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Anatomia del dolore – seguito. Di Paolo Becchi

26 dicembre 2009 One Comment

Paolo Becchi

Paolo Becchi

«Questo racconto è opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a persone realmente esistite o esistenti è puramente casuale. L’ ospedale è un ospedale  qualsiasi di una qualsiasi città. Ed è questo che rende ancor più grave il secondo capitolo del resoconto che stiamo per narrarv

Squilla il telefono. Sono le dieci del mattino di una solare giornata di fine giugno. Da qualche giorno sono invecchiato di un anno, ma la malattia mi ha segnato molto di più. Una voce femminile mi annuncia che, inaspettatamente, si è liberato un posto per l’intervento chirurgico cui devo essere sottoposto. Non ero proprio sicuro di volermi ancora fare operare, tanto più che l’ascesso era guarito, senza lasciare, almeno in apparenza, alcun disturbo. Insomma, mi ero completamente ristabilito: più che la ferita nel culo, era quella nell’ anima a sanguinare. Dovevo ancora smaltire le umiliazioni patite in una settimana di ospedale.

Tutto, comunque, avrei ora voluto, tranne che soffrire di nuovo. E, ahimè, finire sotto i ferri non può non procurare dolore. Con il senno di poi, mi ero lasciato troppo facilmente convincere dal chirurgo:

«Caro Signore – aveva esordito, dopo avermi infilato ancora una volta il suo bel dito su per il culo – bisogna andare al fondo della cosa».

Io credevo, il fondo, di averlo già toccato. Ma, purtroppo, mi ero del tutto sbagliato.

«C’è una fistola – prosegue – ma delle più semplici, per Sua fortuna e l’intervento le consentirà di archiviare il caso una volta per tutte».

Se non fosse perché si trattava del mio povero culo, avrei quasi pensato di trovarmi in un’aula di giustizia. Vorrei sapere quale essere umano, anche il più scettico, non avrebbe accettato di firmare il modulo del consenso informato. Firmo, dunque, ma mi accorgo che il medico aggiunge a penna qualcosa riguardante le possibili complicazioni. Chiedo, allora, con una visibile preoccupazione, un supplemento di informazioni:

«Ma no – risponde subito il medico –, dobbiamo scrivere queste cose, anche se sono rarissime. Stia tranquillo: tutto andrà bene e l’intervento sarà risolutivo».

«Lei firma – aggiunge – con l’anestesista anche un modulo (così, in effetti, sarà) in cui sta scritto che l’epidurale la potrebbe rendere invalido per tutta la vita. Ma non succede mai».

Tra me e me penso, ma allora a che diavolo serve questo consenso informato? Ti fanno firmare cose che tanto non si verificano mai? Non posso nascondere il sospetto che il tutto sia fatto solo per “pararsi il culo” (…da aggiungere alla lista delle metafore contenute nel capitolo primo), ma che fare?

Firmo; fidandomi come si fida il bimbo di quanto gli dice la sua mamma. Oggi la chiamano “alleanza terapeutica”. Ma non c’è proprio alcuna alleanza, molto più banalmente ho firmato di acconsentire all’intervento perché, al di là di tutte le informazioni ricevute, ho riposto fiducia nel medico che ho davanti.

Dicono che il chirurgo sia competente ed io non ho, al momento, ragione per dubitarne. Non mi era piaciuto il suo modo di fare scontroso quando ero stato ricoverato, né il suo viso floscio e butterato. Allampanato nel camice bianco, la sua immagine un po’ perturbante era divenuta, da qualche settimana a questa parte, una mia personale ossessione. Nel precedente ricovero gli avevo balenato l’idea di farmi operare nella clinica privata in cui lavora: gli scintillarono subito gli occhi, ma, poi, ci avevo ripensato (tre figli da mantenere, una moglie a carico) ed i suoi occhi si erano di nuovo spenti. Insomma, umanamente – come si dimostrerà anche in seguito – una merda, ma non dovevo mica trascorrerci insieme le vacanze … un banale intervento di routine, tanto da essere dirottato in una struttura più piccola, che opera in sinergia con quella più grande.

Mi preparo all’intervento: esami del sangue, elettrocardiogramma, un colloquio con l’anestesista e con un altro medico che aggiunge qualche informazione sul concreto svolgersi del ricovero.

«Caro Signore – esordisce quest’ultimo – il trattamento verrà effettuato in day Surgery».

