Sulla morte cerebrale i dubbi restano – P. Becchi e L. Scaraffia

Per gentile concessione del Riformista, si presenta, qui di seguito, l’articolo di Paolo Becchi e Lucetta Scaraffia “Sulla morte cerebrale i dubbi restano”, apparso sul quotidiano il 21 Luglio 2010.

Per legge, clicca qui:  “Il Riformista”, 21 Luglio 2010

La replica:

Lorenzo D’Avack, Morte cerebrale, dal CNB una risposta a Scaraffia (da “Il Riformista”, 23 Luglio 2010).

LEGGI L’ARTICOLO:  Lorenzo D’Avack: una risposta a Scaraffia-Becchi.

Pubblicato in Le Pagine - di Paolo Becchi | 6 commenti

Staglieno o dell’industrializzazione della profanazione – di P. Becchi

Staglieno o dell’industrializzazione della profanazione.

Nel 1899, il becchino di Staglieno ebbe probabilmente modo di veder piangere Oscar Wilde davanti alla tomba della moglie, mentre copriva di rose scarlatte il sepolcro sul quale ancora oggi si può leggere il nome di Constance Lloyd. Mi piace pensare  che quel becchino, allora, si commosse, davanti a quella “livella” che rende tutti uguali e soli gli uomini. Oggi quelle rose non ci sono più: proprio in questi giorni, Staglieno è salito agli onori della cronaca per una serie di delitti atroci commessi da parte di sette dipendenti dell’Amministrazione Comunale in servizio al cimitero: forse già in vita volevano riservarsi quella vanga d’oro che Fabrizio De André avrebbe amato lasciar loro con il suo Testamento. Ma, credo, avrà cura – anche perché anche lui riposa qui, a Staglieno – di revocare l’annunciata disposizione.

Vediamo, però, di ricordare un poco i fatti. Il primo obiettivo della “banda delle salme”, come è stata definita, era quello di recuperare protesi dentali, anche non d’oro, e protesi ortopediche in acciaio, titanio ed altre leghe leggere pregiate, nonché di sottrarre ai cadaveri esumati anelli, collanine, monili, oggetti comunque di valore, lasciati loro addosso per ricordo dai parenti all’epoca della sepoltura. Il materiale così rimosso veniva suddiviso in bacinelle e stoccato all’interno degli armadietti degli “addetti ai lavori”. Le protesi dentarie veniva acquistate in blocco da un ex dipendente dei servizi cimiteriali del Comune, mentre, per le protesi ortopediche, ciascuno “badava al caso suo”. Quello che restava dei defunti depredati, le ossa umane spolpate, veniva poi gettato in un cassonetto della spazzatura nei pressi del Cimitero. Per secondo obiettivo, invece, i nostri si erano prefissi il recupero delle casse in legno pregiato prima della cremazione (pratica ormai molto diffusa dopo l’esumazione e largamente favorita dalle nostre leggi), in modo da rivenderle sul mercato dell’usato. Terzo obiettivo, furto di arredi di interesse storico e artistico: le lapidi più preziose venivano intenzionalmente rovinate per poterle rimuovere e rivendere i marmi pregiati sottratti. Infine, l’ operazione “sogliola”, ossia  la riduzione delle bare originarie in loculi di forma più contenuta, senza attendere la scheletrizzazione del cadavere, in modo da ricavare maggior spazio da vendere “in nero”.

Un’attività pianificata con tanta cura, effettuata ormai da anni, non credo neppure possa dirsi rientrante nelle fattispecie delittuose dei nostri articoli 407 ss. c.p. (i delitti contro la pietà dei defunti). Ricordo che un grande maestro del diritto criminale, il Carmignani, nel 1808 spiegava come “diversi motivi possono indurre una persona a commettere violazioni di sepolcri”: odio verso la religione “pubblica”, “fine di sortilegio”, animo di commettere privata ingiuria, “isfogo di libidine” e, infine, come ultima ragione, il fine di lucrare. Ma questa piccola impresa della profanazione agiva davvero per scopo di lucro o c’è qualcosa d’altro, di più inconsapevole, di più profondo? Non siamo certo di fronte al tipico caso di “furto” al cadavere, peccato d’umana debolezza, mi sia concesso dire pure “veniale”, se non altro perché, perlomeno, nobilitato dalla letteratura (si pensi soltanto all’ Andreuccio da Perugia del Boccaccio). Questi sciacalli pagati dal Comune (come sono tutt’ora, seppure destinati a nuove mansioni…) si erano trovati un modo di arrotondare lo stipendio non soltanto rubando, ma saccheggiando resti mortali e profanando tombe con una precisione ed un’indifferenza per i morti senza precedenti.  Si resta scossi di fronte a quello che è successo, perché la pietà verso i defunti è qualcosa che ci accomuna nella nostra appartenenza di specie. Onorare la loro memoria rientra in quelle forme di rispetto che gli uomini da sempre si riconoscono reciprocamente.

Ecco perché di fronte ai fatti di Staglieno ci  sarebbe da rimanere quanto meno indignati. Lasciano, pertanto, basiti le reazioni del Direttore Generale del Comune di Genova, Signora Maddalena Danzì, come riportate dalla stampa locale: «Le presunte razzie non mi colgono di sorpresa. Questi lavoratori, sempre a contatto con la morte, e addetti ad un’attività ritenuta socialmente poco qualificante, sono soggetti ad un abbruttimento psicologico». Per questa ragione c’è bisogno di una «vigilanza sanitaria del loro stato psicologico». Dulcis in fundo: «Personalmente comunque mi fa più orrore una turbativa d’asta, l’omissione di atti dovuti, o chi utilizza una carica pubblica per l’interesse dei terzi». Questa è la persona che sta mettendo mano alla riorganizzazione dei servizi cimiteriali genovesi?

Non so, sinceramente, se sia più socialmente qualificante del lavorare in un cimitero il pulire cessi in ospedali schifosi o il raccattare la monnezza sulle strade: sono tutte attività socialmente indispensabili, e chi le esercita va trattato con il rispetto che si deve a ciascuna persona indipendentemente dall’attività che svolga. Ma se il netturbino, invece di raccogliere la spazzatura, la gettasse per le vie? Sedute psicoanalitiche per tutti? Insomma, alla Direttrice Generale fa molto più orrore, tanto per fare un esempio concreto, la mancata contestazione di una contravvenzione stradale da parte di un vigile urbano ad un suo conoscente! Ma come è possibile – mi chiedo – che si possa considerare “bagatellare” la profanazione sistematica di tombe e resti mortali? Non si tratta più dell’umana, troppo umana, tentazione di sfilare il rolex d’oro che il defunto orologiaio tiene ancora al polso, compagno prediletto anche nell’eterno riposo. Siamo di fronte, come già ricordato, ad una vera e propria industria della profanazione.

Forse una spiegazione c’è, e si ricollega proprio a questa inedita forma di delitti. Vediamo se mi riesce in due parole di renderla comprensibile. È la nostra attuale comprensione del corpo vivo come insieme di parti scollegate tra loro, Körper e non Leib, pura materia strumento di fini a lui estrinseci, ad aver mutato anche le nostra percezione del corpo morto. Un corpo umano viene oggi programmato, già in un caso su cento, in provetta, spesso con sperma e ovuli comperati in qualche supermercato e la gravidanza viene portata avanti in un utero preso in affitto. Questa è la nascita. Poi, durante la vita, ci si ammala, è normale e la medicina postippocratica se ne fotte di guarirti. Spesso, il medico non risolve i problemi che il paziente gli pone, ma quelli che egli stesso si pone. Ai medici del Terzo Millennio interessano più le malattie che i corpi malati, i quali sono soltanto gli oggetti delle loro sperimentazioni. Tutt’al più, dietro lauto compenso, ti potranno impiantare un rene messo in vendita da qualche “buon samaritano”. Quando infine sei lì lì per tirare le cuoia e vorresti almeno andartene in santa pace, alcuni avvoltoi sono pronti a svuotarti quando sei ancora caldo di tutti i tuoi organi e tessuti ancora riciclabili. Ah, sì, cara Direttrice, se è così allora non c’è affatto di che sorprendersi per quello che è successo al cimitero: è solo il capolinea della nostra disumanizzazione.

Paolo Becchi

Università degli Studi di Genova

* Il presente testo costituisce la versione integrale dell’articolo apparso oggi 14 Luglio 2010 sulle pagine de “Il Riformista”.

Pubblicato in Le Pagine - di Paolo Becchi | Contrassegnato genova; staglieno; tombe; profanazione; Comune; morti; Becchi | Lascia un commento

Manuel Fraga Iribarne: Carl Schmitt, l’uomo e l’opera (21 marzo 1962)

CARL SCHMITT: L’UOMO E L’OPERA[i]

di Manuel Fraga Iribarne[ii]

Discorso pronunciato il 21 marzo 1962

in occasione dell’investitura del professor Carl Schmitt a Membro onorario dell’Instituto de Estudios Polìticos.

