Se muore l’idea politica di patria, la esistenza di ogni individuo si riduce, in modo del tutto artificiale, al senso di una ricerca socratica astratta della virtù privata. La virtù privata, che contraddizione! Sciantose, con l’acqua sugl’occhi.
Nessuno troverà mai il senso della propria esistenza se non nella politicità, ossia nell’unica tensione esistenziale che, per intensità, è in grado di spiegare e comprendere l’evento-morte.
Il nuovo sepolcro vuoto – riproposizione del thema hegeliano – è, così, l’equivalenza di quella che viene denunziata, oggi, come mollezza dei costumi di taluni popoli occidentali, del nostro uomo post-tradizionale, post-repellente.
I pazzi mammelucchi egiziani, macellai e stupratori di soldati francesi, il porto che va a fuoco: la monella nobile corre per le stanze del palazzo, fa la storia dei suoi pruriginosi sedici anni nel paese conquistato, fa l’amore con tutti gli ufficiali. Zingari seduti sui tram, fischiano alle nuvole; altre trecento ragazze si vestono per uscire.
La mondanità autoreferenziale: conoscere persone per farsi conoscere da persone, nessuna discriminazione, tanti ridicoli ragazzi riccioluti, queste bottiglie che bruciano, queste bambine che hanno dormito tutto il primo giorno dell’anno, ancora vestite tra le lenzuola, sopra i festeggiamenti della notte di fine anno.
La morte politica ha colpito nel 1945 gli Stati del continente europeo: è evidente che si è costruita l’Unione dell’Europa procedendo per neutralizzazioni.
Ora, verrà la guerra civile. Pur di rimanere qua, siamo pronti a tutto.
Verrà una guerra intestina e tra fratelli. E tu che sei il mio grande amore, il mio amore eccomi qua, il mio amore fantasma, fuggi da me. Dove ognuno porrà il suo idiota senso individuale di vita, del tutto vuoto, come grande discrimine del bene e del male.
Una delle conseguenze irreparabili della morte della patria è, infatti, la perdita delle cristallizzazioni culturali sottese alla costituzione: è la perdita, cioè, del senso politico dell’ordine giuridico, che si riduce così a mera norma.
In questo senso, il popolo non è più in grado di far riparare la propria violenza nella custodia spirituale dell’ordine costituzionale. Bambini con in bocca rane pescatrici, in questa storia ignobile, sotto il sole che picchia: topi con parole da Pilato, scivolano su quei corpi che, da domani, troverai eroici. Dormite, dormite, una peste politica vi rimanderà tra le galline e le rovine, i campi e le stazioni affollate.
La società, priva dei suoi nemici (affinchè vi sia un nemico occorre un’identità politica), si frantuma ora negli inimici privati di ciascuno. Questo popolo, ogni giorno, si rende più misero e brutale, più analfabeta e rabbioso, ogni giorno più libero e pieno di terrore.
Questa è la paura del sepolcro vuoto: tra le lenzuola ed i secchi d’acqua, solo un dio seminerà la redenzione, dopo qualche iperclassico e radioso migliaio di morti (Si deve ritornare ad una filosofia della storia). Nessun Paese è davvero libero se non ha la possibilità della guerra contro un nemico esterno.
Non perdonate mai, perché vi è intrinseca vanità; piuttosto, dimenticate. L’oblio è un taglio che supera il ricordo e la vendetta, conservandoli al contempo.
Stanotte verrò da voi, a guardarvi fisso negli occhi.
Sonnolenti fumatori di droghe leggere, che sbadigliano sulla terra, ragazzaglia ubriaca e volgare, non più monella, né soldata, né poeta, né studente, né sbandata: solo astratta in volti aizzati da un triste tramonto, braghe anelstaticamente calate al culo: il modaiolo schiamazzo della piazzetta è la loro sola notte, per viverla limitandosi a vivere. Quando la ragazzaglia scende in piazza, le persone serie stanno a casa. Quando comincia a farsi buio, e si sentono rumori cenciosi per le vie. Amore, tu ci sei finita lì dentro, in compagnia: quando si dovrà far ordine, non chiedermi di salvarti.
