Camogli. Casa sul mare. Ore 14.30. Un Requiem.

Un’ automobile dietro la piazza, nascosta dalla statua bianca, fissa nel sole. Rincaso dalla spiaggia, dal mio caffè: l’acqua è annegata tra le meduse ed i sassi, le alghe sporche: sono rimasto al tavolo, solo, in pantaloni lunghi.
Il pomeriggio d’estate è senza tempo, senza ore, poiché il caldo lascia immobile l’alternarsi di sole ed ombra, ed il tramonto -tanto atteso- non è che un tratto opaco del pomeriggio stesso: la sera la porta il mare, la porta la cena, quando tutto è ormai finito. La sera d’estate è davvero come una nottola di Minerva, che leva il suo volo sempre in ritardo: quando la realtà è già stata fatta.
Mi sdraio sul letto di velluto verde, nella stanza al buio della casa, la cui finestra si chiude sul retro del cortile: rumore di stoviglie, odore di cucine e di mogli, e poi il silenzio tipico di una seria e combattuta partita a calciobalilla, in lontananza, mentre continuano a rimare con la sabbia le onde, dall’altra parte della casa.
Con queste pagine piegate sulle ginocchia rosse, poggio il cervello su un cuscino da divano e resto a metà tra il pensiero ed il nulla, senza decidermi: potrei anche pensare a qualcosa, se solo volessi. Ho sul letto tre libri eleganti: De Maistre, Furet, Peukert. Accendo una sigaretta, l’ultima. Già è finita.
Non dovrei fumare più, lo so. Ieri sera, sdraiata sul molo, una mia vecchia amica (del mestiere del mègu megùn) mi ha predicato la sua igienista teoria “baciare un fumatore fa schifo”: poco male, volevo risponderle: la mia innamoratina non mi bacia mai. È proprio un medico, del resto, la mia amica. E come dice un poeta le bagasce che danno il menù, e tu, con una voglia che non hai, a tirare la bibbia nel muro. Io avevo davvero una voglia che non ho. E così anche adesso. E tutto l’uomo è tutto una malattia.
Fino a qualche giorno fa, in città, ero felice -con il cuore pieno di gioia. Ora sento una stupida mancanza, una solitudine assoluta, perché priva di vie d’uscita. E so che sarà peggio, tra poco più di una settimana. Ci vorrebbe un miracolo, in forma di decisione: no, non vado più da nessuna parte, sto con te. Già…
E mentre mi incominciano a far male le gambe per niente, si muore. Parto. La famiglia. Un Funerale.
Penso a come la morte e l’estate rendano questi silenziosissimi pomeriggi essenzialmente religiosi. Un dissolversi cattolico di caducità portano i costumi vuoti di questa ragazzaglia al mare, inconsapevole di tutto: un presentimento di castigo, di punizione, in questo mio muoversi disturbato in passeggiata, passeggiata senza un senso.
Un senso di me stesso come dannato e l’ultima sigaretta che ri-diventa, per me, quella del condannato.
Un condannato sente la contraddizione del pensare disperatamente a lei, ed al contempo a chi desidera e cerca già di dimenticarlo. Ma dov’è?
Il pensiero controrivoluzionario insegna a capire come la vera conoscenza della realtà si abbia soltanto quando essa è in crisi, è malata. E c’è un tempo eterno, nella storia: la realtà è più essere che divenire.
Così c’è, in questo pomeriggio, tutto il mio passato che mi riempie la mente kantiana, nel suo consueto modo barocco che mi accompagna: fuori dalla porta bocche sulla burocrazia della morte -chiese e permessi, camposanti e trasporto-, dentro l’estate, e quelle passate. Braccia magre che nuotano a Moneglia, una casa in costruzione, la calce sulle scarpe ed un letto di legno rotto.
Imparo sempre dopo, sempre: la dolcezza, l’amore.
Poi bambino, e le sigarette appoggiato al collo del cannone, con l’occhio nel suo vuoto.
La stazione che deve passare, senza far male.
Imparo ancora più tardi.
Camogli non mi sembra quella dell’anno fa, perché io non sono quello di un anno fa. È come un paese senza più terra, senza ordine: vedo la beffa della crisi nei sorrisi da mare delle ragazze sdraiate sui sassi e sugli scogli: la malattia della rivoluzione è ironica, poiché la si scopre dopo.
Che ognuno mediti a lungo sulle sue partenze, i suoi viaggi.
Io potrei anche dirvi semplicemente: Fate pure, e voi farete di conseguenza del vostro meglio per peggiorarvi.
Perché invece non ritorniamo tutti a casa (e non è una controrivoluzione, ma il contrario della rivoluzione)? Qualcuno non è già ritornato?
Questa estate è una paralisi nella transizione, nella rivoluzione. Questo inverno avremo violenza politica. Oggi pomeriggio solo silenzio. Non serve la parola per star seduti su una sdraio sotto l’ombrellone. E quando due uomini parlano sulla spiaggia, l’atmosfera è quella di un antico dialogo dei morti.
Io devo credere in quella decisione fondamentale.
Mario è ancora sulle montagne epicuree-cinematografiche, e ci resterà sino a settembre. Ma è fuggito da solo. Lei non andrà a trovarlo. La sua solitudine è preziosa, perché rubata a se stesso. A lui non importa la compagnia, a lui non manca quel che non ha, ma solo quel che non ha avuto: è troppo tardi, anche per lui. Anche Mario impara sempre dopo.
Poi scenderà dal monte, per imbarcarsi a Venezia: lungo i canali, si bagnerà la barba, prima di re-incontrare la sua innamoratina.
Si chiuderanno in una sala da film.
Lui sarà bellissimo, ma lei gli resisterà. Così finalmente finirà l’estate.

***

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