***

Non sono nuovi a questo Istituto i grandi eventi accademici. Ma quello di oggi possiede, a mio avviso, un’ importanza particolare.

L’ Instituto de Estudios Polìticos, prossimo a compiere venticinque anni di variegata e feconda attività, conferisce oggi, per la prima volta, la qualifica di Membro onorario al professor Carl Schmitt, da tempo docente presso le Università di Colonia e Berlino. E’ un omaggio a una delle figure di spicco della scienza politica tedesca ed europea; una figura, nondimeno, tra le più legate alla Spagna, sia per l’influenza che i suoi scritti hanno avuto nel nostro Paese, sia per l’interesse che Schmitt ha rivolto alle problematiche della Spagna e alla sua cultura.

I. SCHMITT E LA SPAGNA

Sul legame tra Carl Schmitt e la lingua spagnola non sarà necessario che mi dilunghi molto, dal momento che tutti ne siamo a conoscenza. Il nostro nobile amico sa parlare e scrivere il castigliano in maniera eccellente, come se fosse la sua seconda lingua; sua figlia Anima si è, inoltre, stabilita qui da noi, sposando un eminente collega dell’Università di Santiago de Compostela[iii]. Questo ha reso ancor più forte il vincolo d’affetto che lega Schmitt alla nostra terra e all’Università spagnola, e lo ha indotto a farci visita più di frequente. Abbiamo avuto la fortuna di ascoltare molte volte i suoi discorsi in questo Istituto, nelle Università di Madrid, Barcellona, Santiago, Granada e Saragozza; nell’Ateneo di Madrid, la cui collana «O Crece o Muere» fu inaugurata nel 1951 con la sua conferenza  «L’unità del mondo»[iv].

Gran parte dell’opera di Schmitt è tradotta in spagnolo[v] e aggiungo che, grazie ad Anima, diversi suoi lavori sono stati pubblicati prima nella nostra lingua che in Germania, in versioni perfettamente fedeli all’originale tedesco. Quella di Schmitt è un’opera che ha inciso notevolmente in Spagna, durante gli ultimi trent’anni, contribuendo ad una nuova e importante fioritura degli studi politici, i cui momenti culminanti sono stati la creazione di questo Istituto nel 1939, la pubblicazione dal 1941 della Revista de Estudios Polìticos (che ha appena pubblicato il suo numero 121), e la fondazione nel 1943 della prima Facoltà di Scienze Politiche ed Economiche.

Carl Schmitt si è più volte riferito agli scritti dei suoi colleghi spagnoli, del presente come del passato; in particolare, è un profondo conoscitore della Scuola Spagnola di Diritto Internazionale, ed ha illuminato nuovi e interessanti aspetti del pensiero di Francisco de Vitoria, così come di Donoso Cortés, la cui illustre figura egli ha contribuito forse più di chiunque altro a presentare in un’interpretazione europea e ad avvalorarla  in ambito mondiale[vi].

II. SCHMITT E IL SUO CONTESTO

Occupiamoci ora della figura di Carl Schmitt e della sua mirabile opera. L’uno e l’altra sono inseriti in un contesto di radicale importanza. Carl Schmitt è anzitutto un teorico della Politica e del Diritto Pubblico, e si è trovato, inoltre, ad esserlo nel momento di maggior intensità di una straordinaria crisi delle strutture politiche e giuridiche.

Sin da Platone, la scienza politica, analizzando miti e favole (il racconto della caverna), spiega le maggiori sciagure: la nottola di Minerva vola sul far del crepuscolo. Ebbene, quando le cose vanno male è più difficile che mai trovarsi concordi. Platone ce lo ricorda nelle Leggi, dopo i primi excursus del dialogo. «In realtà è difficile, o Ospiti, che il Custode dello Stato sia sufficientemente preparato nella pratica come nella teoria»[vii].

Non ci si può soffermare sul contesto in cui Carl Schmitt ha dovuto sviluppare la sua vocazione di Professore di Scienze Politiche senza venirne coinvolti emotivamente. Nato il 2 giugno 1888, il suo primo lavoro fu pubblicato nel 1910[viii]. Poco dopo, la prima guerra mondiale minò alle fondamenta l’ordine europeo e distrusse l’opera di Bismarck, indebolendo l’Europa centrale e destinandola ad essere nuovamente il campo di battaglia tra l’Occidente e l’Oriente.

Carl Schmitt ha vissuto in prima persona l’inevitabile cammino verso ciò che il grande storico Meinecke chiamerà «la catastrofe tedesca», ossia, come effettivamente si rivelò, la catastrofe dell’Europa. Dopo il primo tentativo di creare, con lo «spartachismo», una Repubblica Sovietica tedesca, la Costituzione di Weimar lascerà senza soluzione (“senza decidere”, dirà Schmitt) i grandi problemi di un concreto ordine politico per la Germania.

Schmitt, con il limpido sguardo del ricercatore e con il tragico stato d’animo dell’osservatore impotente, vede l’ordine monarchico dello Stato affondare, l’inflazione divorare le classi medie; assiste per le strade alla brutalità più cruda, osserva la violenta reazione del razzismo, vive la catastrofe della guerra totale. E’ dichiarato colpevole, con tutto il suo popolo.

Conosce quindi, dopo la distruzione della sua casa e della sua biblioteca, gli interrogatori, il campo di concentramento, ed è privato della sua cattedra. Ecco come lo racconta egli stesso, nei toccanti versi del «Cantico di un vecchio tedesco», mirabilmente tradotti dal suo amico Eugenio D’Ors:

«Morsi il freno a cavallo del destino.

Vittorie e sconfitte, rivoluzioni e restaurazioni,

Inflazioni, deflazioni, bombardamenti,

Denunce, crisi, rovine e miracoli economici.

Fame e freddo, campi di concentramento e automazione:

Attraversai tutto. Tutto mi ha attraversato.

Conosco i molti stili del terrore…»[ix]

Emerge da queste esperienze l’uomo Carl Schmitt; egli si definisce un contemplativo. «Mite, silenzioso e remissivo», o piuttosto «capace di difendersi»[x]. Come professore «apprezza le formulazioni precise», ma trova ovunque ambiguità ed insicurezza. Umilmente dirà che il suo caso «è il caso sgradevole, inglorioso ma autentico di un Epimeteo cristiano»[xi].

Non vi ricorderò il vecchio mito di Epimeteo, che con Pandora aprì un vaso colmo di tragiche sorprese[xii].

Schmitt, correttamente, ricerca le radici della crisi politica e umana del nostro tempo nella crisi spirituale del XVI secolo. L’umanesimo liberò l’uomo e lo pose al centro dell’universo: tornammo a cibarci del frutto proibito, ed aprimmo il vaso dei misteri. L’uomo, svincolato da Dio e dalla sua Chiesa, si ritrovò solo, faccia a faccia con altri uomini che, come lui, morto Dio, volevano essere oltreuomini. L’uomo si avvide che, in una tale situazione, il suo mondo assomigliava a quello dei lupi. Cercò dunque nello Stato una soluzione che scongiurasse la «guerra di tutti contro tutti». Ma non gli servì: lo Stato poteva dargli pace solo a costo di crescere costantemente. Il grande Leviatano, nello Stato totalitario, finirà per divorare i suoi cittadini, e per confrontarsi con altri mostri simili a lui in guerre inevitabili nelle quali ognuno pretenderà di avere tutta la ragione e di trattare gli sconfitti senza alcuna pietà.

Schmitt ha esaminato da ogni prospettiva questa disperata, irresolubile situazione.

Ha studiato la «discordia che determinò il destino dell’Europa», vale a dire la rottura dell’unità religiosa nel XVI secolo. Nativo della Germania, paese di tormenti che giunsero al culmine con gli orrori della guerra dei Trent’Anni, si immerse, grazie ad una preparazione straordinaria, nei grandi miti di quell’epoca tragica e grandiosa: il nostro Don Chisciotte, cattolico della Controriforma, come la Spagna sfiancato e sconfitto in una lotta impossibile; Faust, protestante, razionalista; e, a metà tra loro, tormentato dal dubbio, Amleto, prefigurazione del triste destino degli Stuart[xiii].

Poiché Schmitt non è un ermetico ciecamente acquartierato nella sua sfera giuridico – politica (pur essendo questa tanto ricca e varia), ma possiede una vocazione umanistica ed una colossale erudizione, ha esteso la sua ricerca agli antri più profondi della Storia e della Cultura. Cosciente della difficoltà, per un laico, di comprendere appieno la Teologia, ha dimostrato brillantemente che, senza di essa, è impossibile superare l’agnosticismo, e ha segnalato che, accanto al materialismo dialettico del comunismo e alla superata filosofia progressista di molti settori occidentali, esistono molte e grandi «possibilità di una visione cristiana della storia», vale a dire «un inquadramento dell’eterno che, nello scorrere dei tempi, dà grandi testimonianze e accresce in una poderosa creatività, attraverso travagli e pericoli, la speranza e l’onore della nostra esistenza »[xiv].

