli-spiriti-di-caterina-montanari/326/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Appunti per un quinto frammento teologico-politico.</title>
		<link>http://moscasulcappello.com/appunti-per-un-quinto-frammento-teologico-politico/323/</link>
		<comments>http://moscasulcappello.com/appunti-per-un-quinto-frammento-teologico-politico/323/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 20:01:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Lettere]]></category>
		<category><![CDATA[teologia; politica; Junger; Benjamin; nomos; Destino; Schmitt; Dio; Sovrano; Hegel; frammento; Spinoza; violenza; bilancia; misura; Hobbes]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://moscasulcappello.com/?p=323</guid>
		<description><![CDATA[“Si tratta di cercare un altro campo, dove contino solo infelicità e colpa, una bilancia su cui beatitudine e innocenza risultano troppo leggere e si librano in alto” (W. Benjamin) Il lupo che irrompe in un ovile, sbrana due o tre pecore. Alcune centinaia muoiono nella ressa, calpestandosi a vicenda (E. Jünger) (…) §3. Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.biografiasyvidas.com/biografia/b/fotos/bacon2.jpg" alt="" /></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong> </strong></p>
<p class="MsoNormal"><span>“<em>Si tratta di cercare un altro campo, dove contino solo infelicità e colpa, una bilancia su cui beatitudine e innocenza risultano troppo leggere e si librano in alto</em>” <span> </span>(W. Benjamin)</span></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>Il lupo che irrompe in un ovile, sbrana due o tre pecore. Alcune centinaia muoiono nella ressa, calpestandosi a vicenda</span></em><span> (E. Jünger)</span></p>
<p class="MsoNormal"><span><span> </span>(…)</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>§3. Il tempo del diritto è il <em>destino</em>, inteso come continua creazione, distribuzione e peso della <em>colpa.</em></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>§</span><span>2.</span><span> Il mezzo del diritto è la bilancia. Essa non è <em>giustizia</em>, poiché non le sono già dati torto e ragione, ma <em>giudizio</em>, poiché <em>divide</em>, <em>separa</em> come <em>partizione originaria</em> (<em>Ur-Teil</em>) e, soltanto più tardi (nel <em>termine ultime davanti al patibolo</em>), <em>pesa</em>.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>§4. Il destino è <em>nomos</em>, poiché ha le tre forme <em>Mene, Tekel, Peres</em>:<a name="VER_24"></a></span><span><span>“<em>Da lui fu allora mandata quella mano che ha tracciato quello scritto, </em></span></span><a name="VER_25"></a><em><span>di cui è questa la lettura: mene, tekel, peres,<a name="VER_26"></a><a name="VER_27"></a><a name="VER_28"></a> </span></em><span>(Daniele, 5,25-28).</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>§5. La violenza del diritto è creazione, mai divina (poiché non <em>governa</em>) e sempre umana (perché <em>esegue</em>): Dio non può stare che nella Storia, non nel diritto. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>§6. Il Sovrano è dunque sì, come dice lo Hegel, <em>non dedotto</em>, <em>ciò che ha puramente e semplicemente inizio da se stesso</em>, immediatezza non fondata, ma il suo potere non è governo, bensì esecuzione di una decisione.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>§7. Il diritto è, pertanto, una continua esecuzione del destino, in attesa che la Storia porti a compimento, annichilendolo, quel destino stesso. </span></p>
<p class="MsoNormal">(&#8230;)</p>
<p class="MsoNormal"><span><br />
</span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://moscasulcappello.com/appunti-per-un-quinto-frammento-teologico-politico/323/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>5</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La Ragione &#8211; di Eileen M. Forsythe</title>
		<link>http://moscasulcappello.com/la-ragione-di-eileen-m-forsythe/300/</link>
		<comments>http://moscasulcappello.com/la-ragione-di-eileen-m-forsythe/300/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 21 May 2009 18:15:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Prove Narrative]]></category>
		<category><![CDATA[Eileen M. Forsythe; Ragione; Antonio La malfa; comics; illustrazioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://moscasulcappello.com/?p=300</guid>