Ma parla in genovese, belina, mi verrebbe da dirgli. Ma qui, siamo in una città imprecisata, dove sono soltanto un foresto.  Il medico deve avermi letto nel pensiero perché aggiunge subito:   «La mattina La operiamo e alla sera Lei è già a casa: una sciocchezza».

«Ma – aggiunge – i dolori, ahimè, quelli vengono dopo. Andar di corpo non sarà facile per un paio di giorni e per tre-quattro settimane le perdite di siero e di muco saranno fisiologiche. Poi tutto sarà come prima».

Nessuno mi aveva presentato questo decorso un po’ più lungo e doloroso di quanto avessi immaginato. Ormai, però, ha poco senso tirarsi indietro. Penso alla conclusione positiva ventilata e vado avanti. Tornato a casa mi sorge qualche dubbio. Sto bene, voglio proprio sottopormi all’ intervento? Ma no che non vorrei, se mi sono spinto a dare il mio consenso è perché il chirurgo mi ha fatto chiaramente intendere che l’intervento sarà risolutivo. E pazienza se mi rovinerò l’estate, a settembre sarò di nuovo in forma smagliante. Chiamo il mio medico di famiglia, per sentirmi rincuorato:

«Il 2 luglio mi operano. Lei cosa ne pensa?».

«Bah, Lei ora sta bene, io nelle sue condizioni non mi farei operare».

Resto sorpreso.

«Ma dottore – replico – mi attende un autunno più caldo di quello operaio del secolo scorso. Ho lezioni e conferenze in Italia e all’estero. Tutta colpa di quel maledetto libretto sulla morte cerebrale e il trapianto di organi, di cui è persino imminente una traduzione in castigliano».

«Ah, sì, l’ho letto anch’io. Ho sempre pensato le stesse cose, per fortuna ora c’è qualcuno che ha avuto anche il coraggio di scriverle».

«Grazie del lusinghiero giudizio, ma cosa faccio ora?».

«Se le cose stanno nei termini in cui me le ha descritte ora, allora certo è meglio farsi operare subito».

Avuta anche la benedizione del mio medico di famiglia, mi preparo all’intervento.

Tutto è pronto ed eccomi di nuovo all’ospedale di prima mattina. Mi metto a letto in attesa del mio turno, in una saletta accogliente con un altro paziente. Ogni cosa procede rapidamente: prima entra lui – è raccomandato – e poi tocca a me. Entro in sala operatoria. In effetti è proprio come mi aveva descritto Bruno (vedi capitolo primo): un andirivieni di persone, ma non mi sento maltrattato. Saranno gli infermieri più simpatici o sarà semplicemente che senza occhiali non vedo un tubo, sono comunque di buon umore, persuaso di chiudere presto e bene questa brutta storia. Mi anestetizzano: resto per tutto l’intervento perfettamente vigile, senza sentire alcun dolore. Potenza della medicina!

Pochi minuti e sono fuori. Non sento, però, le mie gambe. Non riesco neppure a muovere le punta delle dita dei piedi: la testa mi gira.

E se restassi paralizzato per sempre? Come  sarebbe la mia vita da immobilizzato? Mi adatterei? La cosa mi sembra mostruosa, impossibile, ma non so proprio come reagirei alla perdita dell’uso delle mie gambe: dovrei trovarmi prima in quella condizione per poterlo dire, ma spero proprio che non si verifichi. E così è. Il mio vicino comincia a muovere il piede sinistro ed io, poco dopo, il destro. La parte bassa del corpo riprende gradualmente vita e con la vita comincio di nuovo anche a sentire il mio culo dolorante. Sono le cinque del pomeriggio, passa il chirurgo.

«L’intervento è riuscito e non ci sono complicazioni. Si faccia venire a prendere da qualcuno. Può tornare a casa».

«Dottore, veramente ho un problema – lo interrompo bruscamente –, l’ascensore è guasto e devo fare sette piani di scale a piedi. Non potrei passare la notte in ospedale? La ferita mi fa male».         «Ma no, neppure a pensarci, Lei ora può salire persino sulla Torre Eiffel».