Le mie parole sfiorano le cose, proprio come le piume di Maraini: sono tutte un lungo studio, incantato. Per questo preferisco, spesso rimanere in silenzio, e riascoltare la fecondazione secondaria del tuo decaffeinato e della mia prima nuotata in mare, la parola rivoltata come un guanto nel nostro ci lasciamo. Ripenso a tutti quei giorni smègi e lombidiosi, insieme a te.
Allora esploderà, finalmente, la terrificante angoscia della consapevolezza di una esistenza priva di senso, di almeno due generazioni che, in questo dopo-guerra, sono state educate in un mondo nuovo, spoliticizzato e neutrale, dove, per la prima volta nella storia degli Stati moderni, l’ordine giuridico è stato posto senza il corrispondente ordine politico.
Un popolo fondato sulla mediatezza giuridica.
Città attraversate in lungo e in largo da misteriosi uomini di razze negre e asiatiche, che astraggono lo spazio e il diritto, lo rendono, con una sola elemosina, generalizzazione: il cielo si sostituisce alla terra. Questo popolo si astrarrà a tal punto dal proprio senso terrestre, fino ad un’ascensione profana al nulla.
Ancora ragazzaglia al sole: non è più santa canaglia, non è più tirasassi, è solo rinfusa e sparpagliata sonnolenza. Con fin troppa voglia, inconfessata, di morire, per riuscire ancora a sentir la morte che sta per insanguinare le vostre case, il vostro Paese.
Nutro il più distaccato disprezzo per la vostra vita privata, la calpesto, perché tra poco la violenza umilierà l’ellenistico senso di serenità che ognuno, piccola formica poetica, tenta di vivere nel suo cuore. Sono solo briciole dell’astrazione, le felicità e le virtù impolitiche.
Presagi, di guerra civile e solitudine[i]: cadrete con i vostri figli, fulguratoria rispazializzazione dei nostri fiumi, delle nostre montagne, delle nostre strade romane.
La più grande meschinità, nel mondo, sono il bene ed il male usati come giudizi politici.
Ormai che ho immaginato e già veduto abbastanza morti, sto di spalle alla vetrina – giochi di spilli, giochi vuoti -, per non vedere i passanti (non si cede neppure un metro). Amore che fuggi da me, domani fuggirai tra le città, vivrai con il terrore di essere stuprata da italiani dispersi in armi, perderai ogni senso di pietà. Tutto questo non è nella storia, ma è fuori dalla storia: è la storia che, con tutta l’ignoranza propria della morale che giudica e fa la politica, avete costruito in questi sessant’anni e che, oggi, vi si sta per rivoltare contro.
Ora sarà una guerra civile pura, mai vista nella storia: una guerra omnium contra omnes (o meglio: di ognuno contro ciascuno). Lasciano la vita di là, nelle mani del fravego, che ne farà oro da vendere alle donne. Per dio, se farà rumore!
La piccola guerriglia della spazzatura è stata una avvisaglia: non è sfuggita di mano perché è avvenuta in una città politica come Napoli, sotto il controllo, ordinato, della Camorra, la cui idea, al contrario di quella di patria, non è certo morta.
Al Nord, sarebbe presto continuata con morti e feriti.
Ognuno è innocente, come se stesso. Arriverà la guerra.
Questa sarà la vera spazzatura del sistema. Libertà, libertà.
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Articoli collegati:
- Contemplazione e guerra (http://moscasulcappello.com/contemplazione-e-guerra/231/)
- Sul mare, la guerra, la paura (http://moscasulcappello.com/wp-content/uploads/2008/06/sul-mare.pdf)
[i] Ivi si rende necessaria, per il discorso amoroso, la allegata poesia del Salinas. Ciò si accompagni con un buon presagio daliniano e la consapevolezza della “presa in giro”, ritagliata sulla poesia. Del resto, ho sempre pensato che Salvador Dalì sia il grande pittore politico del secolo, il pittore della guerra civile mondiale.
“Il modo tuo d’amare
è lasciare che io t’ami.
Il sì con cui ti abbandoni
è il silenzio. I tuoi baci
sanno offrirmi le labbra
perché io le baci.
Mai parole, abbracci
mi diranno che sei esistita
che mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi;
tu, no.
E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardare e senza toccarti.
Perché non debba mai scoprire
con domande o carezze
l’immensa solitudine
d’essere solo ad amarti”.