		<description><![CDATA[  La ragione di Eileen M. Forsythe   Voi non ci crederete, ma è andata proprio così! La gente pensa che fare il custode del cimitero sia un mortorio. Invece si incontra ogni tipo di persona e si imparano tante cose. Ascoltate questa storia…da brivido! Sei mesi fa abbiamo sepolto un uomo di circa sessanta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://farm3.static.flickr.com/2228/3544100820_f9b8ef669c.jpg?v=0" alt="Antonio La Malfa" /></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong><span> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong><span>La ragione</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>di</span></strong><span> <strong>Eileen M. Forsythe</strong></span></p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Voi non ci crederete, ma è andata proprio così!</p>
<p class="MsoNormal">La gente pensa che fare il custode del cimitero sia un mortorio. Invece si incontra ogni tipo di persona e si imparano tante cose. Ascoltate questa storia…da brivido!</p>
<p class="MsoNormal">Sei mesi fa abbiamo sepolto un uomo di circa sessanta anni. Morto di infarto, poveretto. Però nel sonno, placidamente. Per poco non ci pensava la moglie a risvegliarlo, con le urla che cacciava! Mai viste tante lacrime, neppure nei funerali siciliani!</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>&lt;&lt;Perché, perché? Crudele è la vita!&gt;&gt; gridava. I passeri che vengono a beccare sulle aiuole volavano via, come impazziti. Con mio dispiacere, perché mi fanno compagnia!</p>
<p class="MsoNormal">Per fortuna la cerimonia è durata solo un’ora, li ho accompagnati fuori e, come si dice in questi casi, mettiamoci una pietra sopra. Invece, la signora tornò qui tutti i giorni, per sei mesi. Sempre vestita di nero, sempre sola, si metteva davanti la tomba del caro marito e piangeva:</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>&lt;&lt; Crudele è la vita, mio caro Giovanni! Simonetta non viene a deporre un fiore sulla tua tomba e il marito esce e va al cinema, come se nulla fosse successo! Spesso mi ha anche invitata! Quell&#8217;uomo ha un cuore di pietra!&gt;&gt;</p>
<p class="MsoNormal">A me non piace interessarmi degli affari degli altri, ma la signora parlava così ad alta voce che non ascoltarla era impossibile.</p>
<p class="MsoNormal">&lt;&lt; Crudele è la vita, mio caro Giovanni!&gt;&gt; diceva &lt;&lt; Martina, tua nipote, si sta separando dal marito. Francesco, invece, si vuole sposare con una poco di buono. Senza una laurea, fa la commessa in un sexy-shop. Capisci? E Simonetta, a cui tu hai dato i tuoi anni migliori, non viene a trovarti. Si è già dimenticata di te.&gt;&gt;</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Tutti i giorni questa lagna con particolari aggiunti.</p>
<p class="MsoNormal">Ascoltare la signora (ripeto, mio malgrado!) era come seguire una telenovela! Simonetta l’ingrata, Francesco lo sprovveduto,<span>  </span>Martina la poco di buono e Umberto lo spendaccione, giacchè aveva comprato una macchina nuova, più spaziosa della precedente. Ah, e Matilde non l’accompagnava a Messa! Così per sei mesi.</p>
<p class="MsoNormal">Vi state annoiando a sentire la storia? Figuriamoci come mi annoiavo io! Tutte queste sciagure erano elencate tra un pianto e un altro.</p>
<p class="MsoNormal">Le persone che nominava me le sognavo perfino la notte, con la faccia crudele e gli occhi di fuoco. Un pochino mi faceva pena, quella donna sempre sola. Ma non osai mai dirle nulla e lei non mi parlò mai. Una mattina, in mezzo a questa cantilena, sentii una voce di uomo. Era strano, perché ero certo che nel cimitero c’eravamo solo io e la signora.</p>
<p class="MsoNormal">Stavo spazzando le foglie a terra, sentii la voce e mi fermai.</p>
<p class="MsoNormal">Sbirciai la scena da dietro un cespuglio: la signora impassibile e accanto a lei…nessuno!</p>
<p class="MsoNormal">Arrivata al pezzo &lt;&lt; Umberto ha dovuto comprare una macchina nuova, perché dico io?&gt;&gt;</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>il morto chiamò la donna: &lt;&lt; Carmela.&gt;&gt;</p>
<p class="MsoNormal">Lei non si scompose, disse: &lt;&lt; Dimmi Giovanni.&gt;&gt;</p>
<p class="MsoNormal">&lt;&lt; Finiscila di lamentarti.&gt;&gt;</p>
<p class="MsoNormal">&lt;&lt; Da quanto tempo mi stavi ascoltando?&gt;&gt;</p>
<p class="MsoNormal">&lt;&lt; Da sei mesi.&gt;&gt;</p>
<p class="MsoNormal">&lt;&lt; E perché non mi hai fermata prima?&gt;&gt;</p>
<p class="MsoNormal">&lt;&lt; Perché so che odi essere interrotta.&gt;&gt;</p>
<p class="MsoNormal">La signora, indispettita, annuì. La profonda voce continuò a parlare:</p>