Dunque, contro la mia volontà, mi dimettono. Esco camminando come uno a cui abbiamo infilzato il bastone di una scopa su per il culo, ma il dolore è, effettivamente, sopportabile. Arrivo al portone di casa. Ogni gradino una fitta che dal culo, salendo su su per la spina dorsale, penetra il cervello e lì diventa cosciente. La ferita ha ripreso a sanguinare abbondantemente. Ci vorrebbe l’assistenza pubblica: sono inchiodato al quinto piano, mentre aggrappato alla ringhiera impreco contro quel grandissimo figlio di puttana che mi ha spedito a casa in quelle condizioni. Piangendo stringo i denti, entro nell’appartamento e, ansimante, raggiunta la camera da letto mi lascio scivolare nelle fresche lenzuola di lino. Stremato mi addormento, mentre sento mia moglie che cerca come meglio può di pulirmi. Dopo l’operazione, sin da subito, ho l’impressione che qualcosa sia andato storto. Il dolore delle prime due settimane è intenso, ma tollerabile. Ho ancora una sessione di esami. Non posso rinviarla.

Esco di casa e impiego venti minuti per fare qualche centinaio di metri. Non volevo uscire con il bastone, ma ora mi sento perso, non ho neppure preso l’antidolorifico, non so neanch’io perché, forse voglio semplicemente mettere alla prova la mia soglia di resistenza.

«Mi parli di Pufendorf», chiedo allo studente.

Cerco di seguire la risposta, ma non so quanto resisterò. Il pannolino non tiene più e un filo di liquido sieroso sta già scorrendo nelle gambe. Per fortuna il candidato è sveglio, ragiona, fa collegamenti. Finalmente riesco ad andare in bagno, pulisco come meglio posso, tolgo le tracce di sangue dal lavandino e mi metto un nuovo pannolino: non mi preoccupo; mi hanno detto che è normale, che ci vuole tempo. Alla prima visita di controllo tutto sembrava in ordine. Così almeno dice l’infermiera, poiché il medico non è presente.

«Infermiera, ma io sento ancora dolore».

«Ci sarà ancora un po’ di infezione, prenda intanto un antidolorifico» mi risponde.

Torno a casa un po’ perplesso: sarà anche una brava (e anche carina) infermiera ma, cazzo, avrei preferito che il controllo fosse effettuato dal chirurgo che mi ha operato o quantomeno da un suo sostituto. Devo ritornare tra due settimane per la seconda ed ultima visita. Questa volta il chirurgo mi degna di uno sguardo veloce:

«Guarito».

«Pensavo da guarito di stare meglio; continuo ad avere delle perdite…».

«Non si preoccupi, è normale. Ci vuole qualche mese prima che tutto torni come prima».

Ma, diamine, non erano settimane? Ho la netta sensazione che mi stia prendendo per il culo. Chiedo titubante:

«…posso andare in vacanza in queste condizioni?».

«Lei può, adesso, scalare persino il Monte Bianco».

«Prima la Torre Eiffel, ora il Monte Bianco, no, mi basta andare ad Amsterdam per farmi due canne in tutta libertà», dico scherzando.

«Ma sì, può andare dove vuole».

E parto, ma i tormenti continuano anche se mi trattengo per non rovinare una breve vacanza familiare. Tra un Van Gogh e un Rembrandt, a zonzo in una città accogliente ed incantevole, cerco di dimenticare il mio culo, e quasi vi riesco. Ritornato a casa, mi accorgo però che sto peggiorando: la ferita ha ripreso a sanguinare e ho l’impressione che ci sia di nuovo del pus. Ma siamo intorno al Ferragosto: tutto è chiuso, persino le Chiese, quando il prete non dice messa. Il chirurgo che mi ha operato è in vacanza, ma dovrebbe tornare tra pochi giorni. Chiedo allora al mio amico medico di rintracciarlo per fissarmi una visita. Ci prova. Ma lui proprio non mi vuole vedere: io ormai sarei guarito. Se ho dei disturbi devo rifare la richiesta, aspettare il mio turno.

«Non puoi proprio fare qualcosa?» chiedo supplichevole al mio amico.

«Dammi qualche giorno, ma non ti fare illusioni, sei messo male, altro che guarito, da quello che mi racconti c’è quasi sicuramente una recidiva».

Mi casca di colpo il mondo addosso. Tutto inutile? Resto in questo stato d’angoscia, sino a quando, qualche giorno dopo, un collega del chirurgo che mi ha operato, per fare evidentemente un favore al mio amico medico, si dichiara disponibile a farmi una ecografia. Ma c’è poco da dire. L’ecografia non lascia spazio a dubbi. C’è anzi un nuovo ascesso e bisogna inciderlo! In mia presenza il medico chiama il chirurgo che mi ha operato e gli dice:

«Carissimo, c’è qui un tuo paziente. Lo hai operato da poco, devi vederlo subito, ha un ascesso grosso come una mela. Guarda l’eco. Io gli ho già prescritto degli antibiotici, per il resto sono cazzi tuoi».

