L’uomo seduto in poltrona. CAPITOLO IV-Intermezzo drammatico. Passeggiata sulla spiaggia di Luisa e Beditta Brunella, e dialogo sulla morte

Quel paese bianco e di mare, con la sua spiaggia di sassi e le case a mucchi -disposte una dopo l’altra al modo del paradosso del calvo, o del mucchio per l’appunto – , si chiudeva, sul confine giuridico della campagna, in un perimetro di ulivi e case, limoni e recinzioni parabelliche, dove nell’acqua delle crose si nascondono sentieri, che non portano da nessuna parte.
Villa Checchina, la casa di Luisa Brunella, madre di Monaldo, era la più antica di quelle ville da villeggiatura, castella borghesi ed estivi: per fortune traverse ed imprese mercantili e boccaccesche, dal 1834 la famiglia Brunella vi abitava: e non aveva intenzione di andarsene, dalla sua solitudine.
Luisa Brunella usciva di rado, scendendo le scale infinite del paese sul mare.
Lei, la figlia del podestà, con i suoi giornali sottobraccio, le sue volpi in cantina ed i suoi occhi azzurri: per lei la storia era già finita, e si sentiva l’ultimo uomo. Sebbene fosse una donna, certamente. Ma in lei erano commisti, come in un cervello spietato e stanco, la dolcezza e l’ordine: matriarcale sarebbe stato un termine su cui avrebbe glissato, poiché, vedova, ora racchiudeva il senso della fine di una famiglia, ossia della sua storia, come un androgino storico, come si addice ad ogni ultimo rappresentante, nel suo declinarsi neutro, donna o uomo che sia.
Quella mattina, nonostante tutto, si faceva compagnia della figlia più piccola, l’unica femmina: appoggiandosi al suo braccio, dialogava in forma di dramma, tra i ciotoli ed il sale della passeggiata, dei negozi, delle sigarette.
Indicò la spiaggia, e disse, con la sua voce bassa ma infrangibile: “Andiamo a passeggiare su quei sassi, in riva al mare”.
Beditta Brunella. Bionda come il suo bambino. Con il suo cane che dormiva nel suo letto matrimoniale, con le mani confuse e la bocca sottile: non pensava, passeggiando, non voleva pensarci su.
Da una finestra di una casa un ragazzo, biondo anche lui, piange. Si sente un telefono aperto, vuoto: una voce metallica in spagnolo dice che l’apparecchio è spento. Riprovare più tardi.
Il ragazzo guarda negli occhi Beditta, dicendole qualcosa con la sua estate, con i suoi dolori: non meriterà davvero più una sola parola, la parola eterna e perfetta di un poeta?
La vedova, in testa, batte il pugno sul suo cuore.
Il ragazzo occhi blu si passa una mano sulla fronte. È troppo stanco per combattere. Si veste, esce.
Luisa Brunella si volta verso il coro greco della spiaggia, su una chiatta nel mare: Oh, Mistero che è l’uomo!
“Oh, Sventura, Beditta mia, che son vecchia e mio figlio muore di un cancro! Prendi me, prendi me, Signore!”
“Mamma… non credo che Monaldo morirà. Non sono nemmeno del tutto convinta che abbia veramente un tumore. Dove lo avrebbe poi?”
“Non ho capito. Ma certo che la morte! La morte!”
“La morte”
“Eh, già”
“Eh…” sospirano.
Non abbiamo che le nostre madri, noi vinti. Le donne del coro si disperano. La passeggiata continua lenta, quasi a passo di danza, quasi a rime viennesi, verso la morte.
“Che sofferenza, figlia mia!”
“Quanto patisco anch’io, mamma!”
Il coro piange. Porta male. Monaldo crocifisso, Monaldo malato, Monaldo che sogna, Monaldo che spara.
Monaldo nipote del podestà ucciso dai suoi compagni: Monaldo che è in battaglia, Monaldo che ama, Monaldo che è solo ma insieme è complice, Monaldo maledetto, Monaldo che è certo ma sbaglia, Monaldo senza cuore, Monaldo che muore.