<p class="MsoNormal">&lt;&lt; Francesco si sposa con una ragazza non laureata? Pensa a Martina che si è sposata un dottore e si stanno separando! Il matrimonio è come la vita: può andare bene e può andar male. E Matilde non ti accompagna a Messa perchè tu critichi le acconciature delle altre donne tutto il tempo e lei preferisce andare alla Madonna delle Grazie, a pregare per te. Perché Dio ti sollevi da questo dolore. Anche Armando vuole aiutarti: ha comprato una macchina nuova per portarti in giro.&gt;&gt;</p>
<p class="MsoNormal">&lt;&lt; E non andava bene quella di prima?&gt;&gt;</p>
<p class="MsoNormal">&lt;&lt; Ma se ti lamentavi che i sedili erano stretti? Carmela, tu pesi 120 chili!&gt;&gt;</p>
<p class="MsoNormal">La signora arricciò il naso e domandò:</p>
<p class="MsoNormal">&lt;&lt; E Simonetta, che si è dimenticata di te?&gt;&gt;</p>
<p class="MsoNormal">&lt;&lt; Simonetta è sempre stata brava a scrivere racconti. E io le dicevo “scrivi e diventa una scrittrice, coltiva il tuo talento.” Lei sta scrivendo un romanzo da dedicare<span>  </span>a me. Mi pensa ogni momento e mi chiede consigli, sicura che io la ascolto.&gt;&gt;</p>
<p class="MsoNormal">&lt;&lt; E tu la ascolti?&gt;&gt;</p>
<p class="MsoNormal">&lt;&lt; Io sì! Tu invece dovresti ascoltare più gli altri e goderti la vita finchè puoi.&gt;&gt;</p>
<p class="MsoNormal">Ci fu dunque un silenzio che mi parve un&#8217;eternità. Ormai pensavo che la signora sarebbe scoppiata a piangere, quando, invece, disse:</p>
<p class="MsoNormal">&lt;&lt; Ti devo dar ragione, sai?&gt;&gt;</p>
<p class="MsoNormal">Il marito disse: &lt;&lt; Sarebbe la prima volta!&gt;&gt;</p>
<p class="MsoNormal">&lt;&lt; Meglio tardi che mai!&gt;&gt; rispose la donna. E rise, finalmente. Diede un bacio alla lapide ed uscì, sempre ridendo. Rivedo ancora la donna, ma non tutti i giorni. Quando viene non è mai sola e mai triste. Loro due non si sono più parlati, almeno non in mia presenza!</p>
<p class="MsoNormal">Questa conversazione, però, mi ha fatto capire che solo alla morte non c&#8217;è rimedio. E anche dalla morte, ogni tanto, nasce nuova vita.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">ILLUSTRAZIONE DI ANTONIO LA MALFA</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;">***</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://moscasulcappello.com/la-ragione-di-eileen-m-forsythe/300/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Revolutionary Road &#8211; di Aloi M.</title>
		<link>http://moscasulcappello.com/revolutionary-road-di-aloi-m/270/</link>
		<comments>http://moscasulcappello.com/revolutionary-road-di-aloi-m/270/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2009 09:30:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[American Beauty]]></category>
		<category><![CDATA[david forster wallace]]></category>
		<category><![CDATA[Far from heaven]]></category>
		<category><![CDATA[Jarhead]]></category>
		<category><![CDATA[melodramma]]></category>
		<category><![CDATA[revolutionary road]]></category>
		<category><![CDATA[Road to Perdition]]></category>
		<category><![CDATA[Sam Mendes]]></category>
		<category><![CDATA[Todd Haynes]]></category>
		<category><![CDATA[Wallace]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://moscasulcappello.com/?p=270</guid>
		<description><![CDATA[Revolutionary Road qualche astrazione in proposito di Mario Aloi   Sternberg prova dunque un fascino quasi soprannaturale verso l’ingannevole posa della fredda astrazione. Le idee. E’ un uomo di idee. Questo non ha niente a che fare con la sua intelligenza o la sua povertà di intelligenza. Semplicemen-te, è come se le idee, buone o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Revolutionary Road</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">qualche astrazione in proposito</span></span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">di Mario Aloi</span></span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 241pt; text-align: justify;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 9pt; font-family: ">Sternberg prova dunque un fascino quasi soprannaturale verso l’ingannevole posa della fredda astrazione. Le idee. E’ un uomo di idee. Questo non ha niente a che fare con la sua intelligenza o la sua povertà di intelligenza. Semplicemen-te, è come se le idee, buone o cattive, ma sempre fredde, e-sangui, pervadessero tutta la sua personalità e il suo punto di vista sul mondo esterno.