Il messaggio non poteva essere più esplicito e la risposta, che non sento, pure, perché mi viene fissato subito un appuntamento per il giorno dopo. Dovrò, maledizione, rinunciare al Convegno di Lucerna, nel corso del quale era prevista una mia relazione. Torno a casa, disperato, avviso Michele a Lucerna che non potrò partecipare al Convegno, sente la mia amarezza e mi passa Patrizia, sua moglie, la quale cerca di consolarmi e mi consiglia di parlare con una Suora di Lucerna dotata di poteri paranormali.

Vinco la perplessità iniziale e dopo un’ora di tentativi a vuoto riesco a prendere la linea:

«Liebe Schwester, ich habe ein Problem».

«Nennen Sie mir einfach Frau Buchert», mi risponde con una vocina ferma e gentile.

E va bene Signora Buchert e racconto in breve la mia storia. Mi risponde:

«Warten Sie, ich muß mit meinem Engel sprechen».

Engel”, avrò capito bene, la Suora parla con gli Angeli. Mah! Dopo pochi minuti ritorna in linea:

«Eh, sì, Lei dovrà ancora soffrire a lungo, ma dopodomani sarà a Lucerna e terrà la sua relazione».

Le rispondo che domani subirò una incisione e che quindi il viaggio è ormai escluso. Ho persino già disdetto l’Hotel. Sento la Suora sorridere dall’altro capo dell’apparecchio, penso in cuor mio di essere stato un deficiente a telefonarle. La saluto gentilmente e mi congedo. Mi ci mancava anche una Suora che parla con gli angeli. Mi addormento sereno pensando a mia nonna Luigina che da piccolo mi aveva insegnato la preghiera dell’Angelo Custode. Nella notte credo di essere corso al bagno, ma non ricordo di preciso.

Entro nell’ambulatorio alle nove: pago il ticket. Mi tocca il numero sessanta. Tutta la mattinata è persa. Ma il pomeriggio non devo più partire, e posso passare qui anche tutto il giorno. Il culo è meno gonfio e non esce quasi più niente, in realtà non sento neppure dolore. Mi dirigo verso la sala d’attesa, con un paio di giornali sotto il braccio. Vorrei sedermi, ma la saletta è troppo piccola per contenere tutti. E in più continuano ad affluire altri pazienti che invadono come cavallette tutto il corridoio. Un vociare sempre più insistente e fastidioso impedisce di fare qualsiasi cosa: sembra di essere al mercato.

C’è chi ha prenotato da mesi ed è incazzato come una iena perché dovrà perdere tutta la mattinata, chi è stato dirottato dal pronto soccorso e sta male e si lamenta, chi ricoverato in ospedale deve adesso effettuare qualche visita di controllo e, ovviamente, qualcuno, come me, che si è intrufolato all’ultimo momento: se lo sapessero gli altri, rischierei il linciaggio. I numeri chiamati si succedono lentamente sullo schermo: un paziente si alza e, finalmente, riesco a sedermi. Comincio a ingoiare la mia dose quotidiana di veleni che proviene dalla lettura dei giornali, quando mi accorgo che, proprio di fronte a me, nel lato opposto della stanzetta, seduto in un angolo c’è addirittura il Sindaco che parlotta a bassa voce con un giovane ragazzo che gli è seduto vicina, dall’aria lievemente preoccupata.

Mi alzo e mi avvicino con la velata intenzione di attaccar briga, ma con il sorriso sulle labbra:

«Buongiorno Sindaco, mi fa piacere vedere che anche Lei è qui!».

Frase ambigua, che può voler dire un sacco di cose. Anche Lei con problemi di culo in famiglia? Anche Lei nel Servizio Pubblico, ma si capisce che l’accento batte sulle condizioni in cui ci troviamo in quel momento, in ambulatorio. Mi risponde subito il ragazzetto (ma chi l’ha interpellato?); capisco che si deve trattare di qualche parente, perché è la legge del sangue che lo spinge a difendere il nostro pingue primo cittadino:

«Io vivo a Cambridge, ma sono venuto in Italia per curarmi. In Inghilterra è tutto carissimo, non lamentiamoci dunque…».