Ma passeranno altri quattro secoli prima che si possa tornare a questa conclusione, e a renderla storicamente possibile.

Carl Schmitt deve confrontarsi con la situazione disperata di un’Europa spiritualmente e politicamente distrutta, per la quale, nella sua patria tedesca, tenterà ripetutamente e sempre a vuoto di contribuire alla creazione di un ordine.

III. L’OPERA DI CARL SCHMITT COME TEORICO DELL’ORDINE POLITICO INTERNO E DEL DIRITTO COSTITUZIONALE

Come disse Cicerone, noi professori di Politica ci occupiamo di questo: «Ad res publicas firmandas et ad stabiliendas urbes salvandosque populos oni notra pergit oratio»; ossia: «Tutto il nostro discorso è indirizzato a rafforzare gli Stati, a consolidare gli ordinamenti delle città e a salvaguardarne i popoli»[xv]. Data la complessità di queste incombenze, lo stesso Arpinate ci raccomanda la massima prudenza: «Bene provisa et diligenter explorata principia ponantur», come dire, pensiamo molto bene a ciò che diciamo, per il danno che potremmo arrecare agli altri, e per quello che gli altri potrebbero arrecare a noi.

Schmitt avrà occasione di comprovarlo e di ricordare che scrivere di Politica implica sempre porsi nelle mani di qualcuno che può proscrivere. Carl Schmitt sarà sempre fedele ai suoi grandi maestri: Machiavelli, Bodin, Hobbes, Tocqueville, Donoso Cortés. La sua linea è quella dei grandi pessimisti: quale moralista, quale storico può evitare di essere più o meno pessimista?

Passato il progressismo, passato l’ottimismo razionalista, non frustra docent, non insegnano invano i Maestri prudenti. Carl Schmitt confessa che Jean Bodin e Thomas Hobbes sono più vicini al suo pensiero rispetto a Francisco de Vitoria e a Ugo Grozio.

Egli non ricorderà che il mio incontro con lui fu quando, ancora studente, io traducevo Luis de Molina, e gliene parlai; mi disse che i teologi-giuristi «non insegnano a decidersi», essendo decidere «l’atto politico per eccellenza». Aveva ragione, in parte: il teologo moralista non decide per questioni politiche, ma sonda le basi etiche entro le quali quelle decisioni devono essere prese. Ma ciò che a Schmitt interessava era la necessità di un sistema ordinato affinché sia possibile prendere le decisioni fondamentali: uno Stato che ponga fine alla guerra civile. A ciò è dovuta la sua personale simpatia per Thomas Hobbes, del quale scriverà in carcere: «Non permetterò che mi impediscano di pregare per la sua anima».

A partire da questo dobbiamo comprendere l’opera di Schmitt. Appartiene alla grande generazione di Rudolf Smend, di Hermann Heller, di Dietrich Schindler, i quali (svincolandosi dall’orientamento formalista di Jellinek e Kelsen) rinnovarono la Scienza Politica tedesca tra le due guerre mondiali.

Seguendo il cammino iniziato da uomini della generazione precedente, come Maurice Hauriou in Francia, Gaetano Mosca e Pareto in Italia, il grande Max Weber nella stessa Germania, cercarono (in parallelo con i «Political scientists» americani, con Laski ed i suoi discepoli in Inghilterra) nuove tecniche ed un nuovo vocabolario che si adattassero a una realtà politica molto più complessa di quella del secolo XIX. Giurista finissimo, discepolo e ammiratore di Hugo Preuss, Carl Schmitt si richiama alla migliore tradizione dello «Ius Publium Europaeum», avvalendosi della Storia, della Psicologia, della Sociologia, etc., per una migliore comprensione della realtà politica. Ha saputo mantenersi nel giusto equilibrio tra le esigenze dell’obiettività scientifica e la sua legittima passione per le soluzioni effettive; è anche rifuggito dalla facile tentazione di cercare la purezza del metodo di analisi trascurando le necessità di tutti e l’inevitabile limitazione di ciascuno.

Ha sottolineato le limitazioni del positivismo giuridico, ha anche ricordato «i grotteschi malintesi dello storicismo» e, in quanto alla Psicologia, riprende la critica di Dostoevskij, un «bastone a due punte al quale si può dare una direzione a piacimento». Negare i valori, in virtù di  un equivoco realismo, è riprovevole, ma la cosiddetta «tirannia dei valori» è altrettanto pericolosa.

Chesterton ricordò che al mondo vi sono «virtù cristiane che sono impazzite»: Schmitt comprende che la crisi nichilista del XIX secolo non è stata superata dalla filosofia dei valori, che la logica del valore è anche una logica senza valore. La dialettica dell’amico e del nemico, sostenuta dai valori, si estremizza ed annulla così il rispetto nei confronti del nemico, causando «enorme esacerbazione e minacciando di aggravare ulteriormente il problema del secolo atomico»[xvi].

Schmitt affrontò, come problema fondamentale della Scienza Politica di oggi, la crisi dello Stato borghese di Diritto. Sull’argomento, come dice il professor Legaz, scrisse «la più fine ed esatta analisi che sia mai stata realizzata sulla realtà costituzionale dell’Europa nel secolo corrente». Tratta della teoria della Costituzione, alla quale dedicò un libro di fondamentale importanza nel 1928; del concetto di legalità, inefficace sostituto di una vera legittimità; della situazione attuale del parlamentarismo; dei problemi della dittatura, come mezzo straordinario per risolvere problemi ordinari nei periodi di instabilità. In tutti i casi le sue analisi «sono determinanti e indagano in profondità la situazione».

Presentare la realtà così com’è non risulta sempre gradevole. Quelli che si ostinavano dopo la prima guerra mondiale e tuttora insistono dopo la seconda nel presentare lo Stato liberale come la panacea universale dell’organizzazione politica, non hanno gradito le caustiche impostazioni di Carl Schmitt.

In Spagna, quando Kelsen (malvisto, forse, nella profondità del suo dramma intellettuale) appariva come il rappresentante vivente dello Stato di Diritto, la traduzione nel 1934 della Teoria della Costituzione di Schmitt fu qualcosa di simile alla perdita della verginità per i nostri professori di Diritto Politico.

Il traduttore, dopo aver criticato il «vuoto formalismo» di Kelsen, si sente obbligato ad affermare che il nostro autore, «mostrando crudamente i meccanismi interni, lascia nel lettore l’inquietudine che è il frutto morale di opere devastanti». E, senza dubbio, avevamo bisogno proprio di questo; non della suggestione (ben intenzionata, in ogni caso) di ricorrere alla filosofia dell’«als ob». In Politica non si può operare come se la realtà fosse distinta da quello che è; in nessun altro campo la mancata aderenza alla realtà si paga tanto prontamente ed in modo così catastrofico.

In un tempo, come il nostro, di cambiamenti, Schmitt comprese l’incapacità da parte del debole Stato liberale di far fronte ai problemi interni ed esterni: reclamò un potere decisionale adeguato e sostenne la necessità di creare, in questo mondo rinnovato dalle trasformazioni tecniche, ordini concreti parziali, piuttosto che un ordine generale astratto, obiettivo allora irraggiungibile.

Ottenere questi ordinamenti parziali è davvero urgente, molto più che continuare ad avanzare in un progresso tecnico incontrollato. «Colui che riesca ad arrestare la tecnica, attualmente libera da ogni vincolo, per dominarla ed inserirla in un ordine concreto, avrà dato una risposta al bisogno presente prima di colui che provi, con le risorse di una tecnica libera da ogni vincolo, ad atterrare sulla Luna o su Marte»[xvii]. Ciò non si potrà realizzare senza le formule nuove e audaci della prudenza architettonica che costituisce l’ordine politico-giuridico. Anche in questo caso Schmitt ci dimostra la sua sapienza.

Reagisce con il decisionismo (spesso mal interpretato) alla debolezza delle forme miste, preferisce Machiavelli a Polibio, come Friedrich; ma lo fa senza illusione. In lui non c’è romanticismo del potere, non c’è attivismo (contrariamente a quanto gli è stato imputato). Schmitt sa con certezza che il potere è necessario, come elemento basico dell’architettura sociale, non perché l’uomo è lupo per l’uomo, ma proprio perché «l’uomo è per l’uomo un uomo»[xviii]. Il potere è «una realtà autonoma» più forte altresì di «qualunque volontà di potere»; ma non scorre puro, né in modo diretto. Qui sorge il grave problema dei poteri indiretti: «ogni potere diretto è immediatamente subordinato a influssi indiretti»; ogni regime ha le sue combriccole ed i suoi gruppi di pressione.