</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 248.1pt; text-align: right;" align="right"><span style="font-size: 8pt; font-family: ">DAVID FOSTER WALLACE,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 248.1pt; text-align: right;" align="right"><span style="font-size: 8pt; font-family: ">Verso l’occidente l’impero dirige il suo corso</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-family: "><span style="font-family: 'Georgia','serif';"><span style="font-size: small;"><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://www.ilcinemaniaco.com/wp-content/uploads/2008/09/revolutionary-road-poster.jpg" alt="" width="231" height="435" /></span></span>Sapere che cosa abbiamo. </span></em><span style="font-family: ">Esistono omaggi che non vivono di un livello unicamente illus-trativo. Sono pochi, tuttavia ci sono. Appartengono alla miglior specie di cinema, quella in cui la confezione e il contenuto non vanno di pari passo, pur servendo il medesimo fine. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Esistono omaggi la cui consapevolezza va oltre il mezzo, pur non avendo bisogno di altro, in definitiva, per esprimersi – ben aderenti a certi canoni, ben oltre gli stessi, e vai a spie-garti il perché…</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Ogni film di Sam Mendes, rivisto oggi, parrebbe un omaggio, anche se non proprio del ge-nere appena descritto: <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Jarhead</em> &#8211; che è in fondo un film teorico sul concetto di remake: un film su come rifare un film che ricomponga a sua volta il genere &#8211; poi <em style="mso-bidi-font-style: normal;">American Beauty</em> – affresco anedonico che omaggia la messa in scena come posizione esistenziale – e infine <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Road to Perdition</em> – nuovo film di genere, questa volta fuori orario, che riferisce il cinema al cinema, scordandosi quanto di vitale dovrebbe, vorrebbe, poter vantare come referente.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Per chi avesse voglia di ridere davanti a tanta astrazione, chiarisco: l’ironia mi precede.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Mendes stesso inverte il naturale processo creativo, il suo cinema è già critica, anche se ar-gomentata su pellicola invece che su carta. Egli fa film a posteriori, sebbene possa suonar ridicolo è così &#8211; un sano atteggiamento epimeteico risulta dunque più che legittimo, per noi che ce ne stiamo passivi e comodi sulle rosse poltrone di un qualche cineclub</span><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftn1"style="mso-footnote-id: ftn1;" name="_ftnref1" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: ">[1]</span></span></span></span></a><span style="font-size: small;">, ad assorbir inquadrature: la regia ha già scritto una soddisfacente recensione di se stessa.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Ognuno di questi film si riferisce ad un mondo inteso come bene astratto, assumendolo già di per sé, ancor prima del ritratto, come svuotato di ogni contenuto che non sia mero sche-ma. Da un mondo di idee, sembrano dire, possono venir solo film teorici.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Ci sarebbe a questo punto da ammettere, e pare conseguenza ovvia, come nessuno dei sud-detti tre film sia in effetti opera in grado di vibrare, ossia: non è tra loro alcun racconto re-almente animato, nessun movimento, in essi, che vada oltre l’incessante processione di fo-togrammi. Sono certamente belli, tutti, sicuramente consapevoli, a dir poco ben fatti: tutta-via, e non c’è altro modo di dirlo, essi non vibrano – con l’eccezione di <em style="mso-bidi-font-style: normal;">American Beauty</em> forse, la cui retorica dell’antiretorica diventa però un punto debole (insomma, sembra co-munque, come gl’altri, un film fatto guardandolo dall’esterno, sempre che detta così, ques-ta cosa, possa avere un senso).</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Quello che invece sorprende dell’ultima fatica del regista inglese – questo nostro, per l’oc-casione, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Revolutionary Road</em> &#8211; è che pur ripercorrendo la consueta visione del mondo, ri-proposta con la proverbiale affettazione stilistica, si concede vette emotive che parrebbero inappropriate, poco convenienti, ad un nuovo film sostanzialmente anaffettivo. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-family: ">Sapere cosa ci manca, sapere di cosa abbiamo bisogno.</span></em><span style="font-family: "> Detto fatto, trattandosi di una re-trospettiva, partiamo dalla redazione di un piccolo catalogo che espliciti la tradizione cui ci riferiamo &#8211; io, voi e Mendes. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Tutta la catena citazionistica, diretta e indiretta, si consuma a partire da un piccolo assio-ma che la critica – quel poco che già è stato pubblicato, quel poco che già ho letto – ha evi-denziato ad un livello unicamente descrittivo, mancando, almeno in prima battuta, di spi-rito interpretativo; vediamo di provvedere: Mendes usa il tempo del racconto come doppio criterio, interno ed esterno – vale a dire: un film ambientato negl’anni ’50 diventa un film degl’anni ’50, il racconto è una questione di maniera, almeno in fase di avvio.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Questo ci porta subito a misurare la qualità dell’operazione sulla scala di un identico pro-posito, che ebbe però esito opposto, nel costituirsi omaggio vero e proprio, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">de-vitalizzato</em>. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-family: ">Far from heaven</span></em><span style="font-family: ">, melodramma sul melodramma diretto da Todd Haynes nel 2002, si offre in questo senso come primo tramite necessario all’analisi &#8211; sebbene non possa dirsi un film tradizionale, ma in effetti molto recente. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Nonostante gl’immediati rimandi, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Far from heaven</em> sembra l’esatto contrario di <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Revolutio-nary Road</em>. Ecco perché…</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Entrambi giocano sull’ormai poco sottile filo del metalinguismo, fuor di dubbio, eppure in-corrono in esiti del tutto diversi, se non altro per quanto attiene l’opposto modo di aderire ad un genere comune. La questione centrale sta proprio in questa, a dir poco esibita, di-chiarazione d’appartenenza: il melodramma è, in ogni sua forma, una rappresentazione sbilanciata, priva del benché minimo pudore nella messa in scena, che è cosciente di sè fin quasi all’oscenità. Tutto, al suo interno, è detto ad alta voce, con fare sfacciato, sempre.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Visconti doveva essersene accorto sin dai tempi di <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Senso</em>, opera a dir poco fredda sebbene intrisa di un sentimentalismo epico che pareva già allora tutt’altro che trascinante</span><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftn2"style="mso-footnote-id: ftn2;" name="_ftnref2" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: ">[2]</span></span></span></span></a><span style="font-size: small;">. Siamo quindi al paradosso che regge l’intera produzione melodrammatica mondiale, non solo ci-nematografica: il genere che più suona passionale, tra tutti, è anche il meno emotivo, il più calcolato – va da sé come la contraddizione non sia molto profonda, l’arte resta una ques-tione più che altro di programmazione razionale, è sempre un’operazione a tavolino, ben studiata. Null’altro si può dire di un <em style="mso-bidi-font-style: normal;">modus</em> che è in effetti vuota esagerazione, e poco altro. Una recita sempre scoperta, un valzer di regole che si fa omaggio perpetuo, eterna e ludica riproposizione.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Essendo l’ultimo della fila, Todd Haynes può permettersi un grado di stilizzazione superio-re a chiunque l’abbia preceduto. Tiene il suo film a stecchetto, cavandone un’opera per sot-trazione: solo griglie e punti esclamativi, il cui valore enfatizzante è peraltro dato in fun-zione della sola convenzione che giustifica il segno, l’insieme di regole stesso. Non c’è reale partecipazione, mai.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 269.35pt; text-align: justify; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 9pt; font-family: ">Ora se c&#8217;è una cosa amara, desolante </span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 269.35pt; text-align: justify; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 9pt; font-family: ">è quella di capire all&#8217;ultimo momento </span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 269.35pt; text-align: justify; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 9pt; font-family: ">che l&#8217;idea giusta era un&#8217;altra, un altro movimento </span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 269.35pt; text-align: justify; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 9pt; font-family: ">moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta </span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 269.35pt; text-align: justify;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 9pt; font-family: ">ma di morte lenta.