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Auschwitz, o la banalità della filosofia.

2 Ottobre 2008 No Comment

E io, l’intellettuale europeo,

che sarà mai di me?”

(Paul Valery)

 

UN BREVE SCRITTO POLEMICO (DEDICATO “AI GIURISTI E AI GENERALI”)

 QUESTE POCHE RIGHE MAL SI CONCILIANO CON LA PROFONDITA’ DEL PENSIERO IVI CONTENUTO.

SOLTANTO RICOSTRUENDO I NESSI NON ESPRESSI E’ POSSIBILE COGLIERE LA STRUTTURA DELLA POLEMICA.

 

 

 Nessuna disciplina scientifica ha fallito come la filosofia nel tentativo di pensare, spiegare ed afferrare il senso profondo della distruzione europea tra il 1914 ed il 1945, della distruzione geografica e politica del suo ordine giuridico, del suo jus publicum.

Di tutta la letteratura riflessa sull’asse guerre en forme - guerra civile europea, quella filosofica è la più povera e banale, la più vuota e del tutto slegata dai fatti.

 Esiste prima la storia, di ogni teoria sulla storia.

La prima guerra mondiale è l’evento-chiave del primo cinquantennio di secolo. L’evento che taglia in due il paradigma dell’Ottocento.

Il secondo conflitto è, sotto il profilo della rivoluzione del paesaggio mentale dell’uomo europeo, meno importante, perché è intrinsecamente contro-rivoluzionario, nel senso che muove dal tentativo tedesco di operare una restaurazione dell’ordine giuridico europeo distrutto.

Il 1941 rappresenta l’anno di svolta della seconda guerra mondiale, in quanto è l’anno che in linea teorica segna la fine della guerra stessa, la fine del suo scopo: da quel momento, diventerà soltanto il prolungamento di una fine già scritta.

E la guerra finisce, in quanto fallisce il tentativo di un asse anglo-tedesco che, fondato sulla opposizione terra-mare, potesse ricostruire quel jus publicum Europaeum di cui Hitler incarna l’ambigua figura di “ultimo rappresentante e distruttore finale”.

Sono il volo di Hess e la sua cattura che segnano la fine della guerra: la fine della lotta per lo spazio europeo, uno spazio tradizionale e classico. Questo spazio era il presupposto logico per l’invasione dell’Unione Sovietica, per il Lebensraum.

Il nazionalsocialismo rappresenta dunque, a totale differenza dal fascismo, un tentativo di restaurazione dell’Europa ottocentesca.  

Saltata la possibilità di metter in atto tale restaurazione (l’asse Terra-Mare), il nazismo diventa definitivamente il distruttore di quell’ordine che tentava di ricostituire: esplode l’intensità del politico, esplode la dialettica amico-nemico.

Nel momento in cui il nazismo non trova più di fronte a sé un iustus hostis, perché è crollato quel sistema, con tutta la sua violenza si rivolge contro il nemico, nemico assoluto: cambia la sua idea di spazio, cambia il paradigma. Dallo spazio vitale allo spazio razziale, che non ha più nulla a che vedere con il legame tra territorio e diritto. Da qui lo sterminio, l’annientamento.

Di questo quadro, tracciato brevemente e pertanto con un veloce tratto generalizzante e di conseguenza impreciso, la storia ed il diritto hanno spesso compreso i lineamenti.

La filosofia non ha, al contrario, compreso nulla.

Una “sindrome del dopo-Auschwitz” ha spinto la filosofia nuovamente nella metafisica: i filosofi hanno rinunciato a spiegare Auschwitz, per fare della metafisica di Auschwitz.

Una metafisica della storia come fine di una filosofia della storia.

Mai fu spesa parola più impropria per Auschwitz che quella che è divenuta un vero e proprio postulato filosofico, che quella finzione dell’ autodistruzione della ragione di Adorno:

 

Auschwitz ha dimostrato inconfutabilmente il fallimento della cultura. Il fatto che potesse succedere in mezzo a tutta la tradizione della filosofia, dell’arte e delle scienze illuministiche, dice molto di più che essa, lo spirito, non sia riuscito a raggiungere e modificare gli uomini”

 (Dialettica negativa, Einaudi, Torino, 1982, p.331)

 

Ma che significa?

Quale cultura?

La ragione illuministica era già fallita con Kant, che la costruiva su un presupposto inesistente, il noumeno.

Non c’è nulla di più errato e misero delle riflessioni di Hannah Arendt: il concetto vuoto di totalitarismo (un’etichetta da guerra fredda), la riflessione sul terrore e l’ideologia, non sembrano dar nessun contributo alla lettura del nazionalsocialismo e delle guerre civili europee.

Non c’è nulla di più vago ed infecondo dei temi hegeliani con cui Kojève guarda a Stalin nuova anima del mondo, della “teodicea di Auschwitz” di Jonas, del Behemoth di Neumann.

Nulla di più stridente con i fatti storici e la storia della cultura dell’idea di Marcuse della forza emancipatrice ed individualistica del nazismo come epurazione degli elementi guglielmini nella società tedesca (quando fu l’esatto contrario!).

Nulla di più falso delle tesi dell’ incatenamento del corpo di Levinas, del nichilismo che vorrebbe scovare Löwith, della vanità del nulla di Camus: Hitler, il Füher biedermaier, il suo è proprio il tentativo più mediocre di restituire un’anima al corpo!

Sono questi filosofi, e non quelli che, a detta loro, prepararono il nazismo, a tessere una visione escatologica del tempo, ad essere profondamente storicisti.

Sono questi filosofi a non riuscire a cogliere l’idea che la storia possa tornare indietro. L’idea che Auschwitz non sia il simbolo della modernità, non sia una figura novecentesca, ma sia invece l’ultimo atto che chiude l’Ottocento.

È la trincea ad essere moderna, mentre Auschwitz è strutturalmente anti-moderna. Il progresso tecnico è la morte di massa della prima guerra mondiale, i gas dei combattimenti, le luci che cambiano la notte ed il giorno: non gli aguzzini, l’ordine concentrazionario, i forni crematori.   

La filosofia non è riuscita ad accettare il fatto storico che il nazismo fosse un movimento fermo al 1914, ad ancora prima della Grande Guerra. E che tale movimento si sia trovato a dirigere uno Stato moderno quindici anni dopo che il suo tempo si era fermato.

La filosofia non è stata in grado di cogliere questo buco nella rete.

La filosofia non è riuscita ad accettare l’antistoricismo della storia.

Non a caso, si tratta perlopiù di filosofi hegeliani o marxisti per formazione.

Loro sono i profeti più falsi, e più che altro inutili.

 

Carl Schmitt non rispose alla lettera che Walter Benjamin gli inviò nel dicembre del 1930. Fece davvero bene.

 

Silete, philosophi, in munere alieno!

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