Torniamo, dunque, al pessimismo iniziale. Io credo che la saggezza politica nasca da un certo pessimismo; a partire da questo si possono realizzare grandi cose. E allo studente che mi dicesse: «Spero che lei non sia machiavelliano» risponderei con le stesse identiche parole di Carl Schmitt: «Certo che non lo sono. Neanche Machiavelli stesso era machiavelliano». Se lo fosse stato, «non avrebbe scritto libri che gli avrebbero portato cattiva fama», ma «libri pii e edificanti»: sarebbe stato un «anti-Machiavelli». Lo dico con pudore, ora che sono sul punto di pubblicare Il nuovo anti – Machiavelli.

IV. L’OPERA DI CARL SCHMITT COME TEORICO DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI E DEL DIRITTO INTERNAZIONALE

Carl Schmitt sa perfettamente che di questi tempi una Scienza della Politica e del Diritto non può ridursi, neanche per ragioni di specializzazione della ricerca, all’analisi della realtà di un singolo e particolare Stato; la crisi dello Stato novecentesco è tanto profonda perché è parte, a sua volta, della crisi radicale dello Stato nazionale moderno[xix]. Pertanto Carl Schmitt ha affrontato, anziché i problemi dell’ordine costituzionale, quelli ben più ardui dell’ordine internazionale, del nomos della Terra; tema al quale ha dedicato numerosi scritti, in particolare l’opera fondamentale Der Nomos der Erde, che ebbi l’onore di commentare in uno dei primi numeri della Revista Española de Derecho Internacional [xx].

Anche in questo caso ha impostato con il massimo rigore i grandi problemi e ha trascurato quelli più semplici. L’ordine internazionale è scosso nel profondo per l’irruzione di forze nuove, di una potenza terribile, e per la mancanza di uno spirito comune di Morale e di Diritto.

Trovato con difficoltà un equilibrio tra terra e mare nell’Età Moderna dall’incredibile sviluppo delle potenze marittime, ecco che «ai due mostri mitici, Leviatano e Behemoth, si è sommato un terzo, un grande uccello», diceva Schmitt nel 1942, per aggiungere subito dopo: «Sembra che sia proprio il fuoco il nuovo elemento che ha fatto irruzione nell’attività dell’uomo»[xxi]. Queste parole sul potere aereo sono state scritte pochi mesi prima che piombasse sulle città tedesche la pioggia di fuoco delle bombe al fosforo, poco prima del napalm, ed annunciano già la terribile era delle bombe a idrogeno.

Nel frattempo si verificano gli eventi che porteranno alla distruzione dell’ordine europeo e alla sua sostituzione in ciò che Schmitt chiama «la guerra civile su scala mondiale del nostro tempo»[xxii]. E’ necessario impedire che le nuove forze scatenate della tecnica si polarizzino in una guerra totale che distrugga tutto. Schmitt crede, da una parte, che il vecchio Stato Nazionale sia insufficiente per garantire la sicurezza nel nostro tempo; ma, dall’altra, non crede che possa esistere uno Stato Mondiale. Schmitt, al grande problema «se l’umanità è sufficientemente matura per sopportare un solo centro di potere politico»[xxiii] risponde negativamente.

Il tentativo fallito da parte del comunismo e degli anglosassoni di realizzare prematuramente questa unità, su basi ideologiche difettose, è la causa dell’attuale bipolarità. Una bipolarità falsa, basata su concetti imprecisi dell’Oriente e dell’Occidente, che rappresentano semplicemente «il flusso contrapposto di un poco di notte e di luce»[xxiv]. Per questo, più che determinare la presente dualità per la guerra totale, Schmitt considera desiderabile la ricomparsa di un pluralismo di forze. Mantiene la sua idea dei «grandi ordini speciali», che danno un «ordinamento concreto» alle grandi regioni naturali del globo terrestre: al di sopra della tragedia che impedì di realizzare, nell’Europa centrale «debole e impotente», un’altra Europa «forte ed inattaccabile»[xxv].

L’Europa centrale sanguina dalle piaghe di Berlino o di Budapest, ma le critiche di Carl Schmitt proseguiranno a testa alta e sarà inutile ogni obiezione alla visione realista che egli propose (al tempo di H. Triepel e G. A. Walz) ai concetti superati del Diritto internazionale del secolo scorso.

Sarebbe non solo inutile, ma anche rischioso da parte mia tentare di proseguire la presentazione del pensiero di Carl Schmitt su questi argomenti trascendentali, quando egli stesso lo farà magistralmente nella conferenza su «L’ordine del mondo dopo la seconda guerra mondiale», che lo ringraziamo di averci permesso di inserire in questo corso sulle «Relazioni internazionali nell’era della guerra fredda».

5. LA FAMA DI CARL SCHMITT

Ricordavamo prima che Machiavelli è rivendicato da Schmitt per la sua buona fede e proprio per la sua cattiva fama. Lo stesso egli fece con Thomas Hobbes ed il suo Leviatano[xxvi]. Senza dubbio, in entrambi i casi agisce pro domo sua: sa perfettamente che anche la sua stessa fama è destinata ad essere molto grande, ma, talvolta, cattiva.

Infatti, è impossibile trovare un libro recente su temi politici o internazionali che non contenga abbondanti riferimenti alle idee di Schmitt, ma, nel contempo, abbondano anche le perplessità e gli aggettivi sottili. In certi ambienti ultraliberali si attribuisce, non senza ipocrisia, una «cattiva reputazione» a certi aspetti della sua opera. Non molto tempo fa un collega lo paragonò a quei sofisti confusi per Socrate.

E’ chiaramente ingiusto. Nessuno sceglie i suoi temi, perché nessuno sceglie la sua epoca. Come dice l’onesto commentatore della sua opera, il professor Caamaño, «l’opera di Schmitt è un chiaro simbolo della situazione di crisi». Ed aggiunge: «Il suo stesso autore porta la crisi dentro di sé. Profondo conoscitore non solo della cultura tedesca, ma anche di quella francese e del pensiero classico europeo, sente la pressione e il richiamo di questa tradizione storica. Ma il suo spirito è travolto dalla corrente moderna di scetticismo e di critica». Quelle voci storiche continuano a esortarlo nel profondo della sua anima; ormai non può più credere in esse, ma fanno in modo che nel suo spirito la lotta e la scissione interiori sopravvivano [xxvii].

Testimone della crisi europea, non ha voluto restare al di fuori di essa, ma ne è rimasto all’interno. Se non ha potuto darcene la soluzione, per lo meno ci ha lasciato alcuni strumenti di analisi che prima non possedevamo.

E’ molto importante che in questo rinnovamento del pensiero giuridico – politico occupino il posto principale due grandi maestri tedeschi, molto legati alla Spagna, Carl Schmitt e Hermann Heller, i cui resti riposano a Madrid e la cui tomba è stata da noi discepoli visitata più di una volta con lo stesso Schmitt, in occasione dei suoi viaggi in Spagna degli ultimi anni.

L’essenza della critica di Schmitt è, a mio giudizio, oggi più valida che mai. La politica come decisione, la svolta verso il potere personalizzato, la concezione antiformalista della Costituzione, il superamento del concetto di legalità e la dinamica del concetto di legittimità, ecc… sono tappe ormai consolidate, di quelle che non permettono di tornare indietro. Ciò non significa che non possano e debbano essere superate da nuovi progressi, ai quali il suo esempio ci incita.

Una reazione molto deplorevole all’opera di Schmitt è quella di coloro che gli rinfacciano la sconfitta. A questa critica ha risposto molto bene ricordando ciò che Guizot disse di Tocqueville: «Un vinto che accetta la sua sconfitta». Ciò andava, naturalmente, «detto con cattiva intenzione». Ma, come dice Schmitt, «Dio cambia le prove di questa malvagità e le converte in prove di un altro sentimento più profondo, involontario e inaspettato»[xxviii]. Che senso avrebbe, se no, la Crocifissione? Ancora più ingiusto è rinfacciargli di essersi mantenuto, in ogni momento, leale alla sua patria e al suo Governo; d’altra parte come egli stesso dice «un ricercatore o uno scienziato non possono scegliere a loro capriccio i regimi politici»[xxix], ogni volta che «il lavoro scientifico di un ricercatore del Diritto pubblico, la sua stessa opera, lo incardina in un determinato Paese, in determinati gruppi e potenze e in una determinata epoca»[xxx].

Carl Schmitt non ha ancora pronunciato la sua ultima parola, anche se ci ha riferito quale sarà: «Essere uomo continua ad essere, senza dubbio, una decisione».