</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 269.35pt; text-align: justify;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 9pt; font-family: "> </span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 269.35pt; text-align: right;" align="right"><span style="font-size: 9pt; font-family: ">FABRIZIO DE ANDRE’</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt 269.35pt; text-align: right;" align="right"><span style="font-size: 9pt; font-family: ">Morire per delle idee</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-family: ">Good morning, good morning. </span></em><span style="font-family: ">Tirando le somme, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Far from heaven</em> è quello che si può de-finire un omaggio puro, di quelli che non hanno alcun senso senza ciò che li precede – in questo caso: l’intera tradizione melodrammatica, davvero tutta, da Douglas Sirk in giù, la-sciando da parte, però, il panorama del melò all’italiana, cosiddetto <em style="mso-bidi-font-style: normal;">neorealismo rosa</em>, che rappresenta la pagina forse più amara di questo nostro viaggio in mezzo ai tragici di carto-ne – quello di Todd Haynes è un film che vive della sua sola chiave storica: di per sé, isola-to, non significa nulla. <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Revolutionary Road</em>, dal canto suo, si direbbe tutta un’altra faccen-da – poiché insegue la maturità del genere, e con essa l’indipendenza. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Il motivo è presto detto: Mendes riempie il campo con il medesimo <em style="mso-bidi-font-style: normal;">qui pro quo</em> esistenzia-le che incrina la messa in scena: è diffuso un vuoto di senso interiore, tra i personaggi, che rende la farsa unico elemento caratterizzante, nella ricerca di un’autodefinizione. Questo è ciò che affligge Frank e April, la ricerca di sé – primo cliché, da tenere a mente</span><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftn3"style="mso-footnote-id: ftn3;" name="_ftnref3" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: ">[3]</span></span></span></span></a><span style="font-size: small;">.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">La loro colpa, che diventa cruccio, è la deriva stessa che rende poco sana, per costituzione, la pratica dell’omaggio: l’astrazione autoreferenziale che ragiona di soli schemi, per giunta fissi – la vita diventa quindi simulacro di se stessa, e così il cinema.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">I coniugi Wheeler sono esattamente questo: un continuo, intimo e sentito omaggio ad una non-riconducibile, poco reale, fraintesa immagine di sé: il proprio programma per la vita.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Sono soggetti derivati, privi di immaginazione – si pensi all’idea della fuga parigina, per capire quanto sia profondo il bagno di cliché che si preparano di giorno in giorno. Un sem-plice, se poi è semplice, e continuo: <em style="mso-bidi-font-style: normal;">vorrei-ma-non-voglio<a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftn4"style="mso-footnote-id: ftn4;" name="_ftnref4" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: ">[4]</span></strong></span></span></span></a></em>.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Con queste carte in mano, la farsa non può che diventare sistema, privato e tacito accordo di non belligeranza. Tutto quieto, non fosse che la messa in scena, quella interna, il teatri-no matrimoniale, si rivela povera, poco curata, e non regge al tempo: si sgretola – tecnica-mente, come ogni prodotto seriale, essa <em style="mso-bidi-font-style: normal;">va a male</em>, come è scaduta la fiducia di April nel proprio talento attoriale: presunzione inaugurale, almeno in ordine narrativo. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">L’unica possibilità di esistere è quindi il riferimento a qualcosa di esterno, privati come ci si ritrova, dopo tanto <em style="mso-bidi-font-style: normal;">idealizzarsi</em>, di un effettivo sentimento di sé. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Quella dei due inquilini di Revolutionary Road è un’esistenza di maniera, di qui l’omaggio. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">La sobria e a sua volta derivativa confezione che Mendes costruisce è un tributo a questo piccolo nodo di fondo: egli ci serve sul freddo piatto dell’astrazione un assortimento di fi-gure retoriche, schemi di comportamento, piccole meschinità tecnico/stilistiche. Tutto è talmente stilizzato da esprimersi con profondità – come profondo è il tumulto che si agita di sotto, rispetto al quale mai si potrà essere all’altezza.