A Livia (e ad Hannah) – in partenza. Di Aloi M.
Vorrei ritornare per un attimo sul Divo.
Ho suggerito nell’ultima recensione pubblicata, un’associazione del tutto simile a quelle che imputavo a Sorrentino, e della quale, con il senno del poi, non ho avuto di che pentirmi. Anzi.
Mi pareva uno scherzo, ma mi sono accorto che avrei dovuto prendermi più sul serio, in quel mio gioco di rimandi. Lo scherzo è questo: ho rivisto il Grande Dittatore – a dire il vero mi capita piuttosto spesso, di questi tempi.
Ora, ho dovuto arrendermi all’evidenza che il mio arrischiato, e un po’ compiaciuto, richiamo, dovesse far parte già, e ben prima di me, delle intenzioni sorrentiniane. Anche volendo dare l’intuizione per involontaria, come si conviene, sono sicuro che il regista cinefilo (il quale, in ossequio all’etichetta, nega di essere tale), abbia prima o poi dovuto ammettere il suo debito. Quanto meno con se stesso.
Detto questo, comunque, non penso di essere così malridotto da credere all’involonatarietà autoriale: è un’espressione che, già a leggerla, suona male.
C’è una curiosa corrispondenza tra l’ultimo film di Paolo Sorrentino e il primo definitivamente parlato di Charlie Chaplin: una corrispondenza che va ben oltre il riferimento ad un più o meno vilipeso statista. Questa comunanza parte proprio da un’essenza del parlato (che abbiamo visto, e vedremo, interessare entrambi i film): un discorso. Sia Il divo che Il dittatore delegano la loro ultima riflessione, il loro movente profondo, alla medesima pratica: il parlare al pubblico, e in pubblico.
Questo come punto di partenza: se da un lato è certo che Chaplin abbia scritto e diretto il dittatore per l’unica esigenza politica di quell’appello finale, Sorrentino non è stato da meno, mettendo Servillo a tu per tu con la macchina a spiegare il suo film – in un primo piano metalinguistico.
Charlot si è schierato in prima persona: ha portato i suoi due personaggi a coincidere – l’uno travestito dall’altro –per eliderli nell’autore, in lui stesso: Charlie Chaplin – l’uomo più famoso del mondo.
Si è tirato fuori dal film, per necessità civile.
Nulla di diverso fa il nostro contemporaneo napoletano, anche se ne fa una questione linguistica, per la sua retrospettiva politica. Lui stesso ha parlato, a proposito dell’onirica sequenza dell’auto-assoluzione andreottiana, di suggestione romanzesca: il male per perseguire il bene. Un’ eccesso di stile, nessuna pretesa storiografica: una citazione veniva a pennello.
Per questo Sorrentino gioca con quel primo piano che Chaplin voleva asettico: Charlie scavalcava il cinema, per rivolgersi al mondo; Paolo semplicemente lo rivela, per parlarsi addosso: di sé e del cinema. Per il resto la medesima intenzione: il parlar d’autore – e d’amore, perché tutti e due, in questo parallelo crescendo di concitazione, si rivolgono ad una donna. La propria donna.
Pregherei dunque l’eccellentissimo direttore di questa rivista di procurarsi uno sponsor, e convocare Paolo Sorrentino per un’intervista. E’ necessario chiarire se la critica sia sempre mera speculazione, o se ogni tanto, anche io ho ragione.














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