Possiamo condividere, io credo, questa versione finale del suo decisionismo. Egli ha saputo essere, in ogni momento, un vero uomo, e di certo uno dei più intelligenti che l’Europa del XX secolo abbia prodotto. Anche se continuiamo ad aspettare da lui nuove lezioni, possiamo già considerarlo, come egli disse di Hobbes, «membro della comunità immortale dei grandi sapienti di tutti i tempi».

Questi sono l’uomo e l’opera che oggi onoriamo pubblicamente. Nessuno aveva maggior dovere, né maggior diritto di farlo, dell’Istituto di Studi Politici. La sua collaborazione alla Revista de estudios políticos iniziò al suo primo numero (1941), e poi è continuata ininterrottamente (nei numeri 43, 1949; 78, 1954; 81, 1955; 85, 1956; 115, 1961). Qui tenne, nel 1943, la sua conferenza «Cambio della struttura del Diritto Internazionale», edita da noi, così come il suo mirabile libro Terra e Mare, Considerazioni sulla Storia Universale (1952). Quasi tutti i membri dell’Istituto mantengono con lui relazioni personali e scientifiche e hanno ricevuto da lui pareri e consigli.

In una lettera autografa, nella quale pochi giorni fa Carl Schmitt mi confermava che oggi sarebbe stato con noi, mi diceva, con grande generosità, che questo omaggio dell’Istituto di Studi Politici e questo rincontro con i suoi amici spagnoli sarebbe stato una festa sacra nel crepuscolo della sua vita.

Io voglio dirgli che l’Istituto, in questa prima investitura solenne di uno dei suoi Membri d’Onore, riceve tanto quanto offre; che la Scienza Politica spagnola onora oggi uno dei suoi più grandi maestri europei, e che per me, ancora giovane professore della disciplina, costituisce un momento culminante della mia carriera quello che oggi mi consente di consegnare al venerato maestro, nelle cui pagine trovai, già nei primi anni della Laurea, l’appello potente che fa vedere più in là dei luoghi comuni e delle apparenze, questo diploma e questa insegna.

Su queste campeggia l’effigie dei nostri Re Cattolici, con il giogo e le frecce, la stessa che adorna la facciata plateresca dell’Università di Salamanca, dalla quale passava Francisco de Vitoria per parlare del potere politico e del Diritto internazionale. Sono sicuro che, se non c’è miglior simbolo per uno spagnolo di quello che è una creazione ottenuta da un ordine politico, nessuno potrebbe essere più gradito al nostro illustre amico.

(Traduzione di Ilaria Rolfi)


[i] Titolo originale: Manuel Fraga Iribarne, Carl Schmitt: El ombre y la obra, in Revista de studios Polìticos, 1962, 121, pp. 5-17.

[ii] Manuel Fraga Iribarne (1922), professore di Diritto Costituzionale, direttore dal 1961 dell’ Instituto de Estudios Polìticos. Ministro dell’Informazione e del Turismo dal 1962 al 1969, Ministro dell’Interno negli anni 1975-1976, Presidente della giunta galiziana dal 1990 al 2005. Dal 1990 ricorpre la carica di Presidente-fondatore del Partito Popolare (PP). Tra le sue opere, La acción declarativa (1944); El Congreso y la política exterior de los Estados Unidos (1952) Las Constituciones de Puerto Rico (1953), La educación en una sociedad de masas (1954), El Gabinete inglés (1954); Estructura política de España: la vida social y política en el siglo XX (1961) Horizonte español (1965) El desarrollo político (1972) El Estado y la Iglesia en España (1972); Los fundamentos de la diplomacia (1977) La Constitución y otras cuestiones fundamentales (1978) La crisis del Estado Español (1978) Después de la Constitución y hacia los años 80 (1979) El debate nacional (1981) Ética pública y derecho (1993); Sociedad y valores (2006) [N.d.T.].

[iii] Anima Schmitt (1931-1983), nata dal matrimonio di Carl Schmitt con Duschka Todorovitsch, sposò Alfonso Otero Varela (1925-2001), che era stato assistente di Alvaro d’Ors. Cfr. C. Schmitt, Carta a Alfonso Otero, in Homenaje al Profesor Alfonso Otero, Santiago de Compostela, Ediciones de la Universidad, Secretariado de Publicaciones , 1981, pp. 13-16 [N.d.T.].

[iv] C. Schmitt, La Unidad del Mundo (Conferencia pronunciada en la Universidad de Murcia),  in «Annales de la Universidad de Murcia», tercer trimestre de 1950-51, pp. 343-355. In tedesco, è apparso in versione ridotta con il titolo di Die Einheit der Welt, in «Merkur», VI, 1, pp. 1-11, 1952. La traduzione italiana, a cura di Gianni Ferracuti, è apparsa con il titolo L’unità del mondo, in «Trasgressioni», 1986, I, n. 1, pp. 117-128, ora anche in C. Schmitt, L’unità del mondo e altri saggi, a cura di A. Campi, Roma, Antonio Pellicani Editore, 1993 [N.d.T.].

[v] Vedi la bibliografia di Carl Schmitt, compilata da Piet Tommissen, nel Festschrift für C. S., Berlino, 1959, p. 273 ss. Le traduzioni in spagnolo figurano alle pp. 300-303. Vedi anche la bibliografia data da José Caamaño Martínez nel suo libro El pensamiento jurídico-político de Carl Schmitt, La Coruña, 1950, pp. 21-26.

A proposito del raffronto tra le due opere, cfr. C. Schmitt, Un giurista davanti a se stesso (1982), in Id., Un giurista davanti a se stesso, Vicenza, Neri Pozza, 2005, pp. 158-159: “Per Giove, è eccezionale, eccezionale [il lavoro di José Caamaño Martínez]! La sfortuna è che quest’uomo è emigrato e non so dove sia finito. L’opera che ha fatto è buona; io ho cercato di rintracciarlo e di conoscerlo personalmente. Ha fatto una dissertazione su di me in cui c’era tutto. Tommissen ha compiuto invece lo sbaglio di non ripubblicare integralmente la bibliografia di Caamaño Martínez, che è migliore della sua” [N.d.T.].

[vi] I riferimenti sono a C. Schmitt, Zur Staatsphilosophie der Gegenrevolution, in «Archiv für Rechts– und Wirtschaftsphilosophie», 1922, pp. 121-131; Id.,  Donoso Cortés in Berlin (1849), in «Wiederbegegnung von Kirche und Kultur in Deutschland – Eine Gabe für Karl Muth», München, Kösel und Pustet, 1927, pp. 338-73; Id., Der unbekannte Donoso Cortés, in «Hochland. – Monatschrift für alle Gebiete des Wissens, der Literatur und Kunst», 1929, pp. 491-96; Id., Donoso Cortés in gesamteuropäischer Interpretation, in «Die neue Ordnung» 1949, pp. 1-15. I saggi sono poi stati raccolti nel volume C. Schmitt, Donoso Cortés in gesamteuropäischer Interpretation – Vier Aufsätze, Köln, Greven Verlag, 1950; trad. it. Donoso Cortés interpretato in una prospettiva paneuropea, a cura di Petra Del Santo, Adelphi, Milano, 1996. Su Vitoria, cfr. C. Schmitt, Francisco de Vitoria und die Geschichte seines Ruhmes, in «Die neue Ordnung», 1949, pp. 289-313 [N.d.T.].

[vii] Platone, Leggi, 636 a.

[viii] C. Schmitt, Über Schuld und Schuldarten – Eine terminologische Untersuchung, Breslau, Schletter, 1910 [N.d.T.].

[ix] I versi in spagnolo sono: “«Tasqué el freno a montura del destino./ Victorias y derrotas, revoluciones y restauraciones, / Inflaciones, deflaciones, bombardeos, / Denuncias, crisis, ruinas y milagros económicos. /Hambres y fríos, campos de concentración y automación; / Todo lo atiavesé. Todo me ha atravesado. / Conozco los muchos estilos del terror…»”. I versi originali in tedesco del Gesang des Sechzigjährigen recitano: “Ich habe die Escavessaden des Shicksals erfahren, / Siege und Niederlagen, Revolutionen und Restaurationen / Inflationen und Deflationen, Ausbombungen, / Diffamierungen, Regimewechsel und Rohrbrüche, / Hunger und Kälte, Lager und Einzelhaft. / Durch alles das bin ich hindurchgegangen, / Und alles ist durch mich hindurchgegangen. / Ich kenne die vielen Arten des Terrors …”; trad. it. di Carlo Mainoldi, in C. Schmitt,  Ex captivitate salus. Esperienze degli anni 1945-1947, Milano, Adelphi, 2005³, p. 97: “Ho conosciuto le escavazioni del destino, / vittorie e sconfitte, rivoluzioni e restaurazioni, / inflazioni, deflazioni, bombardamenti, / diffamazioni, mutamenti di regime e scoppi di tubazioni, / fame e freddo, campo di concentramento e cella d’isolamento, / e tutto ho attraversato da parte a parte, / e tutto mi ha attraversato da parte a parte. Conosco i molti volti del terrore…”.  [N.d.T.].