Le donne del coro, vestiti neri incollati all’acqua del mare, si strappano i cuori: i seni scoperti, i capelli bagnati.
Arrivano alcuni bagnanti: esplodono gli ombrelloni e le sdraio. Il sole batte.
Luisa ha un’idea, o meglio un pettegolezzo:
“…a proposito, ma l’hai vista la figlia del dottor Pugnone?”
“chi, la piccola?”
“no, la grande. Che poi, son grandi tutt’e due, Beditta, sù, han più di trent’anni! E che il padre mi dice, tenero… «eppure son tanto belle, mi chiedo come mai non trovano…»”
“E chi se le sposa, quelle?”
“è quel che dico anch’io. E poi la grande, con quel didietro enorme, è e-nor-me…e trova il coraggio di mettersi le gonnelline corte, con i coscioni che si ritrova…”
“…sai, l’importante è che si senta a suo agio…voglio dire, mamma, se lei così si sente bene, se non le importa niente, se pensa di essere graziosa così, non fa mica male a nessuno, no?”
“beh, ma c’è un limite. A tutto c’è un limite, santa pazienza!”
“a proposito…anche Mirra ha un cancro”
Predi me, dio!
Porta via me, morte!
Lascia che sia io a morire!
“ma No, che mi dici!”
“ha un cancro: allo stomaco”
“ah, ci muore, ci muore. Lo sapevo: che tragedia! Come farò? Signore, prendi me! Prendi me!”
Le donne del coro nuotano al largo, ora: si perdono, all’orizzonte.
“dai mamma, non fare così”
“Ma è terribile…certo che morire così!”
“già, morire così!”
“e i bambini poi?”
“quali bambini?”
“non ha figli?”
“no, Mirra non ha figli”
“Ah, meglio…beh, ma morire così! Che disgrazia! Signore, prendi me! Prendi me!”
Dov’è Monaldo? -si chiedono in coro i bambini sulle scale. Il pubblico applaude.
Ogni idea la porta via il bimbo.
Il teatro si svuota: il dialogo sulla morte ha forma di pettegolezzo.
L’estate è una livella: tutti uguali, tutti inutili.
“non dire così, mamma”
“…eh, non dire così…tu sei giovane, mah…a proposito, ma tua figlia è sempre fidanzata con quel mascalzone?”
Prendi me, Signore!
Portami con te, portami via!
Fammi morire, mio dio!
“no, si sono lasciati”
“Ah, meno male… ben gli sta, non mi piaceva per nulla, per nulla. Tutto così… piccolino, non parlava italiano, ignorante, con le braghe alle ginocchia…cosa ci avrà trovato, vorrei sapere…”
“poverino!”
“eh, si…brava, difendilo! Difendi sempre tutti, che poi guarda come ti calpestano i piedi!”
“ma chi?”
“chi? Tuo marito, ad esempio…è uccel di bosco, quello lì.
E mai che ti porti da qualche parte, mai a un teatro, ad un cinema”
“ma mamma…”
Prendi me!
Fammi tornare con mio marito, signore!
Dammi la pace!
“…ma mamma cosa? Ah, a proposito…povero figlio mio, sta morendo! Signore, Prendi me! Prendi me!”
“mamma, su, non sta morendo!”
“beh, lo dici tu…chi sei, un medico? Hai studiato medicina? Se ti hanno bocciata anche in prima media!”
“ma cosa c’entra la prima media con…”
“…c’entra, lo so io. Sai chi ho rivisto? La maestra Cerneo…la maestra di Livio alle elementari. Te la ricordi?”
“si, come no”
“…tanto brava. Beata lei, che non ha avuto figli…io invece, prima li fai, poi ti muoiono tra le braccia!
Signore, perché?! Prendi me! Prendi me, piuttosto!”
“vuoi che il signore prenda te?”
Luisa Brunella si fermò: accarezzò i capelli della figlia, e disse:
“si bella, ma va beh…con calma, c’è tempo”.
***














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