Mica male questi “progressisti” nostrani: chi ha il figlio che studia a New York e la nipote a Oxford, in barba alle famiglie proletarie che devono sbarcare il lunario. Non manca la lingua al rampollo, ma il Sindaco – come è noto dalle nostre parti -, ne ha da vendere di lingua e non vuole perdere occasione per un piccolo comizio:

«Cittadini! Abbiamo il servizio sanitario migliore del mondo. Qui è tutto gratis! Se c’è una cosa di cui proprio non possiamo lamentarci, sono i nostri ospedali».

A dire il vero tra ieri e oggi ho sborsato quasi duecentomila lire di ticket (scusate se continuo a ragionare in lire, ma l’inculata dell’euro è stata una sofferenza da cui credo non riuscirò più a riprendermi), mentre sto pensando di replicare entra il capo del reparto che, evidentemente, non aveva ascoltato le parole del Sindaco, ma era stato informato della sua presenza, e dice:

«Scusi Lei, Sindaco, e scusate tutti voi per la totale confusione in cui siamo. Purtroppo oggi ci troviamo a gestire una situazione di emergenza, ma non è sempre così».

Solo per il Sindaco (e parente) tutto fila liscio e funziona a meraviglia … mi accorgo di quanto il potere possa giungere ad offuscare la realtà, presentandola in modo distorto. Mi risiedo al mio posto, e comincio a prendere qualche appunto con il mio ormai inseparabile Black Berry (l’amico che me lo ha regalato mi avrà anche tirato un sacco di bidoni, ma questo regalo li ripara tutti), quando il mio vicino, sottovoce, mi chiede:

«Ma Lei… è un … marxista?».

Va bene che ho il culo rotto come Carlo Marx e la barba incolta assomiglia alla sua, ma no, gli rispondo:

«Certo, rispetto alle sue limpide analisi economiche gli economisti di oggi sembrano un branco di idioti. A capacità di previsioni posso assicurarle che oggi è meglio affidarsi al Mago Otelma, lui sì che non ne sbaglia una».

«E poi, dovrebbe essere il Sindaco, considerata la sua appartenenza politica, a difendere gli interessi del proletariato – aggiungo – non Le pare?».

«Eppure – replica il mio interlocutore – l’ho già vista da qualche parte. Forse Lei è un “animalista”, ricordo – ecco – una foto del giornale di qualche giorno fa, di Lei con un gatto in braccio. Bella foto, ma dell’intervista, mi scusi l’espressione, non ci ho capito proprio un cazzo».

«Ha ragione, volavo un po’ troppo alto, ora Le spiego…».

Ma il 60 compare sullo schermo: purtroppo devo andare, è il mio turno.

«Non mi lasci così, se Lei non è un marxista, allora … che cos’è?».

«Sono semplicemente uno che cerca di ragionare con la sua testa. Sapere Aude!».

«Come?».

«Abbi il coraggio di servirti del tuo intelletto». Non c’è tempo per spiegare Kant.

L’infermiere sbuffa: «Dov’è il sessanta?».

«Arrivo».

«Eccomi, caro dottore», esordisco alla Bartali: «Tutto sbagliato, tutto da rifare?».

«Non scherziamo, è impossibile: faccia vedere».

E giù di nuovo il suo dito, che ormai deve conoscere il mio culo almeno quanto conosce quello di sua moglie: poi, con un cateterino, penetra nella ferita. Sono ormai talmente abituato a questa forma di supplizio che riesco persino a tenere le gambe ferme e alla fine ecco il responso dell’illustre culologo:

«Eh, sì…qualcosa non è andato per il verso giusto».

«Ma come – replico –, non doveva essere un intervento risolutivo?».

«Nell’1% dei casi purtroppo non è così».

«Ma si può sapere cosa è successo?».

«Non ci sono che due ipotesi: la prima è che potrei non essere andato abbastanza a fondo, insomma, che l’intervento doveva essere più profondo, la seconda è che si sia trattato di un difetto di cicatrizzazione. Ma non si preoccupi, La metto subito in lista d’attesa e rifacciamo tutto da capo. Sono proprio curioso di vedere se ho sbagliato l’intervento. Non mi succede mai».