[x] C. Schmitt, Ex captivitate salus. Experiencias de los años 1945-1947, Santiago de Compostela. 1950, pp. 9-12. Titolo originale: Carl Schmitt, Ex Captivitate Salus – Erfahrungen der Zeit 1945-47, Köln, Greven, 1950 (trad. it. Ex Captivitate Salus. Esperienze degli anni 1945-1947, trad. di C. Mainoldi, con un saggio di F. Mercadante, Adelphi, Milano, 1987).

[xi] Ibidem

[xii] Cfr. D. Panofsky – E. Panofsky, Pandora’s Box. The changing aspects of a mithycal symbol, London, 1956.

[xiii] Cfr. C. Schmitt, Hamlet y Jacob I de Inglaterra (Polìtica y Literatura), en Revista de Estudios Políticos, núm. 85 (1956), p. 59 ss. Titolo originale: C. Schmitt, prefazione a L. Winstanley, Hamlet, Sohn der Maria Stuart, Pfullingen, Günther Neske, 1952, pp. 7-25.

[xiv] C. Schmitt, La unidad del mundo, Madrid, 1951, pp. 36-37.

[xv] Cicerone, De legibus, 37.

[xvi] C. Schmitt, La tirania de los valores, in Revista de Estudios politicos, numero 115, 1961, pagine 65 e seg. Titolo originale: C. Schmitt, Die Tyrannei der Werte, in Säkularisation und Utopie. – Ebracher Studien. Ernst Forsthoff zum 65. Geburtstag, Stuttgart-Berlin-Köln-Mainz, W. Kohhammer, 1967, pp. 37-62 (trad.it. La tirannia dei valori. Riflessioni di un giurista sulla filosofia dei valori, a cura di G. Gurisatti, con un saggio di F. Volpi, Adelphi, Milano, 2008).

[xvii] C. Schmitt, La tensión planetaria entre Oriente y Occidente y la oposición entre tierra y mar,in Revista de Estudios Políticos, numero 81, 1955, p. 3 e seg. Titolo originale: C. Schmitt, Die geschichtliche Struktur des heutigen Weltgegensatzes von Ost und West, Frankfurt a.M., Vittorio Klostermann, 1955, pp. 135-67 (trad.it.  E. Jünger – C. Schmitt, Il nodo di Gordio. Dialogo su Oriente e Occidente nella storia del mondo, Bologna, Il Mulino, 1987).

[xviii] C. Schmitt, Coloquio sobre el poder y sobre el acceso al poderoso, in Revista de Estudios Políticos, numero 78, 1954, p. 3 e seg. Titolo originale: C. Schmitt, Gespräch über die Macht und den Zugang zum Machthaber, Pfullinge, Günther Neske, 1954 (trad. it. Colloquio sul potere e sull’accesso presso il potente, traduzione di A. Caracciolo, in Behemoth, 2, fasc.1, Aprile-Giugno 1987, pp. 47-57)

[xix] Si veda il mio libro La crisi dello Stato, 2^ ed., Madrid 1958.

[xx] Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, Köln, Greven, 1950; trad. it. Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «Jus Publicum Europaeum», trad. e postfazione di E. Castrucci, cura ed. di F. Volpi, Adelphi, Milano, 1991).

[xxi] C. Schmitt, Tierra y Mar. Consideraciones sobre la Historia Universal, Madrid, La Colección Civitas, Instituto de Estudios Políticos, 1952, p.111. Titolo originale: C. Schmitt, Land und Meer – Eine weltgeschichtliche Betrachtung, Leipzig, o.J. – Reclam 1942 (trad. it. Terra e Mare, a cura di A. Bolaffi, Giuffrè, Milano, 1986).

[xxii] C. Schmitt, Donoso Cortés in gesamteuropaischen Interpretation, 4^ ed., Colonia, 1950.

[xxiii] La unidad del mundo, cit., p. 16

[xxiv] C. Schmitt, La tensión planetaria entre Oriente y Occidente y la oposición entre tierra y mar, cit.

[xxv] C. Schmitt, El Concepto de Imperio en el Derecho Internacional, in Revista de Estudios Políticos, num. 1, 1941, p. 83 e seg. Titolo originale: C. Schmitt, Völkerrechtliche Großraumordnung mit Interventionsverbot für raumfremde Mächte – Ein Beitrag zum Reichsbegriff im Völkerrecht, Berlin-Wien-Leipzig, Deutscher Rechtsverlag, 1941 (trad.it. Il concetto di impero nel diritto internazionale, Settimo Sigillo, Roma, 1996).

[xxvi] Già Hegel disse che questa era un’opera «di cattiva reputazione». Vedi C. Schmitt, El “Leviathan” en la teoría del Estado de Tomás Hobbes, Madrid, Haz, 1941. Titolo originale: Carl Schmitt, Der Leviathan in der Staatslehre des Thomas Hobbes – Sinn und Fehlschlag eines politischen Symbols, Hamburg, Hanseatische Verlagsanstalt, 1938 (trad. it. Il Leviatano nella dottrina dello Stato di Thomas Hobbes. Senso e fallimento di un simbolo politico, in Id., Scritti su Thomas Hobbes, a cura di C. Galli, Giuffrè, Milano, 1986)

[xxvii] J. Caamaño Marìnez, El pensamiento juridico-politico de Carl Schmitt, Santiago de Compostela, 1950, p.169.

[xxviii] C. Schmitt, Historiografia in Nuce. Alexis de Tocqueville, in Revista de Estudios Políticos, Nr. 43, 1949, p. 109 e seg. (da Ex Captivitate Salus – Erfahrungen der Zeit 1945-47).

[xxix] C. Schmitt, Ex captivitate salus, p. 24

[xxx] C. Schmitt, Ex captivitate salus, p. 60

Carl Schmitt

Pubblicato in Filosofia e Diritto | Contrassegnato 1962, Carl Schmitt, Insituto de Estudios Politicos, investitura, Manuel Fraga Iribarne, membro onorario | Lascia un commento

Attenti al Lupo! – di Paolo Becchi

Attenti al lupo!