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Nel fare del mondo un’impalcatura astratta, la lezione metalinguistica diventa non solo do-vuta – cioè, coerente e necessaria – ma addirittura commovente. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Il freddo esercizio di Todd Haynes era ben altra cosa: cinema troppo puro per esser anche, forse anzitutto, doloroso.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">C’è una regoletta matematica ma anche grammaticale secondo la quale due negazioni im-mancabilmente affermano. Abbiamo qui un’involontaria dimostrazione dell’efficacia oltre-teorica della suddetta norma: c’era una volta un desolante vuoto esistenziale raccontato at-traverso un altrettanto desolato nulla narrativo: eppure il film vibra, e scalcia. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;">Eccome se lo fa.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: "><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<div style="mso-element: footnote-list;"><span style="font-size: small;"></p>
<hr size="1" /></span></div>
<div id="ftn1" style="mso-element: footnote;">
<p class="MsoFootnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftnref1"style="mso-footnote-id: ftn1;" name="_ftn1" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: ">[1]</span></span></span></span></a><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;"> </span><span style="font-size: 10pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt;">Ho peraltro il sospetto che questa abitudine derivi direttamente dalla formazione teatrale del nostro, il quale nemmeno per un attimo sembra in grado di annullarsi nella rappresentazione, dimenticandosi della stessa. </span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">Mendes ha sempre ben chiara l’inconsistenza di quella che è detta, tecnicamente, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">quarta parete</em>, sebbene al cinema, per via dello schermo, essa sia tutt’altro che una vuota astrazione. </span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">E’ in lui sempre evidente la percezione del palcoscenico come dato di fatto non cancellabile.</span></span></p>
</div>
<div id="ftn2" style="mso-element: footnote;">
<p class="MsoFootnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftnref2"style="mso-footnote-id: ftn2;" name="_ftn2" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: ">[2]</span></span></span></span></a><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;"> </span><span style="font-size: 10pt; font-family: ">Inutile riportare le implicazioni metalinguistiche che anche questo film fa di tutto per non nascondere, dal-l’inizio a teatro in poi. Questo per chi volesse contestare che solo nella cosiddetta post-modernità il genere sia diventato tanto consapevole. Mi si permetta, un melomane è un impostore, sempre.</span></p>
</div>
<div id="ftn3" style="mso-element: footnote;">
<p class="MsoFootnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftnref3"style="mso-footnote-id: ftn3;" name="_ftn3" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: ">[3]</span></span></span></span></a><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;"> </span><span style="font-size: 10pt; font-family: ">Sono entrambi <em style="mso-bidi-font-style: normal;">tipici-yuppie-americani-incapaci-di-amare</em>. Il cliché originario da cui tutti gli altri sarebbe in effetti questo, ma la storia lo lascia sullo sfondo, ad uso dei soli spettatori che sentano la mancanza di un po’ di sana auto-ironia, in mezzo a tanta disperazione. </span></p>
</div>
<div id="ftn4" style="mso-element: footnote;">
<p class="MsoFootnoteText" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><a href="http://moscasulcappello.com/wp-admin/#_ftnref4"style="mso-footnote-id: ftn4;" name="_ftn4" ><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12pt; font-family: ">[4]</span></span></span></span></a><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;"> </span><span style="font-size: 10pt; font-family: ">E anche quando si tratta di mostrare reciproca accondiscendenza matrimoniale si mantengono sostanzial-mente privi di decisione: sulle note di quel… <em style="mso-bidi-font-style: normal;">io vorrei, non vorrei, ma se vuoi</em> di battistiana memoria.</span></p>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://moscasulcappello.com/revolutionary-road-di-aloi-m/270/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