Mi mette sotto il naso il modulo del consenso informato, la mia firma è indispensabile per essere inserito nella lista d’attesa. Firmo quasi automaticamente, senza neppure leggerlo. Tanto sono le solite minchiate. Ma la mia mente è già altrove. Non si rende conto che mi ha rovinato tutta l’estate, e che ora sta mettendo a repentaglio l’inizio delle mie lezioni? Ah, sì, ora il mio culo è diventato l’oggetto della sua curiosità: col cazzo e col pensiero che te lo faccio riaprire, brutto stronzo. Cupo nella mia disperazione, sbotto:

«Almeno mi incida l’ascesso!».

«Ma non c’è l’ascesso. C’è la fistola».

Resto basito: tiro fuori l’ecografia e alzando il tono della voce gli dico:

«Ma non lo vede?».

«Sì che lo vedo, ma non c’è più!».

«Guardi che l’ecografia l’ho fatta ieri».

Il chirurgo è perplesso. In effetti la cosa è razionalmente inspiegabile. Mi rinfila di nuovo il dito su per il culo, e con un filo di voce sussurra:

«Non saprei proprio dove incidere…».

D’improvviso mi viene in mente la telefonata con la suora, ma no … è impossibile … chiedo:

«Allora non devo stare a riposo?».

«No, ma un nuovo intervento è assolutamente indispensabile. L’ascesso può formarsi di nuovo, da un momento all’altro. Anche se per qualche giorno con gli antibiotici non dovrebbero esserci problemi».

Decido allora di partire, mi sento protetto, più che dagli antibiotici, dall’Angelo della suora e riesco a prendere l’ultimo treno per Lucerna. Oggi arrivare a Lucerna è un’impresa titanica, soprattutto perché devi comunque cambiare ancora a Milano. Viaggio su un regionale, perché almeno quello non mente sull’orario di arrivo. Come è noto gli intercity sono ormai diventati delle tradotte. Si è puntato tutto sull’alta velocità. Si fa prima ad arrivare da Milano a Roma che da Genova a Milano. Provare per credere. L’importante è, ora, non perdere la coincidenza per Lucerna. È vero che devo parlare nel pomeriggio, ma cosa faccio a Milano se perdo l’ultimo treno notturno per la Svizzera?

***

One Comment »

  • laura said:

    Ho già bevuto molto…forse troppo. La cena è già iniziata è ho dato libero accesso a tutto ciò che mi fa gola e che è sulla tavola..è una serata speciale, ci sono quelli che ritengo miei più cari amici e siamo a casa di un collega che non vedo, se non per lavoro, da tanto tempo ma a cui sono molto affezionata per i vecchi tempi in cui si studiava, si impostava il futuro, si scherzava.
    Entra il professor Becchi, volto familiare, voce affabile e sguardo acuto..il mio amico ospite gli chiede di raccontare a noi medici (i 5/8 delle persone presenti) il suo scritto sull’anatomia del dolore… Ne esce un racconto esilarante, non riesco a non ridere a crepapelle, non metto mai in dubbio la veridicità del racconto (ho esperienza di ospedali e sofferenza anche come paziente e non ho motivo di pensare che il dolore modifichi la realtà, anzi penso che la metta a nudo) ma non riesco a non avvertire il lato beffardo e ironico (” non è possibile mi dico non è possibile”.. di che ? di quello che è accaduto?, della capacità di elaborarlo? del fatto di ridere?).
    Il prof. ci sta regalando uno dei momenti più divertenti che da tempo io abbia vissuto e mi sta dando anche una lezione di vita e umanità. Parla di dolore ma io rido e rido … Mi risveglio il giorno dopo con i postumi di un pò di alcool( non bevo mai e quel poco mi dà uno stupendo volteggio cerebrale). Leggo subito gli articoli e mi sento una perfetta cretina..la parola scritta rende di colpo tutta la drammaticità della situazione, mi fa ricordare la mia rabbia come paziente e come parente, mi fa ricordare la mia rabbia di medico e penso a all’oca che ride della sera prima. Ma penso alla fortuna di chi riesce a pensare e scrivere e a restituire agli altri il lato assurdo degli eventi e a chi non ha questo “culo”.
    Penso che la parola renda la dignità alla persona e che tutte le parole mancanti fra medico, infermieri, pazienti rendano il dolore insopportabile.
    E penso di dover dire grazie alla persona che mi ha fatto ridere per il lato beffardo e tragicomico con cui mi ha raccontato delle macchiette che lo hanno circondato con frasi fatte e parole passepartout e penso alla macchietta che sono quando non riesco a pensare più che c’è dolore e orrore negli ospedali e noi medici non siamo in una grande officina…

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