di Paolo Becchi

PaoloBecchi proposta

Molti commentatori danno la colpa di ciò che è accaduto la settimana scorsa ai lupi della speculazione finanziaria. È una diagnosi del tutto errata, a mio avviso, che scambia l’effetto con la causa. Non è stata la speculazione a generare la crisi: al limite, ne ha semplicemente approfittato. Con strumenti finanziari come i nuovi derivati sarebbe stato sufficiente, nel giorno del tracollo delle borse, shortare una diecina di futures, per trovasi nel giro di poche ore ricchi quanto con una vincita al Totocalcio. Dalla vendita si sarebbe potuto passare all’acquisto il giorno in cui il mercato è stato “drogato” con una quantità enorme di liquidità immessa dalla BCE sul mercato: chiudendo intraday l’operazione si sarebbe “portato in cascina un bel po’ di fieno”, come si usa dire in borsa. Certo, bisogna avere del fegato per fare tutto quello che ho appena descritto, ma in ciò risiede l’abilità – e anche il compito stesso – dello speculatore. Si potrà, al limite, biasimare il suo comportamento (perché si è arricchito sull’impoverimento altrui) ma non accusarlo di essere all’origine di quel male. E poi, non facciamo troppo i moralisti! A far guadagni d’oro non sono solo gli speculatori, ma tutti quegli imprenditori che con un Euro sceso di valore hanno finalmente trovato una boccata d’ossigeno per l’esportazione delle loro merci. Del resto, è forse opportuno ricordare che l’Euro era stata introdotta proprio per questa ragione. La moneta unica era stata voluta soprattutto dalla Germania di Kohl, perché con il “supermarco” di allora le imprese tedesche non riuscivano ad esportare più nulla. Per questo si sono imbarcati sulla stessa barca Paesi virtuosi e meno virtuosi, solidi e meno solidi … e ora questi ultimi hanno semplicemente presentato il conto alla riluttante “Cancelliera di latta”. Tutto qui. Ma si replicherà, tornando alla speculazione: come è possibile che io possa, da casa mia e con il mio portatile, dare ordini di acquisti e di vendita sui mercati e ritrovarmi d’improvviso ricco (o in mutande …) senza avere, in definitiva, fatto niente? Basta un clic! Beh, sì è (più o meno) così. Questo è il capitale finanziario: il capitale ormai giunto ad un tal sviluppo che non ha neppure più bisogno del lavoro per valorizzarsi. È l’attuale Weltgeist del capitalismo. Ci vorrebbe forse un nuovo “spirito del capitalismo” o qualcosa di meglio del capitalismo. Ma non vedo all’orizzonte nuovi Marx. Forse basterebbe anche un Hilferding, Ministro socialdemocratico delle Finanze nella Repubblica di Weimar, autore, all’inizio del secolo scorso, di un mirabile Das Finanzkapital (1910). Ma noi abbiamo soltanto un branco di idioti che brancolano nel buio: i ministri finanziari europei. Prenderli tutti (compreso il nostro, e non ci venga a dire che lui, la sindrome greca, l’aveva prevista) e metterli su un treno italiano (di quelli, insomma, che non sai mai se e quando arrivano) per la Siberia e lasciarli crepare – ammesso che ci arrivino – in qualche gulag ristrutturato. Niente di tutto questo: i ministri si riuniscono in qualche casino di Bruxelles e tra un viagra e l’altro elaborano una nuova strategia che sarà “durissima” (e ti credo, a suon di pasticche di quel genere…). Insomma, con il patto di stabilità di Maastricht si era ancora fatto uso della vaselina, ma domani l’inculata sarà paragonabile a quella violenta e senza pietà di Dolmancé nei confronti di Madame de Mistival. Ma cosa c’entra il Marchese De Sade, si tratta in fondo di salvare l’Euro! Ecco, proprio qui sta il busillis. Ci avessero chiesto di versare lacrime e sangue per i valori cristiani dell’Occidente, per la difesa della patria o dell’ambiente o persino per il comunismo (qualche nostalgico, ancora oggi, si trova sempre), insomma, se ci avessero fatto almeno balenare qualche ideale per cui valesse la pena di lottare, i sacrifici saremmo anche stati disposti a farli. Ma qui dobbiamo immolarci sull’altare dell’Euro. “E no, Signori” – risponderebbe lo speculatore – “chiedete troppo e offrite troppo poco. Non ci sto”. Certo, mi si potrebbe replicare che i sacrifici non sono per una moneta, ma per alcuni Stati che stanno rischiando il default. Non è bastato socializzare le perdite delle banche, di cui siamo pagando ancora il conto, che già ce ne presentano un altro, ancora più salato: il debito di alcuni Stati dell’Unione poco virtuosi sarà ripartito fra tutti i cittadini europei. Questa è sembrata la cosa più ovvia: per i nostri Ministri non ci sono alternative. Già lo si è fatto per le Banche, ora lo faremo per gli Stati. Ma è veramente così naturale questa soluzione? Immaginate che d’improvviso qualcuno ci bussi alla porta di casa e ci faccia il seguente ragionamento: “Scusa se ti disturbo, ma sono nelle canne. Ho voluto vivere al di sopra delle mie possibilità, ma ora sono nella merda fino al collo. Potresti pagarmi tutti i debiti che ho accumulato nel corso degli anni?”. Io non so voi cosa fareste. Per parte mia gli rifilerei un calcio nel sedere. Fosse un familiare, un parente, un amico o persino il mio vicino di casa, agirei diversamente, ma non mi si può chiedere di essere solidale nei verso dei completi estranei. Ebbene, è questa cosa del tutto innaturale che oggi ci viene richiesta come la cosa più normale di questo mondo. Ne va dell’Europa, ne va dell’Euro … Prima di tutto ne va di me e di chi mi sta vicino, poi di quelli a cui vorrei stare vicino. Ma allora, qual è l’alternativa? Frammentare l’Euro, frammentare l’Europa, e, perché no, frammentare l’Italia. L’unico principio attraverso il quale possiamo stringere legami, infatti, non può che essere, una volta detronizzati gli Stati Nazionali, che quello delle Piccole Patrie, fondate su quella che potrà essere una nuova massima di diritto naturale: “stare con chi si vuole, stare con chi ci vuole”. Ma di questa Europa evanescente e della sua moneta, ormai, ne abbiamo piena (aihmè! vuote …) le tasche.

Pubblicato in Le Pagine - di Paolo Becchi, Politica | Contrassegnato Paolo Becchi; crisi; finanza; speculazione; Grecia; Germania; Euro; Europa; moneta unica; mercato; piccole patrie; futures; | 1 commento

LAPSUS – Numero 5

Volantino

Da sabato 1 maggio, è in edicola il n°5 di Lapsus intitolato Lo shampoo. Il numero è di chiaro riferimento gaberiano e punta la sua lente di ingrandimento sulla diffusa narcolessia della società civile nei confronti delle piccole ambiguità e delle gigantesche anomalie di un’Italia mummificata.

L’antidoto, per Lapsus, è ancora una volta nelle parole.

Parole d’autore, come quelle di Giorgio Vasta. Lo scrittore palermitano, autore de Il Tempo materiale (Minimum fax, 2008) e in libreria a maggio con Spaesamento per i tipi di Laterza, si fa beffe di vizi, vezzi e perversioni della domenica italiana. Una zona franca, un “tempo di detenzione quieta” in cui anche i suicidi hanno una loro delicatezza.

“Che cosa succederebbe se i cristiani sostituissero ai crocifissi un’immagine del risorto?” È la domanda che si pone Tiziano Scarpa, a partire dalla provocazione della teologa Maria Caterina Jacobelli. Un’analisi lucida e meditata dell’ultimo Premio Strega rilegge i vangeli in chiave laica, tra Rembrandt e Maria Maddalena, tra Yves Klein e l’apostolo Giovanni. E giunge a una conclusione per certi versi spiazzante.

Uscito con le ossa rotte dal suo ultimo calvario ospedaliero, Paolo Becchi racconta un’odissea decisamente più straziante: Milano-Genova solo andata. Tra avvisi inutili, toilette fuori uso, Antonio Cassano e ospiti tricologici assai sgraditi, una testimonianza in cui il gusto per il grottesco si mescola con punte di neorealismo.

Ma le storie possono essere anche raccontate attraverso le immagini. Da John Lennon al Colonnello Gheddafi, da Fabrizio Frizzi in versione aviatore alla bambola di Arnold Schwarzneger, passando per Andy Wahrol e le vacanze esotiche del giudice Santi Licheri, un distillato della storia del ’900 in sette foto-racconti.

«Il Giovane Holden? Nient’altro che il Che Guevara dell’upper class preglobalizzata». Con queste parole, Gian Paolo Serino anestetizzava uno tra i totem votivi più resistenti della letteratura americana, a poche ore dalla notizia della morte di J.D. Salinger. La risposta di Lapsus.

A proposito di Salinger, cosa ha che fare l’eremitico novellista newyorkese con David Mamet e Jessica Hausner? Ce lo racconta Mario Aloi nella sua consueta rubrica dedicata al cinema.

Ma è primavera ed è tempo di svernare. Per questo, Lapsus lancia dalle sue colonne una petizione contro l’oscuramento della loggia di Palazzo Ducale, seguendo l’invito dell’ex soprintendente di Genova Mario Semino. Che riporta l’attenzione su un tema scomodo e quantomai attuale, e a Lapsus rivela: “Non si tratta di un semplice occultamento, ma di un incastro nelle strutture originali che altera gli equilibri spaziali”.

http://www.eccelapsus.com/2010/05/01/e-in-edicola-lapsus-numero-5/#more-913

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

It Evocates – di I. Rolfi

Callot - Le massacre des Innocents

Una partita a scacchi. Piccola variazione dada di Ilaria Rolfi

Per leggere, cliccare qui di seguito:  It Evocates

Pubblicato in Lettere | Contrassegnato Ilaria rolfi; Eliot; terra desolata; waste land; callot; guerra civile; | Lascia un commento

Quaderni neri (Firenze)

Una lunga pace non produce soltanto snervamento, ma consente il sorgere di una gran massa di esistenze stentate, miserabili e paurose, che senza di essa non sorgerebbero e che si aggrappano poi all’esistenza con alte strida sul loro «diritto» (…)” (J.Burckhardt, Considerazioni sulla storia universale)

***

Correndo per mano ad Ilaria, sotto una terribile pioggia entriamo a Santa Croce. Ma noi due soli, conosciamo un nostro sole e le nostre stelle (Eneide, VI, 641).

Le grandi piogge italiane del Rinascimento hanno sempre accompagnato l’intima decadenza delle città, la loro separazione dall’eros, l’esaurirsi della vita: poi, è ben vero, che un piccolo urto esterno è sufficiente per metter fine a tutto.

Alla tomba di Machiavelli, che un gentiluomo inglese mi ha indicato dopo due secoli e mezzo, ritrovo la mia terra, e non penso più alla vita mondana. Ma non è che un istante, questo sentire ancora, tra le mani, il nostro potere, che su Firenze ritorna l’indicibile sereno del giorno, a riportare il populace dentro la chiesa, sicuro, ché le nuvole si sono diradate. Questa pace dura da troppo tempo. Questa pace ha reso agli schiavi la più grave tragedia: quella di perdere la loro coscienza servile.

