Battisti ed Hegel: la mano di un poeta, il commiato
Hegel è l’ultimo disco che Lucio Battisti registrò, nel 1994. Erano già passati quasi vent’anni da quel suo Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare con il pubblico solo per mezzo del suo lavoro.
Battisti esperimenta, come un nuovo futurista, ora all’ultimo lavoro e con un cancro nella sua dolce voce: si lascia all’ultimo canto, il canto dell’ incomprensione.
In Tubinga, ecco che nella testa di Seneca ci sente il motorino di un frullatore.
In Tubinga, ecco che nella testa di Seneca ci sente il motorino di un frullatore.
Panella batte con la sua poesia testi perfetti, di una purezza ermetica irripetibile: la musica diventa quel ricordo, di chi ricorda Hegel Tubinga, di chi avrebbe voluto masticare la sua tuta da ginnastica. Non sono qui a recensire, perchè questo è l’ultimo oggetto di Lucio Battisti, come un vaso di Pandora: ne escono tutti i mali, e non un disco. Non c’è nulla da recensire, ma solo da proseguire nei suoi Esercizi obbligatori estetici.
C’è un sottofondo d’amore profondo, in quel chiedersi Chi di noi il governato, chi il governatore? -per poi sussurrare, con il canto di un Battisti-uomo dal fiore in bocca, sottile e dal nome di una caramella pirandelliana: non è questo il punto, il punto era l’incendio.
Dietro questo incendio, dietro l’amore, la malattia, e la morte, risolti in Hegel, ossia la Terra, la carne. Ancora mi permetto un ultimo verso: Un bacio dai bei modi grossolani, sfuggì come uno schiaffo senza mani.
Ma il testo di Panella della canzone “Hegel” è una poesia che, nella combinazione con una musica del tutto sconnessa e per questo meravigliosa, in una voce che Lucio Battisti non ha fredda, ma pacatamente distaccata, va letta per intero:
Dietro questo incendio, dietro l’amore, la malattia, e la morte, risolti in Hegel, ossia la Terra, la carne. Ancora mi permetto un ultimo verso: Un bacio dai bei modi grossolani, sfuggì come uno schiaffo senza mani.
Ma il testo di Panella della canzone “Hegel” è una poesia che, nella combinazione con una musica del tutto sconnessa e per questo meravigliosa, in una voce che Lucio Battisti non ha fredda, ma pacatamente distaccata, va letta per intero:
(Battisti-Panella)
Ricordo il suo bel nome: Hegel Tubing
aed io avrei masticatola sua tuta da ginnastica.
Il nome se lo prese in prestito dai libri
e fu come copiare di nascosto,
fu come soffiare sul fuoco.
Cataste scolastiche: perché?
Quando tutto è perduto non resta che la cenere e l’amore;
e lei nel suo bel nome era una Jena.
Chi di noi il governato e chi il governatore
son fatti che attengono alla storia.
Chi fosse la provincia e chi l’impero
non è il punto:
il punto era l’incendio.
Erano gli esercizi obbligatori estetici,
le occhiate di traverso, e tu guardavi indietro;
c’eravamo capiti, capiti all’inverso.
Ci diventammo leciti per questo.
D’altronde, d’altro canto.
A volte essere nemici facilita.
Piacersi è così inutile.
Un bacio dai bei modi grossolani
sfuggì come uno schiaffo senza mani.
Talmente presi ci si rese conto
d’essere un’allegoria soltanto quando
ci capitò di dire, indicando il soffitto col naso,
di dire “Noi due” e ci marmorizzammo.
La corda tesa, amò l’arco
e la tempesta la schiuma,
il cuore amò se stesso,
ma noi non divagammo.
L’animo umano è nulla se non è
una pietra da scalfire ricavando
i capelli e il suo bel piede.
Era la collisione, il primo scontro epico,
perché non scritto ma cavalcato a pelo,
ed ognuno esigeva
la terra dell’altro,
le mani, la terra, la carne, il terreno.















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