Senza tale coscienza, ora muoiono senza nome, muoiono senza morte. Se il giogo che lega il padrone allo schiavo è spezzato, la verità passerà immediatamente su quest’ultimo, che non è in grado di sopportarne il peso. Solo dominato dalla potenza, il nulla del mondo può essere accettato: la vertigine di una libertà che offenda, finalmente, la natura, non è cosa che di signori.

Solo riconoscendo i loro padroni i servi potranno trattenere il dileguare; occorre che qualcuno tenga a freno e formi il mondo.

I nostri moderni «diritti», nella loro universalità, hanno sradicato l’unica relazione che consente di impedire che il potere, in sé sempre feroce in quanto naturale, dilegui nella propria insaziabilità. Soltanto una razza di padroni, creata dal terrore, impedisce il continuo mutamento, perché è la razza che sa non distaccarsi dal mondo. Lo schiavo deve trascendere continuamente, asservendosi: solo così rende alla propria vita e alla propria morte un significato.

Lo schiavo non ricorda più, ora, il sacrificio che il padrone ha compiuto per i suoi servi: egli ha accettato leggi la cui giustizia e saggezza sono inferiori a lui, ha accettato, cioè, per amore dei suoi cuccioli, un ordine della vita che egli sa falso e ingiusto. Il padrone rinuncia all’immediatezza violenta, per consentire allo schiavo di lavorare gli oggetti del mondo, e così sopravvivere.

Questa lunga pace, ha fatto dimenticare che la schiavitù è prima un diritto dello schiavo stesso, che non un suo dovere nei confronti del signore. Ha così capovolto lo stesso diritto borghese: lo schiavo si è percepito come obbligato. Di qui il suo imprudente trionfo in nome dei diritti, in cui ha perduto la propria coscienza..

A noi resta il segreto, duale, che vi sono solo schiavi.

Li vedi, questi schiavi liberati: non ti desiderano neppure, hanno solo appetito. Un ragazzetto cerca dentro un armadio un odore meno intollerabile di quello che ora, dopo aver strappato il cuore di Machiavelli, si vendica nella sua stanza: il cuore sanguina, ed egli non riesce a trattenere tra le mani la materia esausta, che gli cola fino a terra.

Chi non sappia rendersi conto di tre millenni, scrive Goethe, resti nell’oscurità, inesperto, e viva sempre alla giornata.

Pubblicato in Lettere | Contrassegnato tomba; Machiavelli; Santa Croce; schiavi; padrone; Hegel; morte; viaggi | 2 commenti

Una serata a caccia di streghe – di P. Becchi

Nella saletta del Minor Consiglio, Palazzo Ducale, parla Roberta De Monticelli: le religioni e la salvezza. Dopo aver ruminato su  Scheler e Husserl per quasi un’ora, la conclusione cui giunge è che Dio è il valore, anzi: il valore supremo. Questo è troppo: butto lì, ingenuamente, una domanda sulla Tirannia dei valori di Schmitt – qualcosa di allegro con brio, del tipo: i valori non possono costituire una risposta al nichilismo poiché è dal loro inevitabile conflitto che esso si alimenta. Il valore che chiede di essere immediatamente attuato sopprime tutto ciò che gli si pone come ostacolo.

La risposta (un tantino ad hominem) è secca: Schmitt è il costituzionalista di Hitler. Ergo? L’ obiezione di un nazista non ha senso. Penso ad alta voce se per questo neppure Heidegger era, dopotutto, una carmelitana scalza. Ma la conferenza è organizzata dal professor Cunico,  un bravo collega, e l’ iniziativa è in ricordo di Don Balletto: non voglio polemizzare, mi alzo e faccio per uscire. Non mi è possibile neppure questo: la fenomenologa è ostinata e mi domanda perché mai io me ne stia andando. Ma cosa diavolo dovrei fare, mi scusi? Che c’ entra il  nazismo di Schmitt con la acutissima critica degli anni sessanta che egli  rivolge alla filosofia dei valori?

Domani, la Repubblica e Don Verzé mi faranno arrivare i carabinieri in casa perchè ho citato lo Schmitt, l’ autore dannato della tirannia  dei valori.

Sarà una faticosa mattinata in Questura. Cronache di una serata di leggera follia

Carl Schmitt

Carl Schmitt

Pubblicato in Le Pagine - di Paolo Becchi | Contrassegnato Carl Schmitt, Paolo Becchi, Religione e filosofia;, Tirannia dei valori; Roberta de Monticelli; Palazzo Ducale; streghe; conferenza | 2 commenti

Il Viaggiatore, Cassano e i pidocchi – di P. Becchi

Articolo tratto da “Il Corriere della Sera” del 14 Febbraio 2010, p. 36,

Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo la pagine del Corriere della Sera dove, il 14 Febbraio 2010, è apparso l’articolo di Paolo Becchi, viaggio ferroviario Milano-Genova tra “strane coincidenze” , l’ossessione di Cassano venduto alla Fiorentina e rimedi contro i pidocchi.

Per leggere il testo, cliccare qui:     Il viaggiatore, Cassano e i pidocchi – di Paolo Becchi

Paolo Becchi

Paolo Becchi

Pubblicato in Le Pagine - di Paolo Becchi | Contrassegnato becchi; paolo becchi; stazione; treni; ferrovie; Cassano; Trenitalia; dolore; pidocchi; corriere della sera | 2 commenti

Tempo di fare il bene.

linee di divisione

Da Genova, 22-I.

Non è ancora il tempo di fare il bene (…). Bisogna attendere un male generale abbastanza grande. Sai bene di dove ho tratto questi frammenti, spirituali, ed il pensiero è tale che fugge. Sai come fan tutte le Muse? Loro sono così, et fugit ad salices, et se cupit ante videri (Ecloghe, III,65); si degenera segreto quel cupit, estetico e coquet, di mille peccati, di mille altri uomini cui si concede, oltre a te, povero infelice. Ma non sarà che si conceda ad uno come te, mio amico: è dalla canaglia che si lascia intravvedere, per la sua immaginazione. Con dodici segni zodiacali divisero l’Europa, e voila!, il perfetto meslange tra corruzione e seduzione, gli ultimi uomini, che tutto rimpiccioliscono e la cui genia è indistruttibile, come la pulce di terra. Ora, gli sposi sul sagrato si allontanano, per sempre. Non è ancora il tempo di fare il bene, che sarebbe ancora bizzarro, oggi, perché non si dà bene a quelli uomini che non sono che animali, poveri di mondo. Loro sono gli uomini vuoti, questa è la terra dei cactus, dove finisce il mondo, dove finisce. Non è ancora il tempo di mostrarsi gentili e virtuosi, miti e delicati, è un altro tempo. Che sia terribile, dunque, l’opinione che ci circonda, che sia senza alcuna pietà il nostro disprezzo nei confronti degli orrendi maggiolini che si arrampicano correndo su questi fili d’erba, per i quali fili d’erba – così misteriosi e pieni di vita – non sono, ché il filo d’erba è “un sentiero per maggiolini, sul quale essi non va in cerca di un qualcosa da mangiare, bensì di cibo per maggiolini” (Mondo, finitezza, solitudine, p. 257).  Non è il tempo per scagliare la freccia contro chi si ama. Quanto a me, non mi muovo?

Passeggiando prima per la via Balbi e dritto, poi, verso il nostro teatro cittadino, abbiamo notato che il mondo sta passando tra i suonatori ambulanti di fisarmonica, dei quali qualcosa ci sfugge, forse: detti suonatori sembrano essere tutti della medesima razza – eusina, si direbbe, certo mai negra, né estremamente orientale o soltanto indiana -, eppure non si ascolta altro spartito, suonato da ognuno in modo perfettamente eguale all’altro (e si direbbe volutamente con le stesse stonature, gli stessi grappoli dei maggiori e la medesima incuranza della bottoniera cantabile), che la popolare messicana di Cielito Lindo. Se ne discuteva la particolare abilità nell’ingioiellare l’aria transoceanica di una firma di coraggio femminile, un poco zingaresco, che accompagna le obese suonatrici ed i sussulti della spalla destra. Avanti al panchetto, il cilindretto rovesciato per l’elemosina. Ed il coraggio della canzoncina del Messico, ahimè!, che sa quasi di beffa, all’italiano che passeggia lì intorno, e che non si avvede del contrasto terribile, perché è stordito dalla sua felicità. Proprio ieri, lo sguardo della suonatrice, duro e sporco, si è incontrato, per un istante, con quello della tua Musa: un fremito divino ha fatto battere il La maggiore con una fierezza inaspettata, da quel povero dito tozzo: “io sono puntuale”, mi è parso dicesse ora la musica, che tagliò per un momento l’aria come una ghigliottina, aria che sanguinava rossa, adesso. Cosa fece la tua Musa? L’idiota gesto dello schiavo: le lasciò, sorridendo cordialmente, tre monete nel cappello.

Pubblicato in Lettere | Contrassegnato cielito lindo, fisarmonica, zingara | 1 commento